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Una lettera inaspettata

vela

Dear Mr Giuseppe Masala,
Just be pure accident I came across your elegant translation of the Obituary I wrote, for The Independent, now close to two decades ago, of my teacher, mentor, friend and sometimes colleague, Richard Goodwin.
Thank you very much for this selfless, noble, task you undertook.
I shall, from now on, try to keep myself informed of your entries in this particular website, although I must confess I am not much of an enthusiast of all these modern technological development! In fact I think I would consider myself a convinced follower of the Luddites!!
Just in case you feel like sending me your mailing address, or e-mail coordinates, I’ll send you my more lenghty version of the Obituary, which was published in the EJ (and received the ANBAR award for ‘elegance in writing’!!).
With renewed and grateful thanks – and kindest wishes,

Vela Velupillai

Dear professor Vela Velupillai,
thank you for the kind words that you wanted to spend on my little blog ..
I have great admiration for Richard Goodwin who I believe, to paraphrase Majakovskij (*), is the economist of the economists.
I should be very grateful if you would send me the lenghty version of the Obituary. Will be my care – within the limits of my ability – to translate for my readers.

My e-mail address is giuseppe.masala@email.it

My heartiest greetings and referents,

Giuseppe Masala

(*) Vladimir Majakovskij, when Khlebnikov died, said: “He was the poet of the poets”.

Conflitti e commercio internazionale

Germania-Usa

 

Già in passato zeroconsensus ha espresso l’opinione che la strategia per uscire dalla crisi che i decisori politici occidentali hanno intrapreso sia una strategia solo nel breve termine legata a politiche monetarie. Vi è infatti, a nostro avviso, un piano di soluzione diverso, di lungo periodo, che è incentrato sulla crescita delle politiche tese a favorire i commerci internazionali e la libera circolazione dei capitali tra diverse aree valutarie. In particolare gli Stati Uniti d’America hanno puntato su due grandi trattati che dovrebbero favorire gli scambi con l’Europa da un lato e con l’estremo oriente (Giappone, Filippine, Indocina ecc.) dall’altro. Questo con la speranza che le teorie sul commercio che vanno da Ricardo (vantaggi comparati) fino a von Haberler (costo-opportunità) si dimostrino veritiere e che dunque nuova spinta, e in definitiva nuova “profittabilità”, venga data agli esangui sistemi economici colpiti dalla devastante crisi che imperversa dal 2007.

E’ evidente come questa strategia sia complessa e irta di difficoltà: a seconda di come i trattati vengono congegnati una delle due parti contraenti rischia non solo di non avere vantaggi ma di veder subire un colpo mortale alla propria economia. In questo contesto è da registrare la notizia diffusa oggi dal quotidiano Sueddeutsche Zeitung, e ripresa da altri media, secondo la quale la Germania non firmerebbe il trattato di libero commercio con il Canada. Va sottolineato che secondo tutti gli osservatori questo trattato è da considerare come “pilota” del ben più consistente trattato con gli Stati Uniti d’America e che un fallimento di questo provocherebbe un fallimento dell’altro.  Secondo queste indiscrezioni di stampa il diniego tedesco sarebbe da imputare ai poteri troppo alti che il trattato prevede in materia di arbitrato tra stati e investitori privati, questo a danno dell’indipendenza delle magistrature statali.

Secondo zeroconsensus una mancata soluzione della materia del contendere farebbe crollare tutta l’impalcatura progettata dagli americani per la soluzione della crisi. Questo anche in relazione al fatto che la strategia monetaria di breve periodo, tesa a “tamponare” la situazione, ben difficilmente può essere implementata per molto tempo ancora. Infatti basta vedere che gradualmente la FED sta tagliando l’acquisto di titoli di stato USA e di titoli legati al mercato immobiliare americano dalle banche private (tapering). A tale proposito è significativo come prestigiose riviste economiche e importanti economisti prevedano un graduale rialzo dei tassi con le conseguenze facilmente prevedibili sui mercati finanziari.

tassi

E’ evidente che in questo scenario, la firma di trattati di “libero investimento e commercio” consentirebbe ai capitali una maggior facilità di trovare un allocazione profittevole evitando il possibile “giorno del giudizio” della distruzione/svalutazione dei capitali  finanziari non profittevoli e dunque in eccesso.

In questo contesto, c’è da domandarsi quale sia la possibile exit strategy dei tedeschi (e degli europei in generale) che non sarebbero certamente risparmiati dal “giorno del giudizio” della distruzione del capitale. Forse la signora Merkel pensa ad un aggancio dell’area dell’Euro (o di una parte di essa) alla nascente economia Euroasiatica (Cina, Russia e India)? E quale sarebbe la reazione americana?

L’individuo innanzi tutto. Una Grande Allusione

simpson

 

di Lelio Demichelis

L’individuo, la sua idealizzazione quale soggetto sovrano titolare di diritti è il sogno e il segno della modernità, dell’Illuminismo, della Rivoluzione francese. Individuo; ma capace anche, perché individuo e cittadino, di essere in-comune con gli altri.

Ma se l’Illuminismo sognava la liberazione dell’uomo dalle oppressioni del passato in nome del kantiano sapere aude!, il capitalismo moderno e industriale – pure basato sugli interessi individuali e sulla loro libera o magica composizione – ne è la drammatica negazione e il laissez-faire e le retoriche individualiste nascondono un dover fare e una pesantissima mano, cioè produrre, consumare e soprattutto integrarsi nell’organizzazione di mercato, diventando tutti capitalisti (il sogno, oggi realizzato del neoliberismo; l’incubo, per gli altri).

Il «soggetto di diritti» dell’Illuminismo è morto soffocato nella culla perché sopraffatto dal «soggetto economico», a sua volta presto declassato a «oggetto economico» (lavoratore, merce, imprenditore, nodo della rete). Sempre negando a ciascuno di poter essere soggetto in sé e per sé, ma imponendogli di essere oggetto utile e funzionale al sistema.

Mentre il sovrano assoluto abbattuto dalla Rivoluzione rinasceva sotto forma di mercato, ridefinendosi però abilmente come «legge naturale» e quindi immodificabile, cioè come verità da non contraddire. E dalla fabbrica di spilli di Adam Smith alla rete di oggi sempre si replica, nella modernità un doppio movimento: individualizzazione da un lato; e poi (come scriveva Foucault) totalizzazione, cioè ricomposizione delle parti, prima separate, nel tutto dell’apparato.

Un sistema tecnico ed economico insieme che per il proprio migliore funzionamento individualizza, isola, separa, rinchiude; de-struttura la società (e la democrazia); liquefa le vecchie classi antagoniste e ora pure il «suo» ceto medio; porta a niente valori e socialità esaltando un individuo e una individualità che sono pure finzioni, utili però a far agire al meglio la totalizzazione del mercato.

Tutto si de-struttura, ma non il sistema, che anzi (proprio perché sistema artificiale, quindi non naturale) struttura, integra, lega insieme, concatena e oggi mette in rete tutti e ciascuno. Grazie a una infinità di poteri e saperi di integrazione e di connessione. Nessun: conosci te stesso. Ma sii imprenditore di te stesso. E allora: questo individuo, questo mito della modernità è in realtà una grande illusione o meglio una Grande Allusione: un’allusione retorica (ideologica) alla libertà individuale, alla soggettività, all’autonomia di ciascuno, prodotta dal capitalismo per mascherare la sua negazione di fatto.

Fino alla rete, al dover essere singolarmente connessi, e alla stessa retorica della rete, che in sé sarebbe non solo democratica ma soprattutto libera. E la pubblicità e il marketing: forme di propaganda del mercato (come diceva Anders) ma che agiscono singolarmente su ciascun individuo, tanto che ormai mettiamo in vetrina anche noi stessi come oggetti economici in competizione con altri individui-merce, perché il nostro capitale umano aumenta se sappiamo esporci per venderci (individualmente) nel modo migliore.

E mentre consumiamo individualmente prodotti tutti uguali credendo che siano fatti solo per noi, in realtà entriamo sempre più (ancora il doppio movimento) in una brand-community, e il marketing si fa sempre più emozionale e relazionale per far crescere la nostra identificazione con il sistema e divenire meglio funzionali alla sua riproducibilità. Con il sistema che offre pure una compensazione emotiva (la community, il social) all’isolamento che esso stesso produce. E i mass-media. Di massa, ma sempre più individualizzati. Una vecchia storia, perché dalla radio alla tv lo spettatore è sempre isolato e chiuso in casa – e il mondo vi entra solo riprodotto e rappresentato – invece di essere lui il soggetto che esce a conoscere il mondo (e se stesso). Meccanismo che oggi si replica appunto in rete, dove la casa è il personal computer o lo smartphone individuale. Mentre anche i blog sono solo la somma di molte individualità ma isolate.

Se l’Illuminismo sognava un individuo capace di uscire dal girello per bambini in cui il potere lo teneva stretto impedendogli di camminare sulle proprie gambe, oggi in realtà c’è qualcosa (la rete, un social network, i mercati, la pubblicità personalizzata) che pensa per noi e si erge a nostro nuovo tutore. Ma individualmente, per noi. La Grande Allusione continua.

Fonte: Sbilanciamoci.it

Dall’LTRO al TLTRO: una vittoria della Germania?

ansa - restelli - SPREAD, MERKEL E DRAGHI

 

Estremamente interessante l’assemblea odierna dell’Abi (Associazione Bancaria Italiana) di oggi. Lascando perdere i momenti di ilarità che ha voluto regalare il Presidente della medesima quando ha dichiarato che le banche “sono la parte sana del paese”. Una battuta da teatro dell’assurdo.

Comunque a leggere i rendiconti della stampa questa assemblea ha offerto almeno due notizie di primaria importanza. Una di facile comprensione e una che apre scenari (da verificare) di assoluta importanza.

Partiamo dalla prima: secondo il presidente Patuelli i crediti deteriorati (da intendersi immagino come la somma tra sofferenze e incagli)  detenuti nel portafoglio delle aziende bancarie ammonterebbero a ben  290 miliardi di euro. Una cifra esorbitante che testimonia la gravità della crisi che non è solo bancaria ma anche del tessuto produttivo  nazionale.  Credo che questa cifra da sola esprima in maniera eloquente la gravità e profondità del cataclisma che sta interessando il sistema paese senza necessità di ulteriori spiegazioni.

La seconda notizia è più che altro una deduzione ma della massima importanza qualora venisse confermata, nei prossimi mesi, dai fatti.  L’amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena, Viola ha dichiarato che in merito alla misura TLTRO che verrà implementata nei prossimi mesi dalla BCE la sua banca potrà “chiedere fino a 6 miliardi di euro”. Per comprendere l’importanza di questa notizia bisogna fare un passo indietro.

Come sappiamo la BCE nel 2011, quando la crisi del sistema bancario europeo era al suo apogeo, varò due programmi di prestiti alle banche commerciali per l’ammontare complessivo di 1000 miliardi di euro al tasso dell’1% e con scadenza a tre anni. Dunque questi prestiti LTRO andranno a scadenza ormai entro pochi mesi. Per la precisione entro il Febbraio del 2015.

Circa una decina di giorni fa, il Presidente Draghi ha dichiarato che verrà implementato un programma denominato TLTRO per la cifra sempre di 1000 miliardi di euro. Contemporaneamente non si ha notizia, neanche come indiscrezione della stampa, neanche come ipotesi del tutto teorica, di “novazione” del vecchio programma LTRO.  E’ dunque abbastanza plausibile che questo programma TLTRO sia un programma che in qualche modo vada a sostituire il precedente LTRO. La differenza dovrebbe stare che il secondo sarà vincolato alla concessione di prestiti all’economia reale, mentre ricordiamo come quello precedente è servito alle banche per fare incetta di titoli di stato (almeno in Italia le cose così sono andate).

Un altro aspetto fondamentale in questa sostituzione del vecchio programma LTRO con il nuovo TLTRO è se le risorse avranno la medesima ripartizione – tra sistemi bancari dei singoli stati dell’area euro – che hanno avuto con il vecchio programma. Ed è qui che quanto dichiarato dall’amministratore di MPS fa presagire che la ripartizione sarà ben diversa. Infatti se, secondo Viola, MPS avrà con TLTRO al massimo 6 miliardi di euro non possiamo fare a meno di notare che ancora a maggio di quest’anno la sua banca aveva prestiti verso il programma LTRO per ben 22 miliardi di euro. Nella sostituzione tra i due programmi di pari ammontare dunque questa banca avrebbe un ammontare di risorse enormemente inferiore. Se così fossero le proporzioni per tutto il sistema bancario italiano ci sarebbe una riduzione delle risorse messe a disposizione della Banca Centrale Europee veramente colossale, a vantaggio evidentemente di qualche altro sistema bancario. Anche la logica e la teoria economica lascerebbero pensare che questa sia l’ipotesi corretta. Infatti è evidente che i sistemi produttivi che hanno maggior bisogno di prestiti (il TLTRO sarà vincolato proprio a questo) sono quelli forti, quelli dei paesi dove la domanda aggregata è robusta. Questo non è esattamente l’identikit del sistema economico italiano. Al contrario sembrerebbe l’identikit dei sistemi economici dell’area “core” dell’Unione Monetaria.

Se così stessero le cose, facile comprendere che se al nuovo programma non verrà affiancato anche un ulteriore sostegno per i paesi in maggior difficoltà molto probabilmente altre tempeste si profileranno all’orizzonte soprattutto a livello di finanza pubblica.

 

La transmutazione del capitale finanziario in capitale economico e il paradosso dell’inflazione

capitalismo

 

In questa particolare fase economica europea, caratterizzata da una tendenza alla disinflazione se non da una vera fase di deflazione, nei mass media il dibattito è incentrato su come possa essere “rilanciata” una sorta di inflazione “sana” che segnali la ripresa dei consumi e degli investimenti in Europa.

In passato, possiamo dire per decenni, il dibattito invece è stato di segno opposto ovvero su come annientare la “piaga” dell’inflazione che era considerata alla base di tutti i mali. Da questo si potrebbe dedurre  che esista un punto dove – per valori superiori – l’inflazione distrugga il potere d’acquisto delle persone e che le riduca in povertà reale e allo stesso tempo – per valori inferiori a questo punto – si finisca in una situazione reale caratterizzata da stagnazione e alta disoccupazione.  Verrebbe quasi da pensare che esista un fantomatico punto di equilibrio, di tasso d’inflazione ottimale, che le politiche fiscali dei governi e le politiche monetarie delle banche centrali dovrebbero continuamente ricercare. Ovviamente è facile capire che questo livello di inflazione “ottimale” non verrà mai trovato perché è impossibile che esso sia un “punto fisso” ma che esso a sua volta fluttui essendo influenzato/spostato da una miriade di variabili quali, per esempio, il costo delle materie prime, la situazione internazionale, le variazioni degli ordinamenti giuridici in materia di diritto del lavoro e via discorrendo.

Guardando però questa eterna caccia al livello di inflazione ottimale con un’altra lente possiamo vedere altre cose interessanti, forse fino al punto di ipotizzare che l’inflazione ottimale non solo è introvabile (perché in continua fluttuazione) ma che esiste una contraddizione insanabile tra diverse forme di capitale che rendono inesistente il punto stesso.

A seconda dell’utilizzo del capitale (e dunque del suo grado di liquidità/liquidabilità) possiamo classificarlo in:

  1. Capitale finanziario ovvero quel capitale in forma di moneta, titoli di credito o titoli di proprietà facilmente liquidabili in un determinato mercato finanziario:
  2. Capitale economico ovvero quel capitale investito in beni reali (generalmente all’interno di un’azienda) e che dal suo utilizzo si dovrebbe creare “valore” per gli investitori.

Sotto l’aspetto dell’inflazione queste due “forme” di capitale hanno interessi – a mio umile parere – divergenti. Il primo ha interesse ad un livello di inflazione il più basso possibile fondamentalmente per un motivo: più basso è il tasso di inflazione più facile è trovare un’allocazione di questo capitale in grado di dare rendimenti reali (rendimento nominale meno tasso d’inflazione) positivi e dunque convenienti. Indipendentemente dalla scuola monetaria alla quale si aderisce (teoria quantitativa, scuola di Cambridge o scuola endogena) credo che tutti possano accettare che ad un più alto livello di inflazione si abbia un maggior livello di crescita economica. Al contrario una spinta deflattiva comporta un ristagno o una diminuzione dei consumi (anche per il fatto che se le aspettative sono per un ulteriore abbassamento dei prezzi il consumatore tende a posticipare i consumi nella speranza di riuscire ad ottenere un prezzo ancora più conveniente). In una situazione deflattiva è evidente che coloro che hanno investito i propri capitali in capitale economico rischiano di veder vanificato il proprio investimento proprio a causa della diminuzione dei consumi e di conseguenza del sotto utilizzo dei beni nei quali si è investito. Al contrario il capitale economico prospera (produce profitti) in un ambiente economico inflattivo, ovvero in un ambiente economico dove vi è una robusta domanda di beni e servizi.In sostanza si potrebbe dire che non solo il livello di inflazione ottimale tra le esigenze del capitale e le esigenze del lavoro (vedasi la “curva di Phillips” per esempio) sia impossibile da trovare ma che sia inesistente perché esiste anche un conflitto tra le esigenze del capitale finanziario e quelle del capitale economico.

Venendo all’oggi è curioso ma secondo me indicativo un grafico pubblicato dall’Economist di questa settimana.

Economist

Come si può notare il capitale economico è in una evidente fase di contrazione a livello globale. Al contrario – basta guardare gli indici delle borse – il capitale finanziario è ai massimi. Il fatto che viviamo una situazione economica dove l’inflazione è mediamente molto bassa e le aspettative di crescita del Pil sono altrettanto basse (almeno in USA ed Europa) implicano forse una preferenza per il capitale finanziario a dunque a danno del capitale economico ovvero degli investimenti reali.

 

 

Russia

russia10

 

Di Hosea Jaffe

“La caratteristica fondamentale e più costante della storia della Russia è il ritmo lento del suo sviluppo, con l’arretratezza economica, la primitività delle forme sociali ed il basso livello culturale da ciò risultante. La popolazione di questa gigantesca ed austera pianura, aperta ai venti dell’est ed alle migrazioni asiatiche, fu condannata dalla stessa natura ad una lunga arretratezza. La lotta con i nomadi durò quasi fino al termine del XVIII secolo… Mentre i barbari occidentali si stabilivano sulle rovine della cultura romana, dove molte e vecchie pietre erano pronte come materiale da costruzione, gli Slavi non trovarono nell’est nessuna eredità nella loro desolata pianura; i loro predecessori si erano trovati ad un livello culturale perfino inferiore al loro. I popoli dell’Europa occidentale, avendo presto trovato le loro frontiere naturali, crearono quei raggruppamenti economici e culturali che furono le città commerciali. La popolazione della pianura dell’est, al primo segno di affollamento usava penetrare sempre più profondamente nella foresta o disperdersi nella steppa… Il processo di differenziazione sociale, intensivo ad ovest, ad est fu ritardato e diluito dal processo di espansione.” (10)

Nell’anno 800, mercanti bizantini, iraniani ed arabi dal sud est, e tribù tedesche, scandinave e baltiche dal nord ovest prendevano, con baratti, tributi e saccheggi, legname, pellicce, miele, ambra ed altri prodotti dalle tribù russe nella pianura del Volga e dei bacini del Don e del Dniepr. La federazione Khazar a comunismo primitivo nomade del Caucaso del nord ed il Kaganato tribale Rud del Volga si spostarono lungo le vie fluviali fino a Costantinopoli e lungo vie di terra che collegavano il Mar Nero ed il Baltico. I governanti Rurik dello Jutland fondarono una “dinastia” Varega a Novgorod che durò fino al 1598 e, nel X secolo, dominò la Russia occidentale. I Khazar furono sconfitti dagli Arabi nel 737 e trasferirono la loro capitale verso nord, ad Itil, sul Volga. La figlia del Kagan sposò un figlio dell’imperatore bizantino Leone III nel 731 ed il sistema religioso e legale bizantino si diffuse tra i commercianti ebrei, turchi ed iraniani in un regno Khazar in cui cavalieri nomadi armati turchi ed iraniani proteggevano le mandrie e le terre comunitarie. Questo regno si intersecava con il regno di Kiev (980-1203) fondato dal capo “Varego” Vladimiro (980-1015) che controllava, per mezzo dei dodici figli dello stesso Vladimiro che erano capi locali, il Don, il Dniepr, il Dniestr e l’Alto Volga. Il Patriarca di Bisanzio aprì una sede episcopale a Kiev nel 988, e Vladimiro emanò il primo codice di leggi di Rus. Divisioni tra clan, tribù e tra cristiani e pagani indebolirono il regno di Kiev prima che la Crociata (1096-1099) tagliasse la sua via commerciale nord-sud, per esso vitale, del Dniepr e spostasse invece il commercio lungo un asse est-ovest. Novgorod era ora trascinata dai porti proto-anseatici del Baltico che commerciavano con le città Rus di Smolensk e Polotsk Pskov. La spinta occidentale fu rinforzata dal commercio con la Polonia e l’Ungheria. Kiev fu saccheggiata nel 1169 e nel 1203, mentre il suo regno subiva la pressione centrifuga delle forze tribali, religiose e commerciali.

 Il regno essenzialmente tribale-dispotico di Kiev subì due cambiamenti significativi: in primo luogo, la “monarchia” fu cristianizzata quando Vladimiro, nel 988, si convertì; in secondo luogo, i capi locali nominarono dei Boiardi che riscuotevano i tributi dalle tribù soggette. I boiardi, che controllavano ma non possedevano terre tributarie, furono più tardi feudalizzati (la teoria stalinista considerava i boiardi di Kiev dei “feudatari”). Perfino Vladimiro non era altro che quello che il suo nome significava: “capo della comunità”. Durante le invasioni mongole, i boiardi di Novgorod divennero commercianti che eleggevano un consiglio cittadino ed un sindaco, obbedivano ad un arcivescovo ed aiutavano la Chiesa “ortodossa” ad espropriare le terre tribali. Nel 1478, Novgorod fu presa dal “principato” Muscovy, già di Kiev, dopo che le città nord-occidentali di Smolensk, Pinsk e Polotsk erano state annesse, con la Bielorussia e l’Ucraina, dal regno baltico Lituano nel 1385. Il principato di Mosca sorse nel 1248 e sotto il suo capo-re Ivan (1328-1341) si estese grazie ad un’alleanza con Oz Beg, khan dell’”orda d’oro” mongola che conquistò la ricca area agricola e commerciale della Galizia nel 1240. Nel 1260, Jochi, figlio di Gengis Khan, e la sua famiglia, gli Jucidi, estesero l’impero mongolo occidentale, la cui capitale era Util, verso Novgorod. Tale impero includeva la Crimea, le steppe tra il Danubio e gli Urali, parte della Bulgaria e la Siberia occidentale. Questa formazione sociale nomade, comunistica tardo-primitiva, dispotico-tribale elevò il livello commerciale ed urbano della Russia. Lo stesso Oz Beg dirigeva il commercio con Genova e Venezia. Ma il capo turcomanno Timur (Tamerlano) distrusse negli anni 1395 e 1396 molte città commerciali recalcitranti. La stessa Kiev, che nel XII secolo aveva 400 chiese, industrie dell’argento e delle costruzioni ed aveva missioni commerciali a Londra, in Francia, a Constantinopoli ed in Svezia, si ridusse ad una cittadina di poche centinaia di case e dopo il XIV secolo non era ormai più che un mercato locale ed un forte tra i Lituani ed i Mongoli. Mosca assunse molte delle usanze yuan-mongole e divenne la città guida della Russia di Ivan III (1462-1505). In un certo modo, Mosca fu la “novità” che uscì dal conflitto di 150 anni tra Kiev e la Crimea ed il dispotismo tribale mongolo, sulla scia del danno provocato dalle Crociate.

Così come il feudalesimo nell’Europa occidentale non scaturì direttamente dallo schiavismo, ma fu la risultante del “barbarismo” tedesco, dello schiavismo romano ed anche del dispotismo arabo (il cui commercio più tardi aiutò a por fine al feudalesimo), anche il cosiddetto “feudalesimo” russo non fu uno sviluppo lineare del Mir pre-Kiev o della Obshchina del comunismo primitivo russo, ma il risultato dell’intersezione delle Crociate e delle città feudali-commerciali europee, del tribalismo russo e del dispotismo tribale mongolo. Ivan III prese Novgorod nelle guerre degli anni 1471-1478, esiliò i boiardi di Novgorod su nuove proprietà terriere in cambio di un servizio militare, si annette Tver nel 1485, dal 1500 al 1503 fece in Lituania un matrimonio, un trattato e delle conquiste militari e, alleatosi con il Khan di Crimea, scacciò i Mongoli nel 1481. Si sposò secondo il rito bizantino ed inviò sue delegazioni a Vienna ed a Roma. Infranse la legge consuetudinaria strappando le proprietà della Chiesa nelle terre appartenenti ai mir. Più tardi, Vassili III (1505-1533) infeudò una classe boiarda detribalizzata su delle terre già comunitarie. Al termine della reggenza di Ivan IV (1535-1549), boiardi, clero e funzionari presenziavano all’incoronazione del primo Zar, Ivan “il Terribile” (1549-1584), il cui possedimento reale, la Oprichnina, legalizzato nel 1564, includeva delle città ed aveva propri funzionari delle imposte ed un proprio esercito, Fyodor (1584-98), Boris Godunov (1598-1602), il monaco spretato e pretendente, Dimitri (1602-1606) e Vassili Shuysky, sostenuto dai boiardi (1606-1610), gradualmente si allontanarono dal modo asiatico avvicinandosi a quello europeo. I Romanov, dal 1613 alla Rivoluzione russa del 1917, completarono il movimento dal dispotismo al capitalismo.

Questo movimento era tuttavia già cominciato quando si svilupparono i mir e le obshchine “germaniche”, con un forte possesso privato di “forma 3” di terre a proprietà comunitaria (11). Questo dualismo caratterizzò anche il Rod ceco (12), e la Mark germanica (13). Kovalevsky, scrivendo nel 1891, riteneva che la stessa vecchia Mosca fosse stata un villaggio mir, simile ad una Dorf-Gemeinde germanica (14), quel villaggio mir che, fino al tardo XVIII secolo, offrì ai boiardi (15) servizi e prodotti in un rapporto di produzione “C—P”. Le leggi del tipo bakufu giapponese del 1460 e del 1497 registravano i capi famiglia e proibivano ai contadini di lasciare la terra prima del termine dell’anno agricolo, il 26 Novembre, il giorno del santo Juri. La Chiesa, dalla sua enorme cattedrale di San Basilio nel Cremlino, gli zar nel Cremlino ed i boiardi privatizzarono parte delle terre delle obshchine, che sopravvissero, tuttavia, fino al XX secolo. Nel 1893 Engels scriveva a Danielson: “In Russia c’è una base di comunismo primitivo” (16), e Marx commentava l’abolizione della legge sulla servitù di Alessandro affermando che essa tendeva a porre una fine al “principio comunistico”, ed a “sopprimere il potere dell’auto-regolamentazione democratica della comunità del villaggio” (17). La legge del 1861 aboliva “gli ostacoli frapposti dai grandi aristocratici della nobiltà russa, che si manteneva sulla servitù e sulle comunità contadine autogovernate fondate materialmente sulla proprietà comunitaria, che essa sarebbe stata distrutta da questa supposta emancipazione” (18). (La sottolineatura è mia per evidenziare la doppia natura del polo produttivo dell’asse del plusvalore che era ora della forma C/P—P (19).

Lenin scrisse della “distruzione della comunità di villaggio e dell’introduzione della proprietà privata della terra” (20) in quella che egli chiamava “la Russia borghese-feudale moderna” (21) e Marx affermò: “Per salvare la comune russa è necessaria una rivoluzione russa”.

Non solo il mir, ma anche il dispotismo tribale della città di Kiev ed il dispotismo semicoloniale zarista della Moscovia erano degli ibridi asiatico-europei. Di questo aspetto del mir, Marx scrisse nel 1870:

“La forma specifica slava (non mongola)… in Russia (e che si ripete anche nella forma slava meridionale non russa) rassomiglia grandemente, mutatis mutandis, alla vecchia forma germanica di proprietà collettiva indiana.” (22)

e dell’aspetto “asiatico-europeo” delle città medievali, Trotzky scriveva:

“L’artigianato non riuscì in Russia a separarsi dall’agricoltura ma conservò il suo carattere di industria casalinga. Le vecchie città russe erano dei centri di consumo commerciali, amministrativi, militari e feudali, conseguentemente, non centri produttivi. Anche Novgorod, come l’Hansa, non soggiogata dai Tartari, era solo una città commerciale, non industriale… Per di più le strade più importanti del commercio russo portavano attraverso le frontiere, dando così la leadership al capitale commerciale straniero… L’irrilevanza delle città russe… promosse lo sviluppo di uno stato asiatico. Lo stato russo si avvicinava così ancora di più al dispotismo asiatico (23).

Trotzky criticò Struve e Bucher per aver fatto del commercio e non della produzione il criterio del progresso economico. Nel XVI secolo, il commercio russo era “vasto”, ma questo

 “si spiega esattamente con la straordinaria primitività dell’economia russa… eravamo più vicini all’India che all’Europa, proprio come le nostre città medievali erano più vicine al tipo asiatico che al tipo europeo e come la nostra autocrazia, trovandosi tra l’assolutismo europeo ed il dispotismo asiatico, si avvicinava sotto molti aspetti a quest’ultimo (24). La Russia era non soltanto geograficamente, ma anche socialmente e storicamente tra l’Europa e l’Asia… L’est le aveva imposto il giogo tartaro che entrò come un elemento importante nella struttura dello stato russo… La Russia era incapace di sistemarsi nelle forme dell’est perché doveva continuamente adattarsi alle pressioni militari ed economiche dell’Occidente (25).”

La dinastia Romanov (1613-1917) vide l’inizio della servitù, che “prese forma nel XVII secolo, fiorì nel XVIII e fu giuridicamente annullata nel 1861” (26). Dal punto di vista della capitalizzazione, “L’assenza di vere città medievali come centri commerciali e produttivi” (27) fu aggravata dalle periodiche distruzioni di Mosca che fu distrutta tante volte che la città attuale giace su 15 metri di pietrisco. Alla fondazione dei Romanov, essa non aveva che 250.000 abitanti. La tarda e debole borghesizzazione che ne derivò rese abortive in seguito la rivolta contadina di massa guidata da Pugachev nel 1774 e la ribellione dei Decembristi guidata dai nobili del 1825. Il lato “dispotico asiatico” dei Romanov era così forte che perfino la Chiesa non era che un Secondo Stato e la borghesia non poteva neppure costituire un Terzo Stato. Quando, sotto Alessio, Stenka Razin capeggiò una rivolta contadino-cosacca nella regione del Volga, i mercanti erano troppo deboli per approfittare di questa lotta di classe dispotico-comunitaria. Questa debolezza era inguaribile: la borghesia non divenne mai la classe dominante (salvo, nominalmente, dal febbraio all’ottobre 1917) mentre invece

“Nell’ultimo periodo della sua esistenza l’autocrazia non era soltanto un organo della classe possidente della Russia, ma anche dell’organizzazione dei mercati finanziari europei per lo sfruttamento della Russia. Questo doppio ruolo le dava un’indipendenza assai considerevole” (28).

Contemporanei del daimyo-shogunato Togukawa, i Romanov, a questo simili, si spostarono sempre più verso l’Europa. Militarmente essi erano espansionisti, conclusero trattati di pace con la Svezia nel 1617 e con la Polonia nel 1618, tentando di riprendersi Smolensk dalla Polonia nel 1632 ed il porto di Azov dagli Ottomani nel 1637. Alexis Michailovich, dopo aver mandato in esilio il capo boiardo di una rivolta cittadina, Morozov, provocò una rivolta contadina cosacca in Ucraina contro la Polonia, annettendosi l’Ucraina nel 1667, ma non poté strappare il Baltico alla Svezia. Dopo le lotte tra i boiardi e lo zar (cfr. simili lotte durante il Regno dei Tudor in Inghilterra ed il regno di Luigi XI e di Luigi XIV in Francia e tra i daimyo e gli shogun pre-Tokugawa) divenne zar Pietro il Grande (1689-1725).

Pietro I impersonificò e guidò la “rivoluzione borghese” russa. Gran parte del commercio con l’estero era controllato dallo stato. Arcangelo esportava legname in Olanda ed in Inghilterra. Mercanti e fabbricanti di ghisa, potassa ed altri beni di produzione si unirono alla burocrazia statale. La nuova industria siderurgica consentì alla marina di Pietro di prendere Azov nel 1696 e di sconfiggere la Svezia nel 1709. Contemporaneamente alla firma del trattato di Nystad con la Svezia nel 1721, egli ricevette il titolo di imperatore. Ma l’espansionismo fu accompagnato dalla dipendenza: Pietro vedeva l’Europa attraverso la sua finestra di Pietroburgo, ma l’Europa entrò a Pietroburgo attraverso la stessa finestra. L’occidentalizzazione, tuttavia, aveva due facce ed era contraddittoria:

“L’introduzione di alcuni elementi di tecnica e di istruzione europee, soprattutto di carattere militare ed industriale, portò, sotto Pietro I, ad un rafforzamento della servitù come forma fondamentale di organizzazione del lavoro… Dalla legge universale dell’ineguaglianza deriva così un’altra legge… la legge dello sviluppo combinato… un amalgama di forme arcaiche e di forme più contemporanee.” (29)

Il grande codice delle leggi del 1649 aveva già legalizzato la servitù e l’assolutismo. La resistenza dei contadini dei mir costrinse alla revoca nel 1731 della legge emanata da Pietro nel 1714 sulla primogenitura, la quale avrebbe privatizzato le terre dei villaggi. Sette di antichi Credenti sorgevano e scomparivano e vedevano Pietro come l’Anticristo. La polizia segreta dell’ispettorato delle tasse, Fiskaly, le guardie Preobrashensky formate nel 1689 e le guardie del corpo reali terrorizzavano tutti i dissidenti. Servi lavoravano nelle tenute private, nelle miniere, nei cantieri navali, nelle acciaierie, nelle fabbriche tessili e nelle vetrerie ed in 40.000 morirono edificando Pietroburgo. Lavoro simile al lavoro servile agricolo ed industriale arricchì i capitalisti europei, per lo più stranieri, che concentrarono rapidamente i loro capitali: nel 1914 “le imprese giganti, al di sopra dei 1000 addetti ciascuna, impiegavano negli Stati Uniti il 17,8% dei lavoratori ed in Russia (30) il 41,4%… Uguali risultati li otteniamo confrontando l’industria russa con quella inglese e tedesca” (31). Inoltre gli “stranieri” (europei occidentali) “possedevano in totale circa il 40% del capitale azionario di tutta la Russia” (32). Sotto Piero I, il 25% del capitale industriale veniva dall’Inghilterra, dalla Francia e dal Belgio ed altro 25% dalla Germania (33). La maggior parte del lavoro veniva dai villaggi mir. Questa combinazione di capitale europeo e di lavoro contadino mir a buon mercato diede al capitalismo russo un carattere semi-coloniale.

 A questa natura semi-coloniale fece da complemento un’espansione colonialistica contro l’Iran, la Polonia, la Lituania ed il Mar Nero (nel 1774, quando Caterina la Grande reprimeva la rivolta guidata dal cosacco Jemeljan Pugachev ed ornava la propria corte degli enciclopedisti francesi), la Crimea (1783) e le steppe degli Urali. Caterina (1762-1796) era la figlia di un principe tedesco, e la sua commissione legislativa del 1767 seguì la teoria politica tedesca. I porti di Odessa, Kherson e Taganrog esportavano prodotti agricoli ucraini ed importavano manufatti occidentali. Così il colonialismo russo aveva un risultato semi-coloniale. Le guerre di Caterina inclusero delle campagne contro i nomadi islamici ed “animisti” dell’Asia Centrale. Il colonialismo contraddittorio borghese rivoluzionario della Russia creò così la “questione delle nazionalità” nell’impero zarista. Gli zar imponevano la russificazione e le nazioni oppresse chiedevano l’autodetermionazione (cfr. la lotta opposta per l’uguaglianza e la cittadinanza di un solo stato, come nelle rivoluzioni borghesi francese, italiana, tedesca, giapponese ecc. o negli USA e nel Sud Africa in tempi moderni). La “lotta nazionale” per l’autonomia implicava l’autogoverno su terre ancora prevalentemente comunitarie; essa era perciò organicamente collegata con la “rivoluzione agraria” che, in questo caso, significava principalmente la reintegrazione delle terre e delle forme di proprietà comunitarie. Ma dopo la guerra contadina del 1773-74, i nomadi e gli abitanti dei villaggi vennero sempre più asserviti od assoggettati a tributi in lavoro. Così la rivoluzione borghese russa rafforzò il feudalesimo. Infatti la servitù “fiorì” nel XVIII secolo di Pietro e Caterina.

Lenin paragonò la servitù russa con lo schiavismo USA (34), e dimostrò che una “depressione capitalistica conduce, per esempio ad una riesumazione del feudalesimo, al tentativo di legare i lavoratori alla terra ed imporre loro certi servizi” (35). Forme di servitù furono estese alla linea ferroviaria Pietroburgo-Mosca aperta nel 1851 ed al lavoro urbano e minerario. La letteratura russa del XIX secolo, da Pushkin a Tolstoi, la critica letteraria e la filosofia (Dobrolyubov, Herzen, Chernyzhevsky), la musica ed il balletto, ed i populisti, i nichilisti, gli anarchici (Bakunin, Kropotkin) e, più tardi, il marxismo di Plekhanov riflettevano il feudalesimo od il cambio modale verso il capitalismo, ma solo raramente notavano l’aspetto colonialistico. Lo “spazio” russo veniva visto  piuttosto in termini di classe che in termini nazionali. Pure questo spazio era una prigione non soltanto per i “Russi”, ma, ed ancor più, per gli “Asiatici”. Nello stesso tempo, questo spazio, pur esponendo la Russia alle invasioni (Napoleone, Hitler), la rese inconquistabile (Napoleone, Hitler).

Lo spazio romanticizzato della Russia non era il suo spazio naturale bensì il prodotto di un’espansione in sei fasi, da Ivan il Terribile a Pietro il Grande (1533-1689) dall’Ucraina all’Oceano Pacifico; le conquiste est-europee da Pietro I a Caterina (1689-1801); parti dell’Iran (1826), Turchia (1828), la Polonia (1830), seguita dal Caucaso, e l’Ungheria sconfitta (1849), durante i regni di Alessandro I e di Nicola I (1801-1855). In questo periodo la Russia divenne la maggior forza di terra d’Europa e d’Asia, e, dopo Austerlitz e la rivincita del 1812, prese parte, con la Germania e l’Inghilterra, al Congresso di Vienna del 1815 contro la Francia. Le sconfitte inflittele da Francia ed Inghilterra nella guerra di Crimea del 1853-56 e due volte dal Giappone intorno al 1900 si ebbero dopo che l’espansione era già stata massimizzata. La Russia si unì al Giappone, all’Europa ed agli USA contro la ribellione anti-imperialista dei Boxer nel 1900, in cui il popolo cinese, con la sua azione, definì il modo russo di produzione.

Questo modo era stato un modo capitalistico a cominciare da Pietro il Grande, nonostante le sue componenti comunitarie e feudali:

“Il capitalismo in agricoltura non dipende dalla forma della proprietà della terra o dal suo possesso. Il capitale trova possedimenti terrieri medievali e patriarcali dei tipi più vari: feudale, «concessione contadina» (cioè a contadino dipendente), di clan, comunitari ecc. Il capitale subordina a se stesso tutte queste forme di possesso della terra, ma questa subordinazione assume forme diverse”. (36)

Né il mir semi-comunitario fu un ostacolo al capitale. In un censimento sotto Alessandro II (1855-1881), fatto prima della sua legge per l’Abolizione della Servitù del 1861, si mostrava che nel 1858 19 milioni di contadini si trovavano su terre di proprietà dello stato (comunità, villaggi) e 22 milioni erano “servi” privati. Ma la servitù era una forma di lavoro salariato perché il prodotto, come il  grano ucraino, era una merce venduta per un profitto e non prodotto per uso (di lusso). Nel 1898 soltanto il 20% delle terre era posseduto privatamente. L’80% era ancora posseduto comunitariamente. Il capitale si era appropriato del polo diviso della produzione dell’asse del plusvalore Ivan-moscovita mir-boiardo misto semi-feudale: C/P—P. Questo asse mostra che il modo non era uguale né a quello del Giappone tra il 1192 ed il 1603 (asse: C—C/P, cioè una divisione del polo non alla produzione bensì alla distribuzione, dove il plusvalore era suddiviso tra i Bakufu “comunitari” ed i Daimyo privati), né a quello del feudalesimo europeo (asse: P—P) dove, sebbene “Teoricamente sia possibile per la produzione capitalistica esistere senza proprietà privata della terra, cioè con la nazionalizzazione della terra, quindi con l’inesistenza totale della rendita assoluta e la rendita differenziale appropriata dallo stato”, in pratica “l’agricoltura commerciale richiede necessariamente la proprietà privata della terra… perché l’agricoltura abbia una base competitiva”. (Lenin, 1899) (37). Il “feudalesimo” della Russia era un modo misto in cui i servi (“P”) ed i villaggi comunitari (“C”) producevano plusvalore per i boiardi privati e per gli zar. Nella misura in cui gli zar erano dei despoti asiatici che distribuivano parte del plusvalore, l’asse aveva la forma simmetrica C/P—C/P, cioè una completa mescolanza del modo di produzione “asiatico” e del modo di produzione “europeo”.

 Non soltanto le forme di possesso della terra, ma anche le forme del lavoro erano “neutrali” per il capitalismo russo nell’ingerire i rapporti dei modi misti terra-lavoro “C/P—C/P”.

 “In tutti i paesi capitalisti, anche nei più avanzati, sopravvive ancora qualcosa dello sfruttamento medievale, semi-feudale da parte dei grandi proprietari terrieri nei confronti dei piccoli contadini attorno ad essi.” (38)

L’evoluzione modale russa ha dimostrato che il modo capitalistico, almeno, non può essere definito attraverso le sue forme di possesso della terra e di lavoro. Né la proprietà privata della terra, né il “libero lavoro salariato” definiscono il modo di produzione capitalistico.

 10   L. Trotzky, History of the Russian Revolution (1930), Londra 1967, pp. 21-22.

11 P.P. Poggio, l’Obshchina, Milano 1978; F. Demelic, Le droit contumier des Slaves méridionaux d’après les recherches de M. V. Bogišić, Parigi 1876. A. von Haxthausen, Die ländliche Gemeinde Verfassung, Königsberg 1839 ; K. Marx a Kugelmann, 17 febbraio 1870.

12  J. L. Pic (traduzione italiana in “Il sangue e la Terra”, M. Guidetti, P. H. Stahl), La Costituzione del Rod in Cecoslovacchia (1878), Milano 1977.

13   Ludwig von Maurer, Mark-, Hof-, Dorfverfassung; A. Meitzen, Siedelung und Agrarwesen der West-Germanen und Ost-Germanen, Berlino 1895; F. Engels, The Mark; K. Marx e F. Engels, Communist Manifesto, 1848 (in von Maurer, von Haxthausen).

14   Maxim Kovalevsky, Modern Customs and Ancient Laws of Russia, Londra 1891.

15   Ibid., pp. 197, 220.

16   F. Engels a Danielson, 17 ottobre 1893.

17   Karl Marx a F. Engels, Letters on Russia, 1859/61.

18   K. Marx, Herr Vogt, in Werke, vol. 14, p. 497.

19  Trotzsky scriveva nel 1905 che mir e tenute feudali contadine erano state ridotte nelle dimensioni, le prime da 4,83 a 3,1 desjatin per famiglia. Nel 1912 Lenin scriveva: “Circa 70 milioni di desjatine di terra possedute da 30.000 dei maggiori proprietari terrieri, e circa altrettante possedute da 10 milioni” (su un totale di 30 milioni) di famiglie contadine, questo è lo sfondo generale”: V. I. Lenin, articolo del 22 maggio 1912 in “Collected Works”, vol. 18; V. I. Lenin, Theory of the Agrarian Question (1901-1917), in “Selected Works”, vol. 12, Londra 1943, p. 65.

20   V. I. Lenin, articolo sulla “Pravda”, 2 marzo 1913.

21   V. I. Lenin, October 1912, in Collected Works, vol. 18; V. I. Lenin, June 1920, in Collected Works, vol. 31.

22   K. Marx a Kugelmann, 17 febbraio 1870.

23   L. Trotzsky, op. cit., pp. 24-25 e Appendice I, Peculiarities of Russia’s Development, p. 433.

24   Ibid. (Appendice I), pp. 427-433.

25   Ibid.

26   Ibid., p. 24.

27   Ibid.

28   Ibid. (Appendice I).

29   Ibid., p. 23.

30   Nel 1900, 25 milioni dei 120 milioni di abitanti della Russia erano lavoratori salariati con le loro famiglie. La Rivoluzione del 1917 fu quindi fortemente proletaria anche in senso stretto. Poiché “gli stranieri possedevano il 40 per cento di tutto il capitale finanziario”, fu anche una rivoluzione fortemente anti-imperialista.

31   L. Trotzky, op. cit., pp. 27-28.

32   Ibid.

33   Sotto la nipote di Pietro, Anna (1730/40), un tedesco, Ernst Johan Biron, guadagnò potere sulla regina contro i boiardi della corte di Golitsan. Biron fu soppiantato dal tedesco conte von Munich che, tuttavia, cadde quando un colpo di stato appoggiato dai francesi mise sul trono la figlia di Pietro, Elisabetta (1741-/62).

34   V. I. Lenin, (1914/15), in Collected Works, vol. 12, pp. 198-99, 203.

35   V. I. Lenin, aprile-maggio 1899, Collected Works, Londra 1939, vol. 12.

36   V. I. Lenin, Development of Capitalism in Agriculture, parte I, Capitalism and Agriculture in the USA (1914/15), Selected Works, Londra 1939, 1943, vol. 12, p. 195.

37   (Difesa di Kautsky contro Bulgakov, Aprile 1899), vol. 12, p. 39.

38   V. I. Lenin, giugno 1920, Collected Works, vol. 10; The Essence of the Agrarian Problem in Russia (22 maggio 1912), Collected Works, vol. 18.

Fonte: Hosea Jaffe – “Stagnazione e sviluppo economico. Modi di produzione, nazioni, classi”, Jaca Book, 1985

Per una lettura non banale di Michal Kalecki

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di Joseph Halevi

Una parte consistente dei lavori di Michal Kalecki verte sul tentativo di formulare una teoria del ciclo economico basata sull’interazione tra la domanda derivante dalle decisioni di spesa dei capitalisti in investimenti e consumi (consumi dei capitalisti) ed il grado di monopolio dell’economia. Tutti questi tentativi fallirono, la teoria non vide mai la luce in maniera compiuta. Lo ammise Kalecki stesso osservando però che la parte più assodata dei suoi lavori riguarda la domanda effettiva che, in modo molto più esplicito rispetto a Keynes , procede dalla spesa dei capitalisti stessi. In tale contesto le cose da leggere di Kalecki si incentrano sul problema della domanda effettiva. Io comincerei con 2 saggi apparsi in Polonia nel 1932 sul La Rivista Socialista (in polacco ma ora disponibile tramite le opere complete della Oxford UP).. Nel primo Kalecki nega che ci possa essere un’uscita endogena dalla crisi, questo in polemica con le posizioni del Comintern (Varga) che vedeva nella caduta dei salari e dei prezzi dei beni capitale le condzioni della ripresa dell’accumulazione. Nel secondo saggio Kalecki polemizzò con Hilferding circa l’idea che il capitalismo trustificato fosse più stabile di quello concorrenziale. Dopo questi due saggi passerei subito alla lettura del saggio sulla Germania nazista. E’ fondamentale. Si può trovare nella raccolta Michal Kalecki SUL CAPITALISMO CONTEMPORANEO, Editori Riuniti, Roma 1975. E’ il primo capitolo. Dopo di che si può tranquillamente continuare perchè tratta dell’esperimento Blum del fronte popolare in Francia (fu Keynes a chiedergli di studiarselo). Indi si passa al periodo post bellico con due eccezionali articoli sull’economia americana. Per capire perchè Kalecki non credeva che il keynesismo fosse applicabile eccetto che in condizioni particolari si dovrebbero legge in sequenza tre saggi: Aspetti politici del pieno impiego del 1943 e tradotto nella summenzionata raccolta nonchè un saggio scomparso dalla circolazione – ma disponibile in inglese nelle opere complete della Oxoford UP – perchè pubblicato prima in italiano nella rivista economica dell’autoaffondatosi PCI, Politica ed Economia del 1971 Osservazioni sulla riforma cruciale, scritto assieme a Kowalik recentemente scomparso. Contrariamente a Keynes, Kalecki non credette mai nella possibilità di mantenere la piena occupazione attrverso l’incentivazione degli investmenti privati. Partecipò ad un importante dibattito di politica economica sul tema, in Gran Bretagna, proprio sul finire della guerra. Il suo Full employment by stimulating private investment? venne pubblicato nell’annata del 1944 dell’Oxford Economic Papers. Rintracciabile o via JSTOR e/o nelle opere complete della Oxford UP.
Una delle posizioni più originali di Kalecki consiste nel negare che (a) la flessibilità verso il basso dei salari permetta di aumentare l’occupazione, (b) che gli aumenti salariali comprimino i profitti. Per Kalecki su un arco assai ampio dell’attività economica, determinato dai margini di capacità produttiva NON UTILIZZATA, non c’è conflitto macroeconomico tra salari e profitti. Il trattamento del punto (a) lo si trova nel saggio del 1939 Salari monetari e reali, soprattutto la prima parte teorica. Il saggio è rintracciabile in Michal Kalecki STUDI SULLA TEORIA DEI CICLI ECONOMICI, Milano: Il Saggiatore 1972. Il punto (b) invece, quello afferente alla tesi che, su un certo arco di attività, gli incrementi salariali NON comprimono i profitti ed anzi aumentano l’occupazione, è discusso nel saggio Class struggle and distribution of national income, pubblicato sia sulla rivista svizzera Kyklos nel 1970 che nei Selected Essays on the Dynamics of the Capitalist Economy, Cambridge: Cambridge University Press, 1971, la traduzione italiana del volume è apparsa presso Einaudi 1975. Kalecki ha anche scritto 2 libri di saggi sulla pianificazione socialista pubblicati dalla Cambridge University Press e in Italia, uno soltanto, da Editori Riuniti, nonchè dei saggi sullo sviluppo economico del terzo mondo raccolti nel volume Essays on Developing Economies, Harvester Press, Hassocks , UK. 1976.
Come osservato all’inizio, Kaleccki non riuscì a formulare compiutamente una teoria del ciclo economico collegata al sistema oligopolistico del capitalismo. A mio avviso la connessione tra i due aspetti è trattata molto meglio nel classico lavoro di Paolo Sylos Labini Oligopolio e progresso tecnico, Einaudi 1969, pirma edizione 1962: Inoltre Sylos Labini articola in maniera più approfondita le fasi storiche del capitalismo. Tra i suoi vari saggi sul tema ne estraggo tre che considero fondamentali (1) Alcuni aspetti dello sviluppo economico in un paese oggi progredito (Inghilterra), in Paolo Sylos Labini, Problemi dello sviluppo economico, Bari: Laterza 1970; (2) Long run changes in the wage and price mechanism and the process of growth, in Baranzini, M. and Harcourt, G. (eds), The dynamics of the wealth of nations. Essays in Honour of Luigi Pasinetti, London: Macmillan, 1993; (3) On the concept of the optimum rate of profit, in Paolo Sylos Labini, The forces of economic growth and decline, Cambridge, MA: MIT Press, 1984. Il primo saggio mostra nitidamente la cesura tra la grande crisi del 1875 e quella del 1930 sia negli USA che nel Regno Unito. Nella prima crisi sono i prezzi a calare di più, nella seconda è la produzione a calare di più. Nel secondo saggio si evidenza la dinamica che ha portato alla fine dell’Ottocento ad una formazione dualistica dei prezzi: quelli industriali sono determinati,anche nel breve periodo, dai costi di produzione mentre quelli agricoli no. Il terzo saggio si occupa del salario come costo ma anche come domanda e viene fatto notare come, con la trasformazione del capitalismo da concorrenziale a oligopolistico, la preoccupazione classica concernente la caduta del saggio di profitto come causa di crisi, venga tendenzialmente rimpiazzata da un eccessivo saggio di profito come fonte di crisi della domanda effettiva. Ipoeesi che viene considerata valida soprattutto per il processo che sfociò nella Grande Depressione degli anni 30.

Questo brano è stato tratto dalla pagina Facebook del Professor Halevi

Capitale e Thanatos

thanatos

 

di MecKenzie Wark

Non so perché continuiamo a chiamarlo capitalismo.

È come se ci trovassimo di fronte a una sorta di fallimento o di blocco della funzione poetica del pensiero critico. Anche i suoi adepti non hanno problemi a non chiamarlo più capitalismo. I suoi critici, invece, sembrano essersi ridotti ad aggiungere degli aggettivi: postfordista, neoliberale, oppure il quanto mai ottimista e seducente “tardo” capitalismo. Un termine agrodolce, dal momento che il capitalismo sembra destinato a seppellirci tutti.

Mi sono svegliato da un sogno con in testa l’idea che avrebbe più senso chiamare il capitalismo “tanaticismo” – da Thanatos, figlio di Nyx (notte) e Erbos (oscurità), gemello di Hypnos (sonno), come Omero ed Esiodo sembrano più o meno concordare. Ho provato con “tanatismo” su twitter, e Jennifer Mills mi ha risposto: “Sì, ma penso che siamo di fronte a qualcosa di più entusiasticamente suicida. Tanaticismo?”.

Questa parola mi sembra pertinente. Tanaticismo, come fanati[ci]smo: una gioiosa ed entusiasta voglia di morire. L’assonanza con “thatcherismo” è di aiuto. Tanaticismo: un ordine sociale che subordina la produzione di valori d’uso ai valori di scambio, a tal punto che la produzione di valori di scambio minaccia di estinguere le condizioni di esistenza dei valori d’uso. Come definizione approssimativa potrebbe funzionare.

Bill McKibben ha suggerito che gli esperti di clima dovrebbero andare in sciopero. Il Comitato Intergovernativo sul Cambiamento Climatico ha fatto recentemente uscire il suo report per il 2013. Il documento più o meno ricalca quello del 2012, ma con maggiori prove, maggiori dettagli e con peggiori previsioni. Tuttavia non sembra accadere nulla che possa fermare il tanaticismo. Perché fare uscire un altro report? Non è la scienza che ha fallito, ma la scienza politica. O forse l’economia politica.

Nella stessa settimana, BP ha fatto presente la sua intenzione di dare fondo alle riserve di carbone di cui detiene i diritti. Gran parte del valore di questa azienda, dopotutto, consiste nel valore di quei diritti. Non estrarre, succhiare o fratturare il carbone per ottenere benzina sarebbe un suicidio per l’azienda. Tuttavia trasformare il carbone in benzina per poi bruciarla, rilasciando il carbone nell’aria, mette seriamente a rischio il clima.

Ma questo non conta nulla nella produzione di valori di scambio. Il valore di scambio srotola la sua logica intrinseca sino alla fine: l’estinzione di massa. La coda (il capitale) fa scodinzolare il cane (la terra).

Forse non è un caso che la privatizzazione dello spazio fa capolino all’orizzonte come opportunità di investimento proprio in questo momento in cui la terra è un cane sotto il controllo del capitale. I nostri governanti stanno coscientemente contribuendo all’esaurimento della terra. È per questo che stanno sognando di costruire degli hotel nello spazio. Non vogliono essere toccati dall’esaurimento della terra e vogliamo continuare a sviluppare grandi progetti.

In questo quadro è ovvio che agenzie come la NSA spiino chiunque. I governanti sono coscienti di essere i nemici dell’intera specie a cui apparteniamo. Essi sono i traditori della nostra specie. Per questo vivono nel panico e nella paranoia. Essi immaginano che siamo tutti là fuori pronti a catturarli [sarebbe davvero bello, Nota euforica dei traduttori]. Quindi lo stato diventa un agente di sorveglianza collettiva e una forza armata in difesa della proprietà. Il ruolo dello stato non è più quello di amministrare il biopotere. Lo stato è sempre meno interessato al benessere delle popolazioni. La vita è una minaccia per il capitale ed è trattata come tale.

Il ruolo dello stato non è di amministrare il biopotere ma di amministrare il tanatopotere. Chi sono i primi a cui va negato il sostegno alla vita? Quali popolazioni dovrebbero marcire e scomparire per prime? Innanzitutto quelle che non possono essere usate come forza lavoro o come consumatori, e che hanno smesso di essere fisicamente e mentalmente adatte per servire nell’esercito.

Molte di quelle popolazioni non hanno più il diritto di voto. A breve perderanno il diritto ad avere i buoni pasto e altre forme di supporto biopolitico. Solo chi vorrà e saprà difendersi dalla morte avrà il diritto alla vita.

Questo per quanto riguarda il mondo sovra-sviluppato. Mentre nel resto del mondo centinaia di milioni di persone vivono attualmente in condizioni di pericolo dovute all’innalzamento del livello dei mari, alla desertificazione e ad altre gravi fratture metaboliche fra società e ambiente. Tutti lo sappiamo: quelle popolazioni sono trattate come dispensabili.

Tutti sappiamo che le cose non possono continuare ad andare avanti così come sono. È semplicemente ovvio. A nessuno però piace pensarlo. Tutti amiamo le nostre distrazioni. Tutti ci facciamo adescare dal fascino del clic. Ma davvero: lo sappiamo tutti. E tuttavia c’è chi trae vantaggi dal mettersi a servizio della morte. Ogni accenno di scusa in favore del tanaticismo viene riempito da cascate di elogi.

Da tempo non possiamo più contare sulla figura dell’intellettuale pubblico; siamo però pieni di pubblici idioti. Chiunque abbia una storia da raccontare o un’idea su come “cambiare le cose” può avere un po’ di attenzione mediatica, nella misura in cui riesce a distogliere l’attenzione dal tanaticismo – o, meglio, a giustificarlo. Perfino il migliore dei pubblici idioti di quest’epoca, alla fine, si rivela per ciò che è, ossia un venditore di auto usate. Non è certo un gran periodo per le arti retoriche.

È chiaro che l’università, per come la conosciamo, sparirà. Le scienze naturali, le scienze sociali e le discipline umanistiche, ciascuna nei propri modi, lottavano per accrescere i nostri saperi. Ma è molto difficile, a prescindere dalla disciplina, evitare di approdare alla conclusione che il regime oggi vigente sia il tanaticismo.

Tutto ciò che le discipline tradizionali possono fare è focalizzarsi su qualche piccolo problema assai circoscritto, su qualche dettaglio, al fine di evitare il quadro generale. E questo non è più sufficiente. Tuttavia, quelle forme di produzione di conoscenza che si concentrano su questioni minori o sussidiarie sono ancora pericolose. Esse stanno iniziando a scoprire ovunque tracce di tanaticismo all’opera.

Di conseguenza, l’università deve essere distrutta. Al suo posto, un’apoteosi di ogni forma di non-conoscenza. Stanno già emergendo tante nuove discipline, come le discipline inumane o le scienze antisociali: i loro oggetti di indagine non sono i problemi dell’umanità o delle società. Il loro oggetto è il tanaticismo: la sua descrizione, la sua giustificazione. È necessario identificarsi con (e celebrare) tutto ciò che si oppone alla vita. Un insieme di credenze così poco plausibile e disfunzionale necessita, per imporsi, di cancellare qualunque rivale.

Tutto ciò è deprimente. Ma la depressione, d’altronde, è sussidiaria al tanaticismo. È previsto che tu sia depresso, ed è previsto che tu ritenga di esserlo per via di un tuo problema o di una tua carenza individuale. Il tuo brillante e illusorio mondo fantastico cade di colpo in mille pezzi, ed ecco che ti appare la nuda realtà tanatica – e tu pensi che sia per colpa tua. È colpa tua perché hai smesso di crederci. Vai da uno strizzacervelli. Prendi un po’ di psicofarmaci. Oppure fatti un po’ di shopping-terapia.

Il tanaticismo cerca anche di assimilare coloro i quali sollevano dubbi su questo modo di governare, ma lo fanno attraverso una cosmesi della loro critica. Esso li trasforma in nuove iterazioni di produzione tanatica. “Comprati una macchina ecologica!” “Fa la raccolta differenziata! No, cazzo, falla bene! Separa quella merda!” Ancora una volta, come nel caso della depressione, tutto si riduce alle tue virtù e alla tua responsabilità personale. È colpa tua se il tanaticismo vuole distruggere il mondo. È colpa tua perché sei tu che consumi, ma d’altronde non hai scelta.

“Anche le nostre civilizzazioni sanno di essere mortali”, scrisse Paul Valery nel 1919. In quegli anni, dopo la più feroce e inutile tra le guerre mai verificatesi, una considerazione del genere appariva in tutta la sua chiarezza. Ma noi abbiamo perso quella chiarezza. Quindi faccio una modesta proposta. Chiamiamo almeno le cose con il loro nome.
Questa è l’era del tanaticismo: il modo di produzione della non-vita.

Svegliatemi quando sarà finito.

Fonte: Public Seminar Commons

Fonte Italiana: Lavoro Culturale 

Traduzione di Nicola Perugino e Federico Zappino

Buona Pasqua!

rinascita

 

Morire quanto necessario, senza eccedere.

Rinascere quanto occorre da ciò che si è salvato.

Wislawa Szymrska (*)

(*) Tratto da “Autotomia”, in “Ogni caso”, Scheiwiller 2003, traduzione di Pietro Marchesani

 

Ucraina: la lotta per la supremazia dell’Occidente

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di Samir Amin

1. L’attuale scenario globale è dominato dal tentativo dei centri storici dell’imperialismo (Usa, Europa centrale e occidentale, Giappone: successivamente definiti “la Triade”) di mantenere un loro controllo esclusivo sul pianeta attraverso una combinazione di:

- le cosiddette politiche economiche neoliberali di globalizzazione, che permettono al capitale finanziario transnazionale della Triade di decidere autonomamente su ogni questione, nel suo esclusivo interesse;

- il controllo militare del pianeta da parte degli Usa e dei loro alleati subordinati (Nato e Giappone), in modo da annichilire ogni tentativo, di qualsiasi Paese non appartenente alla Triade, di muoversi fuori del suo giogo.

 

In questo senso, tutti gli Stati del mondo che non sono della Triade sono nemici o potenziali nemici, eccetto quelli che accettano una completa sottomissione alla strategia politica ed economica della Triade, come le due nuove “repubbliche democratiche” di Arabia saudita e Qatar! La cosiddetta “comunità internazionale”, a cui i media occidentali si riferiscono in continuazione, è quindi ridotta al G7 più Arabia saudita e Qatar. Qualsiasi altro Paese, anche nel caso il suo governo sia attualmente allineato con la Triade, è un potenziale nemico fintanto che il suo popolo è nelle condizioni di rifiutare la sottomissione.

2. In questo contesto, la Russia è un “nemico”. Qualunque possa essere la nostra valutazione di cosa è stata l’Unione sovietica (“socialista” o qualcos’altro), essa  venne combattuta dalla Triade semplicemente perché rappresentava un tentativo di sviluppo indipendente dal capitalismo/imperialismo dominante. Dopo la caduta del sistema sovietico, alcune persone (in Russia in particolare) pensarono che “l’Occidente” non avrebbe combattuto una “Russia capitalista”, così come la Germania e il Giappone “persero la guerra ma vinsero la pace”. Dimenticavano che le potenze occidentali avevano supportato la ricostruzione di Paesi ex-fascisti appunto per fronteggiare la sfida posta dalle politiche indipendenti dell’Unione sovietica. Adesso che questa sfida è scomparsa, l’obiettivo della Triade è la completa sottomissione, è distruggere la capacità di resistenza della Russia.

3. Gli attuali sviluppi della tragedia dell’Ucraina illustrano la realtà degli obiettivi strategici della Triade. La Triade ha organizzato a Kiev quello che dovrebbe essere chiamato un ” putsch euro/nazista”. Per raggiungere il loro obiettivo (la separazione delle due nazioni storicamente gemelle, Russia e Ucraina), hanno avuto bisogno del supporto dei nazisti locali. La retorica dei media occidentali, che afferma che le politiche della Triade mirano alla promozione della democrazia, è semplicemente una menzogna. La Triade non ha promosso in alcun luogo la democrazia. Al contrario, queste politiche hanno sistematicamente supportato le più antidemocratiche tra le forze locali. Quasi-fasciste nell’ex Jugoslavia – in Croazia e Kosovo – come negli Stati baltici e in Europa orientale, in Ungheria per esempio. L’Europa orientale è stata “integrata” nell’Unione europea non come partner di pari livello, ma come “semi-colonia” delle maggiori potenze capitaliste/imperialiste dell’Europa occidentale e centrale. La relazione tra Ovest ed Est nel sistema Europeo è in qualche modo simile a quella che governava i rapporti tra Stati uniti e America latina! Nei Paesi del Sud, la Triade ha sostenuto forze estremiste anti-democratiche come, ad esempio, l’Islam politico ultra-reazionario e, con la loro complicità, ha distrutto intere società. I casi di Iraq, Siria, Egitto, Libia illustrano bene questi obiettivi del progetto imperialista della Triade.

4. Pertanto la politica della Russia (così come è sviluppata dall’amministrazione di Putin) di resistenza al progetto di colonizzazione dell’Ucraina (e degli altri paesi dell’ex Unione sovietica, in Transcaucasia e Asia centrale) deve essere supportata. L’esperienza degli Stati baltici non deve ripetersi. L’obiettivo della costruzione di una comunità “Eurasiatica”, indipendente dalla Triade e dai suoi alleati europei subordinati, è anch’esso da appoggiare. Ma questa “politica internazionale” positiva della Russia è destinata a fallire se non è sostenuta dal popolo russo. E questo sostegno non può essere ottenuto sulla base esclusiva del “nazionalismo”, anche di un tipo positivo e progressista – non sciovinista – di “nazionalismo”, a maggior ragione non da una retorica russa “sciovinista”. Il fascismo in Ucraina non può essere fronteggiato dal fascismo Russo. Il sostegno può essere ottenuto soltanto se l’economia interna e le politiche sociali perseguite promuovono gli interessi della maggioranza dei lavoratori. Cosa intendo con politiche “orientate verso il popolo” che favoriscano le classi lavoratrici? Intendo “socialismo”, o una nostalgia del sistema sovietico? Non è questo il luogo in cui riesaminare l’esperienza sovietica, in poche righe! Riassumerò solamente il mio punto di vista in poche frasi. L’autentica rivoluzione socialista russa produsse un socialismo di stato che fu l’unico primo passo possibile verso il socialismo; dopo Stalin questo socialismo di stato si mosse verso un nascente capitalismo di stato (spiegare la differenza tra i due concetti è importante ma non è oggetto di questo breve articolo). A partire dal 1991, il capitalismo di stato è stato smantellato e rimpiazzato con un “normale” capitalismo basato sulla proprietà privata, la quale, come in tutti i Paesi del capitalismo contemporaneo, è fondamentalmente la proprietà dei monopoli finanziari, posseduta dagli oligarchi (simili e non diversi dagli oligarchi operanti nella Triade), molti fuoriusciti dall’ex nomenklatura, e qualche nuovo arrivato. L’esplosione di pratiche creative e autenticamente democratiche avviata dalla Rivoluzione d’Ottobre fu successivamente domata e sostituita da un modello di gestione autocratico della società, pur garantendo i diritti sociali alle classi lavoratrici. Questo sistema portò ad una massiccia de-politicizzazione e non fu protetto da deviazioni dispotiche e persino criminali. Il nuovo modello di capitalismo selvaggio è fondato sulla continuazione della de-politicizzazione e sul non rispetto dei diritti democratici. Un sistema del genere regge non solo la Russia, ma tutte le altre repubbliche ex sovietiche. Le differenze si riferiscono alla pratica della cosiddetta democrazia elettorale “occidentale”, più in Ucraina, ad esempio, che in Russia. Nondimeno questo modello di ordinamento non è “democrazia” ma una farsa in rapporto alla democrazia borghese così come funzionava nei precedenti passaggi dello sviluppo capitalistico, anche nelle “democrazie tradizionali” dell’Occidente, poiché il vero potere è ora limitato al dominio dei monopoli ed opera a loro esclusivo beneficio. Una politica orientata al popolo implica quindi un allontanamento, il più possibile, dalla ricetta “liberale” e dalla maschera elettorale ad essa associata, che pretende di dare legittimità a politiche sociali regressive. Vorrei suggerire la creazione al suo posto di un nuovo tipo di capitalismo di stato, con una dimensione sociale (intendo sociale, non socialista). Questo sistema aprirebbe la strada ad eventuali avanzate verso una socializzazione della gestione dell’economia, quindi a nuovi autentici avanzamenti verso l’invenzione di una democrazia rispondente alle sfide di un’economia moderna. Solo se la Russia si muove lungo queste linee, il conflitto in corso tra la politica internazionale indipendente di Mosca, da un lato, e dall’altro lato il perseguimento di una politica sociale interna reazionaria, può arrivare ad un risultato positivo. Tale mossa è necessaria e possibile: settori della classe politica dirigente potrebbero allinearsi su questo programma se la mobilitazione e l’azione popolare lo promuovono. Nella misura in cui simili politiche fossero portate avanti in Ucraina, Transcaucasia, e Asia centrale, un’autentica comunità di nazioni eurasiatiche può essere instaurata diventando un potente attore nella ricostruzione del sistema mondiale.

5. Il potere statale russo che rimane dentro i rigorosi limiti della ricetta neoliberista annienta le possibilità di successo di una politica estera indipendente e le probabilità che la Russia diventi un Paese davvero emergente, agendo come un importante attore internazionale. Il neoliberismo può produrre per la Russia solo una drammatica regressione economica e sociale, un modello di “lumpen sviluppo” e un crescente stato di subordinazione nell’ordine imperialista globale. La Russia fornirebbe alla Triade petrolio, gas e altre risorse naturali; le sue industrie verrebbero ridotte allo stato di sub-appaltatrici a vantaggio dei monopoli finanziari occidentali. In tale posizione, che non è molto lontana da quella della Russia di oggi nel sistema globale, i tentativi di agire indipendentemente nell’area internazionale rimarranno estremamente fragili, minacciati da “sanzioni” che rafforzeranno l’allineamento disastroso dell’oligarchia economica prevalente alle richieste dei monopoli dominanti della Triade. L’attuale deflusso di “capitale russo” associato alla crisi in Ucraina illustra il pericolo. Ristabilire il controllo statale sui movimenti di capitali è l’unica risposta efficace a tale pericolo.

Fonte: sinistrainrete.info

Samir Amin è nato al Cairo nel 1931. Dirige il Forum du Tiers Monde a Dakar ed è presidente del Forum Mondiale delle Alternative. Ha insegnato in varie università ed è stato consigliere economico di alcuni paesi africani. 

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