L’impostura di Saviano

di Giuseppe Masala

Volentieri pubblico uno scritto del compagno Giuseppe Angiuli sulla polemica innescata da Roberto Saviano con il suo articolo su Gramsci. Giuseppe Angiuli ama definirsi come avvocato di provincia, socialista e libertario.

Apprendo dal Devoto-Oli che il termine impostore deriva dal latino ecclesiastico impostor-oris che a sua volta è un frutto del verbo imponěre, vale a dire ingannare.

Nell’ottocento, Niccolò Tommaseo affermava: “L’ipocrita ha meno parole, l’impostore è loquace, cerca le moltitudini da ingannare”.

Non me ne vogliano, pertanto, i fans dell’eroe di Gomorra se faccio ricorso all’impiego di un appellativo così caustico per definire un personaggio sulle cui esternazioni “tuttologiche” ho personalmente imparato – e da tempo – a diffidare: un appellativo che, però, stando al suo significato letterale sopra esplicato, a mio avviso calza a pennello sul soggetto in questione, il quale ormai approfitta in misura ricorrente delle invidiabili platee messegli a disposizione su importanti media nazionali per lanciare messaggi dal tono e dal significato così perentorio dal somigliare a discorsi ex cathedra .

Impostore: questo è soprattutto Saviano per me.

Eravamo stati abituati dapprima al Saviano coraggioso autore di un libro di denuncia sulla camorra e ci era alquanto piaciuto. Poi abbiamo iniziato ad assistere al Saviano opinionista a 360 gradi e qualche piccolo dubbio ha cominciato a insinuarsi nelle nostre menti, con riguardo alla sua effettiva libertà di opinione (quanto può essere libero uno che vive sotto scorta? – ci siamo chiesti). In seguito abbiamo assistito al Saviano testimonial acritico della “unica democrazia in Medio Oriente”, ovviamente Israele, nei cui confronti il Nostro ebbe a pronunciare più di un panegirico quando i cadaveri di migliaia di bambini palestinesi colpiti dall’operazione “Piombo fuso” nel gennaio 2009 erano ancora caldi e qualcuno di noi ha iniziato ad insospettirsi alquanto sulle reali finalità perseguite da chi ha deciso di trasformare Saviano in un’icona mediatica con doti di guru e show-man.

Da ultimo, con il suo recente “Elogio dei riformisti”, articolo pubblicato su Repubblica del 28 febbraio scorso, ci è toccato assistere all’inedita versione di Saviano politologo, studioso della storia e delle ideologie novecentesche, a cui è toccato l’onore e l’onere di entrare a gamba tesa nel dibattito storiografico tra le due tendenze principali della sinistra storica (quella cosiddetta “riformista” e quella cosiddetta “massimalista” o “rivoluzionaria”): riesumando i cadaveri dei due “padri” del socialismo e del comunismo italiani, Turati e Gramsci, il tuttologo Saviano ha posto simbolicamente le due figure l’un contro l’altro armate, come a voler riaprire nel 2012 il dibattito del congresso “fratricida” di Livorno, consumatosi nel gennaio 1921.

In questo dualismo tra riformisti e radical-comunisti proposto in modo talmente semplicistico da superare ogni limite di banalizzazione caricaturale, la presa di posizione di Saviano a favore dei primi è netta, inappellabile e tale da non ammettere dubbi di sorta, salvo poi attribuire ai secondi la presunta abitudine di vivere all’insegna di “dogmi”.

I riformisti (…) non credono nella società perfetta, ma in una società migliore che innalzi progressivamente il livello culturale dei lavoratori e migliori le loro condizioni di vita anche attraverso la partecipazione attiva alla gestione della cosa pubblica……. Nella cultura rivoluzionaria, viceversa – afferma Saviano citando un libro di Alessandro Orsini – il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori è visto come un bene (come diceva Labriola) perché accresce l’odio contro il sistema e rilancia l’iniziativa rivoluzionaria: è il famigerato tanto peggio tanto meglio”.

Chi vi scrive ha provato più volte ad immaginarsi inserito nelle infuocate discussioni politiche che animavano i socialisti della prima ora, tra fine ottocento ed inizio novecento: con chi sarei stato se mi fossi trovato a vivere all’età della Prima Internazionale di Marx ed Engels oppure se fossi stato tra i delegati del congresso di Livorno nel gennaio del 1921? A quest’ultima domanda ho provato a darmi una risposta. Al congresso di Livorno, probabilmente il sottoscritto avrebbe parteggiato né per Turati né per Gramsci, bensì per la corrente massimalista unitaria guidata da Giacinto Menotti Serrati, il quale, pur rifiutando i diktat provenienti da Mosca (che invitavano il PSI ad uniformarsi pedissequamente alle direttive del partito-guida sovietico) cercò invano fino all’ultimo istante di evitare una rovinosa scissione del partito, un evento che avrebbe avuto degli effetti esiziali nella lotta che contrapponeva le classi lavoratrici appena uscite dal biennio rosso al nascente e minaccioso fascismo.

Chi vi scrive nutre un profondo rispetto sia per Gramsci che per Turati e pertanto non ha potuto che provare un certo disgusto per la rozzezza con la quale il neo-politologo Saviano ha tagliato con l’accetta il pensiero di entrambi i due vecchi leaders politici, scomponendone le diverse sfaccettature ideologiche per compiere un’operazione politico-mediatica che io trovo subdola e disonesta, in quanto essa, lungi dal rivolgersi al passato con la passione meramente speculativa dello studioso, mira invero a manipolare il presente e ad intorbidire il futuro prossimo (d’altronde, non diceva forse Orwell che “Chi controlla il passato controlla il futuro”?).

Il colmo della disonestà Saviano lo raggiunge quando prova a fare una gara macabra tra le due citate tendenze politiche, domandandosi quale delle due componenti sarebbe stata fatta oggetto delle persecuzioni più cruente da parte del fascismo, traendo quindi dall’omicidio di Giacomo Matteotti l’assioma per il quale è il riformismo a far maggiore “paura ai poteri, alle corporazioni, alle caste, perché prova, cercando consenso, ponendosi dubbi, ragionando e confrontandosi, di risolvere le contraddizioni qui e ora” (Saviano dimentica di dire che anche al povero Gramsci toccò la sorte non certo benevola del carcere di massima sicurezza ove trovò l’umana consolazione del socialista “turatiano” Sandro Pertini, che gli voleva un gran bene sia umanamente che politicamente)[1].

A mio avviso Saviano sbaglia ad interpretare sia Gramsci che Turati e provo a spiegare il perché.

Che il linguaggio di Gramsci (specie del giovane Gramsci, quello che dalle colonne del foglio torinese l’Ordine Nuovo incitava gli operai ad occupare le fabbriche nel corso del biennio rosso 1919-20) fosse oggettivamente “violento” e non certo propenso alla pacificazione tra le classi sociali dell’epoca è una verità storica inoppugnabile. E’ celebre una frase di Mao Zedong (altro grande “rivoluzionario”) secondo cui “la rivoluzione non è un pranzo di gala ma un atto di violenza”. Non c’è qui lo spazio per approfondire un antichissimo dibattito filosofico, che da sempre appassiona chiunque abbia voglia di “cambiare il mondo” (per citare Gino Paoli), sul se e su quanto sia lecito ricorrere alla violenza per abbattere uno stato di cose ingiusto. Ma una cosa è certa: la condanna unilaterale della sola violenza a cui nella storia, fin dai tempi della rivolta anti-schiavistica di Spartaco, sono ricorsi gli oppressi, è da sempre una prerogativa inconfondibile di tutti i reazionari. Saviano non spiega che alcuni degli epiteti “violenti” che Gramsci era solito rivolgere ai parlamentari liberali dell’epoca rappresentavano la risposta rancorosa ma lucida di un intellettuale che aveva bene compreso le reali ragioni imperialistiche della “grande guerra” (1914-18) e, con la rabbia tipica di chi ha capito troppo, additava le responsabilità di quel ceto politico arrogante e notabilare che, senza scrupolo alcuno, aveva mandato al massacro, a morire in trincea, centinaia di migliaia di proletari e di contadini poveri del sud Italia[2].

Qualcuno si sorprenderà nell’apprendere che, rispetto alla questione dell’ingresso dell’Italia nella stessa prima guerra mondiale, anche il più moderato dei socialisti italiani dell’epoca, Filippo Turati (unitamente a Matteotti), avesse in realtà manifestato fin da subito la sua inequivocabile opposizione salvo poi adottare il più conciliante slogan “Non aderire, non sabotare” soltanto a seguito della disfatta di Caporetto dell’ottobre del 1917, quando ci sarebbe stato il rischio che gli austriaci dilagassero nel territorio italiano senza potere essere più fermati.

Ma resta il fatto (disconosciuto non soltanto da Saviano ma da tanti, troppi a sinistra, riformisti o rivoluzionari di ieri e di oggi) che anche Filippo Turati, il più collaborazionista tra i socialisti italiani, rimase per tutta la vita un pensatore saldamente ancorato alla dottrina politica del marxismo.

E per convincersi della bontà di quanto vado dicendo non c’è alcun modo migliore che leggere il discorso che lo stesso Turati ebbe a pronunciare proprio nel momento di massima frattura con quella tendenza politica (quella massimalista-rivoluzionaria) che il buon Saviano vuole ad ogni costo contrapporre in modo irrimediabile al socialismo riformista.

Ciò che ci distingue non è la generale ideologia socialista – la questione del fine e neppure quella dei grandi mezzi (lotta di classe, conquista del potere ecc.) – ma è la valutazione della maturità della situazione e l’apprezzamento del valore di alcuni mezzi episodici”. Filippo Turati non riteneva ancora pronta la classe operaia italiana per uno scontro armato e frontale con la classe padronal-borghese ma intravedeva anche per l’Italia – come per il resto del mondo – la stessa, identica meta che i neo-comunisti di Gramsci, galvanizzati dal successo della rivoluzione bolscevica, avrebbero voluto costruire a tappe forzate e in tempi ravvicinatissimi.

E nel salutare gli scissionisti di Livorno con parole di fraterna comprensione “Lo capirete anche voi, perché siete onesti”), il vecchio leader lombardo indicava un futuro non troppo vicino in cui tutti si sarebbero ritrovati uniti per costruire l’unico obiettivo irrinunciabile, il socialismo (“che tesse la sua tela ogni giorno, che non fa sperare miracoli, che crea coscienze, sindacati, cooperative, conquista leggi sociali utili al proletariato, sviluppa la cultura popolare, si impossessa dei Comuni, del Parlamento, e che, esso solo, lentamente, ma sicuramente, crea con la maturità della classe, la maturità degli animi e delle cose, prepara lo Stato di domani e gli uomini capaci di manovrarne il timone…….per la rivoluzione completa di un giorno. Ed allora, in quella noi trionferemo insieme”).

Dunque, le parole di Saviano – nel mentre mirano evidentemente ad acuire vecchie divisioni nel sempre moribondo ma sempre potenzialmente rinascente socialismo italiano – appaiono altrettanto evidentemente stridenti con lo spirito autenticamente “turatiano” dei vecchi socialisti che, pur non condividendo il metodo bolscevico di conquista del potere, non hanno smesso di essere marxisti.

Ma poi, a prescindere dalla predilezione che si possa storicamente nutrire per Gramsci o per Turati, che senso ha avuto per Saviano l’avere rinfocolato quest’antica contrapposizione tra “riformisti” e “rivoluzionari” oggi, nell’Italia del 2012, in una fase in cui le elites economiche ci hanno imposto un governo tecnocratico, espressione dell’alta finanza, che mira impunemente a realizzare  un arretramento del sistema di relazioni industriali a livelli quasi ottocenteschi?

Qual è il “riformismo” (parola del tutto vuota, nel gergo politically correct degli ultimi 20 anni) a cui pensa Saviano in un momento di generale e incessante riduzione di tutti i diritti sociali e con la prossima, imminente abrogazione dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori (grande conquista del socialismo italiano in un’epoca, il 1970, quando le riforme si facevano per davvero e costituivano dei miglioramenti, anziché dei peggioramenti – come avviene di fatto oggi – per le condizioni materiali di vita dei lavoratori)?

Non mi soffermo più di tanto sul tentativo goffo di Saviano di strumentalizzare il pensiero di Turati per approfittare a lanciare una delle sue tante stoccate a tutti i movimenti che nel mondo sono oggi maggiormente esposti in uno scontro diretto e frontale con l’imperialismo (il quale ultimo, a ben vedere, non è che si avvalga sempre di metodi di lotta di tipo “gandiano”, per usare un eufemismo).

Saviano indirizza un anatema corale a realtà così eterogenee come Cuba, Hamas, Hezbollah, secondo lui unite da un unico filo rosso fatto di “crimini” (sic). La rozzezza di ragionamento di questo guru mediatico che tutto giudica e che tutto confonde, in un minestrone di luoghi comuni, dovrebbe indurre i più accorti tra i suoi fan a cominciare a prenderne seriamente – e finalmente – le distanze.

A proposito, lo sa Saviano che tra i due movimenti islamisti da lui citati (il palestinese Hamas e il libanese Hezbollah) oggi non si registra più alcuna sintonia di intenti, avendo il primo abbandonato tanto la linea dura contro Israele quanto il fronte di unità con Siria e Iran? E che senso ha attaccare Cuba proprio adesso che il governo castrista mostra alcune serie aperture in tema di diritti civili e libertà economiche? Lo sa Saviano che Cuba – comunque la si pensi sul suo sistema politico – costituisce un modello ammirato da quasi tutti i Paesi del sud del mondo, per la capacità di autodeterminazione del suo popolo e per i diritti sociali che essa è riuscita a garantire ai suoi cittadini, nonostante un embargo (quello sì, indubbiamente “criminale”) condannato da decine e decine di risoluzioni dell’assemblea generale ONU?

 A tutti i socialisti sinceri e autentici, di qualunque tendenza essi siano, il mio appello non può che assumere un senso ed un significato del tutto antitetico a quello di Saviano: in un momento in cui non c’è più nessuno che miri a realizzare (in Italia come in Europa) i soviet e la dittatura del proletariato, sarebbe ora che la scissione di Livorno venga finalmente superata e che si ricostruisca una cultura del socialismo italiano partendo dalle sue radici migliori.

I tempi che vivremo saranno difficili e le classi lavoratrici hanno il fremente bisogno di dotarsi di una seria guida politica all’altezza degli eventi.

Il progetto della Lega dei Socialisti, con l’idea di costruire una nuova LINKE all’italiana (sulla scorta della visione del tedesco Oskar Lafontaine) potrebbe costituire la strada giusta.

[1] Toccante è la testimonianza a suo tempo riportata da alcuni compagni di sventura di entrambi i due grandi antifascisti, i quali dissero di avere assistito a delle scene in cui Sandro Pertini, entrato nella cella di Gramsci e trovatolo infermo a letto, lo avrebbe più volte accarezzato sul volto (la testimonianza viene raccontata a voce dal vecchio Antonio Ghirelli, recentemente scomparso, capo dell’ufficio stampa di Pertini al Quirinale negli anni della sua Presidenza della Repubblica, all’interno del documentario RAI “Sandro Pertini: Storia di un Presidente”).

[2] Illuminante, al fine di capire quale clima drammatico si respirasse nelle trincee tra i soldati italiani, è la visione del film Uomini contro, del regista Franco Rosi e con attore-protagonista il grande Gianmaria Volontè.

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