Tappeto di Nule e decolonizzazione.

di Giuseppe Masala

Ha destato un gran clamore il viaggio di Napolitano in Sardegna costellato di tante contestazioni e, in generale, privo di quel calore umano che sempre l’Isola riserva ai propri ospiti. Tutto è dovuto alla terribile crisi economica che vive la mia terra: le crisi aziendali prive anche della speranza di una soluzione positiva ormai si contano a decine, per non parlare, poi, del problema endemico della disoccupazione giovanile ormai a livelli boliviani (sempre che lo stato della Bolivia non trovi offensivo il paragone).

Naturalmente per la soluzione dei problemi si fa un gran parlare di “crescita dal basso“, di “autoimpiego“, di “valorizzazione delle risorse locali“, di “cultura sarda al primo posto” e di crescita “self reliance“. Parole.

Infatti, come si noterà nella foto in alto, i signori che amabilmente ci spiegano le strategie necessarie per uscire da questa terribile crisi, lo fanno  appoggiando i piedi su un bel tappeto…persiano.

E allora, se non si ritiene degno di utilizzo un bel prodotto della nostra terra (sia esso un tappeto di Nule o di Sarule)  si comprende che certe parole sono vuote, prive di un significato concreto.

Nessuno, naturalmete, se la prende con il sindaco Ganau, con il bravo Rettore dell’Università di Sassari e tanto meno con il Presidente Napolitano che non hanno curato la scenografia. Per la verità non va buttata la croce manco a chi si è occupato di organizzare l’evento.

Però si può dedurre almeno un elemento inconscio: quando arrivano gli ospiti di riguardo bisogna nascondere qualunque cosa rappresenti la nostra identità e la nostra specificità culturale.

Se le cose stanno così, citando Thomas Sankara, il nostro compito principale è “decolonizzare le nostre menti“. In caso contrario, anche economicamente, saremo destinati a rimanere nella dipendenza e nella subalternità.

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