zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: marzo, 2012

L’Internazionale di Franco Fortini

La versione del 1994 de L’Internazionale lasciataci da Franco Fortini. La più bella, la più struggente.

Noi siamo gli ultimi del mondo.
Ma questo mondo non ci avrà.
Noi lo distruggeremo a fondo.
Spezzeremo la società.
Nelle fabbriche il capitale
come macchine ci usò.
Nelle scuole la morale
di chi comanda ci insegnò.

Questo pugno che sale
questo canto che va
è l’Internazionale
un’altra umanità.
Questa lotta che uguale
l’uomo all’uomo farà,
è l’Internazionale.
Fu vinta e vincerà.

Noi siamo gli ultimi di un tempo
che nel suo male sparirà.
Qui l’avvenire è già presente
chi ha compagni non morirà.
Al profitto e al suo volere
tutto l’uomo si tradì,
ma la Comune avrà il potere.
Dov’era il no faremo il sì.

Questo pugno che sale…

E tra di noi divideremo
lavoro, amore, libertà.
E insieme ci riprenderemo
la parola e la verità.
Guarda in viso, tienili a memoria
chi ci uccise, chi mentì.
Compagni, porta la tua storia
alla certezza che ci unì.

Questo pugno che sale…

Noi non vogliam sperare niente.
il nostro sogno è la realtà.
Da continente a continente
questa terra ci basterà.
Classi e secoli ci han straziato
fra chi sfruttava e chi servì:
compagno, esci dal passato
verso il compagno che ne uscì.

Questo pugno che sale…

Antropologia della comunicazione: che c’entra Skype?

L’amico Fabrizio Mastio gentilmente mi invia e pubblico. Grazie.

I Social Network, Skype e i software affini sono a parere di chi scrive la più importante invenzione dell’epoca postindustriale: perchè? Se si fa un passo indietro e si analizzano i modelli sociali che hanno, con le dovute differenze e peculiarità, contrassegnato la storia umana, neanche tanto lontana dal momento in cui questo testo viene redatto, si può facilmente ricordare l’epoca in cui dirsi addio era qualcosa di letterario e romantico: un non rivedersi, una sorta di morte dell’anima.

La società prevedeva un modello in cui ogni individuo, soprattutto nelle piccole realtà, conosceva cerchie ristrette di persone e dove i ruoli erano ben definiti, dettagliati, ma per non cadere in eufemismi, si può affermare semplicemente che non vi era molto spazio per contatti con estranei e la diversità era con certezza un concetto percepito in modo molto diverso rispetto a quello odierno.

 Fra i vari tipi di cambiamento, è mutato il ruolo della donna, oggi indipendente, almeno nei paesi occidentali o in quelli in cui la democrazia non è solo apparente.

 La rivoluzione industriale ha segnato il passaggio dall’agricoltura all’industria e parimenti prodotto un mutamento sociologico, parafrasando Durkheim, la differenziazione sociale del lavoro e per converso ha originato una crisis delle relazioni sociali, un epocale cambiamento che si sostanzia in un ampliamento delle medesime in senso orizzontale, ma non sempre in profondità.

 Nella società odierna si fondono in maniera “problematica” tre aspetti: l’affermazione del sé come individualismo competitivo, il relativismo e infine i particolarismi.

 L’affermazione del sé pare legata alla forza dell’immagine, che oggi appare vitale. Se in passato l’immagine era legata a quello che potrebbe definirsi un senso dell’onore, un rispetto verso se stessi e verso gli angusti circuiti frequentati, oggi ciò che trasmettiamo di noi stessi, appare sempre più una personificazione di ciò che desideriamo che gli altri pensino di noi, ma gli altri, latu sensu, in maniera orizzontale.

Il relativismo ha a che vedere, invece, con il mutamento dei mores, sempre meno definiti e più adattati e adattabili a contesti enormemente espansi, dove si ha una sorta di pantagruelico consumo di mode e simboli.

 Infine, i particolarismi trovano spazio quasi in antitesi a tale processo di espansione del cosmos in cui siamo immersi e si presenta in tal modo una dicotomia tra ampi orizzonti e tendenza verso il particolare, quasi come un meccanismo di difesa sociale.

 Appare ovvio che sia mutato il “senso del luogo” e per siffatta ragione la velocità con la quale si ricevono notizie, stimoli e messaggi, ha proiettato l’essere umano verso una sorta di corsa, spesso disordinata e generatrice di una frenesia dell’immaginazione che non sempre è veicolata in maniera positiva verso quella che potrebbe definirsi una “meccanica razionale”.

A questo punto ci si potrebbe chiedere: ma Skype che c’entra con tutto cio?

Skype è il simbolo della velocità e dell’annulamento delle distanze, di un nuovo interazionismo simbolico, precursore di un cambiamento che noi umani percepiremo realmente solo tra molti anni perchè la rapidità che quotidianamente attraversa la vita non permette ancora un’analisi profonda di come, al di là dell’adesione o meno al determinismo tecnologico, alcune invenzioni possano mutare sociologicamente l’uomo, senza che questi ne sia pienamente cosciente.

Il massimalismo parolaio dei Vicere cagliaritani

Pubblico con piacere uno scritto del Compagno Gianni Fresu sull’ordine del giorno patacca della Regione Sardegna che secondo alcuni avrebbe sdoganato la questione del rapporto Stato italiano – Regione Sardegna.

In fondo al post troverete una piccola biografia di questo giovane e bravo studioso.

In merito al famigerato ordine del giorno (n. 79, approvato dal Consiglio Regionale il 21 marzo, primo firmatario Giacomo Sanna), la prima reazione spontanea, vista la credibilità dei soggetti proponenti, è stata una sonora risata. Tuttavia, al di là di fin troppo semplici battute, quest’ordine del giorno è in sé preoccupante per la faciloneria con cui si imbocca una strada vischiosissima solo per avere spazio sui giornali e smarcarsi giusto in tempo per il certificato di verginità pre-elettorale. Spararla così grossa serve solo a depotenziare il significato degli strappi istituzionali e ad assuefare i cittadini a una politica fatta di annunci sensazionali cui non seguono mai fatti concreti. Una tendenza tipica del vecchio massimalismo socialista: nel Congresso del PSI del 1919 (l’apoteosi storica del massimalismo parolaio) vennero proposti al voto degli ordini del giorno che predisponevano la rivoluzione per la domenica successiva all’assise. Ecco, quella mi sembra la strada intrapresa oggi dal Consiglio regionale sardo.

Le parole sono importanti, e temo ci sia o incoscienza sul significato di quelle adoperate o, peggio, una consapevole strumentalità per nulla corrispondente a quel che sino ad oggi questi signori hanno fatto e, soprattutto, a quel che realmente intendono fare ora. L’ordine del giorno (patacca) testualmente recita:  ”Verifica dei rapporti di lealtà istituzionale sociale e civile con lo Stato che dovrebbero essere a fondamento della presenza e della permanenza della Regione nella Repubblica italiana”. Senza giri di parole ritengo che se la Lega avesse fatto approvare un dispositivo analogo in tanti avrebbero gridato allo scandalo. Fino a prova contraria, in un quadro costituzionale come il nostro, non è ipotizzabile alcuna verifica della “presenza e permanenza di una regione nella Repubblica italiana”. Anche il più somaro tra gli studenti di diritto costituzionale sa che l’Unità e indivisibilità della Repubblica, come del resto la forma repubblicana dell’ordinamento, sono principi non soggetti a sindacato, transazione o modifica.

L’unica strada sarebbe, assolutamente legittima per carità, quella della secessione (con annessi e connessi). Ma se così fosse, tendenzialmente, mi verrebbe naturale nutrire qualche diffidenza sulla buona fede dei primi firmatari di questo Odg. Detta più brutalmente, se proprio dovessi dar credito a una prospettiva di quel tipo mi volgerei ad altri soggetti politici da sempre e con coerenza impegnati in quella lotta, non certo a chi fino ad ora ha esercitato e continua a esercitare ben altro ruolo nella dialettica Stato-Regione. Dietro quest’operazione mi sembra ci sia una gran voglia di spostarsi dal palazzo alla viglia del suo crollo, dopo averlo edificato con tanto impegno e amore (mattone per mattone), dando ovviamente la responsabilità del collasso ad altri. E’ chiaro, i governi Berlusconi, Prodi e Monti hanno una buona fetta di colpevolezza, forse la gran parte, per la condizione in cui versa la Sardegna, ma questo non cancella due dati che a me sembrano dolosamente nascosti sotto il tappeto:

1)   I governi nazionali hanno potuto operare in un determinato modo perché sostenuti dalle classi dirigenti sarde, compresi i firmatari di questo Odg (patacca);

2) Le dolose responsabilità dei governi nazionali sono ampiamente compensate da quelle dei governi regionali, primo tra tutti, quello tutt’ora in sella che i principali proponenti dell’Ordine del giorno si guardano bene dal disarcionare.

Per quanto riguarda il dibattito a sinistra, il vero punto politico è aver dato sponda proprio alle forze politiche maggiormente responsabili del disastro sardo che, incuranti del proprio fallimento, cercano ora di scaricare le loro responsabilità sul governo nazionale e su rapporti di forza (Stato-Regione) fino a oggi sostenuti. Il discorso sarebbe stato diverso se i proponenti della maggioranza avessero legato all’ordine del giorno alcuni atti politici in grado di aprire realmente una vertenza durissima Stato-Regione: 1) staccare la spina al Governo Cappellacci; 2) dimettersi dai ruoli in Giunta e nelle Commissioni; 3) proporre le dimissioni dell’intero Consiglio regionale (e magari anche delle amministrazioni locali). Si è invece preferita la strada più semplice (quella che non fa perdere i “benefici” del ruolo istituzionale ricoperto) lasciando credere che (da questo momento!) la Regione Autonoma della Sardegna era pronta a intraprendere un percorso tanto grave da ridiscutere la propia appartenenza allo Stato italiano (nientepopodimenoche!). Detta brutalmente, mi sembra l’ennesima operazione politicista con cui si prendono per i fondelli i sardi, fare come “i ladri di Pisa” del famoso adagio popolare toscano, quelli che di giorno litigano e la notte vanno insieme a rubare.

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Ganni Fresu, laureato con il massimo dei voti e la lode in Storia delle dottrine politiche presso la Facoltà di Scienze politiche di Cagliari con una tesi dal titolo, Antonio Gramsci: dal cadornismo all’intellettuale collettivo. Cultore della materia in Storia delle dottrine politiche nella stessa facoltà nell’Anno Accademico 2000/2001. Nel febbraio del 2002 è vincitore del concorso per il Dottorato di ricerca in Filosofia, “Dialettica e mondo umano” presso l’Università di Urbino e titolare della relativa borsa. Con delibera dell’Istituto di Scienze Filosofiche e Pedagogiche “Pasquale Salvucci” dell’Università di Urbino è dichiarato “Cultore della materia” in Storia della filosofia per l’AA 2002-2003. Con delibera della Facoltà di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Cagliari, è dichiarato “Cultore della materia” in Filosofia politica per gli A.A. 2003-04 e 2004-05. Nel febbraio 2005 l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici gli attribuisce un progetto di ricerca con relativa borsa in Storia contemporanea, sul tema “Violenza politica e potere in Italia nel secondo dopoguerra”. Il 4 febbraio del 2006 consegue il titolo di Dottore di ricerca in Filosofia, “dialettica e mondo umano”, presso l’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”. Dall’AA 2006-07 è “Cultore della materia” di Storia contemporanea e Storia della Sardegna contemporanea e svolge attività didattica presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Cagliari. Dal 2007 è titolare di assegno per lo svolgimenti di attivita’ di ricerca e didattica, dell’area Scienze storiche, filosofiche, psicologiche e pedagogiche, settore M-Sto/04 dal titolo: “I Parlamentari Sardi (Il Novecento)”, presso l’Università di Cagliari. Dal 2006 collabora con la Fondazione Istituto Storico “Giuseppe Siotto”, nell’attività di ricerca, ideazione, preparazione e supporto allo svolgimento di convegni, seminari e incontri intorno a temi di Storia contemporanea.
Fondatore e Presidente del Centro studi della Sardegna “Antonio Gramsci” e della rivista “Quaderni della Sardegna” dal 1998 al 2002, si è occupato di Storia del movimento operaio, di Storia delle classi dirigenti italiane nell’età contemporanea. Dal 2002 collabora con la casa editrice La Città del sole di Napoli, nella definizione della linea editoriale e nella realizzazione di eventi scientifico culturali connessi.
Oltre a svolgere attività di ricerca didattica presso l’Università di Cagliari dal 2001, ha personalmente organizzato e diretto conferenze, corsi e seminari di approfondimento per le scuole superiori della Sardegna sulla figura dell’intellettuale sardo. Ha partecipando a numerosi convegni di studi storici e collaborato a diverse riviste. È membro della SISSCO (Società per lo studio della storia contemporanea) e fa parte della redazione della rivista Marxismo Oggi.

PUBBLICAZIONI
Ottobre 2011, La prima bardana, modernizzazione e conflitto nella Sardegna dell’Ottocento, CUEC, Cagliari.
Novembre 2009, Oltre la parentesi. Fascismo e storia d’Italia nell’interpretazione gramsciana. Carocci, Roma.
Settembre 2008, Lenin lettore di Marx. Determinismo e dialettica nella storia del movimento operaio. La Città del Sole, Napoli.
Dicembre 2007, Gli strumenti della politica. Catalogo della biblioteca di Renzo Laconi. Aìsara edizioni Cagliari.
Dicembre 2005, Il diavolo nell’ampolla. Antonio Gramsci, gli intellettuali e il partito. Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, La Città del Sole, Napoli.

Collisione in vista!

Pubblico alcuni stralci di un articolo di Bruno Amoroso, ricercatore del “centro studi Federico Caffé”, apparso su il Manifesto. Colgo l’occasione per ricordare che il Manifesto ha bisogno del nostro sostegno. Pur essendo molto critico su alcune scelte fatte da questo giornale (per esempio il sostegno dato all’invasione coloniale della Libia da parte della Nato) penso che la sua scomparsa sarebbe un danno gravissimo in una nazione dove la stampa è completamente soggiogata alla liturgia del “pensiero unico” in materia economica. Se il Manifesto chiude certi articoli non li leggeremo più. Pensateci

(…) Le misure estreme da prendere – estreme perché ormai è già tardi – sono quelle di inviare dei missili ben mirati che frantumino l’iceberg della finanza e del gruppo di potere che ha pilotato l’Europa dalla zona dell’Ue alla zona della Grande Germania. Il primo missile, che potrebbe partire dall’Italia, è quello di nazionalizzare le grandi banche nazionali togliendogli ogni ruolo nel campo del credito e del controllo finanziario, mettendole in liquidazione mediante il trasferimento delle loro funzioni al sistema del credito cooperativo e popolare nelle sue varie forme assunte dal credito locale.

Questa è la vera liberalizzazione da fare smettendola con il fumo dei fuochi d’artificio dei taxisti e delle farmacie. Il secondo missile va diretto alla Banca d’Italia e Banca centrale europea, uffici regionali della Goldman Sachs, restituendo il controllo e la sovranità monetaria ai governi dei paesi e ai rispettivi «Ministeri del tesoro pubblico».

 Il terzo missile – lasciamolo ai francesi che di omicidi mirati se ne intendono come hanno dimostrato da ultimo in Libia – deve colpire le società di rating, accecando così il sistema di rilevazione e di pilotaggio della speculazione, e i paradisi fiscali che sono i centri di benessere della speculazione. Queste società vanno bandite dall’Europa (la guardia di finanza e l’antimafia potrebbero prendersi carico del compito unificando così la lotta all’evasione con quella alla mafia), e le Borse che ne seguono gli indirizzi vanno immediatamente «sospese» come si fa normalmente quando interviene una disturbativa d’asta a scopo speculativo.

Il quarto missile non deve contenere una bomba, ma un annuncio ai cittadini europei che il debito sovrano va riportato dentro i confini dei vari paesi con l‘annullamento di tutti gli impegni su titoli ceduti a tassi che superano il corretto interesse bancario (2,5-3 % max), e collocandoli tra i propri cittadini con un prestito nazionale solidale così come fu fatto in Italia con il «prestito per la ricostruzione» del dopoguerra. Cessioni di titoli al prestito internazionale devono essere contrattati a livello dei governi dei vari paesi, dentro norme e costi concordati in modo trasparente e con la garanzia solidale dell’Ue. (…)

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Nota di Zeroconsensus: le misure proproste da questo economista possono essere quelle giuste, ma a mio avviso andrebbero integrate con alcune misure proposte da Vladimiro Giacché (vedi l’ultimo Marx21) come, per esempio, il permettere alla Banca Centrale Europea l’acquisto illimitato di titoli di stato direttamente sul mercato primario, al fine di calmierare i tassi di interesse insostenibili del Portogallo e quelli molto alti di Italia e Spagna.

Sfortunatamente i mesi preziosi appena trascorsi, che potevano/dovevano essere utilizzati per progettare una uscita coerente dalla crisi, sono stati utilizzati per mettere le basi di politiche suicide e paradossali ma ossequiose della liturgia neoliberista che nella crisi ci hanno precipitato: aumento delle tasse e tagli alla spesa pubblica, tutta roba che deprime la domanda aggregata e dunque il Pil, peggiorando le cose.

Possiamo dire dunque, che ancora una volta all’ottimismo della volontà di uomini come Amoroso e Giacché si contrappone il pessimismo della ragione data dai fatti posti in essere dalle nostre scellerate classi dirigenti.

A peggiorar le cose inoltre ci si mette pure Bernanke, Presidente della FED americana, che proprio oggi ipotizza una nuova, la terza, tornata di Quantitative Easing, ovvero di stampa di nuova moneta. Evidentemente le condizioni dell’economia americana sono drammatiche. Una simile manovra disperata, se posta in essere, non può che svalutare il dollaro con le conseguenti difficoltà per le esportazioni europee. Ormai siamo alle svalutazioni competitive. Per tacere poi delle possibili reazioni dei paesi Brics e soprattutto della Cina che ha riserve in dollari immense a rischio di ulteririori svalutazioni. Insomma, grande è la confusione sotto al cielo…ma la situazione è allarmante.

Un ultima annotazione legata alle fonti, il centro studi Federico Caffè non è un covo di pericolosi bolscevichi, ma il pensatoio di miti keynesiani.

crudeltà cosciente o crudele coscienza?

Ricevo e volentieri pubblico uno scritto dell’amico Fabrizio Mastio pubblicato originariamente su instoria. Grazie Fabrizio!

Se si analizza il passaggio dall’Ottocento al Novecento, non ci si può esimere dal considerare l’impatto che il progresso scientifico, figlio del positivismo, ebbe sui nuovi percorsi culturali e filosofici che avrebbero caratterizzato la storia contemporanea.

Se l’Ottocento ci ha lasciato in dote un forziere ricco di innovazioni e progresso nei vari campi culturali, dalla biologia all’antropologia, dal pensiero politico ad un diverso approccio storiografico nell’analisi della historia, il Novecento si affaccia, dopo i fasti della Belle Époque, in maniera quasi idiosincratica alla finestra del mondo dalla quale si possono scorgere, similmente a un’opera del Canaletto, un paesaggio cambiato, popolato da un uomo per certi versi diverso sotto il profilo ontologico e psicologico, come  Freud ci insegna.

Ma cosa accade in quello che Eric John Ernest Hobsbawm definì il secolo breve?

Il Novecento si presenta come speranza e catastrofe, sogno e illusione e si mostra quasi imponente nel suo incedere: è l’epoca nella quale “società perfetta” diventa ossimoro e sfocia nella carneficina delle due grandi guerre mondiali, ma al tempo stesso quello in cui è ancora possibile affrancarsi dal dominatore e i pauperes orbi spezzano qualche catena.

William Golding dirà a proposito del Novecento: “Non posso fare a meno di pensare che questo deve essere stato il secolo più violento nella storia dell’umanità”. Severo Ochoa affermerà: “Considero fondamentale il progresso scientifico, che nel XX secolo è stato veramente straordinario. Guardo l’incredibile sviluppo della medicina e penso alla scoperta degli antibiotici. L’evoluzione e il progresso scientifico a mio parere caratterizzano questo secolo”.

Il Novecento è questo: la corsa verso lo spazio, un nuovo varcare le colonne d’Ercole con la temerarietà e l’arguzia di Ulisse e il terrore della guerra di trincea durante la Prima Guerra Mondiale, l’uomo contro l’altro, il nemico uomo..quasi una rilettura dell’homo homini lupus.

Emilio Lussu descriveva così il tragico destino di soldati che si lanciavano oltre la trincea, verso il nemico, metafora di un destino ignoto: “Pronti per l’assalto!-  ripeté ancora il capitano. Di tutti i momenti della guerra, quello dell’assalto era il più terribile. L’assalto!Dove si andava? Si abbandonavano i ripari e si usciva. Dove? Le mitragliatrici, tutte, sdraiate sul ventre imbottito di cartucce, ci aspettavano. Chi non ha conosciuto quegli istanti, non ha conosciuto la guerra”.

Il secolo scorso ha in sé apparenza e realtà, quasi un ritratto orwelliano, un affresco distopico che si sostanzia nei campi di concentramento nazisti e il reale che cerca di trasformarsi in sogno nell’idealizzazione di società perfette, l’ariano come dominus mundi o ancora lo stato che in nome di un’ideologia monopolizza molto più che un’economia: la vita dei popoli.

Il Novecento si manifesta totalitario e democratico al tempo stesso: la grande democrazia americana annienta il totalitarismo nazi-fascista e annichilisce il Giappone con un nuovo tipo di bomba dagli effetti devastanti, l’arma atomica. La prova di come la scienza aiuti la vita e al contempo possa negarla.

Appare quantomeno degna di riflessione l’affermazione di chi ritiene che in un conflitto bellico perdano sempre gli stessi: i più deboli di entrambi gli schieramenti, metaforicamente i fanti di Emilio Lussu.

In questo senso di tragedia, frutto degli eventi bellici e dei milioni di morti, vi è la sintesi della grandezza e miseria umana che ha caratterizzato il periodo di cui trattasi, un senso di disordine storico al quale si cerca di porre rimedio in modo cruento e tragico, ma che finisce poi per ripetersi quasi in modo circolare e rinnovato, secondo la teoria dei corsi e ricorsi storici di Gianbattista Vico e così dopo la tragedia della Shoah, si costruiscono i gulag di staliniana memoria e lo sterminio si ripete in maniera quasi didascalica nel regime di Pol Pot, in Asia o nelle guerre civili africane, cinematograficamente rappresentate nel film “Hotel Rwanda”.

Caduto un ordine, ne nasce un altro e il mondo del tardo novecento vede la fine dei paesi del socialismo reale, con l’eccezione di Cuba e della Corea del Nord. Crollano le ideologie e si assiste all’avvento della globalizzazione, in bilico  ancora una volta, fra speranza e illusione, conflitti e progresso.

Riferimenti bibliografici:

– Hobsbawm E. J., Il secolo breve, RCS Libri S.p.A., Milano, 1997.

– Lussu E., Un anno sull’altipiano, Einaudi, Torino, 2000.

La mezza verità di Benedetto

A leggere bene una frase del messaggio apostolico di Benedetto XV per il suo viaggio in Messico e a Cuba c’è da rimanere stupiti: “l’ideologia marxista non corrisponde più alla realtà“. Infatti è un ammissione che almeno nel passato l’ideologia marxista ha corrisposto alla realtà.

Non è poco per il sovrano di uno Stato e guida di una fede che dal 21 Febbraio 1848 non ha fatto altro che dipingere il marxismo come un ideologia tra l’utopico e il demoniaco scomunicando addirittura tutte le persone che ne abbracciavano il credo.

Credo che i giornalisti, gli storici e i filosofi dovrebbero interrogarsi sul reale significato di queste parole. Non sarebbe poco.

India e Matematica

Vi propongo un bel documentario (breve) sulle straordinarie scoperte dei matematici indiani: il numero zero e il concetto di infinito. Tutto questo per aiutarci a riflettere su quanto sia falsa e discriminatoria l’idea che la nostra civiltà occidentale sia superiore o comunque all’avanguardia rispetto ad altre civiltà. Credo non sia sbagliato dire che l’India, la Cina e tutti i paesi “emergenti”, in questa fase storica, si stanno riprendendo il proprio posto nella storia dopo gli orrori del colonialismo. Buona visione.

Elsa, una risata ti seppellirà

Senza commenti. Solo un sorriso.

Partecipazione

Abbiamo imparato, che non possiamo accettare nessuna concezione ottimistica dell’esistenza,nessuna specie di lieto fine al dramma della storia.

Tuttavia, se crediamo che essere ottimisti è una stoltezza, sappiamo anche che dichiararsi pessimisti quanto alla possibilità di agire in mezzo ai nostri simili per diminuire i mali che ci affliggono e procurare qualche bene, è una viltà.

Albert Camus

Ciao Tonino!

La farfalla

Contento proprio contento

sono stato un sacco di volte nella mia vita

ma più di tutto quando mi hanno liberato

in Germania

che mi sono messo a guardare una farfalla

senza la voglia di mangiarla

Tonino Guerra