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Come valutare un economista?

lente

 

Quasi tutti gli economisti tendono a classificarsi (e implicitamente a valutarsi) l’un l’altro. Questo fenomeno (che andrebbe empiricamente indagato) crea confusione e sconcerto nell’interlocutore e spesso toglie credibilità alla scienza economica in generale. Chi non ha mai sentito degli economisti che vicendevolmente si “etichettano” l’un l’altro: << Eterodosso!>>, <<Ortodosso!>>, oppure <<Keynesiano>>, <<Austriaco>>, <<Marxista>>, <<Neo Keynesiano>> ma anche <<Post Keynesiano>> o <<Vetero keynesiano>> fino ad <<Anarco capitalista>>, <<Circuitista>> <<Cicliscista>>, <<Schumpeteriano>> e via discorrendo che manco al Concilio di Nicea!

 

Esiste un modo per orientarsi nella Babele delle dottrine economiche?  Difficile dirlo. Ma Zeroconsensus ha il suo “algoritmo” di sopravvivenza, che ovviamente non ha pretese di correttezza ne di esaustività.

Generalmente qualsiasi lavoro teorico di economia si divide in due parti: una parte descrittiva del fenomeno che si prende in esame e una parte propositiva, ovvero di soluzione ai problemi che si presentano in quel fenomeno (si tenga in considerazione che alcuni economisti la parte “propositiva” la lasciano alla loro attività da pubblicista presso i mass media, e già questo per Zeroconsensus è una spia di onestà intellettuale).

La parte descrittiva del fenomeno può essere fatta in vari modi:

1) Analisi deduttivo matematica (che parte da delle ipotesi di partenza);

2) Analisi induttivo statistica;

3)Analisi qualitativa

4) Un mix delle tre precedenti

Non ha importanza in questa sede stabilire quale sia il metodo più appropriato in economia, diciamo che esistono analisi celeberrime e universalmente considerate corrette fatte con tutti e quattro i metodi.

Spesso però le baruffe peggiori tra economisti nascono sulla parte “propositiva” che si sostanziano anche nella “etichettatura” dell’economista e del lavoro su cui si dibatte. Queste feroci polemiche hanno un senso? Secondo Zeroconsensus non hanno alcun senso e la valutazione andrebbe fatta solo sulla parte descrittiva del fenomeno e non sulla parte dove si fanno proposte per risolvere le eventuali criticità che vengono messe in luce.

La parte “propositiva” infatti ha ben poco di scientifico e molto di “volitivo”: essa è da un lato influenzata dal sistema di valori del proponente e inoltre esiste una “eterogenesi dei fini” ovvero una serie di conseguenze non intenzionali ad azioni intenzionali (anche l’economista è un uomo e come tale ha una razionalità limitata, o no?).

Dunque un buon modo per valutare un economista può essere quello di prendere coscienza che questo particolare scienziato è in realtà un “Giano Bifronte”: metà economista e metà uomo politico.  Di conseguenza è giusto dare grande importanza alla parte descrittiva del fenomeno e considerare cum grano salis le soluzioni alle eventuali criticità messe in evidenza.

Questo è il piccolo manuale di sopravvivenza di Zeroconsensus che non ha certo pretese di esattezza (anche Zeroconsensus ha razionalità limitata).

I marxisti e la Grande Guerra

gattei

 

di Giorgio Gattei (*)

Una pace “per sempre”: da Kant a Angell.

La guerra è brutta – e chi lo nega! Però la si fa – e come si spiega? Frutto della straordinaria stagione illuministica europea lo scritto di Immanuel Kant Per la pace perpetua (1795) si era posto il compito ambizioso di trovare la maniera di por fine a tutte le guerre, e per sempre. Alle spalle dell’opuscolo stava quasi un secolo di “guerre di successione” in cui i regnanti avevano trascinato i popoli europei in micidiali conflitti per garantirsi questa o quella ascesa al trono (guerra di successione spagnola: 1701-1714; guerra di successione polacca: 1733-1738; guerra di successione austriaca: 1740-1748 e perfino quella che le monarchie avevano appena scatenato contro la giovane Repubblica francese poteva esser vista come l’ennesima guerra dinastica per rimettere Luigi XVI sul trono di Parigi). Davanti a questo fatto evidente la soluzione avanzata da Kant risultava la più semplice possibile perché a suo dire, ad impedire le guerre, sarebbe bastato che a deciderle fossero coloro che più di tutti le sopportavano, e cioè i popoli stessi.
In effetti, a partire dalla Querela pacis (1517) di Erasmo da Rotterdam, erano stati avanzati diversi progetti di “pace universale”, ma tutti avevano il difetto di rivolgersi al buon cuore dei prìncipi affinché deponessero le loro aggressività. Con Kant invece si laicizzava il rimedio: se la guerra era iscritta geneticamente nell’assolutismo d’antico regime essa poteva essere eliminata soltanto da una forma repubblicana di governo che rendesse tutti i cittadini partecipi alla decisione di farla o meno. Infatti soltanto la costituzione repubblicana (che per Kant voleva dire lo “stato di diritto” al posto del dispotismo) avrebbe potuto condurre all’esito desiderato della pace perpetua «e la ragione è la seguente: se (come deve per forza accadere in questa costituzione) per decidere se debba esserci o no la guerra viene richiesto il consenso dei cittadini, allora la cosa più naturale è che, dovendo decidere di subire loro stessi tutte le calamità della guerra (il combattere di persona, il pagare di tasca propria i suoi costi, il riparare con grande fatica le rovine che lascia dietro di sé e, per colmo delle sciagure,… il caricarsi di debiti che, a causa delle prossime nuove guerre, non si estingueranno mai), essi rifletteranno molto prima di iniziare un gioco così brutto» . Sarebbe quindi bastato che la decisione di ricorrere alle armi nelle controversie internazionali fosse passata al “popolo sovrano”, e non più lasciata ai monarchi, perché la guerra, ogni guerra, venisse spontaneamente impedita, essendo la volontà popolare più incline alla pace che alla guerra.
In uno scritto precedente Kant aveva però considerato il problema in una prospettiva storica avanzando qualche dubbio sulla realizzabilità della sua proposta sembrandogli la guerra, «al grado di cultura cui è pervenuto il genere umano, come un mezzo indispensabile per perfezionarlo ancora». Di conseguenza – ne concludeva – «sarà solo dopo il completamento (ma Dio sa quando!) di questa cultura che una pace eterna ci sarà salutare e diverrà perciò possibile» . Infatti, come credere che bastasse l’attribuzione del diritto di decisione politica a tutti i cittadini per assicurare la pace tra le nazioni? C’era da dubitarne, come poi è stato compreso, perché la volontà popolare è afflitta dal difetto, come Norberto Bobbio ha riconosciuto, del «cittadino non educato», da intendersi come colui che, indifferente al dibattito politico, lascia che siano gli altri a decidere al posto suo. Si formano così, all’interno del procedimento di decisione, dei gruppi di potere ristretti a coloro che invece non se ne disinteressano, con la conseguenza che governi pur democratici finiscono per decidere sulla testa, e non in nome, dei propri cittadini che si accontentano di vivere senza affanni, essendo paradosso della democrazia che la “gggente” vuole meno e non più politica. Ora «la resistenza e la persistenza del potere invisibile sono tanto più forti, anche negli stati democratici, quanto più si prendono in considerazione i rapporti internazionali» , così che se quei “poteri invisibili” (che sono anche “poteri forti”) ritengono conveniente la guerra, i governi la faranno anche a dispetto della volontà di pace dei popoli che rappresentano, ritenendosi autorizzati ad agire in questo modo perché risultano democratici senza praticamente esserlo più.
Eppure pere Kant non era lecito disperare perché non tutto si sarebbe risolto in politica, essendoci almeno un potere invisibile che avrebbe spinto, nel proprio interesse, sicuramente verso la pace qualora la decisione popolare avesse fatto (come fa sempre) difetto. Era questa la “clausola di garanzia” che veniva segnalata nel Primo supplemento alla Pace perpetua e «ciò che fornisce questa garanzia è niente di meno che la grande artefice natura dal cui corso meccanico si vede brillare la finalità che dalla discordia tra gli uomini fa sorgere la concordia anche contro la loro volontà e per questo viene chiamata destino come se si trattasse dell’obbligazione risultante da una causa che agisce secondo sue leggi a noi sconosciute» . Ora questo “destino” era proprio dei tempi moderni e si presentava sotto la veste dello spirito commerciale che spingeva tutti i popoli della terra a scambiarsi reciprocamente le merci singolarmente prodotte. Era insomma quella stessa “grande artefice natura”, che separava i popoli in Stati politici discordi, a congiungerli con l’attrattiva del «reciproco tornaconto: è lo spirito del commercio che non può convivere con la guerra e che prima o poi s’impadronisce di ogni popolo. Infatti, dato che di tutte le forze subordinate al potere dello Stato la potenza del denaro potrebbe essere quella più sicura, allora gli Stati (certo nient’affatto spinti dalla moralità) si vedono costretti a lavorare in favore della nobile pace e, in qualsiasi luogo la guerra minacci di scoppiare nel mondo, a impedirla tramite mediazioni proprio come se si trovassero in una eterna alleanza per questo… E’ questo il modo particolare in cui la natura garantisce la pace perpetua con il meccanismo delle stesse umane inclinazioni; certo con una sicurezza che è insufficiente per predire (teoricamente) il suo futuro, eppure sul piano della pratica basta ed impone il dovere di lavorare per questo scopo non semplicemente chimerico» .
Quella che Kant evocava era l’ideologia del dolce commercio che aveva già preso a muovere la consapevolezza di mercanti ed uomini d’affari nella direzione di una pacificazione universale affidata alla intensificazione degli scambi. Provvisoriamente interrotto dalle guerre napoleoniche, questo “dolce commercio” doveva essere ripreso alla luce della teoria dei “costi comparati tra le nazioni” esposta dagli economisti classici (David Ricardo e John Stuart Mill in particolare) secondo cui ciascuna di esse, specializzandosi nelle produzioni territorialmente più convenienti e poi scambiandosele reciprocamente, avrebbe guadagnato un vantaggio economico equivalente (soltanto Karl Marx avrebbe denunciato nel Capitale questo scambio di valori come ineguale perché «tre giornate lavorative di un paese possono essere scambiate contro una di un altro,… (così che) il paese più ricco sfrutta il più povero, anche se questo ci guadagna nello scambio» – ma questo è un altro discorso).
Fu così che all’alba del Novecento il fatto indiscutibile di una raggiunta integrazione commerciale e finanziaria a livello planetario guadagnata grazie alla politica del “libero scambio” durante il lungo periodo della pax britannica, poté dare occasione al giornalista Norman Angell (poi premio Nobel per la pace) di pubblicare nel 1910 il fortunato best-seller La grande illusione in cui era rinverdita l’idea kantiana della “pace perpetua” a forza di commerci, essendo invece una “grande illusione” l’idea che con la guerra i popoli ci guadagnassero. Essendosi nei fatti ormai imposta sulle strutture politiche nazionali una rete di scambi internazionali in cui le merci e i capitali correvano senza più patria, ciascuno era diventato forzatamente amico del proprio simile essendo dipendente dai suoi beni e dai suoi denari. A queste condizioni una guerra, dannosa per i vinti, lo sarebbe stata anche per i vincitori a cui avrebbe imposto salassi di manodopera, aumento delle tasse, ristagno dei commerci ed un indebitamento generalizzato. Insomma, anche vincere sarebbe stato un suicidio perché «oggi abbiamo storicamente una condizione di cose in cui uno Stato non può causare nemmeno un danno lontanamente analogo a quelli dei tempi antichi, senza provocare contro sé stesso una reazione disastrosa» .
Fortunatamente a contrastare le velleità guerrafondaie di politici e militari operava quel mercato mondiale che era «il risultato di quelle innumerevoli operazioni giornaliere le quali avvengono quasi completamente al di fuori dell’ambito di azione dei governi e dei funzionari, spesso a loro insaputa, spesso loro malgrado, e rappresentano forze troppo vive e troppo inafferrabili per essere frenate e domate» . Proprio per questo – a parere di Angell – senza bisogno che governi e popoli s’ingentilissero la guerra sarebbe scomparsa dall’orizzonte dell’umanità perché legata ad una dimensione d’esistenza economica non più esistente: «più il nostro sistema commerciale cresce in complessità, più la comune prosperità viene a dipendere dalla fiducia che si può riporre nella dovuta esecuzione dei contratti. Questa è la vera base del “prestigio” nazionale e individuale; circostanze più forti di noi ci sospingono, ad onta di quanto possano dire i critici scettici della nostra civiltà commerciale, verso l’invariabile osservanza di questo semplice ideale» .
Insomma, c’era proprio da ben sperare: l’interesse economico condiviso avrebbe finito per imporre un comportamento funzionale al rifiuto della violenza quale mezzo d’affermazione nazionale. Come il mondo degli affari era stato costretto all’onestà per convenienza di mercato, altrettanto politici e popoli sarebbero diventati sempre più desiderosi di pace fino a «porre le fondamenta di una razionale politica internazionale» . Peraltro la prova non stava già nei fatti? Dalla guerra franco-prussiana del 1870 sul continente europeo non si erano più verificati conflitti (i Balcani facevano parte a sé) e perfino nella dimensione d’oltremare le contese tra le grandi potenze, come nel Sudan egiziano tra Francia e Gran Bretagna nel 1898 oppure in Marocco tra Francia e Germania nel 1905 e nel 1911, avevano trovato risoluzione diplomatica con i francesi che avevano abbandonato il Sudan e la Germania che si era ritirata dal Marocco. Il “concerto delle nazioni europee” (come allora era chiamato) sembrava essere così in forma che nel 1900 era stato costituito all’Aja un Tribunale Internazionale (c’è ancora) allo scopo di dirimere le questioni internazionali tramite accordi tra le parti invece che con la forza delle armi. Per questo come pensare che l’ormai costituita unità del mercato mondiale si potesse frantumare in una dispendiosa guerra fratricida, l’economia avendola ormai vinta sulla politica? Sì, ma cosa diceva la geografia?

Il “mondo finito” e la guerra: da Mackinder a Lenin.

Infatti c’era chi la pensava diversamente. Erano i marxisti che all’alba del Novecento avevano proseguito la critica marxiana del capitale nella direzione della nuova dimensione storica raggiunta dall’imperialismo. Nell’invarianza della maniera del produrre, sul finire del XIX secolo quel capitalismo libero-scambista che Marx aveva conosciuto era stato soppiantato da un capitalismo monopolistico e protezionista in cui all’esportazione di merci si era aggiunta, per sfuggire alla maledizione della caduta del saggio del profitto in patria, l’esportazione dei capitali e questo aveva cambiato tutto, tanto che Nikolaj Bucharin aveva potuto definire «il capitalismo contemporaneo come capitalismo esportatore» . A seguito di ciò la scena economica del mondo aveva preso ad affollarsi di capitalismi nazionali in competizione per l’accaparramento degli “spazi vitali” su cui piazzare, oltre all’eccedenza di manodopera (le colonie di popolamento) ed il supero delle merci (gli sbocchi commerciali), anche l’esuberanza dei capitali ed alle grandi potenze d’antica data, come Gran Bretagna e Francia, adesso si erano aggiunte Germania, Belgio, Olanda, Russia, Giappone e perfino l’Italia.
Però il mondo ha una dimensione finita, così che quando la corsa frenetica all’occupazione degli spazi l’avesse percorso tutto, di terre ulteriori non ce ne sarebbero state più. Il che era quanto aveva drammaticamente esposto il 25 gennaio 1904 il geografo britannico Halford Mackinder in una relazione alla Royal Geographic Society che ha posto le basi di quella nuova “scienza-non scienza” che poi è stata chiamata geopolitica. La quale prende per l’appunto le mosse dall’esaurimento di territori disponibili all’occupazione da parte delle nazioni europee. La c. d. «età colombiana», inaugurata dalla scoperta dell’America, aveva proiettato l’Europa fuori di sé, ma alla svolta del Novecento andava riconosciuto che quella stagione storica stava arrivando al termine, «non esistendo ormai più regione di cui non si sia stabilita l’appartenenza politica… D’ora in poi, nell’età post-colombiana, si avrà ancora a che fare con un sistema politico chiuso, ma di portata mondiale, (cosicché) qualsiasi esplosione di forze sociali, invece di disperdersi nello spazio dei territori circostanti ancora sconosciuti e dominati dal caos barbarico, riecheggerà intensamente dall’altra parte del globo, facendo di conseguenza saltare gli elementi più deboli dell’organismo politico ed economico mondiale… Probabilmente, una qualche consapevolezza di questo fatto sta, in fondo, trasferendo gran parte dell’attenzione degli uomini politici, in tutto il mondo, dalla espansione territoriale alla competizione per una maggior efficienza del proprio Stato» .
Era proprio a questo livello di appropriazione planetaria conclusa che Mackinder avanzava la sua proposta di una «formula» capace di esprimere «alcuni aspetti della causalità geografica nella storia mondiale» ch’egli ritrovava nella contrapposizione delle “potenze di terra” euroasiatiche alla “potenza marittima” inglese. Nel 1943, ripensando all’esordio della sua idea geopolitica, avrebbe ricordato che, se a quel tempo l’unica minaccia alla pax britannica sembrava provenire dall’espansionismo territoriale zarista, così che «la potenza marittima della Gran Bretagna e la potenza terrestre della Russia erano al centro di ogni dibattito sulla scena politica internazionale» , la minaccia si stava invece spostando verso la Germania, allora impegnata ad approntare una capace flotta d’alto mare che per Mackinder poteva significare soltanto questo: «che la nazione che già disponeva della superiorità militare terrestre e che occupava la posizione strategica centrale in Europa stava per dotarsi anche di una potenza navale sufficientemente forte da neutralizzare quella britannica» . Quale comportamento allora tenere da parte del governo di Londra davanti al doppio pericolo di provenienza sia russa che tedesca? Sulla base della sua formula geopolitica che assegnava alla Russia la funzione di «cuore della terra» (Heartland) con spinta espansiva verso i mari caldi dell’Oceano Atlantico, bisognava impedirne assolutamente l’incontro con la Germania, che avrebbe potuto dar vita ad una potenza ibrida, sia di mare che di terra, sul continente euroasiatico. Da ciò il suggerimento strategico di operare per mantenerle separate, sostenendo la Russia quando assalita dalla Germania (come sarà nelle due guerre mondiali) ed appoggiando la Germania se minacciata dalla Russia, come durante la “guerra fredda”.
Che l’occupazione definitiva del mondo da parte delle grandi potenze europee avesse fatto fare un salto di qualità al sistema delle relazioni economiche internazionali, rendendo impossibili le buone regole del “dolce commercio”, era una idea condivisa anche da Vladimir Lenin nel suo celebre «saggio popolare» sull’Imperialismo come fase suprema del capitalismo, pubblicato nel 1917, in cui s’intendeva offrire (come detto in prefazione alla ristampa del 1920) «il quadro complessivo dell’economia capitalistica mondiale, nelle sue reciproche relazioni internazionali, ai primordi del secolo XX, alla vigilia della prima guerra imperialistica mondiale» – in cui merita sottolineare la qualifica di “imperialistica” della guerra del 1914-18 e l’annotazione che sarebbe stata la “prima” di altre. A differenza di Mackinder, Lenin s’appoggiava sull’analisi marxiana del capitale per riconoscerne nella fase imperialistica una “mutazione genetica” dovuta al trapasso del mercato concorrenziale a monopolistico e del capitale industriale a capitale finanziario (da intendersi, in citazione da Rudolf Hilferding, come «il capitale di cui dispongono le banche ma che è impiegato dagli industriali» ). C’erano però altre tre caratteristiche proprie dell’imperialismo che andavano sottolineate, e cioè che «per il più recente capitalismo sotto il dominio dei monopoli è diventata caratteristica l’esportazione di capitale» venendo sempre più a mancare la convenienza ad un investimento redditizio in patria, da cui la spinta frenetica dei capitalisti ad occupare tutti gli spazi liberi del pianeta «non per loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione (dei capitali) li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti» ; e poi anche (in stretta concordanza con l’analisi di Mackinder) che, a forza d’esportar capitali, l’approdo ultimo dell’imperialismo sarebbe stata «la definitiva spartizione della terra, definitiva non già nel senso che sia impossibile una nuova spartizione – ché anzi nuove spartizioni sono possibili e inevitabili – ma nel senso che la politica coloniale dei paesi capitalistici ha condotto a termine l’arraffamento di terre non occupate sul nostro pianeta. Il mondo per la prima volta appare completamente ripartito, sicché in avvenire è possibile soltanto una nuova spartizione, cioè il passaggio da un “padrone” ad un altro» .
Era a questa dimensione ultimativa del mondo che si proponeva il rischio di una guerra perché la nazione che non poteva più espandersi territorialmente, avrebbero potuto farlo soltanto a spese di qualcun’altra. Era pur vero che la sostanza generale del capitale, come descritta da Marx, rimaneva una soltanto, ma essa s’incarnava in soggetti imperialistici distinti (così come il comune carattere umano s’invera nei singoli individui) che si fronteggiavano economicamente davanti alla raggiunta finitezza del mondo. Dovendosi quindi declinare l’imperialismo al plurale, in un sistema di «concorrenza di diversi imperialismi» ce ne sarebbe stato prima o poi qualcuno che avrebbe deciso di cambiare l’ordine del mondo con « attriti, conflitti e lotte nelle forme più svariate» , compresa inevitabilmente la guerra. Ecco perché che nella fase imperialistica «i capitalisti non soltanto hanno una ragione per fare la guerra, ma non possono non farla se vogliono conservare il capitalismo, poiché senza una spartizione forzata delle colonie i nuovi paesi imperialisti non possono avere quei privilegi di cui usufruiscono le potenze imperialistiche più vecchie e meno forti» . Perfino le alleanze inter-imperialiste, che alle volte potevano manifestarsi, «non sono altro che un momento di respiro tra una guerra e l’altra, qualsiasi forma assumano dette alleanze, sia quella di una coalizione imperialista contro un’altra coalizione imperialistica, sia quello di una lega generale tra tutti i paesi imperialisti. Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta nascono da queste; le une e le altre forme si determinano reciprocamente e producono, sull’unico e identico terreno dei nessi imperialistici e dei rapporti dell’economia mondiale e della politica mondiale, l’alternarsi della forma pacifica o non pacifica della lotta» .
Ecco così rivelata la ragione della Grande Guerra Europea fragorosamente esplosa nell’agosto 1914: si trattava di una guerra imperialista nata dalle rivalità internazionali nelle zone d’attrito in Asia e in Africa, ma scaricatesi infine sul continente europeo dove da tempo avevano preso a confrontarsi i due “blocchi” contrapposti della Triplice Intesa (Russia, Francia e Gran Bretagna) e della Triplice Alleanza (Germania, Austria-Ungheria e Italia). Quando avessero fallito le acrobazie diplomatiche, i conti si sarebbero regolati a forza di uomini armati sia su quella “fronte occidentale” che opponeva la Francia alla Germania che su quella orientale che divideva Germania ed Austria-Ungheria dalla Russia (l’Italia, sul momento, si era prudentemente messa in stand-by proclamandosi neutrale).

Old” Engels e la Grande Guerra Europea.

Nel settembre del 1914 Lenin aveva prontamente spiegato la natura della guerra appena in corso: «la guerra europea, preparata durante decenni dai governi e dai partiti borghesi di tutti i paesi, è scoppiata. L’aumento degli armamenti, l’estremo inasprimento della lotta per i mercati nella nuova fase imperialista di sviluppo del capitalismo nei paesi più avanzati, gli interessi dinastici delle monarchie più arretrate dell’Europa orientale, dovevano inevitabilmente condurre, e hanno condotto, a questa guerra… Alla socialdemocrazia incombe innanzi tutto il dovere di svelare il vero significato della guerra e di smascherare senza pietà le menzogne, i sofismi e le frasi “patriottiche” propagate dalle classi dominanti, dai grandi proprietari fondiari e dalla borghesia in difesa della guerra» . Infatti soltanto la “socialdemocrazia” (la “sinistra”, come allora la si denominava) era attrezzata a questo compito di denuncia potendo contare sulla preveggenza di Friedrich Engels, negli ultimi anni dell’Ottocento, sull’alta probabilità in avvenire di una Grande Guerra Europea.
Anche per Engels la causa originaria stava nelle trasformazioni economiche imposte al capitalismo dalla Grande Depressione che, cominciata nel maggio del 1873, doveva proseguire, con pochi e brevi intervalli di ripresa, fino al 1896. Così lo storico economico Landes l’ha poi descritta: «gli anni dal 1873 al 1896 parvero a molti contemporanei una sconcertante deviazione dall’esperienza storica… Fu la più drastica deflazione a memoria d’uomo… durante la quale i profitti si contrassero in una depressione economica che sembrava trascinarsi interminabilmente» (ebbe fine soltanto con la scoperta delle miniere d’oro in Alaska e in Transvaal che, aumentando la massa della moneta circolante, poté rovesciare l’esageratamente prolungata caduta dei prezzi). Di quella particolare congiuntura economica Engels si era fatto attento osservatore: «noi viviamo dal 1876 in una cronica situazione stagnante in tutti i rami principali dell’industria. Né viene la completa catastrofe né il lungamente bramato tempo della fioritura degli affari su cui noi credevamo di avere un diritto, tanto prima che dopo il crack» . Ma, oltre a questo, l’Inghilterra doveva anche fronteggiare la comparsa di nuovi Stati capitalisti, come la Germania, gli Stati Uniti o il Giappone, che ne insidiavano la supremazia planetaria. La loro aggressiva presenza apriva una stagione d’incertezza nell’ordine economico internazionale che avrebbe imposto una difficile risistemazione e proprio in questa crisi sociale e politica globale per Engels andava ritrovata la miccia che avrebbe potuto condurre ad una Grande Guerra Europea necessaria a far recuperare ad un qualche Stato nazionale (a scapito di altri) quei mercati di sbocco che stentavano a crescere in patria «mentre la forza produttiva cresce in proporzione geometrica» . Era infatti il bisogno d’esportare all’estero merci e capitali che costringeva ad una rivalità intercapitalistica la cui prima vittima era quella politica di “libero scambio” che veniva celebrata dagli economisti. Ed Engels a commento: «la teoria del libero scambio aveva in fondo un supposizione: che l’Inghilterra doveva divenire l’unico grande centro industriale di un mondo agricolo, ma i fatti hanno smentito completamente questa supposizione. Le condizioni della moderna industria (forza a vapore e meccanica) si possono produrre ovunque v’è combustibile e specie il carbone: Francia, Belgio, Germania, America e la Russia stessa… E quale sarà mai la conseguenza se le merci continentali e specie americane erompono in massa ognora crescente, se la parte da leone ancora toccante alle fabbriche inglesi nel mantenimento del mondo di anno in anno si rimpicciolisce? Rispondi, libero scambio, tu rimedio universale!» . A difesa delle proprie aree privilegiate di commercio ed investimento ogni Stato nazionale aveva adottato precise politiche protezionistiche che erano foriere di una, per il momento latente, conflittualità perché «questi dazi rappresentano in realtà solo degli armamenti per la definitiva campagna industriale universale che dovrà decidere della supremazia sul mercato mondiale» .
Ma la conquista del mondo da parte di ciascuna nazione europea per le necessità della propria accumulazione di capitale, «siccome la terra è rotonda» , avrebbe comunque trovato un limite quando tutto il globo fosse stato “preso”. Ed Engels avvertiva nel 1885 che questo limite era pericolosamente vicino perché «i nuovi mercati divengono ogni giorno più rari… e quale sarà la fine di tutto questo? La produzione capitalistica non può divenire stabile, essa deve crescere, deve estendersi o morire,…. ma questa espansione diviene ora impossibile. La produzione capitalistica corre in un vicolo cieco» . A ritardare di toccare quel limite ogni singolo capitalismo, da solo o in alleanza con altri, avrebbe dovuto strappare ad un altro capitalismo o ad un’altra alleanza i loro mercati, ma per questo sarebbe stata necessaria una forza militare schiacciante, da cui quella corsa agli armamenti, in proporzioni mai viste prima di allora, in cui si erano buttate le grandi potenze europee: se nel 1880 le spese militari di Germania, Austria-Ungheria, Gran Bretagna, Russia, Italia e Francia erano ammontate a 132 milioni di sterline, nel 1900 erano salite a 205 milioni .
Però le armi hanno il difetto, prima o poi, di sparare. Ed Engels: «una guerra? E’ facile cominciarla, ma è estremamente difficile prevedere cosa accadrà una volta iniziata… La pace continua solo perché la tecnica degli armamenti si sviluppa di continuo e di conseguenza nessuno è preparato, e così tutti tremano al pensiero di una guerra mondiale (che è poi l’unica possibile) con effetti assolutamente incalcolabili» , «ma non appena si sparerà il primo colpo, il cavallo prenderà la mano al cavaliere e partirà di gran carriera» . E quali avrebbero potuto essere, se non spaventose, le conseguenze su di una Europa già spaccata «in due grandi campi avversi: la Russia e la Francia da una parte, la Germania e l’Austria dall’altra» a causa delle questioni irrisolte dell’Alsazia-Lorena tra Francia alla Germania e dei Balcani tra Russia e Germania?
Alla fine degli anni ’80 dell’Ottocento la prospettiva di una Grande Guerra Europea appariva ad Engels così probabile da discuterne ampiamente nella corrispondenza fino a darne un intero scenario di svolgimento possibile. Intanto, chi l’avrebbe potuta scatenare? La Russia, perché «chi oserebbe oggi addossarsi la responsabilità di provocarla, se non forse la Russia, il cui territorio, grazie alla sua enorme estensione, non può essere conquistato» ? E dove sarebbe cominciata se non nei Balcani? «La prossima guerra, se mai verrà,… avrà l’avvio nei Balcani e tutt’al più potrà rimanere per un po’ di tempo neutrale l’Inghilterra» . Da qui la sua opposizione viscerale alle rivendicazioni panslaviste che gli rimproverava Eduard Bernstein: «che la mia lettera non la convinca, poiché lei aveva già simpatia verso gli slavi meridionali “oppressi”, è assai comprensibile. Noi tutti, nella misura in cui siamo passati attraverso il liberalismo, abbiamo inizialmente condiviso queste simpatie per tutte le nazionalità “oppresse”, e io so quanto tempo e quanto studio mi è costato liberarmene definitivamente… (Ma) se un paio di Erzegovini vogliono dare il via ad una guerra mondiale che costerebbe mille volte gli uomini che popolano l’intera Erzegovina – questo secondo me non ha nulla a che fare con la politica del proletariato» .
Ma era la dimensione di massa che avrebbe preso l’evento bellico che più angustiava il vecchio Engels perché questa volta la guerra sarebbe stata combattuta in una maniera ben diversa dalle battaglie campali a ranghi serrati di un tempo che «non esistono più e chi vuol riesumarle sarà falciato dal fuoco delle armi moderne» . Erano infatti queste nuove armi (avrebbe mai immaginato le mitragliatrici e i carri armati?) a «sconvolgere tutti i calcoli:… non ancora mai state sperimentate in una guerra, non sappiamo affatto quali sarebbero gli effetti di questa rivoluzione dell’armamento sulla tattica e sul morale dei soldati» . Come che fosse, «quello che è assai probabile che accada è una guerra di posizione con esito incerto al confine francese, una guerra offensiva con conquista delle fortezze polacche al confine russo e la rivoluzione a Pietroburgo che faccia vedere all’improvviso ai signori della guerra tutto in un’altra luce. Comunque è sicuro: non ci saranno più soluzioni rapide e marce trionfali né verso Berlino né verso Parigi» . Ma pure un’altra cosa gli era sicura: che «questa guerra nella quale quindici o venti milioni di uomini armati si scannerebbero e devasterebbero l’Europa come mai non fu devastata, questa guerra o produrrebbe il trionfo immediato del socialismo oppure sconvolgerebbe talmente l’antico ordine delle cose e si lascerebbe dietro dappertutto un tale cumulo di rovine, che la vecchia società capitalistica diverrebbe più impossibile che mai» . «E tutto questo contro la piccolissima possibilità che da questa guerra accanita scaturisca una rivoluzione? Questo mi fa orrore» .
Nella sua fosca previsione però Engels andava anche oltre immaginando lo svolgimento delle operazioni militari e chi, alla fine, avrebbe vinto. Intanto la Germania sarebbe stata impegnata su due fronti, con «la Russia debole nell’attacco ma enormemente forte nella difesa e colpirla al cuore è impossibile. La Francia è forte nell’attacco, ma dopo un paio di sconfitte è resa inabile ed inoffensiva… (Di conseguenza) contenere i russi e sconfiggere i francesi: la guerra dovrà iniziare così… ma i francesi non si lasceranno sconfiggere così facilmente… Nel caso più favorevole si arriverà ad una battaglia su vari fronti, condotta con l’aiuto di sempre nuovi rinforzi, su entrambi i lati, sino all’esaurimento di una delle parti o a causa dell’attivo intervento dell’Inghilterra che, nelle condizioni date, può prendere per fame la parte contro cui si risolve ad agire» . Infatti, «se nessuna rivoluzione interrompe la guerra, se si lascia che segua il suo corso, la vittoria andrà alla parte che otterrà l’appoggio dell’Inghilterra» perché «non dimentichiamolo: nella prossima guerra chi deciderà sarà l’Inghilterra» .
Tuttavia avrebbe potuto esserci una sorpresa finale che avrebbe potuto porre termine addirittura alla centralità storica europea. Infatti, se mai «si combattesse fino alla fine senza che all’interno si muova nulla, avremo un esaurimento come l’Europa non ne conosce da 200 anni. L’industria americana vincerebbe su tutta la linea e noi saremmo di fronte all’alternativa: o regredire semplicemente all’agricoltura per uso interno (il grano americano non lascia altre possibilità), oppure una trasformazione sociale» di cui gli era impossibile immaginare le coordinate . Così, nello scontro imperialistico fra Gran Bretagna e Germania, se la Germania avrebbe perso la guerra, la Gran Bretagna avrebbe potuto perdere la pace a pro’ di quel “terzo incomodo” che erano gli Stati Uniti d’America che Engels era andato a visitare nel 1888 tornandone impressionato perché «se gli americani incominciano, lo faranno con una energia e una violenza a paragone delle quali noi in Europa saremo come bambini» .

Il capitale è “uno”, ma gli Stati sono tanti: da Bucharin a Kautsky.

Quando la Grande Guerra in Europa scoppiò, tutto andò come Engels aveva previsto. L’occasione contingente fu a Sarajevo, nei Balcani, il 28 giugno 1914 che provocò l’ultimatum austro-ungarico alla Serbia ed infine la mobilitazione dell’esercito russo al confine. Seguirono dichiarazioni di guerra a ripetizione, fino a quello della Gran Bretagna alla Germania (il 4 agosto) che, a dar retta alla previsione engelsiana, ipotecò la sorte del conflitto: avrebbe vinto la Triplice Intesa di Francia, Russia e Inghilterra, a cui nel 1915 s’accodò l’Italia cambiando agilmente di fronte. Però Engels avrebbe mai immaginato che, per chiudere la partita con gli Imperi Centrali, ci sarebbero voluti 51 mesi d’«inutile strage» (come la maledisse papa Benedetto XIV)?
E tuttavia strage “inutile” non fu se, ricondotta alla sua “ragion economica, servì alle nazioni vincitrici per ridefinire i propri ambiti d’espansione imperialistica nel mondo. Ristampando nel 1920 il suo Imperialismo Lenin avrebbe spiegato al lettore che «nell’opuscolo è dimostrato che la guerra del 1914-18 fu imperialistica (cioè di usurpazione, di rapina, di brigantaggio) da ambo le parti, che si trattò di un guerra per la spartizione del mondo, per una suddivisione e nuova ripartizione delle colonie, delle “sfere di influenza” del capitale finanziario, e via dicendo. La dimostrazione del vero carattere sociale o, più esattamente, classista della guerra, non è contenuta, naturalmente, nella storia diplomatica della medesima, ma nell’analisi della situazione oggettiva delle classi dominanti in tutti gli Stati che vi parteciparono» . E che fosse lotta per la spartizione di un “bottino” lo prova il caso del Giappone che il 23 agosto 1914, su istigazione britannica, dichiarò anch’esso guerra alla Germania solo per impadronirsi di tutte le colonie tedesche nel Pacifico!
Sul finire del 1915 spettò a Nikolaj Bucharin approfondire le cause della Grande Guerra in corso in L’economia mondiale e l’imperialismo. Che fosse una guerra imperialista era per lui fuor di dubbio, ma essa era motivata in specifico dalla contraddizione tra le due tendenze alla internazionalizzazione del capitale e alla nazionalizzazione degli interessi economici che non erano affatto convergenti. Certamente al livello del mercato mondiale «il capitale si internazionalizza: si riversa all’estero nelle fabbriche e nelle miniere, nelle piantagioni e nelle ferrovie, nelle linee di navigazione e nelle banche, cresce di volume, rimette parte del plusvalore in patria, dove questa parte può iniziare il suo movimento autonomo, accumula un’altra sua parte, allarga ancora ed ancora la sfera della sua applicazione, crea una rete sempre più fitta di subordinazione internazionale» . Ma questa era soltanto la metà del processo perché il capitale esportato all’estero doveva essere difeso dagli appetiti altrui che potevano insidiarlo. Ecco perché alla globalizzazione dei mercati s’accompagnava necessariamente la «nazionalizzazione degli interessi capitalistici» allo scopo di garantirsi la “chiusura” delle proprie aree d’investimento con ogni mezzo: dalle pratiche monopolistiche alle politiche doganali ed anche, se necessario, con il «pugno corazzato del potere statale» . Era per questo che «la capacità di lotta sul mercato mondiale dipende in tal modo dalla forza e dalla compattezza della “nazione”, delle sue risorse finanziarie e militari» . E dalla sua contraddizione con l’internazionalizzazione dei mercati scaturiva la guerra, manifestazione ultima dell’ostilità dei singoli imperialismi organizzati «nei limiti delle unità statali», essendo «la coesione statale solo l’espressione della coesione economica» . «Agenti sociali di questa contraddizione sono i diversi gruppi della borghesia organizzati in Stati con i loro interessi contraddittori,… compatti gruppi “nazionali” armati dalla testa ai piedi e pronti a gettarsi l’uno sull’altro ad ogni momento» .
Ora si può anche discutere sulla definizione buchariniana di questa union sacréé nazionale di economia e politica come di un «trust capitalistico di Stato» , rispetto al quale il Parlamento servirebbe soltanto «come decorazione dove vengono fatte passare le decisioni preparate in precedenza dalle organizzazioni imprenditoriali e dove la volontà collettiva di tutta la borghesia compatta trova semplicemente la sua consacrazione formale» , che può sembrare troppo semplicistica. Resta però il fatto che, messa in questi termini, l’unità d’intenti capitalistica mondiale appariva una cosa ben fragile davanti a un «capitale frazionato in gruppi “nazionali”» impegnati a costituire, difendere ed allargare i propri spazi economici vitali. Per questo a Bucharin pareva assurdo qualsiasi programma di disarmo: «per quei trusts capitalistici di Stato che occupano le prime posizioni sul mercato mondiale… balena la possibilità di soggiogare tutto il mondo, campo di sfruttamento di grandezza mai vista… e la borghesia dovrebbe essere disposta a barattare questo “elevato” ideale per il piatto di lenticchie dei “vantaggi” del disarmo! E dov’è la garanzia per quel trust capitalistico di Stato che un qualche suo perfido rivale, anche dopo gli impegni e le “garanzie” formali, non cominci di nuovo la politica di prima?… Basta che un trust capitalistico di Stato forte, per esempio l’America, si muova contro gli altri, anche se questi sono “uniti,” perché tutti gli “accordi” vadano in pezzi» .
Altrettanto «deviazione opportunistica» gli sembrava l’idea, espressa da Karl Kautsky in una serie di articoli sulla “Neue Zeit” del 1915, di un possibile risultato della Grande Guerra in direzione di una «politica ultra-imperialista la quale, al posto della lotta fra i vari capitalismi finanziari nazionali instauri lo sfruttamento comune del mondo da parte del capitale finanziario internazionale riunito» . Per Kautsky il trauma della guerra europea avrebbe potuto «condurre al rafforzamento dei deboli germi dell’ultra-imperialismo», affrettandone uno sviluppo «che in tempo di pace si sarebbe dovuto attendere lungamente» ed aprendo così «un’era di nuove speranze e di attese nell’orbita del capitalismo» . Ed i lavoratori? Avrebbero dovuto sostenere questo possibile sviluppo portandosi sulle posizioni di quella “borghesia pacifista” composta da «piccoli borghesi, piccoli contadini e persino molti capitalisti e intellettuali non legati all’imperialismo da interessi più forti dei danni che questi strati soffrono a causa della guerra e degli armamenti» . Ma quando mai, doveva insorgere Lenin nello stesso 1915 discutendo del Fallimento della II Internazionale! «Kautsky è riuscito a prostituire il marxismo in modo inaudito e a trasformarsi in un prete vero e proprio… (che) consola le masse oppresse col quadro lusinghiero di questo “ultra-imperialismo”, pur non osando dire se esso è “realizzabile”! Feuerbach mostrava giustamente a coloro che difendevano la religione adducendo che essa consola l’uomo, il carattere reazionario della consolazione (perché) chi consola lo schiavo, invece di spingerlo alla ribellione contro la schiavitù, aiuta i proprietari di schiavi» .
Eppure, per dare proprio a ciascuno il suo, va detto che lo stesso Kautsky era in forte dubbio sulla riuscita di quel suo “ultra-imperialismo” per il quale, scriveva, «non si hanno ancora premesse sufficienti». In alternativa egli prevedeva perciò una ben più tragica uscita dalla Grande Guerra che avrebbe potuto «far divampare al più alto grado l’odio nazionale anche fra i magnati del capitale finanziario, intensificando la gara degli armamenti e rendendo inevitabile una seconda guerra mondiale» . Ad evitarla sarebbe forse bastato disarmare l’Europa? Niente affatto, tagliava corto Bucharin, perché «finita questa guerra nuovi problemi dovranno essere risolti con la spada… e se mai si unirà tutta l’Europa, ciò non significherà affatto il “disarmo”. Ciò significherà un balzo in avanti mai visto del militarismo, poiché sarà allora il turno della lotta con l’America e con l’Asia» .

La pace con gli “Stati Uniti d’Europa”? Da Trotskij a Lenin.

Ad evocare una “Europa unita” quale unica salvaguardia della pace per gli anni a venire si era provato Leon Trotskij con lo scritto La guerra e l’Internazionale, tempestivamente pubblicato nell’ottobre 1914. Alle spalle della sua riflessione stava soprattutto il fallimento della Seconda Internazionale che, dopo aver minacciato nei suoi Congressi (soprattutto a Stoccarda nel 1907 e a Basilea nel 1912) lo “sciopero generale e militare” nel caso di una guerra imperialista, all’atto pratico si era tirata indietro lasciando che ciascun partito socialdemocratico facesse come gli pareva, con i tedeschi e i francesi subito accorsi a votare i “crediti di guerra”. Ma non bisognava difendersi dall’aggressione avversaria? E comunque, a giustificazione del “tradimento”, non c’erano le parole del vecchio Engels in difesa della “sua” patria tedesca? «Se la Francia e la Russia alleate attaccassero la Germania, questa difenderebbe con tutte le sue forze la sua esistenza nazionale, alla quale i socialisti tedeschi sono interessati ancor più della borghesia, e i socialisti combatterebbero fino all’ultimo uomo» . La sua avversione allo zarismo era tale da fargli scrivere che, «se la Russia dà inizio alla guerra, ci batteremo contro i russi e i loro alleati, chiunque essi siano» perché qui «si tratta della difesa della nazione e, per noi, del consolidarsi della nostra posizione e dei possibili sviluppi futuri» .
Come si vede, la brutta parola “nazione” era già stata pronunciata dal vecchio amico di Marx e fu così che nell’agosto del 1914 l’“amor di patrie” (da declinarsi doverosamente al plurale) fece aggio sull’internazionalismo di classe, mentre i confini di Stato si alzarono a delimitare non soltanto l’ambito dei territori in guerra, ma i singoli distaccamenti di lavoratori che si riconoscevano più affini ai propri capitalisti che agli operai stranieri. Era su questa fallimento drammatico dello spirito internazionalista che interveniva Trotskij denunciando, oltre la “nazionalizzazione” degli interessi capitalistici, la nazionalizzazione della stessa coscienza di classe. Sebbene «la politica dell’imperialismo dimostri inanzi tutto che i vecchi Stati nazionali creatisi in Europa in seguito alle rivoluzioni e alle guerre… sono superati e si sono trasformati in catene insopportabili per lo sviluppo ulteriore della forze produttive,… il nazionalismo può continuare a sussistere come fattore culturale, ideologico e psicologico» infettando anche il movimento operaio. A dispetto del fatto che la guerra appena scoppiata avesse subito messo in luce «il suo reale contenuto di una lotta a morte tra Germania ed Inghilterra… per una nuova divisione imperialistica dei popoli della terra» , i partiti socialisti, che «erano partiti nazionali,… sono accorsi in aiuto delle strutture statali conservatrici» trascinando con sé le masse proletarie delle singole nazioni in guerra in un conflitto che per loro era fratricida. Da qui la necessità politica urgente di fargli ritrovare una unità di coscienza che superasse le frontiere statali, il che per Trotskij si poteva guadagnare dando loro «una nuova patria, assai più potente e assai più stabile: gli Stati Uniti d’Europa come fase transitoria verso gli Stati Uniti del Mondo» .
La proposta, portata alla Conferenza delle Sezioni all’Estero del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, venne presa in considerazione, ma solo dopo che anche «il lato economico della questione» fosse stato considerato. A ciò provvide Lenin in una nota dell’agosto 1915: Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, stroncandola però senza remissione. «Assolutamente inattaccabile come parola d’ordine politica», gli Stati Uniti d’Europa, quando esaminati dal punto di vista di classe, «dal punto di vista delle condizioni economiche dell’imperialismo, ossia dell’esportazione del capitale e della divisione del mondo da parte delle potenze coloniali “progredite” e “civili”», in mancanza di una preventiva rivoluzione socialista non potevano che essere giudicati «o impossibili o reazionari» .
Perché impossibili? Perché in Europa gli Stati in grado di contendersi gli spazi d’esportazione del capitale (Gran Bretagna, Francia, Germania e Russia), finita ormai la “coesistenza pacifica” per l’esaurimento delle “terre libere”, non potevano avere «altro principio di spartizione che la forza… e per mettere a prova la forza reale di uno Stato capitalista non c’è altro mezzo che la guerra» . Per questo, a guerra terminata, sarebbero risorte comunque le rivalità, e non solo tra vincitori e vinti, ma pure tra i vincitori. Questa volta però avrebbe potuto esserci una limitazione alla violenza reciproca provocata dall’entrata in scena del “terzo incomodo” degli Stati Uniti d’America. Per fargli fronte le grandi potenze europee avrebbero potuto convenire di darsi una forma statale comune, ma «sulla base economica attuale, ossia in regime capitalistico, questi Stati Uniti d’Europa significherebbero soltanto l’organizzazione della reazione per frenare lo sviluppo più rapido dell’America» . Per questa ragione, se mai venissero realizzati, essi sarebbero stati reazionari e rispetto ad essi lavoratori avrebbero dovuto mantenere tutta la propria autonomia di classe. Ma come che fosse, erano queste le ragioni per cui Lenin ne poteva concludere che «la parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa è sbagliata» .
Ma, se mai fossero diventati possibili, come muoversi nei loro confronti? Se Lenin nulla ha detto al riguardo, lo si può però arguire per analogia con quanto indicato a proposito del comportamento da tenere verso la guerra,m rispetto alla quale «una classe rivoluzionaria non può, durante una guerra reazionaria, non augurarsi la sconfitta del proprio governo» . E quindi altrettanto avrebbe dovuto valere davanti agli Stati Uniti d’Europa, così che «l’unica politica di rottura – non a parole – e di riconoscimento della lotta di classe è la politica per la quale il proletariato approfitta delle difficoltà del proprio governo e della propria borghesia al fine di abbatterli. Ma non si può ottenere questo, non si può tendere a questo senza augurarsi la disfatta del proprio governo, senza cooperare a tale disfatta» .

(*) Il Professor Giorgio Gattei insegna Economia all’Università di Bologna.

Il ritorno del fantasma greco.

grecia

 

Nel silenzio colpevole dei media internazionali la situazione finanziaria greca si fa di nuovo problematica. Oggi il rendimento dei bond a dieci anni dello stato greco ha raggiunto un tasso del 7,09% con uno spread di 625 punti base rispetto ai bund tedeschi. Siamo ritornati insomma in zona rossa. La prima conseguenza si è avuta nelle quotazioni della borsa di Atene che è crollata del 5,7%.

Se questo fenomeno di rialzo repentino dei tassi non rientrerà rapidamente è chiaro che per la Grecia si prospettano scenari inquietanti: tassi insostenibili come questi, porteranno a costi altissimi di rifinanziamento del debito, di conseguenza ad un esplosione del deficit statale ed in definitiva alla necessità di un nuovo bailout dalle autorità europee se non, addirittura, dalla famigerata Trojka (FMI, UE, BCE). Inutile dire che questo possibile nuovo bailout non sarebbe “gratis” ma al prezzo di ulteriori tagli alle spese dello stato che porterebbero ad una ulteriore caduta nella recessione dell’economia greca.

Al di là del dramma infinito di questa sfortunata nazione va inoltre sottolineato che questa impennata dei tassi potrebbe essere il segnale che qualcosa si sta perturbando nel mare magnum dei mercati obbligazionari europei (soprattutto dei paesi periferici). I segnali che fanno ipotizzare questo sono molteplici: dalla caduta di molti stati in una situazione di deflazione conclamata, al collasso di qualche istituto bancario (per esempio il Banco Espirito Santo in Portogallo o la situazione di estrema difficoltà del sistema bancario bulgaro). Non solo, anche i paesi “core” dell’UE danno segni di difficoltà, a partire dalla Germania che ha tagliato i tassi di crescita del Pil per il prossimo anno e che vede la fiducia degli imprenditori ai minimi da alcuni anni a questa parte. Il tutto poi, come se non bastasse, va inquadrato in un contesto internazionale problematico: basta pensare allo scontro “geopolitico” tra UE ed USA da una parte e Russia dall’altro, con coda di sanzioni e controsanzioni tra i due blocchi.

Nuvole nere all’orizzonte: il rischio di una nuova tempesta non si può escludere.

La rivincita del capitale: 40 anni di RDT, 25 anni dopo

DDR

di Vladimiro Giacché

La leggenda di una economia tedesco-orientale al disastro nel 1989 – anzi: da sempre disastrosa – è ormai diventata senso comune, non solo in Germania. Ma è falsa. Non soltanto le difficoltà economiche della Repubblica Democratica Tedesca non ne facevano una “economia decotta” (“marode Wirtschaft”), ma i risultati raggiunti in 40 anni di storia vanno considerati tutt’altro che trascurabili. A dispetto di condizioni di partenza e di contesto estremamente sfavorevoli.La storia della RDT inizia il 7 ottobre 1949 con un paese semidistrutto dalla guerra. A differenza della Germania Ovest, è privo di materie prime e per giunta deve sopportare quasi per intero il peso delle riparazioni di guerra decise dai vincitori e dovute all’Unione Sovietica. Siccome la RFT smise molto presto di onorare le sue obbligazioni, le riparazioni pagate dalla RDT finirono per ammontare a 99,1 miliardi (DM del 1953) contro i 2,1 miliardi pagati dalla RFT. Un rapporto di 98 a 2. Calcolata per abitante, la sproporzione è ancora maggiore: 130 a 1. Nel 1989 il prof. Arno Peters calcolò quanto avrebbe dovuto pagare la RFT alla RDT per pareggiare il conto, computando gli interessi: 727,1 miliardi DM del 1989. Questo enorme peso aggravò la scarsità di capitali della RDT e ne condizionò il futuro, rallentandone il tasso di accumulazione. Un altro elemento sfavorevole per la RDT fu rappresentato, sino al 1961, dall’emigrazione all’Ovest di 2 milioni di persone (circa il 20% della forza lavoro complessiva). Complessivamente sfavorevole fu anche l’integrazione nel COMECON, composto da economie – salvo la Cecoslovacchia e la stessa RDT – più arretrate di quelle occidentali, ma soprattutto tagliato fuori dal mercato mondiale. Alla segregazione dal mercato mondiale contribuì non poco la RFT, con la cosiddetta “dottrina Hallstein”, che prevedeva l’interruzione dei rapporti diplomatici con i Paesi che avessero riconosciuto la RDT. Infine, sino all’ultimo restò in vigore l’embargo occidentale sull’alta tecnologia, che costrinse la RDT a costruire da sé molti prodotti che in teoria sarebbe costato di meno comprare. I fattori positivi dell’integrazione nel COMECON, rappresentati dall’accesso al mercato sovietico, che consentiva economie di scala ideali per la produzione in serie di macchinari, e l’acquisto del petrolio per anni al di sotto dei prezzi internazionali, non sono tali da controbilanciare quei lati negativi.

Le vicende dell’economia della RDT

Il sistema economico della RDT fu inizialmente rigidamente centralizzato, sul modello sovietico. Questo sistema diede frutti positivi nei primi anni della ricostruzione, ma col passare degli anni si adattò sempre meno a un paese industrialmente avanzato quale la RDT. Si pose in particolare il problema di lasciare maggiore autonomia alle imprese, pur nella cornice dell’economia pianificata. Nacque così il più importante tentativo di riforma del sistema economico della RDT: esso trovò il convinto sostegno di Walter Ulbricht, allora segretario della SED, e fu effettuato nei primi anni Sessanta. Il “Nuovo sistema economico di pianificazione e direzione” prevedeva l’introduzione di meccanismi di mercato e sistemi di incentivazione materiali per imprese e lavoratori: l’obiettivo era far sì che l’interesse dei singoli attori economici coincidesse con quello del sistema.La riforma produsse risultati economici importanti: dal 1964 al 1970 la crescita del reddito nazionale fu in media del 5% annuo, e il tasso di accumulazione dal 1965 superò il 20%. Ma essa incontrò due problemi. Il primo era che il sistema avrebbe dovuto basarsi su misure oggettive dei prezzi (per poter determinare valori, profitti e perdite); ma i prezzi erano fissati in maniera amministrativa, e non fondati sul rapporto tra domanda e offerta: e quindi non rappresentavano un metro di misura affidabile. Il secondo e più grave problema consisteva nel rischio che l’ammissione di decisioni indipendenti delle entità economiche, oltre a comportare limitazioni all’amministrazione economica centrale, vulnerasse l’architettura del sistema, ivi incluso il ruolo guida del partito nell’indirizzare l’attività economica. Fu questo lo scoglio su cui si infranse il tentativo di riforma e fini la leadership di Ulbricht. La politica di Honecker rappresentò un’inversione di rotta rispetto alle riforme economiche. Tre i cardini di questa politica. Primo: l’“unità della politica economica e sociale”, che prevedeva una corrispondenza tra crescita economica (prevista al 4% annuo) e aumento dei redditi. Secondo: la sottolineatura del ruolo della classe operaia come “forza dirigente della società”, da cui si fece discendere la liquidazione delle imprese private ancora presenti. Terzo: un grande piano di edilizia popolare. Il secondo punto era un grave errore che privò l’economia della RDT di circa 11.000 imprese vitali che svolgevano un ruolo importante e complicò i compiti della pianificazione centrale. Il primo e il terzo punto rappresentavano un piano ambizioso di distribuzione della ricchezza, che in parte fu realizzato ed ebbe effetti non trascurabili in termini di benessere per la popolazione. Il prezzo però fu molto elevato. Si ebbero infatti tre fenomeni negativi. In primo luogo, i consumi e gli investimenti in edilizia andarono a scapito degli investimenti produttivi nel settore manifatturiero. La quota dell’accumulazione nel reddito nazionale scese dal 29% del 1970 al 21% del 1988, quella dell’accumulazione produttiva dal 16% al 9%. Questo si tradusse in un invecchiamento dei macchinari e in insufficienti investimenti infrastrutturali. E siccome il tasso di accumulazione è essenziale per la crescita futura, venivano così pregiudicati gli stessi tassi di crescita necessari per sostenere l’“unità di politica economica e sociale”. In secondo luogo si ebbe una crescita ininterrotta, nel bilancio dello Stato, del peso dei prezzi sovvenzionati (tenuti fermi, anche per molti generi non essenziali, ai livelli del 1944 e in qualche caso del 1936), che giunsero al 30% del bilancio nel 1988. Queste sovvenzioni non poterono più essere finanziate con i profitti delle imprese statali e costrinsero lo Stato a un crescente indebitamento. Crebbe quindi, in terzo luogo, il debito in valuta pregiata, con una spesa sempre più onerosa per interessi, anche a causa del drastico aumento dei tassi di interesse causato dalla stretta monetaria attuata da Volcker negli USA a partire dal 1979.Gli anni Ottanta sono caratterizzati dal non adempimento dei piani, da una crescente usura degli impianti e da insufficienti investimenti nelle infrastrutture, nella sanità e nella protezione dell’ambiente. L’economia della RDT continuò però a crescere, sia pure a tassi inferiori. Il reddito pro capite a fine anni Ottanta era di poco inferiore a quello della Gran Bretagna e molto superiore a quello della Spagna. Quanto a volume delle esportazioni (per oltre il 90% costituite da prodotti industriali), la RDT era al 16mo posto a livello mondiale e al 10mo posto in Europa. Da esse traeva oltre il 50% del proprio reddito nazionale. Negli anni Ottanta la produzione industriale per abitante era superiore a quella di tutti gli altri Paesi dell’Est (quasi doppia di quella dell’Ungheria e più che doppia di quella polacca). Prestazioni e servizi sociali, d’altra parte, erano molto più estesi che ad Ovest. Gli asili ospitavano più di 9 bambini in età prescolare su 10. C’era la piena occupazione, anche femminile: lavorava il 92 % delle donne in età da lavoro. La scuola era gratuita e garantita a tutti. Il 7 ottobre 1989 la RDT era il paese economicamente più avanzato tra i paesi dell’Europa Orientale. Aveva 20 miliardi di marchi di debiti con l’estero, ma era tutt’altro che “in bancarotta” (“pleite”), come invece si continua a sostenere (20 miliardi di marchi sono una cifra ridicola se confrontata con i debiti pubblici odierni degli Stati europei, Germania inclusa).

900 miliardi di marchi svaniti nel nulla

Quanto accadde dopo quel 7 ottobre è noto. Destituzione di Honecker, apertura del Muro, le elezioni del marzo 1990 che consegnano una vittoria schiacciante alla CDU dell’Est e ai suoi alleati, l’unione monetaria con l’Ovest nel luglio del 1990 e quella politica nell’ottobre dello stesso anno. Per capire la traiettoria dell’economia dell’Est della Germania in questi ultimi 25 anni bisogna partire proprio dall’unione monetaria, che fu effettuata non soltanto senza alcun periodo di transizione, ma al tasso di conversione di 1 a 1 per i prezzi correnti (mentre il tasso in uso per i commerci tra le due Germanie era di 1 a 4,44). L’allora presidente della Bundesbank Karl Otto Pöhl ebbe a dire anni dopo che in questo modo la RDT fu sottoposta a “una cura da cavallo che nessuna economia sarebbe in grado di sostenere”. In effetti le imprese della RDT persero con l’unione monetaria, in un colpo solo, il mercato della RFT e dei Paesi occidentali (per i quali veniva meno la convenienza di prezzo sino ad allora in essere), i mercati dell’Est, rispetto ai quali le transazioni ora avvenivano attraverso una valuta forte (e quindi anche in questo caso con una crescita sostanziale dei prezzi), e gran parte del mercato interno, che venne letteralmente invaso dai prodotti più convenienti della Germania Ovest. Non basta. Nel luglio 1990 le fabbriche e imprese statali della RDT vengono conferite alla Treuhandanstalt. La privatizzazione è considerata priorità assoluta, anche rispetto al risanamento. Moltissime imprese vengono liquidate, e l’87% di quelle privatizzate finisce in mano a imprese tedesco-occidentali. Nella migliore delle ipotesi, le imprese dell’Est divennero filiali di quelle dell’Ovest. Nella peggiore, furono comprate e chiuse per eliminare concorrenti e per speculare su terreni e immobili di pertinenza. Il risultato fu una distruzione di ricchezza sociale di enormi proporzioni. Se il 19 ottobre 1990 l’allora presidente della Treuhand, Rohwedder, aveva potuto indicare in 600 miliardi di marchi il valore “dell’intera insalata” da privatizzare, quando a fine 1994 la Treuhand chiuse i battenti al posto di quella cifra era comparso un buco di 256 miliardi: era stato distrutto valore per circa 900 miliardi di marchi. Ancora maggiori furono i costi sociali. Secondo stime governative tra fine 1989 e inizio 1990 le imprese poi passate sotto il controllo della Treuhand occupavano 4 milioni e 100 mila lavoratori. Alla fine del 1994 ne restavano appena 104.000. La Treuhand vantava come un grande successo il milione e mezzo di posti di lavoro promessi dagli acquirenti delle imprese privatizzate. Anche volendo prendere per buono questo dato, in 4 anni di attività la Treuhand ha distrutto 2 milioni e mezzo di posti di lavoro. Ulteriori danni alle imprese dell’Est derivarono dalla decisione di considerare come veri e propri crediti le partite di giro tra lo Stato, le banche pubbliche e le imprese statali della RDT: questi cosiddetti “vecchi debiti” (“Altschulden”) costituirono un ulteriore pesantissimo onere per le imprese interessate e un fantastico regalo alle banche dell’Ovest che avevano acquistato le banche dell’Est a un prezzo risibile (824 milioni di marchi in tutto). I “vecchi debiti” non riguardarono soltanto le imprese industriali. Vanno ricordati anche i crediti per l’edilizia, superiori ai 20 miliardi di marchi, e quelli delle cooperative agricole, di circa 8 miliardi di marchi. È degno di nota che, nonostante la sottocapitalizzazione di partenza e questo onere ulteriore molte cooperative siano comunque riuscite a resistere e oggi evidenzino risultati economici in media migliori delle imprese agricole dell’Ovest. Un’ulteriore decisione gravida di conseguenze negative riguardò il “principio di restituzione” (“Rückgabe vor Entschädigung”), in base al quale tutti i proprietari (di terre, case o imprese) espropriati dallo Stato durante i 40 anni di esistenza della RDT avrebbero avuto diritto alla restituzione del bene nazionalizzato. Si ebbero 2,17 milioni di cause per restituzione. La ratio di un provvedimento dalle conseguenze così gravi da restare un unicum nella storia contemporanea è molto semplice: la cancellazione di 40 anni di storia. A cominciare, ovviamente, dai rapporti di proprietà.

Collasso economico e stagnazione

L’impatto dell’unificazione economica sulla Germania Est è sintetizzabile in poche cifre. In due anni, dal 1989 al 1991, il prodotto interno lordo segna un -44%, la produzione industriale addirittura -65%; i disoccupati ufficiali (quelli registrati negli uffici del lavoro) sono 830.000; ma, soprattutto, il numero degli occupati scende di oltre 2 milioni di unità (2.095.000), dagli 8,9 milioni del 1989 ai 6,8 milioni del 1991.Il crollo del prodotto interno lordo nel 1990 e 1991, in particolare, è impressionante. Nessuno tra i paesi dell’Est ha fatto di peggio. Se estendiamo il confronto agli anni successivi, il risultato non cambia. La crescita media annua della ex-RDT dal 1990 al 2004 è stata inferiore al punto percentuale. Negli altri paesi ex-socialisti è stata decisamente superiore. Lo stesso vale per il periodo successivo, con la sola eccezione dell’Ungheria. Altrettanto eloquente è il confronto tra il pil pro capite della ex-Germania Est e quello dell’Ovest. Se nel 1989 il pil per abitante della RDT era pari al 55% della RFT, nel 1991 crolla al 33%; negli anni successivi le distanze si accorciano e si giunge al 60% del 1995; da allora, però, il divario non si riduce sensibilmente: ancora nel 2009, a 20 anni dall’unificazione, il pil pro capite dell’Est non era di molto superiore ai due terzi di quello della RFT. Se si considerano le cose dal punto di vista del contributo della Germania Est al prodotto interno lordo tedesco complessivo, esso è ancora oggi inferiore a quello del 1989, e in calo: se allora era pari all’11,6%, nel 2007, 18 anni dopo, era dell’11,5%; e nel 2011 è stato pari all’11%.Tra i cambiamenti più spettacolari verificatisi nell’economia della Germania Est dopo l’unione monetaria, un posto di rilievo, per ampiezza e rapidità del processo, spetta alla dinamica delle esportazioni. Esse crollarono in soli 2 anni del 56%: dagli oltre 41,1 miliardi di marchi (ovest) del 1989 agli appena 17,9 miliardi nel 1991. Più che dimezzate anche le esportazioni verso i paesi dell’Europa centro-orientale, che assieme alla Russia rappresentavano i due terzi delle esportazioni della RDT: in questo caso si passa dai 28,9 miliardi del 1989 agli 11,9 del 1991. Ma nel 1994 esse scenderanno addirittura al 16% del livello del 1989. Il crollo è talmente accentuato da ripercuotersi sul valore globale delle esportazioni tedesche nei paesi dell’Est. Soltanto nel 1995 l’export tedesco verso l’Europa dell’est torna praticamente al livello del 1989: 61 miliardi contro i 61,4 dell’89. Ma nel frattempo le esportazioni della RDT sono crollate ad appena 5 miliardi, ossia al 17% del valore originario, e la quota è stata conquistata dall’Ovest, che nello stesso periodo passa da 31,8 miliardi di esportazioni a 56 miliardi (+176%).Il processo di deindustrializzazione fu anch’esso estremamente rapido. A fine 1991 la produzione industriale era ormai un terzo di quella precedente la “svolta” dell’89.Dalla fine dell’89 alla primavera 1992 furono distrutti 3,7 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato. E tra il 1992 e il 2009 è andato perduto un altro milione e mezzo di posti di lavoro a tempo pieno, il 27% del totale. Una parte di essi si è trasformata in posti di lavoro a part-time e sottopagati. Un’altra parte è andata a infoltire le schiere dei disoccupati. Oggi nella ex Germania Est vive un sesto della popolazione della Germania, ma la metà dei disoccupati. Nelle famiglie dell’Est c’è una percentuale di disoccupati doppia rispetto all’Ovest. E secondo uno studio della società di consulenza PricewaterhouseCoopers riportato il 27 agosto di quest’anno dalla “Thüringer Allgemeine” il numero degli occupati ad Est diminuirà di un altro 10 per cento entro il 2030.Quanto all’emigrazione, i flussi di popolazione in uscita tra il 1989 e il 2006 hanno interessato 4,1 milioni di persone, il doppio di coloro che erano emigrati nei 10 anni precedenti la costruzione del Muro nel 1961. Il saldo complessivo (ossia anche tenendo conto delle persone trasferitesi dall’Ovest all’Est) risulta inferiore ma comunque impressionante: 1 milione e 740 mila persone. Si tratta del 10,5% della popolazione di partenza. Il trend non si è invertito negli anni successivi. La denatalità, assieme all’emigrazione, ha contribuito a determinare un calo della popolazione che nel cuore dell’Europa non si conosceva dai tempi della Guerra dei Trent’anni: lo ha denunciato già nel 2003 l’allora ministro della cultura del Brandeburgo, Steffen Reiche, dell’SPD.Ma c’è un altro fenomeno che balza agli occhi con immediata evidenza a chiunque visiti i territori che furono la Germania Est: lo spopolamento delle città, e di gran parte di quelli che erano stati centri industriali. Tra le conseguenze, un’enorme quantità di immobili vuoti, stimati nel 2003 da Manfred Stolpe – all’epoca ministro dei trasporti e dell’edilizia – in 1,3 milioni. La soluzione? Abbattere i palazzi in eccesso. In Germania hanno coniato un termine per questo: “Rückbau” (“decostruire”). In questo modo la “ricostruzione dell’Est” (“Aufbau Ost”), passando per la distruzione (“Abbau”) delle industrie dell’Est, diventa “decostruzione” (“Rückbau”) dell’Est.E i famosi trasferimenti all’Est della Germania di cui tanto si parla? In merito il pubblicista francese Guillaume Duval ha osservato: “i trasferimenti pubblici verso l’Est di cui i tedeschi dell’Ovest si lamentano” in realtà sono stati “in misura preponderante riciclati all’Ovest nella forma di acquisto di beni e servizi”. La Germania Est è infatti divenuta un’economia assistita, i cui consumi – pagati coi trasferimenti del governo federale – arricchiscono le imprese dell’Ovest.

I trucchi per nascondere il disastro

Nel 2000 Hans-Werner Sinn poteva dichiarare che “l’unificazione dal punto di vista economico è fallita”. Chi oggi vuole dimostrare il contrario è costretto a fare ricorso a trucchi statistici. Come quello di utilizzare l’anno 1991, il punto più basso dell’economia della Germania dell’Est, come anno di partenza per i calcoli dei diversi indicatori economici: in questo modo – è stato osservato – “anche un livello che si trova al di sotto della situazione della RDT del 1989 sembra un miglioramento” (U. Busch). Ancora il 30 settembre ha fatto uso di questo trucchetto il capo-economista del KfW, Jörg Zeuner, per argomentare la sua surreale affermazione secondo cui “oggi possiamo parlare del secondo miracolo economico tedesco”.Ma per quanto si giochi coi numeri e con le parole è difficile nascondere una realtà di sostanziale stagnazione, e comunque il mancato raggiungimento degli standard economici dell’Ovest. Alcuni economisti stimano che il processo di convergenza durerà almeno altri 30 anni, altri 100. Intanto gli obiettivi fissati dal governo si fanno più modesti: l’adeguamento delle condizioni di vita da conseguire non è ormai più riferito alla media dei Länder dell’Ovest, ma a quelli in ritardo di sviluppo (“strukturschwach”); e nel computo dei Länder dell’Est viene inclusa l’intera città di Berlino per alzare la media. La verità l’ha detta Joachim Ragnitz, dell’Ifo-Institut di Dresda, il 4 maggio scorso, in una sede insospettabile come il quotidiano “Welt am Sonntag”: “L’Est non riuscirà in tempi prevedibili ad agganciare l’Ovest”. In tedesco la formulazione per “mancare l’aggancio” è “den Anschluss nicht schaffen”. Ma “Anschluss” è anche il termine che indica l’“annessione”. Il mancato “Anschluss” economico è il prezzo pagato dai cittadini dell’Est per il rapido “Anschluss” politico della RDT alla RFT.

Fonte italiana: Marx21 Fonte tedesca: Junge Welt

Disoccupazione, Pil e manipolazione di massa

pil

 

In questi giorni molti commentatori si esercitano nell’illustrazione della tesi secondo la quale gli USA sarebbero usciti dalle secche della crisi esplosa nel 2008 grazie ad una politica monetaria molto più lungimirante di quella europea.

Per suffragare questa visione portano all’attenzione i dati sulla disoccupazione e i dati sul Prodotto Interno Lordo americano. Per quanto riguarda il fenomeno della disoccupazione il dato sul quale focalizzano l’attenzione è il tasso di disoccupazione che vede una discesa del numero dei disoccupati al 5,9%. Ancora più straordinari sono i dati relativi alla crescita del Prodotto Interno Lordo che indicano una crescita pari al 4,6% su base annua.

Ma ad un’analisi un po’ più attenta questi dati sono in grado di reggere? Siamo sicuri che le cose stiano andando come ci vengono descritte da questi numeri apparentemente straordinari?

A modesto avviso di zeroconsensus, anche analizzando in maniera sommaria, e senza entrare troppo in tecnicismi, le cose non stanno esattamente come ci vengono descritti.

Per quanto riguarda la disoccupazione molto semplicemente ricordo che i dati sulla disoccupazione sono calcolati sulla base di diversi “filtri”. In particolare quello utilizzato per il calcolo del tasso di disoccupazione ufficiale è il cosiddetto U3 che considera “disoccupati” coloro che hanno perso il lavoro ma che ne hanno cercato uno nelle ultime 4 settimane. Coloro che nelle ultime 4 settimane non lo hanno fatto sono considerate persone “scoraggiate” e dunque sono espulse dalla statistica. Come si può capire il filtro è a maglie molto strette e tende ad escludere un numero molto elevato di persone. L’esclusione dall’insieme dei disoccupati – come è facilmente intuibile – comporta anche l’esclusione dall’ insieme delle persone che vanno a formare la cosiddetta ”forza lavoro” e dunque la base sulla quale viene calcolata la percentuale dei disoccupati.

Se andiamo a verificare le statistiche (dal sito governativo USA del Federal Boureau of Labor Statistics) sulla forza lavoro vediamo infatti che la forza lavoro americana continua a restringersi. Ecco il grafico:

disoccupazione

 

 

Se facciamo  un’analisi solo un po’ accurata vediamo che dal 2007 ad oggi il sistema economico USA ha creato sì, 1.085.000 posti di lavoro ma contemporaneamente ha espulso dalla forza lavoro ben 13.300.000 persone. Veramente troppi per credere che si siano tutti ritirati dal mercato perché diventati milionari e dunque possono godersi la vita in qualche isola caraibica per ricchi. Molto più credibile l’ipotesi che il “filtro” utilizzato sia a maglie troppo strette e non adatto a descrivere la profondità della crisi sociale americana.

Se andiamo a vedere i dati sul PIL americano che dovrebbe descrivere – secondo i corifei – la bruciante “ripartenza” americana anche qui abbiamo sorprese.

Innanzitutto il dato del 4,6% di crescita del PIL è frutto di assunto molto bizzarro e assolutamente infondato: la crescita del PIL annuale per raggiungere questo dato deve essere costante e uniforme per tutto l’anno. Infatti questa cifra è calcolata prendendo il dato calcolato sul trimestre precedente e moltiplicato per 4 (quattro sono i trimestri in un anno). Dunque una crescita sul trimestre precedente dell’1,15% diventa del 4,6% una volta annualizzata (ripeto, nell’ipotesi assolutamente non credibile che nei seguenti tre trimestri la crescita sia costante e uniforme).

Non basta. Se andiamo a vedere cosa accadde nel trimestre precedente vediamo che il dato diventa ancora più bizzarro e incredibile. Infatti nel secondo trimestre del 2014 la crescita americana non è stata una crescita…ma una decrescita: -2,9% annuo. In altri termini il PIL del primo trimestre USA (calcolato a sua volta sul PIL del quarto trimestre del 2013) era pari a – 0,725% che moltiplicato a sua volta per quattro era pari – appunto – a -2,9%.

A puro titolo di esempio se facciamo la media della crescita tra i due trimestri vediamo che è pari a 0,425% e facendo proprio l’assunto (comunque cervellotico e arbitrario) che la crescita sarà uniforme e costante nei successivi tre trimestri e dunque moltiplicandolo per quattro questa sarà pari ad uno striminzito +1,7%.  Chiunque può comprendere che un calcolo del PIL di questo genere è un puro gioco di prestigio che non ha assolutamente la funzione di descrive la realtà ma semmai di edulcorarla.

Se poi andiamo a considerare che negli USA le innovazioni sul metodo di calcolo del PIL  (SEC 2010), che non riguardano solo la facoltà di introdurre nel calcolo lo spaccio di droga, la prostituzione e il contrabbando, ma anche la riclassificazione delle spese in Ricerca e Sviluppo, le Spese Militari (che passano dalla voce “consumi intermedi” a quella “investimenti fissi”) e una nuova definizione di “scambi con l’estero” vediamo che, in USA, l’impatto sarà pari ad un + 3% ( si veda a tale proposito uno lo studio della CGIL “La nuova revisione dei conti nazionali: più illegalità, meno benessere” del 15/Settembre/2014: In particolare sulla base di quanto detto da Eurostat si osservi la tabella a pagina 7).

Insomma, a guardar bene il presunto boom della crescita USA rischia di essere solo l’effetto di una distorsione ottica (*).

In sostanza, sembra di essere di fronte ad una enorme manipolazione dei dati al fine di far credere che il sistema USA (e dunque la sua peculiare forma di capitalismo) sia in buona salute quando in realtà ha ancora di fronte a se un enorme crisi tutta da risolvere. “Troncare, sopire e manipolare” direbbe oggi il Conte Zio.

(*) La modifica dello schema Sec 2010 non dovrebbe impattare sull’aumento del PIL, ma sul valore del PIL in valore assoluto. Modificando comunque alcuni importanti “fondamentali” come il rapporto Deficit/PIL e il rapporto Debito/PIL.

 

Doomsday, diritti di proprietà e Robber Barons

doom

 

E’ ancora vivo, soprattutto negli USA, il trauma conseguente al fallimento di Lehman Brothers. Ciclicamente infatti si ripresentano le polemiche sul suo mancato salvataggio. Secondo gli osservatori rimane un mistero il motivo per il quale questa banca fu lasciata al suo destino e molti, addirittura, si esercitano nella ricostruzione dei fatti accaduti in quei giorni scivolando nel complottismo. Chiaramente non si può escludere l’esistenza di un complotto – magari ordito per fare fuori un concorrente scomodo di altre case d’affari – ma secondo zeroconsens, al di là dei retroscena, la sostanza è un altra.

La domanda, a mio modesto avviso non è se Lehman Brothers poteva essere salvata ma se sia stato giusto salvare le altre case d’affari a rischio crack. E’ chiaro ed evidente che Lehman poteva essere salvata dalla Federal Reserve. Bastava concedere la liquidità sufficiente così come fu concessa alle altre grandi banche di Wall Street. Lapalissiano.

La domanda vera è, come dicevo, un’altra: è stato giusto salvare le altre banche d’affari (e anche la compagnia d’assicurazioni AEG)? A rigore, in un sistema “compiutamente” capitalista, lo Stato non deve in nessun modo intervenire nell’economia e qualunque impresa mal gestita deve essere lasciata al proprio destino. Le motivazioni che sostengono questa visione sono in parte di natura economica e in parte di natura etica. Dal punto di vista economico questo assunto parte dall’idea “proto liberista” secondo la quale l’intervento dello Stato non è solo inutile (“Laissez faire et laissez passer, le monde va de lui même“) ma anche dannoso, perché da un lato favorirebbe l’azzardo morale di imprenditori (e banchieri) troppo spregiudicati e dall’altro perché intralcerebbe quel processo di selezione naturale che dovrebbe portare alla morte delle aziende meno efficienti sul mercato. Dal punto di vista etico invece, l’intervento dello Stato andrebbe a ledere quello che è il principio di responsabilità individuale: i comportamenti sbagliati devono essere puniti dalla longa manus del mercato.

I difensori della strategia posta in essere dallo Stato americano sostengono che sebbene i principi sopra elencati siano corretti, in quella specifica fase storica si aveva una situazione assolutamente straordinaria che giustificava una deroga: il totale meltdown del sistema finanziario americano avrebbe portato ad una enorme distruzione di ricchezza con fallimenti a catena non solo nella finanza ma anche nell’economia reale. Dunque avremmo assistito al fallimento di aziende manifatturiere, alla perdita di milioni e milioni di posti di lavoro e in definitiva alla distruzione di decine se non di centinaia di milioni di vite sia in USA che nel desto del  mondo.

Probabilmente questa visione è corretta. Ma siamo sicuri che il salvataggio di Wall Street ha evitato veramente queste drammatiche conseguenze? Sicuramente decine di milioni di posti di lavoro si sono ugualmente persi (anche se le statistiche sulla disoccupazione non chiariscono bene i termini del dramma, vista la “cosmesi” dovuta al fatto che vengono esclusi dalle statistiche per esempio i cosiddetti lavoratori “scoraggiati”). Sicuramente molte aziende sono fallite. Sicuramente infine, l’enorme immissione di liquidità ha posto le basi per il tentativo di uscita di alcune nazioni in ascesa  (i cosiddetti BRICS per esempio) dal sistema  del dollaro come moneta principale del commercio internazionale, con relativo aumento dell’instabilità politica a livello internazionale (e l’aumento dei conflitti in giro per il mondo ne è una prova evidente, per chi ha occhi per vedere).  Insomma, sembrerebbe quasi che il salvataggio di Wall Street del 2008 è stato solo un rinvio di ciò che anche su altri piani (non più e non solo quello finanziario, ma anche quello valutario, diplomatico e militare) sta comunque accadendo ora.

E’ plausibile che la dirigenza americana non fosse cosciente del rischio a cui andava incontro? No, a mio modo di vedere è assolutamente improbabile che le “teste d’uovo” che hanno elaborato la strategia di salvataggio del 2008 non fossero coscienti del fatto che si rischiava di trasformare la crisi da finanziaria in crisi valutaria, diplomatica e militare.  Sicuramente però contavano (e probabilmente a tutt’oggi contano ancora) di avere una tale superiorità militare, una tale rete di alleanze e degli strumenti di persuasione “culturale” talmente potenti ,  tali da riuscire a dominare qualunque avversario che avesse osato sfidarli.

Anche se – come ho detto –  il salvataggio di Wall Street non ha evitato l’esplosione della disoccupazione reale negli USA né l’aumento vertiginoso delle diseguaglianze sociali va però sottolineato che l’unica cosa che si è certamente evitato è che la classe sociale che  controlla il sistema economico americano fosse costretti a passare la mano e dunque a perdere le  immense ricchezze e l’immenso potere di cui ancora oggi beneficiano.

Infatti le visioni apocalittiche che ci vengono descritte non sono esattamente corrette.  Un ipotetico (e forse anche esagerato) Doomsday nel quale – a catena – falliscono le banche e anche le aziende manifatturiere non significa la distruzione fisica dei capannoni, dei brevetti, dei centri di ricerca né tantomeno la morte fisica delle maestranze che producono i beni o degli scienziati impegnati nella ricerca. Significa la distruzione dei diritti di proprietà delle classi dirigenti che controllano il tessuto produttivo. Diritti di proprietà che sarebbero passati ad un’altra classe di imprenditori  secondo le leggi che già esistono nell’ordinamento, a partire dal celeberrimo Chapter 11.

Insomma a guardar bene, dietro il salvataggio del 2008 vi è soprattutto il salvataggio degli eredi, sia di sangue che di spirito, dei Robber Barons. Semplicemente in questa faccenda alcuni Robber Barons sono stati più “robber” dei “fratelli Lehman”.

Autunno Caldo #Edizione45

autunno

 

di Roberto Ciccarelli

Autunno caldo, anno 45: calcolandolo dal 1969 quando fu lanciato in prima serata. La serie andrà in onda nei tg serali e nei tagli medio-alti dei quotidiani tra circa 3 settimane. Dal lancio stampa dell’edizione 2014: “La novità dell’edizione 45 sarà lo sciopero alla rovescia”, dedicato a precari, disoccupati e neet: “oltre alla passeggiata di rito si prevedono lavori socialmente utili per tutti”: “chiameremo a fare opere socialmente utili tutti quelli che sono interessati al lavoro: disoccupati, cassaintegrati, ragazzi senza una prospettiva” (Landini)

 

 

 

 

Altre disquisizioni su Padroni e Formiche

mulas

 

di Giovanna Mulas

Diciamo che non c’e’ niente di meglio, per il padrone, di una generazione incolta e individualista; dara’ vita ad intere generazioni di incolti individualisti. 
Ingrassera’ con una patata anche se gli spetta, di diritto, il pranzo completo. Migliaia di formiche in ordinata fila tra un formicaio non scelto da loro e montagne di vomito emesso da terzi, storicamente: colorati insetti gonfi di briciole vomitate da televisione e giornali del sistema con le quali si esprimono, avvalorano pseudo concetti dal vuoto a perdere. Quando e se le formiche escono dalla fila vengono violentate, schiacciate: eppure viene fatto, si dice, per il bene loro e delle altre formiche. Non c’e’ niente di meglio, per il padrone, di un popolo borioso, plagiato, formattato inconsapevole: persuaso di sapere sputera’ su i germogli delle nuove idee, accettera’ di buon grado il controllo di ogni sua azione. Vorra’ vegetare e morire nello stesso luogo in cui e’ nato; non gl’importera’ di conoscere il mare, mai lo sfiorera’ la supposizione di poterlo attraversare, anche se vive in un’isola. Si accontentera’ di spezzare la schiena per una moneta, e di crepare sui campi aridi: servira’ e ringraziera’ quel padrone che lo abbonisce presente (soffiandosi il naso) al suo funerale da mulo da soma. Si commuovera’, il popolo, per la preghiera di quel prete che, col padrone, siede a pranzo e a cena. In effetti, il nostro buon prete interpreta letteralmente il vento descritto da Cristo: “Soffia ove gli pare e nessuno puo’ dire da dove venga e dove vada” (Giovanni 3,8). Nulla e’ meglio, per il padrone, di un popolo ignorante: chi si rendera’ conto della profonda ignoranza del padrone? Fantoccio mosso da alti padroni. Concordo con Shakespeare: siamo fatti di sogno, immaginazione: occhi e orecchi sono canali di trasmissione, adeguati oppure no, delle impressioni sensoriali. Solo nel cervello il mare e’ blu, l’arancia profuma. E’ la qualita’ dell’immaginazione che puo’ rendere la merda centro dei sogni piu’ romantici. Forse il dolore nella sua sottigliezza, in quella sua lama che squarcia e divide, e’ l’unica verita’; epifania in grado di strappare il velo dagli occhi dell’uomo. Il resto e’ vanita’, inganni dell’occhio, della mente. Per il popolo ignorante e’ vitale l’apparenza: la lavanda che nasconde il marcio e le pulci, il brillio, la superficialita’, la preghiera dimostrata: il manifestare di avere, il resto non conta. 
Continuino a glorificare, certi fantocci, l’ignoranza del popolo.

Fonte: giovannamulasufficiale.blogspot.it

Giovanna Mulas è una scrittrice sarda. Ha pubblicato oltre una ventina di opere tra le quali le sillogi poetiche “Come le foglie”, “Canticum Praesagum” e “Dei Versi”, il romanzo “La stanza degli specchi” e la raccolta di racconti “Il rumore degli alberi”. La sua attività letteraria ha un forte consenso da parte della critica che si è sostanziato anche in numerosi riconoscimenti di livello internazionale. Ha avuto due “nomination” per il Nobel per la Letteratura. Giovanna è una donna schiva e non pare minimamente interessata al circo mediatico e al suo frastuono che tutto fagocita e tutto appiattisce. E’ nata a Nuoro e vive in Ogliastra. Questa è la sua storia.

Gli USA e il whabbismo islamico.

sauditi

di Joseph Halevi

 Spesso certe scelte creano della concatenazioni impreviste, ciò che in inglese si chiama unintended consequences. Un buon esempio è Hamas a Gaza. Israele appoggiò fortemente il radicamento di Hamas a Gaza perchè la politica israeliana era tutta diretta a combattere i terroristi, così li chiamavano, dell’OLP – Organizzazione per la Liberazione della Palestina, diretta da Arafat. Senza assolutamente pretendere di dare una risposta esaustiva, credo che, nel caso degli USA, si possano elencare una serie di scelte politiche che hanno portato Washington a coltivare volente o nolente forze islamiste anti laiche. A mio avviso il fatto più importante – e forse anche il primo sul piano cronologico è – è l’incontro tra il Presidente Roosevelt ed il Re Saudita Ibn Saud a Port Said mentre Roosevelt rientrava negli USA dopo la conferenza di Yalta (con Stalin e Churchill) nel 1945, poco prima che Il Presidente morisse. L’incontro con Saud non comportò alcun documento scritto, alcun trattato, esistono solo delle note a mo’ di verbali, Tuttavia l’incontro Roosevelt Ibn Saud viene considerato tanto importante quanto un trattato di alleanza. Nell’incontro venne stipulato che gli USA avrebbero appoggiato la monarchia saudita senza condizioni, a oltranza, in cambio delllo sfruttamento dei giacimenti di petrolio esclusivamente da parte di società petrolifere USA. Questo patto implicò (a) l’espulsione della Gran Bretagna dall’Arabia Saudita (notare che la monarchia saudita era una creazione inglese in quanto il regno fu formato da Londra nel 1932), (b) la concessione dello sfruttamento dei giacimenti solo e soltanto a società USA – a tal proposito fu formata la società petrolifera ARAMCO (Arab American Company) che fino alle naziionalizzazioni del 1974-5 possedeva l’economia del Regno Saudita – comportò il passaggio delle finanze saudite dalla sterlina al dollaro via i petrodollari appunto. Il patto Roosevelt-Ibn Saud implicò immediatemente che (c) il governo USA si incaricava di proteggere al massimo il patto interno su cui si reggeva e si regge la monarchia saudita e della famiglia di Ibn Saud in particolare. Il patto interno che ha permesso il varo nel 1932 da parte degli inglesi dell’ Arabia Saudita è la promozione del wahabbismo come regime politico religiso e culturale del paese. Le basi ideologiche e religiose di Al Qaeda (che significa non a caso elenco/banca dati, perché?) e del “califfato” sono di matrice wahabbita. Così anche le procedure punitive. Infatti amputazioni di mani, lapidazioni e decapitazioni avvengono in Arabia Saudita regolarmente, per via “giudiziaria” . Nessun governo euro-occidentale e tanto meno quello USA ne parla a meno che non siano coinvolte persone occidentali (donne occidentali e/domestiche di diplomatici occidentali). La monarchia saudita si è anche incaricata di sostenere l’espansione del whabbismo e suoi derivati sia nella penisola arabica che contro gli sciiti iracheni e dell’Iran per non parlare dei curdi. L’Arabia Saudita fu dietro Il FIS (Front Islamique du Salut) in Algeria ed anche dietro i movimenti islamisti nel Daghestan nel Caucaso russo, sempre appoggiati, anche, inizialmente, nel caso del FIS, da Washington. Uniformemente agli interessi di Washington Israele si è fatto protettore del regime saudita, in realtà anche prima di entrare in una relazione strategica con gli USA ma attraverso la collisione tra Ben Gurion ed il monarca hasheminta della Giordania Abdullah.

Il pezzo è tratto dalla pagina Facebook del Professor Halevi

Di voce in voce nel Mare di Mezzo

 

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