Le considerazioni di un ingegnere liberista sulla lotta di classe e sul modello di Goodwin

di Giuseppe Masala

 

Giuseppe, ho letto con interesse il tuo articolo. Tralascio, anzitutto,
le implicazioni politiche del tuo ragionamento, perché ad esse tu giungi traendole come conclusione
necessaria di alcuni presupposti che desumi dalla tua analisi.
Nello scrivere qualche breve commento, senza pretesa di rigore scientifico, cercherò di concentrarmi, perciò,
su alcuni punti che, a mio parere, sono un po’ deboli. Non nel tuo articolo in sè, ovviamente, ma nel
quadro interpretativo da cui esso può nascere e in cui esso si inserisce.
Una prima annotazione va fatta sul modello di Goodwin. Io sono sempre stato affascinato dalla teoria dei sistemi
e dai modelli dinamici. Proprio per via di questa fascinazione ho dovuto, in qualche modo, vaccinarmi da essi.
La matematica è una “lingua”, un modo per esprimere in modo rigoroso e coerente dei concetti e per trarre da essi, in
modo altrettanto rigoroso deduzioni non arbitrarie.
Proprio per questo, e per la mia formazione tecnica, sono consapevole del fatto che più delle conclusioni
e della lettura analitica dei passaggi per cui si giunge ad esse è importante capire due cose.
La prima è la natura delle ipotesi che sono alla base della struttura del modello.
La seconda è legata alla prima e consiste nel comprendere quali siano i limiti di applicabilità del
modello alla realtà.
Seguirò, nella mia breve analisi, (e spero che tu, se riscontri degli errori grossolani dovuti al mio
non essere del settore, mi corregga) la descrizione del modello data da wikipedia, sperando che sia sufficientemente corretta.
Partiamo dall’output.
la aggregate production function usata è la funzione di Leontieff,caratterizzata da un’elasticità di sostituzione nulla.
Non credo che sia una scelta neutra. Questa scelta presuppone che capitale e lavoro, come fattori di produzione,
siano essenzialemente, ontologicamente, diversi e non reciprocamente sostituibili.
Si ammette che ci possa essere una evoluzione temporale dei fattori, ma si assume che, ad esempio, una maggiore produttività
del capitale non possa produrre incrementi nella produzione aggregata perchè l’apporto del lavoro, a parità di produttività di quest’ultimo,
costituirebbe un fattore limitante. Lo stesso vale per il viceversa.
E’ vero? Non è vero? Dipende dai casi reali, mi verrebbe da dire. Cosa accadrebbe al modello se si assumesse che la funzione
di produzione aggregata sia la funzione di Cobb–Douglas, o la CES di Solow? In linea più generale, assumere che, per l’intero mercato del lavoro, la forma
degli isoquanti sia tale da non ammettere incremento della produzione se non per effetto combinato di entrambi i fattori mi sembra
un punto fondamentale.
Il secondo assunto, ancora più forte, è che capitale e lavoro contribuiscano equamente alla produzione.
E’ un assunto che non può essere assolutamente considerato valido nemmeno in prima approssimazione per quasi nessun contesto reale.
Ovviamente questo non significa che il modello sia da rigettare, ma, tornando alle premesse che facevo all’inizio, nell’utilizzarlo si deve essere
consapevoli del peso che questo assunto ha.
Viviamo in una realtà in cui l’evoluzione tecnologica rende, in alcuni settori, l’apporto del lavoro sempre più marginale, mentre, in altri,
fa sì che la produttività oraria del lavoro sia tale da rendere insostituibile chi lo svolge.
Non credo che oggi sia possibile prescindere da una reciproca sostituibilità tra capitale e lavoro se non si vuole fare esclusivamente un esercizio
di stile.
Un altro assunto interessante è l’assunzione di una curva di Phillips linearizzata per determinare la relazione tra il tasso di occupazione e l’andamento
dei salari.
Se non interpreto male, la relazione di Phillips originale legava, però, i tassi di disoccupazione all’inflazione.
Questa differenza mi lascia piuttosto perplesso, perché, per come è costruito il modello un incremento di produttività non solo non viene premiato
ma comporta anche un decremento della frazione di prodotto che si traduce in salario.
D’altro canto un altro aspetto che non mi convince, almeno per come è descritto nella voce di wikipedia, è quello connesso con l’accumulo di capitale.
Anche in questo caso trovo interessante che si sia assunto che si abbiano rendimenti di scala costanti e non, come mi aspetterei, crescenti.
In questo,però, sembra che Goodwin non sia stato l’unico a fare una scelta di questa natura, per cui, probabilmente, c’è qualche considerazione
“ovvia” che, a me, sfugge.
La somma di tutte queste premesse conduce a un sistema di equazioni che, non so quanto inaspettatamente per Goodwin, assume la forma del notissimo sistema preda-predatore. Ne assume la forma, ma non il significato.
Su un’asse abbiamo l’offerta di lavoro, mentre sull’altro vediamo la quota di introiti che si traduce in salari.
Non abbiamo i lavoratori-prede e i capitalisti-predatori, a me sembra, a meno che non si faccia un altro assunto, che tra l’altro spiegherebbe anche, in parte, alcune delle scelte nella struttura del modello che, come ti dicevo, mi lasciano un po’ perplesso.
L’assunto è legato al quadro concettuale sotteso al modello. E l’assunto è che il tasso di crescita della produzione, il tasso di accumulazione del capitale e il tasso di incremento dell’occupazione siano direttamente correlati.
In altri termini, il meccanismo che si vuole rappresentare è quello per cui il profitto derivi, per l’impresa, dall’erosione del salario, o, comunque,
speculando sull’aumento di produttività del lavoro.
Goodwin è dichiaratamente marxista, per cui questo assunto è quasi necessario, mi parrebbe nella costruzione del suo modello, ma, a questo punto, come ti dicevo all’inizio,
si svela che la matematica è solo un metodo per esprimere rigorosamente concetti che devono già esistere.
Inizialmente mi son chiesto, quasi incidentalmente, come cambierebbe il modello se si adottasse per rappresentare la produzione aggregata la funzione di Cobb-Douglas.
Quasi incidentalmente, perché esiste almeno un modello ( purtroppo, la mia fonte in questo è sempre wikipedia,
ma spero che le informazioni che ho siano sufficientemente corrette), quello di Solow–Swan – in realtà ho trovato anche un modello di Ramsey–Cass–Koopmans  che mi sembra ancora più interessante – che la utilizzano.
Sono entrambi modelli di ispirazione neoclassica, per cui potremmo dire che, alla fine, il confronto è sempre tra Marshall e Marx.
Uscendo dall’angusto spazio dei modelli matematici e tornando alla realtà, che consente di determinare se gli assunti che portano poi a formulare modellizzazioni come quelle di cui stiamo amatorialmente ( per quel che mi riguarda) parlando siano o meno verosimili vorrei farti notare alcune cose.
Uno degli assiomi di base che tu poni è che esistano due categorie distinte e non sostituibili: lavoro e capitale, la preda e il predatore.
In realtà, se questo poteva essere parzialmente vero in un contesto produttivo del secolo scorso, oggi questo assunto è stato completamente smentito dall’evoluzione tecnica e negarlo e ignorarlo rende qualsiasi modellizzazione un puro, astratto, gioco matematico.
Nella stragrande maggioranza dei casi, e in questo parlo per esperienza diretta, la linea di produzione non vede più l’operaio che compie azioni ripetitive e cicliche tallonato da un Taylor che cerca di ridurlo ad un automa.
E una moderna produzione di massa prevede una profonda differenziazione di professionalità in un contesto organizzativo di sistema che, proprio per l’esigenza concreta di adeguarsi ai modelli di TQM oggi predominanti, non può che integrare sempre di più queste differenti professionalità nella struttura degli asset dell’impresa.
L’idea che esista un idealtipo di lavoratore completamente avulso dal contesto aziendale in cui tale lavoratore si forma e costruisce la propria esperienza professionale è inadeguata a descrivere la realtà attuale.Allo stesso modo un determinato processo produttivo può via via essere sottoposto a forme sempre più raffinate di automatizzazione e il ruolo e l’apporto sia del capitale che del fattore lavoro possono cambiare. ciò che oggi puo’ essere fatto da un operatore privo di qualifiche specifiche, probabilmente, domani richiederà un apporto maggiore di capitale, e richiederà un operatore umano dotato di skill maggiori.
Se volessimo tenerne conto nei nostri modelli non potremmo non dover valutare adeguatamente il saggio marginale di sostituzione tecnica tra capitale e lavoro e modellare adeguatamente quelli che, se non erro, sono gli effetti di economie d’esperienza.
Il secondo assunto che trovo inadeguato alla descrizione della realtà attuale, per lo meno per come la vivo io nella mia esperienza quotidiana, è legato al modo in cui  l’impresa crea profitto.
Tu sostieni nel tuo articolo che il calo di domanda nel mercato del lavoro debba essere contrastato attravarso le nazionalizzazioni.
Per amore di discussione rinuncio, almeno in questa sede, a discutere del fatto che sia o non sia la sfera di produzione il luogo in cui si genera il profitto per il capitalista.
Sarebbe troppo complesso, credo, assumere il ruolo di avvocati di una visione rispettivamente neoclassica e marxista dell’economia.
Ammettiamo che sia in essa che il profitto si generi, e a spese del lavoratore. La nazionalizzazione non restituisce in alcun modo al lavoratore il plusvalore, ma ne rende beneficiario semplicemente
un capitalista diverso, impersonale e decisamente più potente e invasivo del misero, a questo punto, capitalista privato che puo’, sì, disporre del mio lavoro, ma non, come invece puo’ lo stato,
disporre a suo piacimento della mia stessa vita e libertà.
Giuseppe, qui mi interrompo, perché mi sono dilungato anche troppo in queste mie osservazioni da “economista da osteria”.
Spero che queste mio piccolo papello ti possa in qualche modo interessare, e che tu mi faccia sapere cosa trovi di inesatto in esso.
à bientôt!

Luigi Masala

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