Frittata di Porro (ovvero la verità dal sen fuggita)

di Giuseppe Masala

Oggi Nicola Porro su il Giornale dedica il suo articolo al crollo delle quotazioni di Unicredit. Secondo il giornalista la colpa è da addebitare all’imporvvida decisione dell’autorità europea di costringere le banche a ricapitalizzare. Secondo me la decisione più che improvvida è iniqua visto che ha sancito, anche in questo campo, la regola orwelliana che alcuni animali sono più eguali degli altri. Come al solito, quelli più eguali sono gli animali che parlano francese e tedesco.

La parte più gustosa dell’articolo è però quella in cui Porro tenta di spiegare al lettore come Unicredit sia una banca molto solida:”Oggi la banca vale circa 8 miliardi. Le due partecipazioni che essa ha in Turchia e Polonia, e che sono quotate in quelle Borse, da sole valgono più di sette miliardi. Ha un patrimonio netto tangibile di 46 miliardi.“.

E qui sta il punto. Se il Dio Mercato dice che la banca vale otto miliardi, ed è in torto, sarebbe bastato vendere le partecipazioni turche e polacche da sette miliardi, come da valore di libro, per evitare un aumento di capitale ingiusto e mortifero per gli azionisti. Sempre che, si trovi qualcuno a questo mondo disposto ad acquistare per quella cifra le partecipazioni turco-polacche, naturalmente.

A voler essere precisi, nella frase incriminata vi è un altro cortocircuito logico: chi è il fesso che acquisterebbe per sette miliardi le partecipazioni polacco-ottomane dell’impero, quando per quella cifra può lanciare un OPA in borsa e prendersi  tutta (o quasi) Unicredit? Nessuno.

Infatti Unicredit è ricorsa al bagno di sangue dell’aumento di capitale piuttosto che alla cessione di asset molto preziosi, evidentemente solo sulla carta del bilancio.

Il lettore credo sia legittimato, a questo punto, a porsi una domanda:valutato ai prezzi di mercato quale sarebbe il patrimonio netto tangibile di Unicredit?

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