Una politica di distruzione di massa

di Giuseppe Masala

Un nuovo studio rivela come la politica economica radicale messa a punto da economisti occidentali [agli inizi degli anni 90, NdT] abbia messo gli ex Stati Sovietici sulla strada della bancarotta e della corruzione.

Questo studio dimostra che il programma di privatizzazione più radicale della storia ha fatto fallire i paesi che si riprometteva di aiutare. Le lezioni delle conseguenze non volute in Russia suggeriscono che dovremmo procedere con grande cautela in sede di attuazione di riforme economiche non testate“ dice Lawrence King. Questo studio è stato divulgato da ricercatori dell’Università di Cambridge e mostra come le politiche radicali sostenute dagli economisti occidentali hanno contribuito a mandare in bancarotta la Russia e gli altri paesi ex sovietici dopo la guerra fredda.

Lo studio, è il primo a tracciare un legame diretto tra i programmi di privatizzazione di massa, adottati da diversi Stati dell’ex Unione Sovietica, e il fallimento economico e la corruzione che ne seguì.

Ideata durante i primi anni 90, principalmente da economisti occidentali, la privatizzazione “spinta” era una politica radicale per privatizzare rapidamente gran parte delle economie di paesi come la Russia. Tale politica fu voluta fortemente dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS). Il suo scopo era quello di garantire una rapida transizione verso il capitalismo, prima che simpatizzanti dei Soviet potessero riprendere le redini del potere.

Invece del boom economico previsto, quello che seguì in molti paesi ex-comunisti fu una grave recessione, alla pari della Grande Depressione degli Stati Uniti e dell’Europa nel 1930. I motivi del collasso economico e della povertà alle stelle in Europa orientale, tuttavia, non sono mai stati pienamente compresi. Né i ricercatori sono stati in grado di spiegare perché questo sia accaduto in alcuni paesi, come la Russia, ma non in altri, come l’Estonia.

Alcuni economisti sostengono che la privatizzazione massiccia avrebbe funzionato se fosse stata applicata ancora più rapidamente ed estesamente. Al contrario, altri sostengono che, sebbene la privatizzazione massiccia sia stata la giusta politica, non erano state soddisfatte le condizioni iniziali per farla funzionare bene. Inoltre, alcuni studiosi suggeriscono che il vero problema aveva più a che fare con le riforme politiche.

Scrivendo sul nuovo numero di aprile dell’American Sociological Review, Lawrence King e David Stuckler dell’Università di Cambridge e Patrick Hamm della Harvard University, esaminano per la prima volta l’idea che l’attuazione della privatizzazione “spinta” fosse collegata al peggioramento dei risultati economici, sia per le imprese individuali che per le intere economie. Più fedelmente i paesi hanno adottato tale politica, tanto più hanno sopportato criminalità economica, corruzione e fallimento economico. Questo è accaduto, sostiene lo studio, perché la stessa politica [economica] ha minato il funzionamento dello Stato e ha esposto fasce dell’economia alla corruzione.

Il rapporto reca anche un avvertimento per l’età moderna: “una privatizzazione rapida ed estesa è stata promossa da alcuni economisti per risolvere le crisi del debito in corso in Occidente e per contribuire a realizzare una riforma nelle economie del Medio Oriente e del Nord Africa“, ha detto ancora King. “Questo studio dimostra che il programma di privatizzazione più radicale della storia ha fatto fallire i paesi che si riprometteva di aiutare. Le lezioni delle conseguenze non volute in Russia suggeriscono che dovremmo procedere con grande cautela in sede di attuazione di riforme economiche non testate“.

La privatizzazione “spinta” fu adottata in circa la metà degli ex paesi comunisti dopo il crollo dell’Unione Sovietica ed è stata definita come “la privatizzazione del coupon“ perchè era caratterizzata  dalla distribuzione ai cittadini comuni di buoni che potevano poi essere riscattati come azioni nelle imprese nazionali. In pratica, poche persone capirono tale politica, la maggior parte essendo cittadini disperatamente poveri vendettero i loro buoni il più rapidamente possibile. In paesi come la Russia, questo permise a profittatori di acquistare azioni per un tozzo di pane e conquistare così gran parte del nuovo settore privato.

I ricercatori sostengono che la privatizzazione di massa non riuscì per due motivi principali. In primo luogo ha minato lo stato rimuovendo la base del reddito – i profitti derivanti da imprese di proprietà statale che esistevano sotto il regime sovietico – e la loro capacità di regolare l’economia di mercato emergente. In secondo luogo, la privatizzazione spinta ha creato imprese prive di proprietà e di guida strategica, aprendole a proprietari corrotti che hanno spogliato le attività o comunque non sono riusciti a sviluppare le loro imprese. “Il risultato è stato un circolo vizioso di uno stato e di un’economia in fallimento“, continua King.

Per verificare questa ipotesi, King, Stuckler e Hamm hanno comparato le sorti tra il 1990 e il 2000 di 25 paesi ex-comunisti, tra i quali, stati che hanno massicciamente privatizzato e altri che non lo hanno fatto. Sono stati anche esaminati i dati di rilevati della Banca Mondiale provenienti da oltre 3.500 imprese in 24 paesi post-comunisti.I risultati mostrano un legame diretto e coerente tra privatizzazione “spinta”, calo delle entrate fiscali dello Stato e peggiore crescita economica. Tra il 1990 e il 2000, la spesa pubblica è stata di circa il 20% più bassa nei paesi dove si è scelto di privatizzare rispetto a quelli che hanno subito una forma graduale di cambiamento. Questo era il caso persino dopo che i ricercatori hanno fatto aggiustamenti sui loro modelli tenedo conto di riforme politiche, riforme economiche di altra natura, presenza di petrolio e altre condizioni iniziali di transizione. Anche tenendo conto di questi fattori gli stati che privatizzarono massicciamente, registrarono, dopo che il programma venne attuato, una flessione media del PIL pro capite superiore a più del 16% rispetto a quello dei paesi dove la transizione avvenne in maniera più graduale.

Le analisi delle imprese individuali hanno rivelato che tra i paesi in via di privatizzazione “spinta”, le imprese privatizzate a detentori nazionali hanno avuto maggiori rischi di corruzione economica. Il 78% delle società privatizzate in questi paesi erano più esposte al fenomeno della corruzione, rispetto alle imprese statali, che arrivarono a ricorrere addirittura al baratto, piuttosto che alle transazioni monetarie. Questa  si è rivelata essere la situazione, anche dopo che i ricercatori corressero ulteriormente i dati per le caratteristiche d’impresa, di mercato e settore.

Inoltre lo studio ha anche rivelato che le imprese privatizzate erano meno propense a pagare le tasse – un fattore critico per l’accertamento del fallimento della politica economica attuata – infatti gli economisti occidentali [che progettarono le privatizzazioni, NdT] avevano previsto che le privatizzazioni generassero ricchezza privata che sarebbe potuta essere tassata e infine reinvestita nello stato. Infine da notare che le imprese privatizzate a proprietari stranieri erano molto meno propense a impegnarsi in baratti e ad accumulare tasse arretrate.

La nostra analisi suggerisce che quando si elaborano delle riforme economiche, in particolare volte a sviluppare il settore privato, la tutela delle entrate pubbliche e la capacità dello stato dovrebbe essere una priorità“, aggiungono gli autori. “Contare su un’esplosione futura di produttività proveniente da un’economia privata ristrutturata per compensare il calo dei redditi è una proposta rischiosa.

Traduzione dal sito dell’Università di Cambridge.

Nota di Zeroconsensus

Ho deciso di tradurre e proporvi questo interessante articolo innanzitutto per segnalare come il muro di omertà su quello che accadde nei paesi ex comunisti dell’Europa dell’Est si stia sgretolando. E’ falso che il genocidio economico avvenuto in quei terribili anni fu causato dal comunismo, fu in realtà il risultato  dalle politiche criminali previste dal Washington Consensus del FMI. Naturalmente questo meritorio studio scientifico fatto nell’Università di Cambridge è solo un primo passo nella ricostruzione storica dei fatti. Non è da escludere – io non lo escludo per nulla – che le folli politiche imposte a quei paesi con la complicità di politici corrotti (la cricca di  Gorbaciev prima e quella ancora peggiore di Eltcin poi) non furono delle “politiche sbagliate in buona fede“, ma che in realtà avessero il fine  geopolitico di distruggere l’unico paese in grado di contrastare l’egemonia USA ed il fine ideologico di dannare in eterno il ricordo del più grande esperimento di superamento del capitalismo reale. Questa ipotesi appare molto plausibile, se si tiene in considerazione il fatto (che tutti fanno finta di dimenticare!) che il referendum tenutosi in URSS il 17 Marzo 1991 vide stravincere chi sosteneva la necessità che l’Unione Sovietica sopravvivesse e che le cricche al comando all’epoca in URSS ignorarono bellamente. Alla faccia del loro presunto amore per la democrazia.

In controluce inoltre, con questo studio, si può rileggere la storia italiana. Anche in Italia in quegli anni vi fu una rivoluzione dove una classe politica venne spazzata via. Non solo, il “nuovo” intraprese una massiccia politica di privatizzazioni che smantellò la via italiana al socialismo: lo Stato Imprenditore. Inutile negare che da allora la nostra nazione è entrata in una fase di decadenza che pare irrefrenabile. Un altro aspetto interessante è che in Italia, proprio con lo smantellamento dello Stato Imprenditore e con l’instaurazione della Seconda Repubblica non solo è rimasta la piaga della corruzione ma vi è stato un aumento della medesima (aggiungerei anche del nepotismo). Forse, anche in Italia come fu in Russia, privatizzazione fa rima con corruzione?

Un ultima cosa che questo studio ci segnala è che le politiche “market friendly” implementate dal governo tecnico ultraliberista attualmente in sella, non sono la panacea di tutti i mali. Anzi, sono dannose: l’idea che le privatizzazioni generano ricchezza che può essere tassata e quindi utilizzata dallo Stato è una favola che è stata smentita in Russia e che ancora di più lo sarebbe in questa Italia dove l’evasione fiscale è il primo sport nazionale (batte anche il calcio). Difendiamo i beni comuni e le aziende strategiche tutt’ora partecipate dallo Stato. Chiediamo pulizia, ma blocchiamo la svenduta ai soliti malfattori.

Pubblicato anche sul sito della rivista Marx21

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