Economia e Università

di Giuseppe Masala

Attualmente, in piena epoca di “successo” declinante ideologico del neoliberismo, esistono varie forze, partiti, istituzioni e studiosi, molti dei quali avevano avuto qualcosa a che fare col marxismo, che discutono il beneficio reale di avere implementato la politica economica del capitale per alcuni settori sociali di massa, in particolare per quelli disagiati. Se si tiene conto che il progetto sociale (capitalismo temperato a carattere sociale) di ristrutturazione capitalista si esplica essenzialmente in processi regressivi di distribuzione della ricchezza che permettono di incrementare l’accumulazione, mentre si riducono i consumi della popolazione, non vi è dubbio che anche tale modello ha i suoi effetti positivi solo per alcuni settori di societa, cioe quelli privilegiati. La profonda trasformazione che ha sofferto il mondo, con la cosiddetta globalizzazione dei processi economici e sociali che configura l’attuale fase imperialista della competizione globale, ha permesso di esporre con chiarezza i limiti di molti paradigmi teorici, i cui nuclei duri si vedono indeboliti o superati. Per Guadarrama “nessuna concezione sullo sviluppo della Società ha potuto transitare senza intoppi per il complicato sentiero della storia”. Ogni teoria economica è il segno del periodo in cui fu scritta e quelle che hanno la fortuna di predominare sono in costante lotta con altre concezioni. La sparizione del campo socialista ed il passaggio del blocco dell’Europa dell’Est verso l’economia di mercato ha obbligato ad un profondo cambiamento nel sistema di riferimento internazionale per i marxisti, e soprattutto per i paesi socialisti come Cuba, anche con forme di accomodamento economico interno che incide su aspetti importanti del modello economico lì applicato. Ma è nei paesi capitalisti, e in particolare in quelli cosiddetti avanzati, che si chiude con maggior violenza il dibattito con il pensiero marxista, proponendo il capitalismo e l’economia borghese come unica verità per l’umanità. E ciò si verifica soprattutto nell’accademia, nella docenza e – per esempio – nei piani di studio dei corsi di economia. Fino agli anni ’70 era tangibile la presenza di materie di critica al pensiero dominante: una diversità di testi di autori marxisti, nei quali predominava una messa a fuoco globale dell’economia come scienza sociale. Negli ultimi anni, il sistema imperante di dominazione ideologica ha portato anche molti studiosi a rinnegare il marxismo per non essere accusati di antiscientificità: questo, nell’accademia italiana, è stato il prezzo che molti hanno scelto di pagare per affermarsi, far carriera, diventare uomini di potere, senza rinnegare il metodo dell’analisi di classe, anzi passando a difendere gli interessi dell’altra classe. Dalla parte del capitale contro i lavoratori.

Si introducono così, nell’istruzione universitaria, corsi riferiti esclusivamente all’approfondimento del pensiero neoclassico, producendo un’estromissione dall’ambito scientifico ufficiale della critica marxista all’economia, ed impedendo il confronto diretto tra l’economia politica marxista, la macro- e la mircoeconomia ed altre cosiddette scienze economiche applicate di contenuto più specifico, che partono dalla prospettiva teorica e strumentale neoclassica.

(Luciano Vasapollo (*) – “Trattato di economia applicata. Analisi critica della mondializzazione“, Jaca Book 2006)

(*) Luciano Vasapollo è Professore di Statistica Aziendale nella Facoltà di Scienze Statistiche dell’Università di Roma “La Sapienza”.

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