crudeltà cosciente o crudele coscienza?

di Giuseppe Masala

Ricevo e volentieri pubblico uno scritto dell’amico Fabrizio Mastio pubblicato originariamente su instoria. Grazie Fabrizio!

Se si analizza il passaggio dall’Ottocento al Novecento, non ci si può esimere dal considerare l’impatto che il progresso scientifico, figlio del positivismo, ebbe sui nuovi percorsi culturali e filosofici che avrebbero caratterizzato la storia contemporanea.

Se l’Ottocento ci ha lasciato in dote un forziere ricco di innovazioni e progresso nei vari campi culturali, dalla biologia all’antropologia, dal pensiero politico ad un diverso approccio storiografico nell’analisi della historia, il Novecento si affaccia, dopo i fasti della Belle Époque, in maniera quasi idiosincratica alla finestra del mondo dalla quale si possono scorgere, similmente a un’opera del Canaletto, un paesaggio cambiato, popolato da un uomo per certi versi diverso sotto il profilo ontologico e psicologico, come  Freud ci insegna.

Ma cosa accade in quello che Eric John Ernest Hobsbawm definì il secolo breve?

Il Novecento si presenta come speranza e catastrofe, sogno e illusione e si mostra quasi imponente nel suo incedere: è l’epoca nella quale “società perfetta” diventa ossimoro e sfocia nella carneficina delle due grandi guerre mondiali, ma al tempo stesso quello in cui è ancora possibile affrancarsi dal dominatore e i pauperes orbi spezzano qualche catena.

William Golding dirà a proposito del Novecento: “Non posso fare a meno di pensare che questo deve essere stato il secolo più violento nella storia dell’umanità”. Severo Ochoa affermerà: “Considero fondamentale il progresso scientifico, che nel XX secolo è stato veramente straordinario. Guardo l’incredibile sviluppo della medicina e penso alla scoperta degli antibiotici. L’evoluzione e il progresso scientifico a mio parere caratterizzano questo secolo”.

Il Novecento è questo: la corsa verso lo spazio, un nuovo varcare le colonne d’Ercole con la temerarietà e l’arguzia di Ulisse e il terrore della guerra di trincea durante la Prima Guerra Mondiale, l’uomo contro l’altro, il nemico uomo..quasi una rilettura dell’homo homini lupus.

Emilio Lussu descriveva così il tragico destino di soldati che si lanciavano oltre la trincea, verso il nemico, metafora di un destino ignoto: “Pronti per l’assalto!-  ripeté ancora il capitano. Di tutti i momenti della guerra, quello dell’assalto era il più terribile. L’assalto!Dove si andava? Si abbandonavano i ripari e si usciva. Dove? Le mitragliatrici, tutte, sdraiate sul ventre imbottito di cartucce, ci aspettavano. Chi non ha conosciuto quegli istanti, non ha conosciuto la guerra”.

Il secolo scorso ha in sé apparenza e realtà, quasi un ritratto orwelliano, un affresco distopico che si sostanzia nei campi di concentramento nazisti e il reale che cerca di trasformarsi in sogno nell’idealizzazione di società perfette, l’ariano come dominus mundi o ancora lo stato che in nome di un’ideologia monopolizza molto più che un’economia: la vita dei popoli.

Il Novecento si manifesta totalitario e democratico al tempo stesso: la grande democrazia americana annienta il totalitarismo nazi-fascista e annichilisce il Giappone con un nuovo tipo di bomba dagli effetti devastanti, l’arma atomica. La prova di come la scienza aiuti la vita e al contempo possa negarla.

Appare quantomeno degna di riflessione l’affermazione di chi ritiene che in un conflitto bellico perdano sempre gli stessi: i più deboli di entrambi gli schieramenti, metaforicamente i fanti di Emilio Lussu.

In questo senso di tragedia, frutto degli eventi bellici e dei milioni di morti, vi è la sintesi della grandezza e miseria umana che ha caratterizzato il periodo di cui trattasi, un senso di disordine storico al quale si cerca di porre rimedio in modo cruento e tragico, ma che finisce poi per ripetersi quasi in modo circolare e rinnovato, secondo la teoria dei corsi e ricorsi storici di Gianbattista Vico e così dopo la tragedia della Shoah, si costruiscono i gulag di staliniana memoria e lo sterminio si ripete in maniera quasi didascalica nel regime di Pol Pot, in Asia o nelle guerre civili africane, cinematograficamente rappresentate nel film “Hotel Rwanda”.

Caduto un ordine, ne nasce un altro e il mondo del tardo novecento vede la fine dei paesi del socialismo reale, con l’eccezione di Cuba e della Corea del Nord. Crollano le ideologie e si assiste all’avvento della globalizzazione, in bilico  ancora una volta, fra speranza e illusione, conflitti e progresso.

Riferimenti bibliografici:

– Hobsbawm E. J., Il secolo breve, RCS Libri S.p.A., Milano, 1997.

– Lussu E., Un anno sull’altipiano, Einaudi, Torino, 2000.

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