La crisi e la lotta di classe da Marx a Goodwin

di Giuseppe Masala

Parafrasando Marx si può dire che uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro della lotta di classe.
L’attuale crisi economica, i dati statistici lo dimostrano, si ripercuote inevitabilmente sui livelli occupazionali  e di conseguenza sulla coesione sociale. Terrificanti a tale proposito le statistiche italiane: disoccupazione al 9% con una punta superiore al 30% se si considerano le classi di età più giovani. Da tenere in considerazione poi, il fenomeno tragico della sottoccupazione fatta di contratti a scadenza e con salari da fame.
In questo tragico panorama si odono i continui appelli della nostra classe dirigente, a partire dal Presidente della Repubblica, alla “coesione sociale”. Tali appelli, a leggerli in controluce, lasciano trasparire la paura di quello spettro marxiano chiamato “lotta di classe”.
A ben vedere questo è un fatto straordinario. Marx dovrebbe essere morto sotto le macerie del Muro di Berlino e assieme a lui dovrebbe essere scomparsa anche la lotta di classe. Qualcosa evidentemente non quadra, e i primi a saperlo, visti gli accorati appelli (coesione tra classi dominanti e classi subalterne?) sono proprio le nostre classi dirigenti.
A voler essere precisi, e un po’ maligni, si potrebbe anche dire che gli appelli alla coesione sociale sono l’esortazione alla classe subalterna di non dare sfogo alla rabbia repressa, in questi ultimi venti anni, per tutti i colpi inferti ai diritti conquistati negli ultimi cento anni di lotte. Mi riferisco in particolare allo sgretolamento dello stato sociale, alla feroce precarizzazione del mercato del lavoro fino ad arrivare all’assalto ai beni comuni (dall’acqua, alla privatizzazione delle aziende di Stato passando addirittura per la concessione a privati dello sfruttamento commerciale del Colosseo!).
A suffragare la tesi che la lotta di classe non è mai morta sotto le macerie del Muro di Berlino interviene addirittura il terzo uomo più ricco del mondo, Warren Buffett che dichiarò pubblicamente: “La lotta di classe esiste da venti anni e la mia classe l’ha vinta. Noi siamo quelli che abbiamo ricevuto riduzioni fiscali in modo drammatico”. Dunque non pare azzardato dire che l’unica lotta di classe ammessa sembrerebbe quella delle classi dominanti contro le classi subalterne. Mai l’incontrario.

Ma quale fenomeno sociale, economico o politico potrebbe svegliare le classi subalterne dal proprio torpore? Cosa potrebbe scalfire il muro di indifferenza, egoismo e di atomizzazione creato dai mass media e addirittura da un sistema universitario completamente (o quasi) asservito all’insegnamento di quel pensiero unico apologetico, soprattutto in economia, che ha il fine di restringere l’orizzonte culturale delle classi dominate e di far apparire come un fenomeno naturale e ineludibile lo stato subalterno di una classe nei confronti di un’altra? Quale fatto può risvegliare la coscienza di classe di un gruppo sociale atomizzato, egoista e ancora alla ricerca di un effimero benessere (ormai quasi irraggiungibile) fatto del consumo di inutili aggeggi tecnologici, stracci firmati e vacanze usa e getta modello crociere?
A modesto avviso dello scrivente, può venire in aiuto, per rispondere a queste domande, il modello di conflitto sociale (1967) del grande economista americano Richard Murphey Goodwin .
Esso prevede l’interazione di due attori principali – capitalisti e lavoratori – e può essere riassunto, sommariamente e in maniera non analitica, nel modo seguente.
Un elevato tasso di occupazione genera inflazione nei salari, ciò aumenta il valore del monte salari pagato ai lavoratori in rapporto al prodotto totale dell’economia. Di conseguenza si riduce la quota di profitti per i “capitalisti-predatori”, la loro capacità di investimento e il prodotto futuro che sarà realizzato. Questo provocherà una diminuzione della domanda di lavoro, rallenterà la crescita dei salari o addirittura ne provocherà la contrazione. Si osserverà dunque, una diminuzione della quota del prodotto nazionale destinata ai lavoratori e, specularmente, una ripresa dei profitti e degli investimenti.  Questo stimolerà la domanda di lavoro, aumenterà il potere contrattuale della classe “operaia-preda” che beneficerà di nuovi aumenti salariali. Dunque il modello ricomincerà in modo ciclico lungo il percorso che s’è appena visto.
Sebbene, in questo particolare momento storico, ci troviamo in una fase del ciclo dove vi è scarsa domanda di lavoro, non come conseguenza delle motivazioni descritte  nel modello, ma dovuta ad un fattore esogeno (crisi finanziaria), il modello non perde la sua validità.  Anzi, implicitamente, ci indica non solo il motivo che provoca il conflitto (scarsa domanda di lavoro) ma anche il mezzo per affrancare definitivamente la preda-lavoratore dall’ineludibilità del ciclo descritto: togliere al predatore-capitalista la leva degli investimenti che manovra a suo libero arbitrio fino al raggiungimento del livello di profitti considerato da esso soddisfacente.
Appare evidente come questo obbiettivo possa essere raggiunto dalla preda-lavoratore solo con il sostegno dello Stato: quest’ultimo, nei momenti in cui vi è scarsa domanda di lavoro, deve sostituire il predatore-capitalista nel sostenere gli investimenti (non è da escludere che la cosa sia anche meno costosa rispetto al porre in essere le attuali misure assistenziali contro la disoccupazione) anche nazionalizzando le imprese in fase di crisi/smantellamento soprattutto se strategiche.
In definitiva il modello di Goodwin ci indica che vi sarà lotta di classe, solo a condizione che vi sia una coscienza di classe da parte degli oppressi e questa vi sarà solo nella comprensione razionale delle condizioni di partenza (disoccupazione) e degli strumenti (investimenti statali e nazionalizzazioni) da porre in essere al fine di cambiare lo stato delle cose.

PS
Pare all’autore, alla luce dell’umile analisi fatta, che gli attuali, comunque sacrosanti rigurgiti di ribellismo, posti in essere da gruppi, gruppuscoli e corporazioni sotto attacco, siano comunque inutili proprio per la mancanza di coscienza di classe, di analisi delle condizioni di partenza e degli strumenti necessari ad un effettivo cambiamento.

Pubblicato su http://www.statopotenza.eu

 

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