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Cuore, batti la battaglia!

Mese: gennaio, 2012

I ladri di Pisa

Libia visita del duo Sarkozy-Cameron

Bei tempi quelli in cui Sarkozy e Cameron andavano a braccetto in una Tripoli sfinita dai bombardamenti Nato e conquistata da un gruppo golpista fuoriuscito dal governo Gheddafi in combutta con estremisti musulmani non si capisce bene di quale nazionalità. Probabilmente i due leader di Francia e Inghilterra (nazioni che ricordiamo portano il peso di aver sfruttato, colonizzato e compiuto genocidi in tutta l’Africa) già pregustavano i ricchi contratti per la ricostruzione della Libia dopo aver così fortemente contribuito a distruggerla, oltre naturalmente ai contratti per l’estrazione del petrolio e del gas naturale.

Ma gli idilli, si sa, hanno vita breve quando nascono da meri interessi di bottega, infatti dopo l’annuncio di qualche giorno fa di Sarkozy sulla introduzione di una tassazione sulle transazioni finanziarie (Tobin Tax) ecco a stretto giro di posta gli strali di Cameron attraverso la BBC:”Se i francesi vogliono introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie nel loro Paese dovrebbero essere liberi di farlo. Ma l’idea di una nuova tassa europea, quando quella stessa tassa non verrà introdotta in altri luoghi, non penso sia logica e la bloccherò“.

Ovvia l’ira degli inglesi, con l’introduzione della Tobin Tax sarebbe colpita l’unica industria esistente nella loro terra: quella dei fattucchieri della City di Londra.

Sinceramente viene da pensare che l’obbiettivo di Sarkozy sia proprio quello di bombardare tributariamente Londra e magari spostare l’industria (se di industria si può parlare) finanziaria in parte a Parigi e in parte a Francoforte. Ovviamente con l’appoggio di quei tedeschi spesso silenti ma mai assenti nelle partite che contano.

Appare sempre più evidente la disgregazione non solo economica ma anche politica dell’Unione Europea: prima la Grecia, poi l’Ungheria e ora la guerra tra due colossi come Francia e Inghilterra. Senza dimenticare che è di questi giorni la dichiarazione dei governi di  Polonia e Romania di sospendere sine die la loro adesione all’euro.

Insomma, dopo quello che è stato fatto in Libia, vien da pensare ai famosi ladri di Pisa. Una ingloriosa fine per un Europa che non ci mancherà.

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Frittata di Porro (ovvero la verità dal sen fuggita)

Oggi Nicola Porro su il Giornale dedica il suo articolo al crollo delle quotazioni di Unicredit. Secondo il giornalista la colpa è da addebitare all’imporvvida decisione dell’autorità europea di costringere le banche a ricapitalizzare. Secondo me la decisione più che improvvida è iniqua visto che ha sancito, anche in questo campo, la regola orwelliana che alcuni animali sono più eguali degli altri. Come al solito, quelli più eguali sono gli animali che parlano francese e tedesco.

La parte più gustosa dell’articolo è però quella in cui Porro tenta di spiegare al lettore come Unicredit sia una banca molto solida:”Oggi la banca vale circa 8 miliardi. Le due partecipazioni che essa ha in Turchia e Polonia, e che sono quotate in quelle Borse, da sole valgono più di sette miliardi. Ha un patrimonio netto tangibile di 46 miliardi.“.

E qui sta il punto. Se il Dio Mercato dice che la banca vale otto miliardi, ed è in torto, sarebbe bastato vendere le partecipazioni turche e polacche da sette miliardi, come da valore di libro, per evitare un aumento di capitale ingiusto e mortifero per gli azionisti. Sempre che, si trovi qualcuno a questo mondo disposto ad acquistare per quella cifra le partecipazioni turco-polacche, naturalmente.

A voler essere precisi, nella frase incriminata vi è un altro cortocircuito logico: chi è il fesso che acquisterebbe per sette miliardi le partecipazioni polacco-ottomane dell’impero, quando per quella cifra può lanciare un OPA in borsa e prendersi  tutta (o quasi) Unicredit? Nessuno.

Infatti Unicredit è ricorsa al bagno di sangue dell’aumento di capitale piuttosto che alla cessione di asset molto preziosi, evidentemente solo sulla carta del bilancio.

Il lettore credo sia legittimato, a questo punto, a porsi una domanda:valutato ai prezzi di mercato quale sarebbe il patrimonio netto tangibile di Unicredit?

La televisione è merda

Secondo alcuni il potere dietro i media è la merda dell’umanità, che in modi subliminali ci ingannano e ci rendono come loro. Dunque ringraziamo Iva Zanicchi per questo momento di verità.

Le dieci regole per controllare la società secondo Noam Chomsky

Preziosissimo video trasmesso dalla Rai (immagino ad orari impossibili) per Uninettuno. Una bella attrice ci descrive le dieci regole ipotizzate dal Professor Chomsky, per controllare la società.

Ora cari amici, chiudete gli occhi e provate ad immaginare in quali e quante circostanze la nostra classe dirigente ha attinto a queste regole per manipolare la percezione dei fatti e dunque il comportamento del popolo.

Uno sforzo particolare è richiesto agli elettori di “sinistra”: dimenticatevi almeno per un attimo dell’esistenza di Berlusconi e provate a pensare ai vari governi Ciampi, Dini, Prodi, D’Alema, Amato e Prodi Bis.

Buon divertimento!

Dalla baionetta di Draghi al cannone di Ferrara (e Michel Rochard)

Interessante proposta quella di Giuliano Ferrara ieri su Radio Londra. Il giornalista, rilanciando un idea dell’ex Primo Ministro francese Rochard, ipotizza di risolvere la crisi dei debiti sovrani obbligando la BCE a prestar denaro alle banche commerciali al tasso dello 0,1% e imponendo (o implorando?) a queste ultime di acquistare titoli di debito sovrano così da far diminuire i tassi (e gli spread rispetto al benchmarck). In buona sostanza si tratta della baionetta di Mario Draghi (chi vuole si può leggere su questo blog il mio pezzo a tale proposito) trasformata in cannone, visto che i tassi sarebbero diminuiti ad un decimo rispetto a quelli, già ridicolmente bassi dell’1%, attualmente previsti.

Da non sottovalutare un altro aspetto: un tasso dello 0,1% è di molto inferiore al tasso d’inflazione rilevato in Eurolandia. Dunque saremmo di fronte ad un cannone situato nel Paese di Bengodi dove a godere come i matti sarebbero sicuramente i banchieri.

Se proprio una simile spericolata manovra andasse fatta, non si capisce per quale motivo vada congegnata in questi termini: tanto vale cambiare i Trattati Europei e consentire alla BCE di acquistare direttamente i titoli sovrani nel mercato primario, o no?

Un altra piccola considerazione: sembra che si stia diffondendo la strana idea che per risolvere le crisi economiche sia sufficiente stampare moneta. Ma se le cose stessero veramente così che senso avrebbe studiare economia? Molto meglio aprire delle Facoltà di Tipografia!

PS

Prometto ai miei pochi (ma buoni) lettori di scrivere il perché, secondo il sottoscritto, le manovre monetarie sono economicamente neutre, oltre che politicamente molto pericolose.

Il punto di flesso del professor Harvey

Una intervista estremamente interessante al Professor David Harvey. In particolare condivido l’idea che i capitalisti, nel momento di crisi, tendono a spostare il dibattito sugli evidenti limiti del capitalismo verso presunti limiti naturali. Infatti ora si fa un gran parlare della cosiddetta “decrescita felice” di Latouche così come negli anni ’70 si enunciavano i limiti naturali alla crescita teorizzati dal Club di Roma. Corsi e ricorsi.

L’altro aspetto che voglio sottolineare è l’intuizione di Harvey, secondo cui in questo momento storico il capitalismo vive un punto di flesso. Ovvero un punto nel quale la funzione della crescita (che nel sistema capitalistico deve essere crescente) manifesta un cambiamento di curvatura o convessità. Ecco, questo cambianmento di curvatura non implica la fine naturale del sistema capitalistico. Magari lo rende ancora più brutale, questo si.

Buona visione.

Alle origini del disastrato debito pubblico

Se si vuole analizzare l’attuale fase storica, pare assolutamente necessario comprendere l’origine e lo sviluppo di quel fenomeno, che a detta dei sacerdoti (economisti e giornalisti) che occupano il flusso d’informazione mainstream, è la causa di ogni male: il debito pubblico.

Per comprendere chiaramente il fenomeno è necessario individuarlo e definirlo correttamente. Nel profluvio di interpretazioni mi è apparsa fulminante, concisa e quanto mai intelligente la definizione data dall’economista Vladimiro Giacché: il debito pubblico non è altro che trasferimento di ricchezze, sotto forma di stipendi ai dipendenti pubblici, interessi corrisposti ai risparmiatori,  prestazioni di welfare per i cittadini e appalti concessi ai privati per il funzionamento della macchina pubblica[1]. In altre parole, dunque, il debito pubblico è ricchezza trasferita dallo Stato al settore privato.

Appare, a questo punto evidente, che un taglio del deficit statale (null’altro che la quota di debito pubblico di un determinato anno) si traduce immediatamente in una diminuzione della ricchezza del settore privato (famiglie e imprese).  Non basta, in relazione al cervellotico (perché rapporta uno stock con un flusso) parametro di Maastricht, si può evincere come un taglio della quantità al numeratore (debito) si traduce immediatamente in una diminuzione della quantità al denominatore (PIL, la ricchezza prodotta in un anno dalla nazione) rischiando addirittura di peggiorarne il rapporto.

Qualora si volesse credere all’esistenza di menti superiori, di poteri occulti (questi per la verità esistono ma non controllano, influenzano) e di organizzazioni in grado di controllare le sorti del mondo occidentale, sarebbe facile ipotizzare che il folle meccanismo congegnato sia frutto di menti che non volevano risolvere il problema del debito pubblico ma in realtà creare un fenomeno di dipendenza al fine di drenare risorse dai popoli a vantaggio di chi investe colossali cifre nel finanziamento dei cosiddetti debiti sovrani. Molto più efficiente però il ragionamento di chi crede che la stupidità sia l’unico elemento presente in quantità infinite nell’universo e che i danni maggiori si verifichino quando questa si accompagna al dogmatismo e alle credenze fideistiche in una qualsiasi dottrina.

Così infatti è accaduto quando si è congegnata una unione monetaria figlia della fretta e della cieca fiducia nelle dottrine economiche neoliberiste che credono per dogma come le contrazioni causate da politiche di bilancio restrittive possano essere compensate, dall’eventuale creazione di ricchezza frutto di privatizzazioni (anche di monopoli naturali!) e liberalizzazioni selvagge[2].

Premesso tutto questo non resta che provare a comprendere come si è creato, nelle attuali enormi dimensioni, l’attuale debito pubblico italiano.  Secondo il luogo comune trasmesso nelle televisioni e scritto nei giornali, parrebbe chiaro che la causa ultima della crescita stratosferica del debito pubblico sia dovuto ad un sistema di welfare estremamente generoso con i cittadini. Infatti la ripetizione ossessiva delle giaculatorie del “abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità” e del “non si può dare tutto a tutti” stanno li ad indicare chi sia il colpevole. Sarà veramente così?

Andando a verificare sui preziosissimi bollettini[3] della Banca d’Italia scopriamo che il rapporto tra il debito pubblico italiano e il Pil oscilla sul 60% fino agli inizi degli anni 80, di poco superiore a quella che è la media dei principali paesi dell’Europa occidentale. Da questi anni in poi la curva italiana del rapporto debito/Pil (ma anche il debito in valore assoluto) tende a crescere esponenzialmente, tra l’altro aprendo una forbice tra quella che è la curva italiana e quella della media dei paesi dell’Europa occidentale nei quali il rapporto rimane sempre nell’intorno del 60% del Pil.

Bene, questo è dovuto ad una esplosione dei deficit annui italiani, che ricordo è la “quota” di debito prodotta nell’anno e che va a sommarsi a quella degli anni precedenti formando appunto il “debitone complessivo”. Il Deficit Italiano  negli anni ’80 ebbe infatti una crescita media del 10,7% annuo in rapporto al Pil distanziando enormemente il 4% che fu la media dell’Europa a 15 in quegli anni. Di consenguenza il rapporto debito/pil raggiunse il 55% nel 1985 e il 121,5% nel 1994. Situazione dalla quale non ci siamo più risollevati nonostante anni di politiche di contenimento della spesa pubblica e privatizzazioni selvagge dei beni dello Stato.

E’ evidente che in quegli anni avvenne qualcosa che ha portato a questa esplosione. Preziosissimi, ancora una volta i bollettini statistici della Banca d’Italia[4], dai quali si evince che non fu la spesa primaria (in buona sostanza, pagamento degli stipendi, spese per il welfere e per il funzionamento della macchina dello Stato come per esempio Difesa e Giustizia) ad esplodere rimanendo anzi sotto la media degli altri paesi dell’Unione Europea, ma quella per gli interessi sul debito. Dagli anni ottanta, bollettini statistici della Banca d’Italia alla mano, questi ultimi si divaricarono enormemente rispetto alla media UE arrivando al culmine nel 1993 quando raggiunsero un tetto del 13% circa e con uno spread rispetto a quelli della media UE di circa l’8% (800 punti base direbbero i mezzibusti Rai che si collegano dalla Borsa di Milano). Un enormità non giustificabile visto che, sempre Bollettini della Banca d’Italia alla mano, non vi era di certo una spesa primaria superiore rispetto alla media UE per pagare un premio per il rischio così alto, anzi.

Risolviamo ora il mistero. Fino al 1981 la Banca d’Italia aveva l’obbligo di sottoscrivere i titoli pubblici (Bot, CCT, BTP ecc.) emessi dal Ministero del Tesoro e rimasti invenduti (in buona sostanza quello che tantissimi vorrebbero facesse oggi la BCE). In quell’anno per iniziativa del ministro Andreatta e in stretta collaborazione con l’allora Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi fu sancita la fine di questo obbligo, lasciando al “mercato” (eufemismo per indicare un numero ristretto di banche commerciali) il diritto di sottoscrivere o meno i titoli di stato e soprattutto di deciderne il prezzo (tasso d’interesse). Inutile dire che così si lasciava alle banche un potere enorme, in sostanza il potere di spolpare lo Stato generando una crisi finanziaria rifiutandosi di sottoscrivere i titoli o comunque di chiedere un tasso d’interesse enormemente elevato ed ingiustificabile rispetto a quanto avveniva nei paesi europei nostri partner.

Naturalmente inutile immaginare chissà quali complotti dietro questa scelta sciagurata, basta e di gran lunga per comprendere l’avvenimento, la solita visione ideologica che vede nel mercato (sic) la panacea per tutti i mali e la cornucopia dell’abbondanza. Salvo, a distanza di anni, trovarsi di fronte a problemi insormontabili dove, per assurdo, una classe dirigente fanatizzata, vuole risolvere gli sconquassi del “libero mercato” promuovendo misure ancora più liberiste e improntate a quel Washington Consensus che è visto come la legge scolpita dal Dio di Mosé sulle pietre del Monte Sinai!

Lascio ora la parola a Beniamino Andreatta, uno dei massimi protagonisti di questo cosiddetto “divorzio” tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro: “Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’ escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale.”, e ancora: “Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, ne’ lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come “congiura aperta” tra il ministro e il governatore divenne, prima che la coalizione degli interessi contrari potesse organizzarsi, un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso – soprattutto sul mercato dei cambi – abolire per ritornare alle piu’ confortevoli abitudini del passato.”[5].

In sostanza una confessione. Il divorzio, a detta dello stesso Ministro del Tesoro Andreatta, è stata la causa dell’esplosione del debito ed inoltre l’operazione non aveva il consenso politico solo che fu organizzata in maniera tanto veloce da non consentire agli avversari politici di organizzare le sacrosante barricate!

Altro si potrebbe dire in materia di debito pubblico, a partire dall’inettitudine della classe politica che ci ha governato in alternanza in questi dieci anni e che non ha approfittato del beneficio di tassi di interessi bassi per mettere in sicurezza il bilancio dello stato.

Ma vorrei concludere dicendo che, a mio avviso, quando uomini politici, economisti e giornalisti espongono, speriamo in buona fede, che la causa del nostro debito è un Welfere troppo generoso ed elencano alcuni assurdi privilegi, effettivamente esistenti come le “baby pensioni”, bisogna ricordare che a fronte di questi privilegi intollerabili vi sono milioni di giovani privati di qualsiasi copertura di protezione sociale.

Allo stesso tempo il recupero di risorse da intollerabili fenomeni come l’evasione e l’elusione fiscale così come la corruzione non incidono (o non dovrebbero incidere) sulla diminuzione dello stock del nostro debito. Le risorse recuperate dall’elusione e dall’evasione devono andare a finanziare un abbassamento di una pressione fiscale sicuramente opprimente mentre invece le risorse recuperate al deplorevole fenomeno della corruzione devono essere destinate al miglioramento delle infrastrutture e dei servizi offerti dallo Stato. Sempre che non si decida di uccidere il male sopprimendo anche il paziente.


[1] Intervento di Vladimiro Giacché nel  Seminario: “Per un analisi marxista dell’attuale crisi economica”. http://www.federazionedellasinistra.com/federazione/?p=5748

[2] Per chi volesse approfondire le tematiche relative a questa visione delle politiche economiche mi permetto di consigliare la lettura del paper “A Short History of the Washington Consensus” di John Williamson scaricabile liberamente su internet all’indirizzo http://www.iie.com/publications/papers/williamson0904-2.pdf

[4] In particolare si consultino i grafici a pagina 11 (figura 2) del “Supplemento al bollettino statistico – indicatori monetari e finanziari – Statistiche di finanza pubblica nei paesi dell’Unione Europea” Anno XI, numero 62 del 15 Novembre 2001, consultabile via internet a questo indirizzo: http://www.bancaditalia.it/statistiche/finpub/pimfpe/sb62_01/suppl_62_01.pdf

[5] Beniamino Andreatta, “l divorzio tra Tesoro e Bankitalia e la lite delle comari”, scritto pubblicato sul Sole24ore del 26 Luglio 1991 e consultabile su internet al seguente indirizzo, http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=art&artId=891110&chId=30

La baionetta di Mario Draghi

Strepitoso successo dell’operazione di pronti contro termine implementata dalla BCE di Mario Draghi, così almeno l’hanno definita gli imbonitori dei mass media tradizionali.

Tecnicamente questa operazione, posta in essere dalla BCE e denominata LTRO (Long Term Rifinancing Operation), consiste nel concedere liquidità (danaro contante) al sistema delle banche commerciali europee in cambio di titoli in garanzia (collateral) e ad un tasso dell’1%. Prestito che andrà rimborsato alla banca centrale, comodamente, in tre anni.

Forse la novità più importante in questa operazione, oltre alla durata del prestito (3 anni) e all’importo colossale (489 miliardi di euro), è l’accettazione, come collaterale a garanzia, di titoli di bassa o bassissima qualità che mai, fino ad ora la Banca Centrale Europea aveva accettato, considerandoli cartacce di infimo valore reale.

Non si può negare che il piano congegnato da Mario Draghi sia di una raffinatezza tecnica che dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, la sua superba competenza sul funzionamento dei mercati finanziari. Si deve anche ammettere come questa operazione potrebbe avere positivi cascami su alcune variabili importantissime nell’economia reale.

Con il suo ingegnoso piano, il Governatore Draghi sembra quasi, visto l’infimo tasso d’interesse richiesto, suggerire alle banche commerciali di acquistare, con i soldi prestati, titoli di debito sovrano degli stati europei.

Tale acquisto allenterebbe il boom degli interessi richiesti dal mercato su questa classe di investimento e allo stesso tempo permetterebbe, a rischio quasi zero, alle banche di lucrare sul differenziale tra i tassi dei titoli del debito sovrano eventualmente acquistato e quelli all’1% richiesti per partecipare all’LTRO.

Non c’è che dire, una soluzione ingegnosa che “nutre” a rischio zero l’anemico (un garbato eufemismo questo) sistema bancario europeo e allo stesso tempo consente l’allentamento della pressione sugli interessi dei titoli sovrani dei paesi in difficoltà dell’area euro, con relativo beneficio sul pagamento del servizio del debito.

Un piano che avrebbe avuto forti probabilità di funzionare. Un anno fa.

Infatti bisogna ricordare che quest’anno è deflagrata la crisi del debito greco. I vari piani proposti nel corso dell’anno non hanno portato ad una stabilizzazione della situazione (parliamo naturalmente dell’aspetto meramente finanziario, il lato sociale di questa crisi non lo teniamo in considerazione), vuoi perché le banche europee, a causa degli haircut ciclicamente proposti, rischiavano una significativa erosione del loro capitale netto, vuoi perché i tedeschi non hanno mai abbandonato il dogma della disciplina ferrea dei bilanci pubblici, vuoi perché i paesi “forti” volevano colpirne uno per educarne cento imponendo misure draconiane con l’intento di evitare eventuali comportamenti cosiddetti di “azzardo morale” da parte dei paesi deboli. Fatto sta che ancora oggi, l’investitore (qualora fosse così folle) da investire 1000 euro nei bond governativi greci ad un anno otterrebbe, alla scadenza, ben 4560 euro grazie ad un tasso del 356%. Naturalmente, lo dico nell’interesse dell’eventuale lettore ingenuo, è evidente che queste cifre non verranno mai pagate: semplicemente il mercato prezza una qualche forma di default con annesso haircut dei titoli del debito greco. Tale probabile haircut provocherà forti perdite alle banche europee.

Ovvio che in una situazione così problematica, i banchieri europei hanno paura di bruciarsi le mani acquistando titoli di debito sovrano. Per esempio Federico Ghizzoni, top manager di Unicredit, già infatti mette le mani avanti e dichiara che “non sarebbe logico” usare i soldi ottenuti dalla BCE per acquistarne ulteriori quote. Quindi, con buona pace della BCE, probabilmente le tensioni sui tassi di interesse dei debiti sovrani europei non sono destinate a rallentare.

Ma altri cigni neri, per usare una felice espressione di Nassim Taleb, potrebbero perturbare quello che è  l’altro possibile grande obiettivo del piano di Draghi: dare nutrimento alle dissanguate casse delle banche commerciali, consentendo di lucrare sulla differenza tra i tassi di interesse all’1% sui prestiti concessi e i vari assets che con quei soldi verranno acquistati.

Infatti nel frattempo l’Italia, terza economia dell’area euro, sta entrando in una recessione che potrebbe trasformarsi in una depressione. E’ di questi giorni l’annuncio ufficiale dell’Istat che già nel terzo trimestre il Pil italiano è entrato in “crescita negativa” (-0,2% rispetto al trimestre precedente).

Ancora più terrificante se si vuole, il dato (sempre Istat) dell’indice grezzo sulle vendite  diffuso oggi: -1,5% rispetto ad ottobre 2010. Tutto questo probabilmente è solo l’antipasto di quello che accadrà grazie alla manovra Monti che ha effetti sicuramente recessivi. Inutile dire che la recessione alle porte aumenterà le sofferenze delle banche vanificando in parte l’obbiettivo della BCE di mettere in sicurezza (dare nutrimento…) il sistema bancario, almeno in Italia.

Siccome, a quanto pare, viviamo un epoca storica dove i cigni neri non vengono da soli ma in stormi, segnalo che altri problemi potrebbero venire dall’Est Europa e precisamente dall’Ungheria. Infatti il FMI e la UE hanno deciso di non proseguire i colloqui per la concessione di un altro prestito “di salvataggio”. La situazione ungherese è sotto certi aspetti drammatica, infatti circa il 50% dei mutui immobiliari concessi sono denominati in franchi svizzeri. L’attuale svalutazione del fiorino ungherese rispetto alla moneta della confederazione elvetica ha messo in seria difficoltà prima i mutuatari (che guadagnano in fiorini ungheresi svalutati e pagano i mutui in franchi svizzeri) e poi, di conseguenza, le banche che avevano concesso i mutui. Il rischio crollo dell’economia magiara andrebbe a colpire il sistema bancario italiano e austriaco enormemente esposto in questa nazione.

 I guai per Mario Draghi sembrano dunque non essere finiti, ed anzi la sua manovra monetaria rischia di essere vanificata da tutta una serie di fattori incontrollabili.

In definitiva, visto che l’operazione di LTRO della BCE, aumenta la leva finanziaria delle banche commerciali europee si potrebbe dire che il suo eventuale fallimento provocherebbe un effetto moltiplicatore del collasso, trasformando la deflagrazione convenzionale del sistema in una deflagrazione termonucleare. Paradossalmente proprio quello che l’economista Ludwig Von Mises, demiurgo dell’attuale dottrina economica dominante, aveva ipotizzato in questo genere di situazioni: “Non c’è modo di evitare il collasso finale di un boom indotto da un’espansione creditizia. La scelta è solo se la crisi debba avvenire prima come risultato dell’abbandono volontario di un’ulteriore espansione del debito o più tardi con la totale catastrofe del sistema monetario coinvolto”.

E’ per questo che il piano del Governatore a me sembra la baionetta del fante italiano prima di Caporetto.

Articolo pubblicato su http://www.statopotenza.eu