La grande scacchiera

di Giuseppe Masala

 

Il collasso dell’Unione Sovietica non solo crea aperture per una potenziale proiezione dell’influenza americana sul vuoto euroasiatico, specie attraverso lo sforzo di aiutare il consolidamento degli Stati non russi, ma ha anche grandi conseguenze geopolitiche nelle propaggini sud-occidentali dell’Eurasia: il Medio Oriente e il Golfo Persico sono stati trasformati in una zona di palese ed esclusiva… influenza statunitense, anche se con la religione e il nazionalismo che cospirano contro un’egemonia estranea sulla regione, l’attuale supremazia americana nel Medio Oriente si fonda, letteralmente, sulla sabbia.
La scelta di fondo sarà piuttosto tra un delicato equilibrio regionale e il conflitto etnico, con la conseguente frammentazione politica, senza escludere neppure lo scoppio di aperte ostilità lungo le frontiere meridionali della Russia. Il raggiungimento di questo equilibrio regionale, e il suo consolidamento, resta l’obiettivo prioritario di qualsiasi geostrategia generale americana per l’Eurasia.

(Z. Brzezinski – “La grande scacchiera“)

Il progetto di dominio degli Stati Uniti – l’estensione della dottrina Monroe a tutto il pianeta – è smisurato. Tale progetto, che ho definito Impero del caos fin dal crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, si troverà fatalmente a fronteggiare l’ondata di resistenza che aumenta fra le nazioni del Vecchio mondo che non accetteranno di sottomettervisi. Gli Stati Uniti saranno allora destinati a comportarsi da ‘Stato canaglia’ per eccellenza, sostituendo al diritto internazionale il ricorso alla guerra permanente (iniziata nel Medio Oriente, ma diretta, più oltre, alla Russia e all’Asia) e slittando verso il fascismo (la ‘legge patriottica’ ha già dato alla loro polizia, nei confronti degli stranieri – gli ‘alieni’ – poteri analoghi a quelli attribuiti a suo tempo alla Gestapo).
Gli Stati europei, partner nel sistema di imperialismo collettivo della triade, accetteranno questa deriva che li pone in posizione subalterna? La tesi che io ho sviluppato sulla questione pone l’accento non sui conflitti di interesse del capitale dominante, ma sulla diversità che separa la culture politiche europee da quella che caratterizza la formazione storica degli Stati Uniti, e vede in questa nuova contraddizione una delle ragioni principali del probabile insuccesso del progetto statunitense. 

(Samir Amin, “L’idéologie americaine”, pubblicato in inglese in Ahram Weekly, maggio 2003, Il Cairo; Samir Amin, Il Cairo, 12 novembre 2003)

I capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie ‘proporzionalmente al capitale’, ‘in proporzione alla forza’, poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione. Ma la forza muta per il mutare dello sviluppo economico e politico. Per capire gli avvenimenti, occorre sapere quali questioni siano risolte da un mutamento di potenza; che poi tale mutamento sia di natura ‘puramente’ economica, oppure extra-economica (per esempio militare), ciò, in sé, è questione secondaria, che non può mutar nulla nella fondamentale concezione del più recente periodo del capitalismo. Sostituire la questione del contenuto della lotta e delle stipulazioni tra le leghe capitalistiche con quella della forma di tale lotta e di tali stipulazioni (che oggi può essere pacifica, domani bellica, dopodomani nuovamente) significa cadere al livello del sofista. 

(V.I. Lenin  “L’imperialismo”)

Come riassumere, dunque, i tratti dell’economia mondiale?
Anzitutto, com abbiamo visto, essa aveva una base geografica molto più ampia di prima. Il suo seettore industriale e in via di industrializzazione si andò ampliando; in Europa grazie alla rivoluzione industriale in Russia e in paesi come la Svezia e l’Olanda, finora rimasti ai margini; fuori dall’Europa, grazie allo sviluppo del Nord America e già in certa misura del Giappone. Il mercato internazionale dei prodotti primari crebbe enormemente – fra il 1880 e il 1913 il commercio internazionale di tali prodotti fu all’incirca triplicato – e altrettanto crebbero di conseguenza le aree impegnate nella loro produzione, e l’integrazione delle medesime nel mercato mondiale… ne consegue, come abbiamo già osservato, che l’economia mondiale era adesso considerevolmente più pluralista di prima. L’Inghilterra cessò di essere l’unica economia pienamente industrializzata, e anzi l’unica economia industriale. Se sommiamo la produzione industriale e mineraria (costruzioni incluse) delle quattro principali economie nazionali, nel 1913 gli Stati Uniti fornivano il 46 per cento del totale, e la Germania il 23,5, la Gran Bretagna il 19,5 e la Francia l’11. L’età imperiale, come vedremo, fu essenzialmente un’età di rivalità statali. Inoltre, anche i rapporti fra mondo sviluppato e non sviluppato erano più vari e complessi che nel 1860 quando metà delle esportazioni dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina erano inviate in un solo paese, la Gran Bretagna. Nel 1900 la quota britannica era scesa a un quarto, e le esportazioni del ‘terzo mondo’ verso altri paesi dell’Europa Occidentale superavano già quelle verso la Gran Bretagna (31 per cento). L’età imperiale non era più monocentrica.
È nondimeno innegabile che l’idea della superiorità su un mondo remoto di pelli scure, e del dominio sulle medesime, era genuinamente popolare, e quindi giovava alla politica dell’imperialismo. Nelle sue grandi Esposizioni Internazionali la civiltà borghese si era sempre gloriata del triplice trionfo della scienza, della tecnologia e dell’industria. Nell’età imperiale essa si gloriava anche delle sue colonie.

( E.J. Hobsbawm, “L’età degli imperi 1875-1914”, editori Laterza, Bari 1987)

Tutto ciò, tradotto in lingua povera, significa presso a poco questo: l’evoluzione del capitalismo è giunta a tal punto che, sebbene la produzione di merci continui come prima a ‘dominare’ e ad essere considerata come base di tutta l’economia, essa in realtà è già minata e i maggiori profitti spettano ai ‘geni’ delle manovre finanziarie. Base di tali operazioni e trucchi è la socializzazione della produzione, ma l’immenso progresso compiuto dall’umanità, affaticatasi per giungere a tale socializzazione torna a vantaggio… degli speculatori. Vedremo in seguito come, ‘su questa base’, la critica piccolo-borghese e reazionaria dell’imperialismo capitalista sogni un ritorno indietro, alla ‘libera’, ‘pacifica’, ‘onesta’ concorrenza.

 (V.I. Lenin, “L’imperialismo”)

Un grazie alla compagna Maria Cristina Serban per il suo immenso e preziosissimo lavoro.

 
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