Semantica e suicidi

di Giuseppe Masala

Il secondo rapporto Eures ha un titolo che chiarisce perfettamente quella che è la situazione sociale del nostro paese: “Il suicidio in Italia al tempo della crisi“. I dati che vi sono raccolti, in relazione ai suicidi, sono impressionanti e spiegano bene questo tempo di crisi economica dove le persone, dall’oggi al domani, rischiano di trovarsi senza una forma di sostentamento.

I suicidi dei disoccupati sono stati 357 nel 2009 e 362 nel 2010. Non meglio vanno le cose tra i così definiti “imprenditori“: 343 nel 2009 e 336 nel 2010. Una macabra contabilità.  Non mi permetto di dare spiegazioni su questo tema. Non ne ho e considero il mistero del suicidio come troppo difficile da analizzare, dove la motivazione di tipo economico è probabilmente superficiale e comunque non esaustiva.

Ciò che mi ha colpito è un altra cosa. Ed è la classificazione data da Eures che divide questi uomini sfortunati in due categorie: “senza lavoro” e “imprenditori“. Provo a fare una piccola analisi di tipo semantico. I senza lavoro sono evidentemente soggetti che, per vivere, sono costretti a vendere le loro capacità/competenze in cambio di un salario e che non sono riusciti a collocarsi in maniera soddisfacente in quello che si chiama “mercato”. Gli imprenditori invece sono coloro che, padroni dei fattori produttivi impiegati in azienda, vivono del differenziale tra quelli che sono i costi sostenuti nella propria azienda (soprattutto costi dei salari pagati ai dipendenti, costi delle materie prime e tasse da pagare allo Stato)  e i ricavi conseguiti. Qui sta secondo me il punto. Un punto che non è solo di natura semantica ma squisitamente politico! Siamo certi che le vittime del suicidio ricadano in questa definizione di imprenditore (l’unica possibile se si è onesti intellettualmente)?

I fatti di cronaca noti – quelli che tutti noi leggiamo sui giornali – ci raccontano un altra realtà. Quelli che pomposamente vengono definiti imprenditori in realtà sono sempre degli artigiani. Ovvero dei soggetti che sì, sono proprietari dei fattori di produzione, ma essi stessi lavorano con le macchine di cui sono proprietari, al massimo insieme a pochi dipendenti che spesso sono familiari o strettissimi amici. Giusto per fare un esempio: è corretto parlare di imprenditore nel caso del Povero Cristo che si è dato fuoco di fronte all’agenzia Equitalia di Bologna, quando in realtà egli stesso era l’unico dipendente della sua “azienda”? A me pare di no. Infatti siamo di fronte alla stessa classe fatta di persone che vivono del proprio lavoro: in un caso cedendo le proprie prestazioni all’interno di una azienda (lavoratore dipendente) e nell’altro cedendo le proprie capacità direttamente ad un committente che domanda uno specifico prodotto/servizio sul mercato (lavoratore artigiano).

Eppure questa finta distinzione tra “lavoratori senza lavoro” e “imprenditori di se stessi” è molto utile al Potere: serve a far passare l’idea che tutti siamo sulla stessa barca. Sbagliato. I veri imprenditori/manager/professionisti, quelli delle sofisticate operazioni finanziarie, delle stock options multimilionarie, delle scatole cinesi, delle fiduciarie nei paradisi fiscali non pare siano in grave sofferenza e non si ha avuto notizia di loro suicidi, né tentati né riusciti. Eppure quella etichetta di imprenditori data dai giornali (di proprietà dei veri imprenditori) a semplici artigiani disperati serve per dissimulare una verità evidente: la crisi la sta pagando chi vive del proprio lavoro (ceduto con qualsiasi forma giuridica). Coloro che vivono della rendita di capitale (finanziario e/o economico) utilizzano anche questo stratagemma semantico per camuffarsi da vittima della crisi. Quando in realtà ne sono gli artefici.

PS

Anche questa è lotta di classe (dei capitalisti contro i lavoratori).

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