Antropologia della comunicazione: che c’entra Skype?

di Giuseppe Masala

L’amico Fabrizio Mastio gentilmente mi invia e pubblico. Grazie.

I Social Network, Skype e i software affini sono a parere di chi scrive la più importante invenzione dell’epoca postindustriale: perchè? Se si fa un passo indietro e si analizzano i modelli sociali che hanno, con le dovute differenze e peculiarità, contrassegnato la storia umana, neanche tanto lontana dal momento in cui questo testo viene redatto, si può facilmente ricordare l’epoca in cui dirsi addio era qualcosa di letterario e romantico: un non rivedersi, una sorta di morte dell’anima.

La società prevedeva un modello in cui ogni individuo, soprattutto nelle piccole realtà, conosceva cerchie ristrette di persone e dove i ruoli erano ben definiti, dettagliati, ma per non cadere in eufemismi, si può affermare semplicemente che non vi era molto spazio per contatti con estranei e la diversità era con certezza un concetto percepito in modo molto diverso rispetto a quello odierno.

 Fra i vari tipi di cambiamento, è mutato il ruolo della donna, oggi indipendente, almeno nei paesi occidentali o in quelli in cui la democrazia non è solo apparente.

 La rivoluzione industriale ha segnato il passaggio dall’agricoltura all’industria e parimenti prodotto un mutamento sociologico, parafrasando Durkheim, la differenziazione sociale del lavoro e per converso ha originato una crisis delle relazioni sociali, un epocale cambiamento che si sostanzia in un ampliamento delle medesime in senso orizzontale, ma non sempre in profondità.

 Nella società odierna si fondono in maniera “problematica” tre aspetti: l’affermazione del sé come individualismo competitivo, il relativismo e infine i particolarismi.

 L’affermazione del sé pare legata alla forza dell’immagine, che oggi appare vitale. Se in passato l’immagine era legata a quello che potrebbe definirsi un senso dell’onore, un rispetto verso se stessi e verso gli angusti circuiti frequentati, oggi ciò che trasmettiamo di noi stessi, appare sempre più una personificazione di ciò che desideriamo che gli altri pensino di noi, ma gli altri, latu sensu, in maniera orizzontale.

Il relativismo ha a che vedere, invece, con il mutamento dei mores, sempre meno definiti e più adattati e adattabili a contesti enormemente espansi, dove si ha una sorta di pantagruelico consumo di mode e simboli.

 Infine, i particolarismi trovano spazio quasi in antitesi a tale processo di espansione del cosmos in cui siamo immersi e si presenta in tal modo una dicotomia tra ampi orizzonti e tendenza verso il particolare, quasi come un meccanismo di difesa sociale.

 Appare ovvio che sia mutato il “senso del luogo” e per siffatta ragione la velocità con la quale si ricevono notizie, stimoli e messaggi, ha proiettato l’essere umano verso una sorta di corsa, spesso disordinata e generatrice di una frenesia dell’immaginazione che non sempre è veicolata in maniera positiva verso quella che potrebbe definirsi una “meccanica razionale”.

A questo punto ci si potrebbe chiedere: ma Skype che c’entra con tutto cio?

Skype è il simbolo della velocità e dell’annulamento delle distanze, di un nuovo interazionismo simbolico, precursore di un cambiamento che noi umani percepiremo realmente solo tra molti anni perchè la rapidità che quotidianamente attraversa la vita non permette ancora un’analisi profonda di come, al di là dell’adesione o meno al determinismo tecnologico, alcune invenzioni possano mutare sociologicamente l’uomo, senza che questi ne sia pienamente cosciente.

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