Sulla futilità dell’indipendentismo sardo

di Giuseppe Masala

Antonio Gramsci spiegava che dobbiamo immaginare: ” (…) la Sardegna come un campo fertile e ubertoso la cui fertilità è alimentata da una vena d’acqua sotterranea che parte da un monte lontano. Improvvisamente voi vedete che la fertilità del campo è scomparsa. Là dove erano messi ubertose vi è soltanto più erba bruciata dal sole. Voi cercate la causa di questa sciagura, ma non la troverete mai se non uscite dall’ambito del vostro campicello, se non spingete la vostra ricerca fino al monte da cui l’acqua veniva, se non arrivate a capire che lontano parecchi
chilometri un malvagio o un egoista ha tagliato la vena d’acqua che alimentava la fertilità ubertosa del vostro campo.

Io credo che la suggestione di molti sardi verso l’idea di indipendenza derivi proprio dalla ricerca, nel luogo sbagliato, delle cause della perenne depressione economica dell’Isola. Ma il monte da cui non arriva l’acqua, per dirla con il grande pensatore sardo, è lontano. Dunque, inutile cercare esclusivamente nell’isola stessa i mali e le relative soluzioni ai nostri problemi.

Il male innanzitutto sta in un modello economico, il capitalismo, feroce, votato all’arricchimento spropositato dei pochi a danno dei molti non importa dove situati: si può essere poveri e in balia dei potenti ad Ivrea come a Cardito come a Sedilo. Un sistema votato al profitto ad ogni costo non può che essere fondato sull’ingiustizia e sulla prevaricazione dei pochi a danno delle moltitudini spesso ignare.  Che senso ha dunque chiedere l’indipendenza e non dire una parola sulla necessità di cambiare il modello economico? L’unica differenza reale sarebbe il cambiamento delle classi dominanti: gli attuali Vicere di Cagliari e di Sassari sarebbero i nuovi sovrani. Non cambierebbe la condizione di subalternità e dipendenza del Popolo Sardo.

Altro paradosso della vacua idea indipendentista è questo: che senso ha rendersi formalmente indipendenti in un epoca storica caratterizzata dal “libero scambio” tra nazioni e dal dissolvimento degli stati nazionali a vantaggio di entità sovranazionali dalla dubbia legittimità democratica?

Si vuole forse togliere alla Banca Centrale Europea il diritto di battere moneta a nostro nome e per nostro conto? Si vuole forse togliere alla Commissione Europea la potestà di controllo del bilancio dell’ipotetico Stato Sardo? Si vuole forse togliere alla Nato il diritto di dichiarare guerra a nostro nome come accade attualmente nell’ambito dello Stato Italiano? Si vogliono forse rompere i trattati del World Trade Organization che rendono possibile l’importazione anche delle patate francesi a discapito delle patate di Gavoi o di Sorso?

E qualora a queste domande, la risposta degli indipendentisti fosse positiva, chiedo anche se si rendono conto che una simile scelta porterebbe la Sardegna, essendo priva o quasi di materie prime e di produzioni ad alto valore aggiunto, a precipitare in una condizione da paese del Terzo Mondo vista la necessità di acquistare (con valuta pregiata a sua volta da reperire con le esportazioni del nostro debolissimo sistema produttivo) commodities e beni ad alto valore aggiunto (i medicinali per esempio).

Domando inoltre se, l’auspicabilissima in senso etico, fuoriscita unilaterale dell’ipotetico Stato Sardo dalla Nato non comporterebbe l’immediata iscrizione della Sardegna nella lista delle Nazioni da strangolare economicamente ed eventualmente da sottoporre a bombardamento umanitario e democratico.

E’ evidente, almeno secondo me, che simili enormi problemi creati da queste entità potentissime possano essere superati solo democraticamente,  con la unità dei popoli e con la consapevolezza delle classi subalterne, non di certo con delle scorciatoie avventuristiche dal sapore campanilista.

Dunque, per tornare a Gramsci, credo che l’indipendentismo sardo sia simile a quel contadino che scava sotto i suoi piedi per trovare i motivi per i quali la vena d’acqua si è inaridita, senza sapere che quella vena è stata bloccata a Francoforte, a Londra a Bruxelles e a New York.

Si può, anzi si deve, come Gramsci, essere sardi fino all’ultima goccia del proprio sangue senza però perdere di vista le vere ragioni della sofferenza della propria terra.

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