zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: maggio, 2012

L’alchimia dell’apprendimento nel sistema capitalista

Non voglio dire che la scuola non svolga alcuna funzione utile, o che sia solo una fucina di forza lavoro per il sistema delle imprese. Ma il suo principale ruolo istituzionale, che è poi il motivo per cui viene finanziata, è di fornire un servizio ideologico, promuovendo l’obbedienza e il conformismo. E credo che questo processo cominci all’asilo.
Permettetemi di raccontare un’esperienza personal…e. Il mio più caro e vecchio amico giunse negli Stati Uniti dalla Lituania quando aveva quindici anni, per sfuggire alle persecuzioni hitleriane. Venne a New York con i suoi genitori e si iscrisse alla George Washington High School, che era l’istituto in cui andavano all’epoca i ragazzi ebrei più dotati. Una volta mi disse che la cosa che lo aveva più colpito della scuola americana era che se uno prendeva un brutto voto nessuno diceva nulla, ma se arrivava con tre minuti di ritardo veniva mandato in presidenza. Ne dedusse che ciò che importava era la capacità di lavorare in una catena di montaggio, anche se di tipo intellettuale: fare ciò che viene ordinato e stare al posto assegnato. Il messaggio era: dovrai diventare un operaio di fabbrica, anche se la fabbrica sarà un’università; obbedire agli ordini di qualcuno e lavorare come ti viene detto. Ciò che conta è la disciplina, non scoprire le cose per conto tuo o capire che cosa ti interessa. Devi solo avere i requisiti del bravo operaio.
La scuola per me è questo: premiare la disciplina e l’obbedienza e punire il pensiero indipendente. Se qualcuno prova a essere un po’ innovativo, o un giorno si dimentica di andare a scuola perché sta leggendo un libro che lo interessa, allora commette un crimine perché invece di obbedire pensa.
In effetti, la maggior parte di coloro che dopo questo tipo di percorso scolastico sono approdati a far parte dell’élite universitaria sono persone che per anni hanno obbedito volontariamente a ordini stupidi impartiti da insegnanti altrettanto stupidi. E se uno un giorno obbedisce a un ordine che gli sembra insensato, e il giorno dopo ancora e poi ancora, alla fine è talmente ben plasmato da meritarsi i pivilegi più ambiti. Alcuni seguono consapevolmente questo percorso dicendosi: “D’accordo, faccio quello che mi chiede questo cretino perché voglio andare avanti”; altri lo fanno perché hanno interiorizzato questi valori, ma alla fine i due atteggiamenti finiscono per coincidere. In ogni caso bisogna soggiacere a questa regola se non si vuole essere estromessi dal gioco.
Ma c’è anche chi non va avanti e viene definito un individuo “demotivato” o con “problemi di comportamento”. Non voglio essere superficiale, ci sono davvero bambini che hanno problemi di comportamento, ma per la maggior parte si tratta di bambini che pensano con la loro testa, che non sono conformisti e che vogliono andare per la loro strada. Per questo hanno molti problemi e vengono emarginati. Ho insegnato anche ai bambini e c’è sempre qualcuno che proprio non ti dà retta. In genere si cerca di piegarli, perché li si considera dei rompiscatole, e invece bisognerebbe incoraggiarli. Bisogna chiedersi: perché dovrebbero ascoltarmi? Chi diavolo sono io? E provare a mettersi al loro posto. Questo dovrebbe essere il metodo di insegnamento da applicare.
Da quando avevo un anno e mezzo ai dodici anni ho avuto la fortuna di frequentare una scuola sperimentale deweyana [ispirata agli insegnamenti di John Dewey, filosofo e pedagogo americano], dove questo metodo veniva applicato regolarmente: i bambini erano incoraggiati a discutere di tutto, a lavorare per conto proprio e ad avere autonomia di pensiero. È stata un’esperienza fantastica. Ma tutto è cambiato radicalmente quando sono passato alla scuola superiore, che era l’orgoglio del sistema scolastico di Filadelfia. Era frequentata dai ragazzi orientati a proseguire gli studi all’università, ma era il posto più insulso e ridicolo che avessi mai visto; è stato come precipitare in un buco nero. Per prima cosa, vigeva una competizione estrema tra gli studenti, che è il modo migliore per controllarli. C’era una graduatoria e tutti sapevano sempre esattamente a che livello erano: eri il terzo della classe e dovevi cercare di non diventare il quarto. Queste cose venivano inculcate in vari modi nella testa degli studenti, che dovevano sempre battere gli altri e guardarsi le spalle da chiunque.
Tutto ciò però non era affatto necessario ai fini dell’apprendimento e io lo sapevo perché venivo da un’esperienza completamente opposta. Ma il ruolo istituzionale della scuola nella società, data la struttura del potere esterno in cui svolge la sua attività, è soprattutto quello di educare all’obbedienza e al conformismo, in modo che gli individui siano più facilmente controllabili e indottrinati. E fino a che sosterrà questo ruolo, la scuola verrà finanziata.
Ovviamente, non è così al 100 percento e ci sono persone che non seguono fino in fondo questo percorso. Come ho già detto, in campo scientifico c’è una sorta di addestramento alla creatività e alla disobbedienza, perché altrimenti non si può fare scienza. Ma nelle scienze umane e sociali, o in campi come il giornalismo e l’economia, la gente viene addestrata a dirigere e controllare, ad accettare tutto senza fare troppe domande. E chi esce dal seminato viene eliminato o ricacciato indietro.
Non è una possibilià tanto astratta. Se prendiamo un giovane in un college, o un giornalista o uno studente di liceo che pensi troppo con la sua testa, ci sono molti meccanismi che si possono usare per convincerlo ad allinearsi, prima di arrivare a emarginarlo. Al liceo si parlerà di “problemi di comportamento”, al college di “irresponsabilità”, di “incostanza” o del fatto che è “un cattivo studente”, e in seguito può essere uno che “non va d’accordo con gli altri”, che “non sa collaborare”. Un giovane giornalista che indaga su questioni che chi sta sopra di lui non ritiene vadano indagate viene spedito alla cronaca nera con la giustificazione che non ha un “corretto livello di obiettività”. Esiste una gamma infinita di tecniche di dissuasione.
Poiché viviamo in una società libera, non si rischia di finire in una camera a gas o inseguiti da uno squadrone della morte, come invece succede non lontano da qui, per esempio in Messico. Ma ci sono comunque altri sottili meccanismi che garantiscono che le norme della dottrina dominante non possano essere violate.

Noam Chomsky – “Capire il potere“, 2002

Schumpeter 2.0

 

“Genialita’ e talento posseggono rispettivamente Schumpeter e Haberler. Il primo `e un novatore altrettanto originale quanto gli imprenditori  da lui teorizzati. Vi `e nello Schumpeter – anche in questo lavoro sui cicli economici – una continua felice intuizione che gli fa ritrovare da abbozzi di teorie altrui (autori classici e preclassici spesso ignoti) generalizzazioni suggestive, quasi magiche. L’estro di Schumpeter distilla, svincola, affattura col materiale teorico di scuole diversissime quanto possa rinchiudersi nel proprio ordinamento e sia conforme alla propria interpretazione. E’ l’artista, il Mozart dell’Economia”

G. De Maria, “Le forme della conoscenza in Schumpeter” in Giornale degli Economisti e Annali di Economia, 1951 Settembre – Ottobre 

“Inizialmente l’impatto di Schumpeter fu probabilmente maggiore sulla sociologia, sulla storia o financo sulla politologia, piuttosto che sull’economia teorica. Ma oggi, sia pure con accenti diversissimi, siamo ormai in molti, anche in Italia, ad avere in qualche misura recepito la lezione schumpeteriana ed a contribuire a smantellare la corazza dell’economia neoclassica, con un impegno convergente a quello di Sraffa e degli sraffiani  in senso lato. Quanto poi al fatto che questa crescita di influenza del pensiero schumpeteriano non si accompagni con lo sviluppo di una ben identificabile scuola di schumpeteriani, mi pare assai più positivo che negativo. I marxisti, per fare un esempio, nove volte su dieci sono i peggiori nemici di Marx. Ogni discepolo che assuma come sua principale missione quella di propagare un verbo  diviene un settario, dichiara esplicitamente di non avere contributi propri da far valere. Meglio allora avere avuto qualche influenza sulla formazione di economisti come Sweezy – che certo schumpeteriano non si pu`o dire, ma piuttosto marxista critico – che coltivare torme di discepoli fanatici. A proposito di Sweezy: `e il caso di notare che giunse al marxismo attraverso le lezioni di Schumpeter e del suo allievo più prestigioso, Tsuru. Che, in altre parole, Schumpeter, marxista conservatore, fece approdare il marxismo negli Stati Uniti” 

P. Forcellini. “Paolo Sylos Labini: il mio professore Joseph Alois Schumpeter” in Politica ed Economia, 1983.

Nota di Zeroconsensus: condivido pienamente l’idea del De Maria che Joseph Schumpeter è il Mozart dell’economia, ciò non toglie che Karl Marx possa essere considerato il Beethoven! 

 

Cosmopolis

 (foto: Facebook)

 

Nota di zeroconsensus: Pubblico la recensione dell’amico Francesco Bellu, critico cinematografico, sul bellissimo film Cosmopolis del regista  Cronenberg. Buona riflessione e mi auguro anche buona visione.

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di Francesco Bellu

 “Cosmopolis” è un viaggio al termine, verso un capolinea non studiato, non previsto, non analizzato. Una “zona morta” nella quale si aggira Eric Parker, golden boy della finanza più spregiudicata, squalo rampante che gioca con i soldi e non è tanto diverso dai vari manager in doppiopetto di oggi della Goldman Sachs o di JP Morgan. Protetto da una limousine-tomba decide di “farsi il taglio” dal parruchiere che sta dall’altra parte della città mentre per strada infuriano le proteste e una visita del presidente degli Stati Uniti manda in tilt il traffico.

Trasportando molto fedelmente il romanzo di Don De Lillo, Cronenberg prosegue il suo cammino verso l’astrazione. Nella sua carriera ha sempre raccontato la metamorfosi attraverso l’analisi spesso spietata del mutamento corporale e carnale. Ogni passaggio comportava la lacerazione. Un cinema di pancia che ora però è diventato celebrale. Ad essere sconquassati non sono più corpi, ma le menti. Da quelle disturbate di “Spider” a quelle alterate di “Existenz”. Una evoluzione che comunque è sempre terribile e devastante, anche quando si prova a regolarizzarla, a imporle un metodo. “Cosmopolis” è, infatti, molto vicino all’altra controversa opera del regista canadese: “A dangerous method”. Il confronto/scontro tra i padri della psicanalisi Freud e Jung e il loro rapporto con Sabina Spielman è per molti aspetti il rovescio della stessa medaglia. Lì eravamo all’alba del nuovo secolo, del capitalismo ancora in fasce, mentre la parabola di Eric Parker ne racconta il tracollo finanziario e soprattutto umano.

Il suo viaggio nei meandri della città è segnato dalla pausa perenne, dalla immobilità. La limousine sembra non arrivare mai al punto predestinato, vuoi per motivi “oggettivi” (traffico, blocchi stradali, proteste di piazza, le chiacchierate con i propri consulenti finanziari), vuoi perché in fondo a Cronenberg, non interessa più di tanto portarlo subito a destinazione. D’altronde alla base degli spostamenti del protagonista c’è un motivo banale, stupido per certi versi: quel “rifarsi il taglio” che in maniera quasi compulsiva spunta nei lunghi dialoghi insieme alla preoccupazione per la propria “prostata deviata”. Parker sembra, infatti, quasi ossessionato delle sue asimmetrie: lui che calcola tutto alla perfezione, che segue in maniera maniacale ogni minima variazione del denaro sul quale specula, non riesce quasi a farsene una ragione e affronta tutto ciò in maniera quasi ridicola. I suoi rapporti personali sono invece improntanti solo attraverso il dialogo. Un fiume di parole incessante, serrato, che rischia il paradosso, tanto da risultare volutamente innaturale.

L’unica componente fisica è quella sessuale, ma rimane fredda, meccanica, come un mero scambio di “informazioni” e non sempre appaga, come nel caso della moglie del protagonista. Lei gli sussurra: «Odori di sesso», ma non riesce ad andare oltre. Gli promette un rapporto a lungo desiderato, ma non si arriva mai al dunque. Così lo «scopiamo» rimane solo una fantasia mentale ripetuta verbalmente ad ogni incontro. Il resto è solo speculazione, non ha nessuna importanza. È il nulla. “Cosmopolis” rimane un oggetto difficile, inafferrabile, spiazzante, fatto apposta per dividere e lacerare. Una sorta di alieno cinematografico su cui soffiano i venti di un mondo in putrefazione. Nessuno scamperà alla fine. Capolavoro? Stavolta mi sbilancio e azzardo: si, lo è.

 

Pubblicato su sassarinotizie

Crisi valutaria

cina-yuan-dollari 
 

La crisi economica in atto ormai da anni può essere analizzata sotto diversi aspetti: sotto l’aspetto finanziario (crisi delle banche e crisi dei debiti pubblici sovrani), crisi economica (crollo del Pil e disoccupazione) e crisi valutaria. Tutti questi aspetti sono tra loro correlati, ed è altrettanto evidente come una crisi bancaria e una crisi dell’economia reale si ripercuotano sul valore stesso delle monete. La giornata di ieri potrebbe essere ricordata come una giornata storica sotto l’aspetto valutario della crisi, infatti la Cina ed il Giappone hanno comunicato di non utilizzare più il dollaro come moneta “intermediaria” per i loro scambi commerciali. Le due nazioni si scambieranno le loro monete ad un prezzo fissato quotidianamente all’interno di una banda di oscillazione tra i 7,9 yauan per 100 yen e i 12,5 yuan per 100 yen. La notizia fondamentale è, evidentemente, il fatto che l’Impero di Mezzo e quello del Sol Levante non utilizzeranno più la divisa statunitense per intermediare i loro scambi commerciali che ammontano alla considerevole cifra di 350 miliardi di dollari.

Appare abbastanza ovvio che le due banche centrali asiatiche avranno d’ora in poi meno interesse a tenere una cospicua riserva in dollari e che in parte la sostituiranno con la moneta nazionale della controparte. Insomma, siamo di fronte ad un colpo terrificante per il dollaro visto come moneta “universale” utilizzata negli scambi internazionali ovvero il più importante strumento che garantisce l’egemonia americana come iperpotenza mondiale. Dunque siamo di fronte anche ad un evento che può avere ripercussioni imprevedibili dal punto di vista geopolitico. Ripercussioni che – temo – non tarderemo a conoscere. 

Pubblicato anche su Marx21.

Europa anno zero

La Germania e l’Europa sono un solo e indivisibile problema. Si sono formate assieme e, se dovranno cadere, cadranno assieme. Per “caduta della Germania” non intendiamo la sua sparizione come nazione o anche come stato, pensiamo invece a un ridimensionamento: dalla sua psicosi del Drang alla normalità di un’umanità inter-nazionale. Invece, per “caduta dell’Europa” intendiamo lo smantellamento dei suoi monopoli oltreconfine, la fine della sua appartenenza alla NATO, della convenzione di Lome, delle commissioni e delle altre strutture della CEE, l’abrogazione dei suoi poteri e delle sue pretese sovranazionali, la purificazione della sua “anima” razzista vecchia di cinquecento anni.

La Germania, in ogni caso, abbandonerà l’”Europa”, se non potrà dominarla. E andrà ancora una volta a est, come ha già cominciato a fare in Jugoslavia. La Gran Bretagna è già a mezza via nella traversata dell’Atlantico, malgrado i suoi ministri e la Camera dei Comuni abbiano optato per Maastricht, dopo l’imposizione di un secondo referendum danese per volontà della potenza una volta occupante della Danimarca, la Germania, nell’incontro dei ministri CEE del 1992. La Francia, come al solito, sta in mezzo e potrebbe andare in qualunque direzione. L’Italia è marginalizzata economicamente dall’acciaio, dalle banche e dalla moneta tedeschi, ma è più “europea” dei tedeschi stessi. Tuttavia, per quanto Agnelli abbia parlato di “politica transalpina”, nella pratica le multinazionali italiane hanno fatto migliori affari con gli investimenti in Libia, Algeria, Egitto, Kenya, Mozambico, Angola, Argentina, Irak, Iran e Sudafrica (dove l’Italia è uno dei tre principali partner commerciali). La disintegrazione lenta ma sicura dell’Europa della CEE può rivitalizzare il “mediterraneismo” di Mattei. Se questo mediterraneismo fosse decolonizzato, sarebbe preferibile all’aridità della politica “transalpina”.
Decolonizzazione, tuttavia, per i paesi come l’Italia ha un significato più ricco della semplice autonomia politica ed economica dalla Germania. Significa sciogliere le catene (Samir Amin ha parlato di “slegare”) che uniscono l’Africa all’Europa, inclusa l’Italia. Questo è un processo lungo e complesso di egualizzazione fra le nazioni a tutti i livelli, che con ogni probabilità renderebbe l’Italia meno ricca ma più felice (e l’Africa più ricca e più felice).
Questa egualizzazione tra le nazioni non è un sogno, ma una necessità realistica. Per paesi come l’Italia richiede non solo di confrontarsi con il “sud”, ma di porre un freno al Drang tedesco nel cuore dell’Europa. Per l’Italia questo secondo aspetto relazionale è vitale e urgente, dato che, se non riesce a metterlo in pratica, i movimenti separatisti regionali in Lombardia, Veneto e Alto Adige possono portare queste ricche regioni del nord sotto la diretta influenza e forse sotto il controllo tedeschi. C’è già una tendenza economica in questo senso. Ulteriori perdite territoriali e politiche della Jugoslavia possono far affacciare sull’Adriatico settentrionale la Germania e avvicinarla al Mar Nero, entrambe zone con cui l’Italia ha fruttuose relazioni storiche ed economiche. La Germania potrebbe essere capace di trasformare le crescenti tendenze economiche dell’Italia “del nord” in strutture politiche. Infine la nazificazione della Germania potrebbe favorire il rinascere e il rifiorire delle secolari radici del razzismo italiano.
Queste radici sono confiscate nel profondo del processo “colombiano”. È un fenomeno non tedesco ma europeo. Ci sono naziskin italiani, francesi e tedeschi. Essi rappresentano un’ultima rinascita del razzismo insito nel sistema colonile nei suoi luoghi natali dentro l’Europa.
Le “democrazie” europee richiedono un visto d’entrata agli africani e agli asiatici, che altrimenti non possono varcare i posti di guardia di cui gli Adenauer, Schumann, Spaak e De Gasperi hanno fabbricato la chiave. Si può notare molto fascismo nelle prigioni (i “neri” costituiscono il venti per cento dei carcerati, mentre rappresentano solo il tre per cento della popolazione dell’Europa comunitaria); e così nella legislazione, che presume la colpevolezza e non l’innocenza; nella polizia fiscale; nella vasta burocrazia improduttiva; nella partitocrazia corrotta; nelle “elezioni” insignificanti ma continue; nella “libera stampa” controllata dagli stati e dalle multinazionali; nella credulità da schiavi della maggioranza dei “cittadini”; nelle menzogne dei mezzi d’informazione, monopolizzati e controllori del pensiero; infine, in ogni casus belli dell’Occidente contro l’est e il sud.
Gli asiatici e gli africani sanno cosa sono il fascismo e il nazismo; nella realtà, non astrattamente. La media degli europei, uomini e donne, pensa di saperlo, ma quando il fascismo e il nazismo sono arrivati fra e sopra di loro, fra le due guerre mondiale, non li hanno riconosciuti, se non troppo tardi. Non stanno riconoscendo il fascismo che oggi si annida nella loro “democrazia”, anzi stanno aiutando la sua ideologia e le sue guerre in tutti continenti.
Questo servilismo attivo della maggioranza (naturalmente, c’è una minoranza dissenziente, ma è quasi impotente nel suo isolamento dalla vita e delle speranze delle centocinquanta nazioni non OCED) sta prolungando una morte vivente, la vita morente di un’Europa che, ogni giorno che passa, perde sempre di più la sua ragion d’essere. La sua “casa comune” sta cadendo a pezzi. Non ha futuro, sia che languisca come “Europa germanica”, sia che la Germania l’abbandoni per un’altra notte di Valpurga.

— Hosea Jaffe – “La Germania. Verso il nuovo disordine mondiale?” (1994)

La vera crisi è l’incompetenza!

Non pretendiamo che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi può essere una grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l’incompetenza. Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita ai propri problemi. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro.Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.”

 Albert Einstein, “Il mondo come lo vedo io” – 1934.

Schumpeter ed il Grande Elemosiniere

 

“Meno si parla dell’ultimo libro, meglio è. Chi accetta il messaggio lı esposto potrebbe riscrivere la storia dell’ancien regime francese grosso modo nei termini seguenti. Luigi XV fu un monarca molto illuminato. Percependo la necessita di stimolare la spesa, egli si procurò i servizi di spenditori esperti quali M.me de Pompadour e M.me du Barry. Esse si misero all’opera con un’efficienza insuperabile. La conseguenza avrebbe dovuto essere la piena occupazione, indi il massimo di produzione e in ultimo un generale benessere. In verita si trova invece miseria, infamia e, alla fine di tutto, un fiume di sangue. Ma cio fu una coincidenza del caso”

Josef Alois Schumpeter, “Antologia di scritti. Bologna (1984).

La Storia

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.

EUGENIO MONTALE

Zeroconsensus: l’enfasi del grassetto è mia.

Globalizzazione, Multipolarismo e Imperialismo

 

Negli anni Novanta del secolo scorso, dopo la fine dell’Unione Sovietica, c’è stato un passaggio che segnerà i prossimi decenni della vita dell’umanità intera. La mondializzazione del sistema capitalista è divenuto un fattore concreto; quella parte del mondo che aveva ipotizzato un altro tipo di sviluppo è tornata sui suoi passi e l’attuale sistema è penetrato in tutti gli ambiti economici, social…i, politici e geografici sottoponendoli alle proprie leggi.
Anche quei paesi che si definiscono ancora socialisti hanno dovuto fare i conti con questa nuova condizione ed hanno introiettato in parte le relazioni capitaliste. Il mondo passa dal confronto bipolare ad una situazione dove i soggetti principali si moltiplicano e sono segnati da profonde ed anche inedite modificazioni istituzionali e statuali. Si tratta di vere trasformazioni che tengono conto delle condizioni materiali in cui agiscono i diversi soggetti internazionali e nelle quali ha un ruolo determinante il reciproco e mutevole rapporto di forze.
Lo scenario che si presenta oggi sul piano internazionale è quello di una pluralità di soggetti con potenzialità economiche, politiche, militari e nucleari che non sono certo eguali ma che rimettono in discussione, dentro una prospettiva di medio periodo, i rapporti di forza ereditati dal precedente sistema bipolare. È in questo senso che parliamo da metà degli anni ’90 di competizione globale.
Nello scenario attuale gli Stati Uniti sono ancora indubbiamente il protagonista principale, ma appare evidente che stanno perdendo terreno, soprattutto sul piano strettamente economico, nei confronti di altri concorrenti ed in particolare nei confronti dell’Unione Europea. Il nuovo polo europeo, pur tra molte difficoltà e contraddizioni, sta procedendo verso la costruzione di una grande potenza mondiale equiparabile a quella degli Stati Uniti.
Non c’è solo l’Europa. La Cina si candida ad essere uno dei soggetti della competizione globale e, sebbene allo stato attuale non sia in grado di sostenere il confronto con le potenze occidentali, non è un mistero per nessuno che le potenzialità oggettive e soggettive per svolgere questo ruolo ci siano tutte. Si pensi alle scelte operate da questo paese, che sta giocando una partita strategica complessa e non scontata sul piano della natura socialista delle istituzioni, un percorso sul quale c’è un ampio dibattito non certo omogeneo. Rimane dunque da vedere se la Cina, come condizione per la propria partecipazione all’economia globale, sarà costretta a proseguire sul cammino capitalista, o se sarà in grado di vincere le sfide della globalizzazione neoliberista. Infine anche la Russia, che non può certo competere sul piano economico, detiene un potenziale nucleare, ereditato dalla vecchia Unione Sovietica. Questo ha un peso nelle relazioni internazionali, che rispondono al criterio dei rapporti di forza complessivi e dunque anche militari. Contribuisce al mantenimento del ruolo della Russia anche il possesso di ampie risorse naturali, a cominciare da quelle energetiche.
È questo il nuovo scenario sorto dalla fine del sistema bipolare; un mondo dove gli USA sono forza egemone ma dove nascono nuove potenze che agiscono in base alle relazioni internazionali determinate dallo sviluppo capitalista di questo XXI secolo. Dunque, alla competizione tra sistemi sociali alternativi si sostituisce una competizione tra potenze per ora squilibrata a favore degli USA, ma che prelude ad un’instabilità internazionale nella quale vengono logorate tutte le attuali rendite di posizione economiche, politiche e militari. Per gli USA, infatti, si prospetta già da oggi uno scenario nel quale, accanto alla riconfermata potenza militare, emergono un’avvenuta perdita della supremazia economica ed una crisi della centralità finanziaria.
Questo passaggio storico della situazione internazionale è interpretato in vari modi, che mostrano, comunque, un comune carattere apologetico.
C’è una lettura “liberal-democratica” che vede nella multipolarità l’occasione per costruire un mondo in armonia. Un mondo in cui, appunto, siano democratizzate le relazioni internazionali e i rapporti tra Sud e Nord del mondo, e le contraddizioni economiche e di classe siano contenute da uno sviluppo complessivo che ormai il capitalismo ha dimostrato essere l’unico a poter garantire dopo la vittoria sul modello socialista. Questo punto di vista è sostenuto soprattutto dagli “europeisti” i quali vedono nel mondo multipolare l’occasione per ridare all’Europa quel ruolo storico che era stato perduto con la seconda guerra mondiale. I vertici politici istituzionali francesi e tedeschi, il già presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, sono un esempio di questa visione: si può apporofondire il suo punto di vista in scritti anche recenti, dove egli espone con estrema chiarezza il suo programma politico, al cui centro è la necessità di far divenire l’Europa una grande potenza del nuovo secolo.
C’ è una lettura “geopolitica” di tipo “realista” che vede il futuro del mondo come una “grande scacchiera” dove le potenze giocano la loro politica avendo come posta della partita l’egemonia internazionale, convinti che questo confronto sia comunque gestibile con la crescita economica e dell’accumulazione di capitale che l’attuale sistema potrebbe continuare a produrre. L’intepretazione “geopolitica” dell’imperialismo ha molto in comune con il punto di vista “liberal-democratico”. In ogni caso questo sembra essere il punto di vista di chi pensa che con il potere militare si possa essere determinanti per il potere mondiale, a costi accettabili. Tale visione trova nelle classi dirigenti degli Stati Uniti e nell’attuale governo Bush i suoi maggiori sostenitori. Questo punto di vista è rinforzato da argomenti in favore della necessità della forza militare per creare un ombrello di sicurezza per tutto il sistema. Tale rappresentazione delle relazioni internazionali è una convincente giustificazione per sostenere il keynesismo militare quando la crescita economica “naturale” viene bloccata dalle sue contraddizioni interne.
C’è però una terza lettura della realtà che, pur definendosi “antagonista”, accetta l’idea che il capitalismo non ha contraddizioni interne, se non una mitica “moltitudine” che sarà l’unica a poter trasformare l’attuale sistema. Ci riferiamo chiaramente alla teoria dell’”Impero” enunciata da T. Negri e da M. Hardt, che pone la costituzione dell’Impero mondiale al vertice dello sviluppo capitalista con il superamento dello Stato nazionale, che anzi a giudizio di questi autori sarebbe ormai estinto. Non vogliamo fare un’analisi dettagliata delle nostre divergenze con il punto di vista di Negri e Hardt, da noi già svolta in: Casadio M., Petras J., Vasapollo L., “Crash! Scontro tra potenze”, Jaca Book, 2004. Qui ci limitiamo solo ad evidenziare la contraddizione che emerge già nei primi capitoli del libro, in cui si tratta l’evoluzione giuridica del sistema capitalista e del pensiero borghese. Infatti ci sembra che sia evidente a tutti la crisi degli organismi internazionali che avrebbero dovuto condurre invece ad un sistema unitario a livello globale in cui il capitale avrebbe dovuto esercitare il suo “Impero” sugli Stati nazionali, inclusi gli Stati Uniti d’America considerati come una parte, seppure più importante, del tutto. L’ONU per primo, il WTO, la NATO, il FMI, la Banca Mondiale oggi non sono più i luoghi della contemperazione ed integrazione dei diversi interessi e necessità delle varie frazioni del capitale mondiale, le quali sono sempre più reciprocamente organiche, ma sono divenuti piuttosi delle coperte corte che vengono tirate da una parte o dall’altra con il rischio di strappi irrecuperabili, come ha dimostrato l’intera vicenda dall’aggressione all’Iraq da parte di Bush. Nei corridoi dei circoli dove si fa la politica americana questo problema è visto come una questione di eccessiva estensione imperiale e la necessità di adottare un approccio un poco più multilaterale agli affari mondiali.
Le diverse interpretazioni che abbiamo molto sinteticamente descritto ovviamente non ci soddisfano, ed anzi le riteniamo fuorvianti. Da una parte esse sono, infatti, strettamente strumentali agli interessi in campo a livello internazionale e dunque vengono proposte come ideologia predominante, intesa classicamente come falsa coscienza da fornire alle masse oggetto di manipolazione sistematica e pianificata. Dall’altra, e qui ci riferiamo alla teoria dell’Impero, ci sembra che si prendano alcune caratteristiche esteriori di una determinata fase storica del capitalismo e le si generalizzi in modo improprio, dando solidità ad alcuni aspetti che in realtà sono transitori e nascondono i processi più profondi del modo di produzione capitalistico. Gli effetti politici di una tale concezione producono un “pensiero debole” incapace di costruire alternative effettive; addirittura un pensiero subordinato non all’Impero ma ad una sua parte, cioè a quella democratica e “multipolare” europea, come già sta avvenendo con le prese di posizione ufficiali di Negri, contraddicendo così nei fatti la pretesa unitarietà dell’ipotizzato Impero.
Bisogna perciò predisporsi ad un’analisi che si soffermi di più sugli aspetti strutturali e su quelli storici per intepretare quello che è a nostro avviso l’imperialismo di questo XXI secolo. Come già ravvisato a partire dagli anni ’60 da Jaffe ed altri, si tratta di un imperialismo che si manifesta in forme materiali diverse da quelle analizzate da Lenin ma con la stessa natura. E ciò dopo un cinquantennio nel quale l’Impero (qui inteso come capacità unitaria del capitalismo, mai manifestatasi prima, di orientare su tutti i piani la propria azione in base a criteri di razionalità politico-economica), a causa del confronto bipolare con l’URSS, ha agito effettivamente con tutta la sua forza dirompente.
Ciò che abbiamo di fronte è perciò una regressione della capacità di pianificazione capitalista che ripropone in modo nuovo vecchi scenari. È su questo regredire e sulle sue cause di fondo che dobbiamo lavorare. È quindi fondamentale capire i motivi per cui il capitalismo sta tornando verso una condizione precedente che è in contrasto con gli interessi generali dell’umanità.
Su tutto ciò dobbiamo anche verificare e rinvigorire le categorie di una lettura iniziata da Marx della realtà lasciata in balia dell’ortodossia e dell’economicismo, ridando a tali categorie ed a noi stessi nuovo vigore ed attualità.

Luciano Vasapollo – “Competizione globale: imperialismi e movimenti di resistenza” – 2004

L’innesco

E’ sempre più evidente che il sistema finanziario internazionale stia rischiando una implosione di proporzioni mai viste. La notizia di oggi è che all’istituto di credito Bankia non siano più sufficienti i 4,5 miliardi concessi (solo pochi giorni fa) dal governo spagnolo per stabilizzarsi. Sono necessari ulteriori 19 miliardi, Una somma evidentemente mostruosa. Si potrebbe fare dell’ironia sulle cifre ballerine che le banche in difficoltà rendono pubbliche e che crescono geometricamente nel volgere di pochi giorni, sfortunatamente le circostanze lasciano poco spazio a questo genere di attività. Credo che abbia poco senso anche scrivere delle possibili ripercussioni sul bilancio pubblico statale e sulle conseguenze nei mercati finanziari sia a livello di tassi di interesse sui titoli di stato dei paesi in difficoltà, sia sui titoli bancari in generale, ormai credo che chiunque abbia abbastanza dimestichezza per fare le sue considerazioni. Invece forse ha senso ripetere che le politiche economiche (finanziarie e monetarie) così come teorizzate e attuate dai governanti europei mostrano sempre più la corda: il mix tra politiche monetarie (indirettamente) keynesiane e politiche fiscali neoliberiste è schizofrenico, distrofico e inutile. Dunque anche dannoso. Presto o tardi le nostre classi dirigenti dovranno fare delle scelte. O smettere (forse obtorto collo per carestia di munizioni) di tamponare le continue situazioni critiche e lasciar lavorare la distruzione creativa così come teorizzata da Schumpeter oppure decidersi una buona volta a far entrare lo Stato nel mercato, nazionalizzando le aziende strategiche (banche ma non solo). Ricordo che questa seconda ipotesi non è keynesiana: Keynes sosteneva il rilancio della domanda aggregata con la spesa pubblica. Nazionalizzare le aziende strategiche significa entrare nel mercato per rimanerci e programmare una corretta e sana allocazione delle risorse. 

Vi sarebbe anche una terza ipotesi secondo lo scrivente: passare al keynesimo militare (warfare) – oggettivamente il vero keynesimo che ci ha fatto uscire dalla crisi del ’29 – ovvero orientare la spesa pubblica in acquisto di armi da usare contro qualcuno. La distruzione, in questo caso, non è quella creativa dell’imprenditore innovatore che sostituisce le aziende e i prodotti obsoleti, ma quella brutale del più forte che conquista nuovi mercati (e distrugge l’apparato industriale del nemico). Inutile girarci attorno.