“Il biopotere della finanza” di Stefano Lucarelli

di Giuseppe Masala

1. Il termine bio-potere – coniato da Foucault nell’ambito del più vasto ragionamento sulla razionalità della politica occidentale – si riferisce alle grandi strutture e alle funzioni del potere; nelle parole dello stesso Foucault si tratta di una grande tecnologia a due facce, anatomica e biologica, agente sull’individuo e sulla specie: la comprensione del potere non può fermarsi agli specifici luoghi sociali in cui si esercita la disciplina, ma presuppone anche l’analisi della regolamentazione delle popolazioni nel loro vivere quotidiano (gli aspetti anatomici e biologici partecipano dunque di una dimensione politica). Tutto ciò ha iniziato a essere scoperto nel secolo XVIII, quando ci si accorge che la relazione di potere con il soggetto o, più esattamente, con l’individuo, non può basarsi soltanto sulla soggezione – che permette al potere di prelevare al soggetto beni, ricchezze e, eventualmente, anche il suo corpo e il suo sangue – ma che il potere deve esercitarsi sugli individui in quanto costituiscono una specie di entità biologica, che dev’essere presa in considerazione se si vuole utilizzare la popolazione come macchina per produrre ricchezza, beni o altri individui. La logica del biopotere ha per scopo la produzione di ricchezza attraverso l’impiego della popolazione. L’economia politica – secondo Foucault – è la scienza in grado di individuare le leggi necessarie a questo scopo.

La nuova governamentalità, che nel XVII secolo aveva creduto di potersi investire interamente in un progetto di polizia completo e unitario, si trova ora nella situazione di doversi riferire a un campo di naturalità, che è l’economia.

[Micheal Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de Frane (1977-1978), Feltrinelli, 2005, p. 258]

Foucault non sviluppa la sua ricerca nella direzione della storia finanziaria e monetaria. Eppure una storia della governamentalità non può prescindere dagli apparati finanziari e monetari che si costituiscono nel secolo XVIII. Questo secolo rappresenta un momento incredibilmente significativo per la storia del denaro in Europa: si tratta del momento in cui la moneta europea si libera della sua configurazione tradizionale, quello di garantire la giustezza dei conti e la stabilità dei pagamenti nell’interezza dell’Impero.

Al principe incombe la necessità di conservare un tesoro al quale sia possibile attingere qualora la necessità, ovvero il bisogno in cui versa la comunità, lo imponga, e a questo si limita la sua funzione regolatrice. […] La «natura» del denaro si esaurisce nella sua capacità distributiva e viene naturalmente delimitata dalla misura in cui i beni sono presenti. Rispetto a tale misura, la moneta è costantemente in grado di dar conto della presenza delle cose, e non può mai sollecitarne la venuta in presenza: essa è, insieme, misura di abbondanza e di scarsità a partire dalla loro naturale alternanza nel tempo.

[Massimo Amato, Il bivio della moneta. Problemi monetari e pensiero del denaro nel Settecento italiano, Egea, 1999,p. 20]

Nella modernità l’esigenza di potenziamento degli Stati territoriali sconquassa gli equilibri politico amministrativi imperiali appena descritti. L’esigenza dominante diviene quella che il denaro possa mutare di valore in relazione alle mutevoli esigenze che si manifestano negli Stati, cioè la valorizzazione del denaro. La «natura» del denaro non è più delimitata dalla misura in cui i beni sono presenti, ma consiste nella sollecitazione ad arricchirsi. Cogliere il tratto che accomuna questa funzione del denaro e la regolamentazione delle popolazioni finalizzata alla produzione di ricchezza chiarisce il significato concreto di biopotere.

2. Se il concetto foucaultiano di biopotere è colto nelle due dimensioni su proposte, esso diventa anche una categoria politica utile all’analisi dell’attuale processo di finanziarizzazione: il modo più rapido per produrre ricchezza astratta, cioè denaro, è cercare di realizzare denaro minimizzando i rischi che si corrono e i conflitti che si sviluppano quando si organizza la produzione nuda e cruda delle merci. Occorre allora minimizzare i costi di produzione, minimizzare il controllo degli Stati e delle banche sull’attività d’impresa, massimizzare la possibilità di decidere autonomamente del denaro che si ha a disposizione e allo stesso tempo massimizzare il potere di controllo sulla popolazione, distribuendo il rischio insito nella produzione di denaro a mezzo di denaro.

Il potere che si esercita all’interno di un regime di accumulazione dominato dalla finanza è cosa diversa dal potere esercitato sui propri cittadini da uno Stato sovrano. La ricerca di libertà governamentale che i mercati rivendicano procede di pari passo con la gestione delle popolazioni di cui gli Stati si fanno carico. Affinché la popolazione divenga produttrice di ricchezza all’interno del ciclo di valorizzazione del denaro, è necessaria una forma di controllo sociale che si sostanzi di relazioni diverse sia dal rapporto fra padrone e schiavo che dal rapporto fra Stato e cittadini. La finanziarizzazione rappresenta proprio la forma di controllo sociale necessaria a tale scopo. Essa è infatti una forma di socializzazione (del rischio ma anche delle prospettive di arricchimento ad esso complementari) che conduce ad una rivoluzione del concetto di sovranità. Ciò che la finanziarizzazione mette in gioco non è più l’applicazione immediata del potere sovrano ma la direzione dell’insieme dei comportamenti umani.

3. Si chiama finanziarizzazione il dirottamento del risparmio delle economie domestiche sui titoli azionari. L’economia americana dopo gli anni ’80 è caratterizzata dal processo di liberalizzazione dei mercati finanziari e dalla conseguente esplosione di nuovi strumenti finanziari: si completa così il passaggio da un keynesismo costruito su un patto tra produttori nell’ambito di un sistema monetario che vincola i movimenti valutari e finanziari – già indebolito dalla dichiarazione del presidente Nixon di inconvertibilità del dollaro in oro nel 1971 – ad un keynesismo finanziario basato sul deficit spending privato, in cui la più ampia deregulation dei mercati finanziari si accompagna alla diminuzione dei redditi sociali erogati dal Welfare State. Siamo di fronte ad un’evoluzione di ciò che Foucault chiama governamentalità liberale. La valutazione borsistica diviene il principale indicatore macroeconomico, la chiave che governa tanto l’investimento quanto il consumo attraverso gli effetti ricchezza. Per una strana dinamica psicologica, che rappresenta anche una condizione di stabilità del modello economico americano, gli effetti ricchezza indotti da un aumento dei valori sulle Borse incidono di più della ricchezza attesa dovuta ad un aumento dei salari. La dinamica che va dal profitto al corso borsistico e vice versa, si sostituisce alle decisioni politiche principali proprie del paradigma fordista-keynesiano: il nesso produttività – salario reale, e quello produzione – consumo di massa.

L’impatto dei rendimenti finanziari sulle decisioni patrimoniali diventa la chiave di volta delle decisioni di investimento; queste devono tenere conto dell’obiettivo di redditività fissata dal mercato finanziario, e non solo delle variazioni della domanda. Il consumo continua a dipendere dall’ammontare del tradizionale reddito da lavoro (il salario) ma interviene anche un termine che misura il valore degli strumenti finanziari che le famiglie possiedono. Se la finanziarizzazione è molto sviluppata – cioè se la ricchezza delle famiglie dipende più dalla quota di reddito proveniente dai mercati finanziari invece che dal salario – la moderazione salariale, favorendo la redditività d’impresa, aumenta i valori borsistici; si può così innescare una dinamica fondata sugli effetti ricchezza volta a favorire il consumo privato pure in presenza di salari reali decrescenti. Il livello della produzione diviene conseguenza della valutazione finanziaria. Questo capovolge le relazioni fra la sfera reale e la sfera finanziaria che prevalevano durante il fordismo: la dinamica borsista rimpiazza il salario come sorgente di crescita cumulativa. Questo capovolgimento rivoluziona anche i meccanismi di controllo sociale che interessano gli individui all’interno del mondo moderno. In altri termini, gli effetti ricchezza che sostengono le ragioni del mondo finanziario dipendono dal grado di sussunzione non solo del lavoro, ma dell’intera vita, alla finanza. Dipendono cioè dalla liquidità crescente che i mercati finanziari attraggono a partire dal risparmio privato prima investito in titoli di Stato, ma anche dal senso comune che si afferma tra gli individui circa i motivi che dovrebbero spiegare la produzione di denaro a mezzo di denaro, e circa la gerarchia dei bisogni da soddisfare per mantenere uno status sociale dignitoso. Le logiche della valorizzazione conducono alla trasformazione dei rapporti sociali. Ciò significa esattamente che la finanziarizzazione è una forma di socializzazione che fa evolvere la governamentalità liberale. Si comprende così perché l’analisi della finanziarizzazione non possa fermarsi allo studio delle condizioni di sostenibilità macroeconomica del sistema; comporta anche un’attenzione particolare nei confronti dei codici sociali attraverso cui le relazioni umane si vincolano reciprocamente. Occorre allora comprendere queste convenzioni che si affermano nella popolazione, a partire dal mondo degli affari. Una convenzione fornisce un sistema di valutazione a priori, indicando l’insieme di regole sociali capaci di rendere tra loro omogenei i diversi comportamenti dei singoli individui. Presuppone dunque una teoria dell’imitazione. È questo il punto di osservazione che Keynes assume per spiegare la genesi delle aspettative a lungo termine:

Non vi è molto da dire a priori sullo stato di fiducia. Le nostre conclusioni devono dipendere principalmente dall’osservazione effettiva dei mercati e della psicologia del mondo degli affari. […] Certe categorie di investimenti sono governate dalle aspettative medie di coloro che operano nella borsa dei titoli, quali si rivelano nel prezzo delle azioni, piuttosto che dalle aspettative genuine dell’imprenditore professionale. Come sono dunque attuate in pratica queste importantissime rivalutazioni di giorno in giorno, e perfino di ora in ora, degli investimenti esistenti? In pratica si è tacitamente convenuto, di regola, di ricorrere sostanzialmente ad una convenzione. L’essenza di questa convenzione – benché naturalmente essa non funzioni in modo così semplice – sta nel supporre che lo stato di cose esistenti continuerà indefinitamente, salvo in quanto vi siano motivi specifici per attendersi un mutamento. […]Ciononostante il suddetto metodo convenzionale di calcolo sarà compatibile con un grado notevole di continuità estabilità nei nostri affari, fino a quando possiamo confidare che la convenzione sarà mantenuta.

[John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, De Agostini, 2006, (ed. or. Palgrave Macmillan 1936), pp. 281-283]

Tuttavia l’analisi delle convenzioni non può essere limitata al mondo degli affari. Lo stato di fiducia definito dalla valutazione convenzionale infatti è legittimato dall’opinione pubblica. Esso deborda dal mondo degli affari, coinvolge le popolazioni e diviene oggetto politico. Pertanto aiuta a mettere a fuoco il problema (foucaultiano) della governamentalità della società civile.

4. Il regime di accumulazione dominante nel capitalismo contemporaneo presuppone più di un cambiamento in seno alla sfera politica: le condizioni di crescita dipendono innanzitutto dall’accettazione di un nuovo modello produttivo in cui il lavoro assume un ruolo diverso. Non si tratta solo della destrutturazione del sindacato fordista; non si tratta solo della messa in secondo piano del salario in quanto variabile macroeconomica fondamentale per l’accumulazione e quindi dell’annichilimento della conflittualità insita nelle rivendicazioni salariali. Si tratta invece della costruzione di un processo di valorizzazione in cui mutano le ragioni oggettivamente riconosciute che stanno alla base della produzione di ricchezza; la stessa valorizzazione viene a dipendere dalle convenzioni che si affermano innanzitutto nella comunità finanziaria. La stabilità macroeconomica dipende in gran parte dagli interventi delle Banche Centrali che di fronte ad una carenza di liquidità sui mercati finanziari devono essere sufficientemente rapidi per prevenire una crisi finanziaria. Le leve del potere non stanno più nell’erogazione del credito bancario, né nel deficit spending. La variabile indipendente non è né il salario, né il profitto, ma è il saggio di accumulazione da plusvalenze finanziarie.

L’offerta di moneta si libera dal quantum di moneta detenuto dalla Banca Centrale e si lega alla riorganizzazione della divisione del lavoro e alla ridefinizione dei rapporti sociali nella sfera della circolazione-riproduzione. Detto altrimenti (utilizzando le categorie del gruppo di lavoro sulla moneta di Primo Maggio) l’offerta di moneta si lega alla dinamica capitale-lavoro (vivo): la politica monetaria diventa una modalità di comando capitalistico, deve seguire le esigenze della valorizzazione, assecondare le convenzioni. La creazione monetaria influenzata dalla finanziarizzazione si sostanzia in un processo di recupero della redditività del capitale che coinvolge nel rischio finanziario le vite di milioni di lavoratori. La finanziarizzazione detta i tempi della riorganizzazione capitalistica agevolando la sussunzione della circolazione all’interno del processo di valorizzazione. È quest’ultimo l’elemento che accomuna le tre fasi del processo di finanziarizzazione riscontrabili a partire dal 1993: il boom della new economy (1993-2000), la reazione alla sua crisi (2000-2003), infine la bolla immobiliare (2003-2007).

5. Negli anni Novanta, la finanziarizzazione, in quanto investimento del risparmio collettivo sui mercati borsistici, ha generato redditi aggiuntivi. I redditi sono creati sulle Borse attraverso l’indebitamento delle imprese verso il sistema bancario. Nel periodo 1993-2000, la Borsa di New York esplose verso l’alto (Dow Jones da 4000 a 11700, Standard & Poor’s da 450 a 1530): le plusvalenze ottenute in borsa favorirono la crescita reale grazie allo sfruttamento della conoscenza e della produttività del lavoro impiegato innanzitutto nel settore high tech. La valutazione dei mercati finanziari cominciò a dipendere dal cambiamento organizzativo volto a favorire forme di cooperazione innovativa fra lavoratori relativamente autonomi. La dinamicità del cambiamento organizzativo divenne – grazie all’attenzione che ad essa riservarono i mercati finanziari – una nuova modalità di valorizzazione del capitale produttivo.

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Si afferma così un regime di accumulazione finance-led dove la governamentalità poggia sulla promessa di un mondo nuovo, ciò che Christian Marazzi ha chiamato “convenzione Internet” e che è passato alle cronache come new economy.

Nella seconda metà degli anni 90 l’idea di una società digitalizzata, con effetti liberatori sul modo di lavorare e di vivere, è diventata una convenzione. Vera o falsa che sia, non c’è dubbio che questa convenzione ha trainato processi di reale trasformazione del mondo.

[Cristhian Marazzi, La frontiera interna dell’Impero, «Il manifesto», 11 Novembre 2000]

Ne dà una conferma anche un lucido critico dei ruggenti anni 90 come Joseph Stiglitz:

Il capitalismo moderno in stile americano era imperniato attorno a quella che sarebbe poi stata chiamata new economy, simboleggiata dalle cosiddette dotcom che stavano rivoluzionando il modo in cui l’America – e il resto del mondo –conduceva gli affari, modificando il ritmo dello stesso cambiamento tecnologico e aumentando il tasso di crescita dellaproduttività a livelli straordinari, che non si registravano da oltre venticinque anni. […] A metà degli anni Novanta, ilsettore manifatturiero era sceso a uno scarso 14 per cento della produzione totale, con una percentuale di addetti ancora inferiore rispetto alla popolazione attiva.

[Joseph E. Stiglitz, I ruggenti anni Novanta. Lo scandalo della finanza e il futuro dell’economia, Einaudi, 2003, p. 4]

In effetti le leve dell’innovazione passano dai laboratori della Ricerca & Sviluppo di fordiana memoria, ai corpi vivi della forza-lavoro, mentre i capitali dal resto del mondo confluiscono sui titoli azionari e obbligazionari di imprese quotate sui mercati borsistici statunitensi, inseguendo letteralmente i flussi di ricercatori statunitensi, europei e asiatici che negli anni ‘90 si concentrano nella Silicon Valley. In questo regime di accumulazione si sono sviluppate diverse forme di remunerazione legate al rendimento dell’impresa nel suo complesso: le stock options per i manager, ma anche gli stessi fondi pensione o fondi di investimento che coinvolgono per lo più i salariati. Queste forme di remunerazione fanno crescere la liquidità presente sui mercati finanziari, ma in assenza di un’adeguata regola redistributiva, dentro ad un capitalismo in cui la regola è comunque comprimere i salari, conducono il sistema all’instabilità. È ciò che avviene con la crisi del marzo 2000: oltre ad avere distribuito in modo diseguale i nuovi redditi borsistici, il ponte di comando della new economy li ha creati distruggendo salario e stabilità occupazionale, in linea con un nuovo senso comune. Infatti le condizioni vigenti sui mercati finanziari per creare valore azionario incoraggiano innovazioni organizzative estreme, promuovendo i processi di downsizing, reengineering, outsourcing e Merger&Acquisitions. Così la finanza traduce e tradisce i processi innovativi reali in atto, svalorizzando il lavoro vivo. Per attirare gli investitori sui mercati borsistici le imprese offrono rendimenti sempre più elevati proprio attraverso le operazioni di fusione e acquisizione di altre imprese, acquistando le loro stesse azioni, addirittura truccando la contabilità. I capitali necessari a queste ristrutturazioni finalizzate al controllo delle traiettorie tecnologiche sonostati di fatto sottratti alla remunerazione della forza–lavoro.

6. La crisi del marzo 2000 segna il passaggio verso un’ulteriore diffusione e generalizzazione della finanziarizzazione: comincia una nuova fase caratterizza da un ribasso pronunciato, con perdite del 40% per il Dow Jones, del 50 per lo Standard & Poor’s e dell’80 per il Nasdaq. Nel mentre la deflazione salariale avanza, anche sotto l’effetto dell’esercito industriale di riserva asiatico (indiano e cinese) messo in moto dall’outsourcing. La ripresa delle borse arriva nel 2003 e coincide con una nuova convenzione – Christian Marazzi l’ha definita convenzione Cina la quale si regge sull’idea che la valorizzazione dipenda dall’utsourcing verso i paesi emergenti ad alto sfruttamento del lavoro e dell’ambiente. Questo mette in moto un meccanismo che si potrebbe definire di esercito industriale di riserva di origine finanziaria. Il fatto che la crisi della new economy non sia sfociata in una depressione equivalente a quella degli anni ‘30 dipende da un lato dalla politica monetaria della FED, dall’altro da precise innovazioni finanziarie. Nel biennio 2001-2002 la FED abbassa drasticamente i tassi di interesse dal 6% all’1%. Ciò spinge gli agenti economici ad indebitarsi più di quanto non sia ragionevole per beneficiare dello scarto fra la redditività del proprio capitale ed il tasso di interesse. Crescono i prezzi sul mercato degli immobili. La politica monetaria della FED sostiene anche il potere d’acquisto dei consumatori americani: le famiglie hanno potuto ottenere dal sistema bancario un maggiore credito, dando in garanzia un patrimonio immobiliare che cresceva di valore. Le aspettative di guadagno tornano elevate, sostenute da un tasso di interesse reale negativo. Il prezzo delle azioni torna a salire nel marzo 2003 (alla vigilia dell’intervento americano in Iraq).

La manovra ha funzionato, ma in maniera sostanzialmente diversa da come la politica monetaria funziona abitualmente. Di norma, infatti, bassi tassi di interesse stimolano le aziende a sottoscrivere più prestiti per investire di più e sempre di norma, a un maggior indebitamento corrispondono asset più produttivi. Considerando però che l’eccessivo investimento degli anni Novanta costituiva parte del problema alla base della recessione, i tassi di interesse più bassi non hanno stimolato granché gli investimenti. L’economia è migliorata, ma più che altro perché le famiglie americane sono state convinte ad accollarsi sempre più debiti, rifinanziando i loro mutui e spendendo parte delle loro entrate. Finché i prezzi delle abitazioni sono aumentati in rapporto ai più bassi tassi di interesse, gli americani hanno potuto fingere di non accorgersi di essere sempre più indebitati.

[Joseph Stiglitz, Le colpe di Greenspan, «La Repubblica», 10 Agosto 2007, p. 1]

Ecco la descrizione della finanziarizzazione come pratica del controllo sociale di una popolazione impiegata nella produzione di ricchezza (finanziaria). Dalla primavera del 2003 al gennaio 2007 la FED aumenta straordinariamente la liquidità a disposizione delle Borse. Il 97% della popolazione americana colpita dalla deflazione salariale – attraverso la quale si coglie la svalorizzazione del lavoro vivo – continua a conservare il proprio tenore di vita per via del rialzo del prezzo degli immobili, della generosità con cui il mercato del credito americano ha funzionato, e del basso prezzo dei manufatti importati. Tuttavia questa leva finanziaria ha sostenuto dei rendimenti finanziari senza rapporto con la capacità di generare profitti nell’economia “reale”: il rischio di insolvenza è alto. I crediti della stessa natura vengono raggruppati e convertiti in obbligazioni e prodotti derivati che sono piazzati sui mercati finanziari. Il rischio è così trasferito ai portatori di queste attività finanziarie, cosa che aumenta la solidità delle banche, ma è suscettibile di condurre ad una crisi finanziaria maggiore. Come avvertivano Boyer, Dehove e Plihon in uno studio del 2004, il fatto che un numero ridotto di attori (compagnie di assicurazione, imprese non finanziarie, ecc.) possano assumersi la maggior parte del rischio può mettere in pericolo il sistema finanziario qualora sopravvenga un brutale ribaltamento del mercato che prosciughi la sua liquidità. Il boom del mercato degli immobili procede in modo parallelo alla deflazione salariale – dopo aver esaurito le prospettive e le aspirazioni dei salariati vendendo loro i sogni delle borse, comincia la vendita di un altro sogno, la casa acquistabile con il denaro concesso a credito, un credito infinito e a rischio di insolvenza (ecco comparire i subprimes, mutui ad alto rischio per l’acquisto della casa concessi a famiglie con scarse garanzie di reddito). Il fine è ancora una volta quello di alimentare gli effetti ricchezza comprimendo i salari reali.

La crisi americana è così grave perché parte dallo scoppio della bolla immobiliare, e questa va a toccare proprio la parte cruciale dell’economia Usa, la proprietà delle case … Guardi alla storia di Fannie Mae e Freddie Mac. Rappresenta una parabola del sogno americano: una casa a tutti i costi. E il governo, che per definizione dovrebbe lasciare tutto al libero mercato, è invece lì pronto a intervenire e a provocare la crescita a dismisura dei mutui. Finché il mercato crolla …Qualcosa che ha portato due istituzioni con capitale cumulato di 83,2 miliardi di dollari, a supportare grazie all’aiuto federale mutui per 5.200 miliardi, metà di tutti i mutui esistenti in assoluto, un rapporto insostenibile di 1 a 65.

[Allen Sinai, chief economist della Decision Economics di New York, intervistato da Eugenia Occorso su «La Repubblica», 21 Agosto 2008, p. 21]

Nel mentre si acuisce la sussunzione della vita alla finanza, la trasformazione dei rapporti sociali favorisce la concentrazione del rischio finanziario nelle fasce più deboli della popolazione. La crisi dell’agosto 2007 avviene dopo molti anni di forte espansione del credito immobiliare che ha fatto seguito alla bolla Internet. La finanziarizzazione dell’economia per funzionare ha bisogno di includere un numero crescente di economie domestiche nella creazione di valore. Da un lato la cartolarizzazione dei subprimes rappresenta una leva formidabile per la creazione del credito. Dall’altro, la distribuzione del rischio nel portafoglio di un numero elevato di investitori su scala globale, attraverso i mercati dei titoli di credito, rende più fragili i rapporti tra le istituzioni monetarie.

7. Questa lettura ci offre degli elementi preziosi che dobbiamo tuttavia utilizzare all’interno di uno schema teorico più completo. Occorre infatti indagare anche innanzitutto il processo di finanziarizzazione dando rilievo agli elementi necessari alla fondazione di una critica dell’economia politica. Ciò conduce inevitabilmente a pensare le forme del conflitto di fronte ai processi di finanziarizzazione. Da dove proviene il valore che si fissa nei mercati finanziari? Che nesso esiste fra il lavoro vivo e la liquidità crescente catturata dalle Borse? Qual è la dimensione politica propria della finanza in questa fase del capitalismo? Dall’analisi sinora svolta appare in effetti un limite al potere dei mercati finanziari, che, se non è rispettato, introduce una serie di patologie macroeconomiche. Questo limite non sta semplicemente nel crollo della domanda effettiva, né nel basso livello dei salari reali, sta più precisamente nella svalorizzazione alla quale il lavoro vivo è soggetto. La finanziarizzazione con cui abbiamo a che fare oggi è lo strumento tecnico che ha per fine l’annullamento di ogni possibilità di accumulazione della potenza rivoluzionaria del lavoro cognitivo e/o della sperimentazione autonoma delle capacità comune di gestione?

8. Qui il mio discorso non può che giungere al termine. Voglio solamente segnalare una direzione su cui continuare una riflessione, che non può essere individuale, a partire dalla lettura che Judith Revel dà del concetto di biopolitica.

Mentre “biopotere” rimane il termine con il quale si designa un nuovo investimento della vita (ancora una volta: biologica ma non solo – anche sociale, affettiva, linguistica …) da parte dei rapporti di potere, “biopolitica” sembra di più legarsi in Foucault ad una prospettiva di resistenza, di “soggettivazione”, ovvero allo stesso tempo di sottrazione dal potere e di reinvenzione – altrove – di quello che si è (meglio: di nuovi rapporti all’altro, di nuove figure organizzative, di nuovi modi di vita, di nuove istituzioni…).

[Judith Revel, Biopolitica: politica della vita vivente,]

Ho cercato di spiegare il processo di finanziarizzazione come una pratica di controllo sociale, che sussume all’interno del processo di valorizzazione la vita, diffondendo l’ideologia degli effetti ricchezza per annichilire la conflittualità esercitabile non solo sui salari, ma anche sui contenuti e sulle modalità di produzione e di riproduzione. Ciò che può ostacolare il biopotere della finanza è allora la costruzione di una biopolitica che si riappropri – e vada anche al di là – di ciò che la finanza controlla.

Stafano Lucarelli è professore di Economia Monetaria Internazionale all’Università degli Studi di Bergamo

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