Una lettura schumpeteriana della crisi

di Giuseppe Masala

In più di una circostanza ho citato gli studi di Josef Schumpeter in merito alle crisi del sistema copitalistico. Il seguente scritto di Cristiano Antonelli(*) mi pare dia una interpretazione molto interessante – in chiave schumpeteriana – dell’attuale crisi. 

Da un punto di vista schumpeteriano la crisi dell’autunno 2008 è semplicemente un’altra manifestazione dell’instabilità dinamica intrinseca ed anzi costitutiva del sistema capitalistico che già molte volte si era manifestata nel corso della storia economica. La visione schumpeteriana del funzionamento del sistema economico differisce significativamente da quella neoclassica in quanto pone al centro il ruolo dell’innovazione e del cambiamento strutturale. Nel modello neoclassico non è data la possibilità di crescita, una volta raggiunta la corretta allocazione delle risorse. Si ammette cioè la possibilità della crescita solo nel corso del processo di avvicinamento alle condizioni di equilibrio. Una volta raggiunte le quali il sistema dovrebbe rimanere in condizioni di stasi, senza alcuna possibilità di cambiamento che non sia esogeno, determinato cioè da eventi che non hanno causa economica. Nel sistema capitalistico schumpeteriano, al contrario, il cambiamento è intrinseco ed endogeno. Il sistema schumpeteriano è capace di crescere in quanto è capace di innovare. Non c’è però innovazione senza crisi.

Alla base del modello schumpeteriano stanno tre proposizioni centrali:

a) innovazione e crescita non possono essere separati: la crescita della capacità di produrre ricchezza ha origine solo ed esclusivamente dalla generazione di nuova conoscenza scientifica e tecnologica e dalla sua applicazione ai processi produttivi attraverso l’introduzione di innovazioni tecnologiche e organizzative. Senza innovazione il sistema non può crescere e ripiega nel flusso circolare.

b) cambiamento tecnologico e cambiamento strutturale sono indissolubili: l’introduzione di innovazioni modifica gli assetti del processo produttivo, le forme di mercato e le strutture industriali, incide sui mercati del lavoro, cambia la distribuzione del reddito, modifica le preferenze e i consumi.

c) innovazione e crisi sono a loro volta inseparabili: l’innovazione produce distruzione creatrice e quindi la sua diffusione si accompagna e causa la crisi dei settori e delle imprese tradizionali.

Ma è anche vero che l’innovazione nasce nella crisi quando le imprese non sono più in grado di far fronte al declino dei profitti e delle opportunità di crescita. L’introduzione di innovazioni modifica le condizioni di base del sistema e produce crisi che possono essere locali o globali. Nel primo caso si parla di distruzione creativa: le imprese introducono innovazioni localizzate che alterano le condizioni di funzionamento dei loro concorrenti, fornitori e consumatori nei loro specifici mercati. Se il flusso di innovazioni è regolare, continuo e distribuito in modo simmetrico nel sistema e nel tempo, la distruzione creativa produce un effetto diffuso di instabilità locali, ma non si verificano condizioni generalizzate di crisi. Quando invece la distribuzione temporale e regionale delle innovazioni è caratterizzata dalla formazione di grappoli di innovazioni radicali che comportano la trasformazione dell’intero sistema produttivo, si possono produrre crisi di portata globale.

Il terzo punto del modello schumpeteriano porta direttamente all’analisi delle grandi crisi. Secondo Schumpeter, accanto al flusso continuo di innovazioni minori che si presenta in modo fluido e regolare, si deve riconoscere la formazione di nuovi sistemi tecnologici che invece assume carattere ciclico. La distribuzione dei grappoli di innovazioni radicali che portano alla formazione dei nuovi sistemi tecnologici è irregolare nel tempo e nello spazio geografico. La loro gestazione avviene nel pieno della crisi economica e la loro introduzione produce una fase di rapida crescita ed euforia anche finanziaria. Gli innovatori guadagnano enormi profitti, le imprese innovative crescono rapidamente e i loro prodotti conquistano quote di mercato. Sono pertanto esposti a intensi processi di imitazione. Segue sia la diffusione dal lato dell’offerta sia la conseguente entrata imitativa di nuove imprese, anche localizzate in regioni diverse. La diffusione dal lato della domanda compensa la forte crescita dell’offerta, ma solo fino ad un certo punto. Dopo il quale si produce un eccesso di investimenti, creazione di capacità produttiva in eccesso, crollo dei tassi di profitto, e crisi finanziaria. Solo a quel punto si determinano le condizioni per l’incubazione di un nuovo ciclo tecnologico.

La letteratura schumpeteriana individua due grandi cicli speculari e complementari: il ciclo economico e il ciclo tecnologico. Quando la crescita economica tocca il punto di minimo, il ciclo tecnologico raggiunge il suo massimo e viceversa. Quando la crisi è generalizzata, l’insieme delle imprese è indotta a cambiare radicalmente i propri comportamenti. A quel punto, con il concorso di una pluralità di cambiamenti locali, si formano i grappoli di innovazioni complementari che portano alla formazione di nuovi sistemi tecnologici. Si aprono allora grandi prospettive di profitto, le imprese avviano grandi progetti di investimento, il sistema finanziario sostiene le nuove iniziative assumendo livelli crescenti di rischio, la domanda aggregata cresce con ritmi accelerati e con essa occupazione e produttività. Sui mercati finanziari si assiste a tipici momenti di euforia, i valori di borsa crescono significativamente, il valore medio del q di Tobin (il rapporto tra valore di borsa che scaturisce dalla capitalizzazione del valore corrente delle azioni quotate e valore di libro) aumenta e tocca livelli inusitati. Sul piano tecnologico le imprese concentrano la propria attenzione sull’introduzione di innovazioni incrementali, che consistono in applicazioni e rielaborazioni delle innovazioni radicali, e soprattutto sui processi di adozione creativa che scaturiscono dall’innesto delle nuove tecnologie sui processi produttivi in essere dando luogo a tecnologie ibride. Il tasso di introduzione di innovazioni radicali diminuisce progressivamente. Nel frattempo le successive ondate di investimenti comportano l’aumento della capacità produttiva delle imprese esistenti che si somma ai crescenti flussi di entrata di nuove imprese. L’aumento dell’offerta comporta la progressiva saturazione delle opportunità di crescita. Anche dal lato della domanda i tassi di diffusione dei beni nuovi rallentano. La capacità produttiva inutilizzata aumenta e con essa inizia il declino dei tassi di profitto. Gli investimenti rallentano. La selezione a danno delle imprese meno efficienti accelera e con essa i fallimenti. Le sofferenze finanziarie aumentano. I corsi di borsa scendono. Tanto più ampio e rivoluzionario è stato il raggio di applicazione del grappolo di innovazioni radicali e tanto maggiori sono le probabilità che la crisi assuma carattere radicale. La crisi finanziaria esplode e travolge gli assetti strutturali dell’economia reale, troppo fragili per opporre resistenza.

La lettura schumpeteriana della crisi del 1907 è in questo senso “perfetta”. Vi si trovano infatti tutti gli elementi più caratteristici e convincenti: la grande innovazione tecnologica (nel caso specifico si tratta della tecnologia della produzione dell’acciaio), l’euforia degli investimenti, l’entrata di nuove imprese, i crediti facili a chiunque si volesse avventurare nell’eldorado siderurgico, il clamoroso aumento dei valori di borsa dei titoli siderurgici. La creazione di un’enorme capacità produttiva in eccesso. La caduta dei profitti. Il crollo finanziario. L’intervento magistrale di John Pierpont Morgan che, in assenza di una istituzione come la banca centrale, salva il sistema finanziario dal collasso e fonde gran parte dell’industria siderurgica nella US Steel ponendo le basi per uno dei più duraturi monopoli del XX secolo.

Schumpeter dedicò studi approfonditi all’analisi delle grandi onde innovative (gales). Con Business Cycles l’opera mastodontica pubblicata in tre volumi nel 1939, Schumpeter dispiegava l’apparato analitico per spiegare il carattere sistemico delle crisi del XX secolo e in particolare la breve ma radicale crisi del 1907 e la grande crisi del 1929. L’opera fu accolta con grande freddezza. Non le giovò l’ostinazione di Schumpeter a identificare cicli regolari e quasi deterministici identificati con i nomi di Kondratieff e Juglar, che furono tra i primi studiosi a documentare empiricamente il carattere ciclico nell’economia capitalista e ad analizzarne le cause, individuandone scadenze regolari. Ma soprattutto l’attenzione degli economisti era calamitata da John Maynard Keynes e dal suo ottimismo. La crisi e la depressione potevano essere contrastate e superate grazie alla politica economica. Inutilmente Schumpeter tentò di argomentare che il modello keynesiano era superficiale, perché non coglieva la natura intrinseca e endogena della crisi e soprattutto non ne comprendeva le ragioni dal lato dell’offerta.

 A distanza di molti anni l’interpretazione schumpeteriana delle crisi economiche e finanziarie della prima parte del XX secolo, e in particolare del 1907 e il dibattito che seguì alla pubblicazione di Business Cycles, tornano utili. La letteratura di ispirazione schumpeteriana ha recepito e sviluppato l’idea centrale che le grandi crisi che scuotono periodicamente il sistema capitalistico siano la manifestazione intrinseca di un inesorabile carattere ciclico dello sviluppo capitalistico: ciclo e innovazione sono irrimediabilmente connessi e l’uno è causa dell’altro.

Schumpeter ha lavorato lungo due direttrici esplorando l’economia della conoscenza e l’economia della complessità.

In primo luogo Schumpeter ha lavorato a fondo sull’analisi delle condizioni sistemiche in cui si genera la conoscenza tecnologica necessaria all’introduzione dell’innovazione. L’ipotesi di base è che la produzione di conoscenza scientifica e tecnologica abbia intrinseco carattere di attività collettiva, sia basata cioè sulla comunicazione, interazione e collaborazione tra una varietà e pluralità di attori. La partecipazione di una pluralità di attori è indispensabile alla generazione e all’utilizzazione del sapere scientifico e tecnologico per la complementarietà delle conoscenze di ciascun individuo e la varietà di applicazioni che ne possono scaturire.

Un sistema sociale capace di potenziare il carattere collettivo della conoscenza (e, dunque, di rafforzare i processi della comunicazione, interazione e collaborazione sia nella generazione che nella validazione e nell’utilizzazione) può accrescere sia il tasso di generazione che di sfruttamento della conoscenza scientifica e tecnologica e quindi i suoi benefici sociali ed economici. Seguendo questa linea di analisi, che deve molto alle intuizioni di Hayek, si arriva a mettere in discussione la distinzione stessa tra scienza e tecnologia e si propone la loro integrazione nel più ampio ambito della conoscenza. La natura collettiva del processo di generazione della conoscenza tecnologica è del resto elemento costitutivo delle regole di base che definiscono anche il carattere scientifico di una proposizione. Una proposizione ha carattere scientifico in quanto è condivisa e confermata da una pluralità di attori; ha inoltre esplicito carattere cumulativo poiché fa riferimento alla conoscenza acquisita fino a quel momento e come tale patrimonio sociale. Si argomenta che il contenuto scientifico di una proposizione cresca in ragione della crescita dell’intensità della comunicazione rispettivamente nella generazione, validazione e utilizzazione. La conoscenza tecnologica è quindi un aspetto della conoscenza scientifica e viceversa, ma entrambe scaturiscono e hanno validità in quanto sono condivise. I grandi processi collettivi che sono alla base della formazione dei nuovi sistemi tecnologici si mettono in moto quando la maggior parte delle imprese prendono in considerazione la necessità del cambiamento tecnologico. Questo processo accade quando la crisi economica raggiunge livelli tali da rendere impraticabile la condotta degli affari con criteri normali. Solo allora la ricerca sistematica di nuove conoscenze tecnologiche assume quel carattere collettivo e condiviso che può dare luogo all’introduzione di un nuovo sistema tecnologico. L’analisi del caso sovietico, ovvero della contraddizione tra l’altissimo livello scientifico raggiunto dall’Unione Sovietica soprattutto negli anni 1950-1970 e l’arretratezza della sua tecnologia produttiva, mostra le conseguenze di un grave deficit di partecipazione e comunicazione nella fase dell’utilizzazione. L’incubazione di nuove tecnologie radicali è dunque sollecitata dalla crisi economica: le imprese intensificano gli sforzi innovativi quando si vanno esaurendo le opportunità di crescita generate dal precedente ciclo economico e tecnologico. Ma solo lo sforzo collettivo, con il concorso di adeguate politiche economiche e assetti istituzionali, favorisce la messa a punto di innovazioni radicali che assumono la classica configurazione del grappolo.

 Il sistema è sì capace di innovare poiché gli agenti sono capaci di reagire creativamente. Le probabilità che la reazione delle imprese consenta la generazione di nuova conoscenza tecnologica e l’introduzione di tecnologie superiori sono fortemente influenzate, tuttavia, dalle condizioni strutturali del sistema. Solo quando si verificano adeguate condizioni strutturali a livello di sistema la capacità di reazione degli individui assume carattere pienamente creativo e mette capo all’effettiva introduzione di innovazioni. Le quali a loro volta conducono alla crescita e alla successiva crisi, ove si presentino in grappoli capaci di coinvolgere l’intero sistema.

Nella letteratura schumpeteriana più recente dunque si sottolineano le condizioni sistemiche che consentono alla creatività individuale di dispiegare appieno i suoi effetti positivi. Non basta cioè l’imprenditore innovatore, sono anche necessarie condizioni strutturali di interazione e interdipendenza.

In secondo luogo Schumpeter ha progressivamente sostituito la lettura deterministica della relazione tra innovazione e crisi sviluppandone una rappresentazione stocastica che dà valore alla dinamica dei sistemi complessi. Particolari combinazioni di valori delle variabili fondamentali del sistema possono determinare esiti catastrofici, come invece dirigerne l’evoluzione verso esiti più favorevoli. L’analisi della dinamica dei sistemi ha consentito di costruire modelli stocastici di simulazione in cui a seconda della composizione delle varie parti del sistema e in funzione della intensità e della tipologia delle loro relazioni cambiano gli esiti del processo.

Una lettura schumpeteriana della crisi in corso suggerisce dunque come l’analisi di lungo periodo dei processi di cambiamento strutturale sia indispensabile per la sua comprensione. Proviamo allora ad applicare la scatola degli attrezzi schumpeteriani.

Il punto di partenza si colloca nel momento in cui si coglie appieno l’esaurimento del grande ciclo fordista nella regione centrale del capitalismo contemporaneo: l’economia USA. Nel corso degli anni Settanta del XX secolo l’economia americana aveva chiaramente esaurito la spinta propulsiva del precedente grappolo tecnologico. La crescita della produttività totale dei fattori si era arrestata. Le quote dei mercati internazionali si assottigliavano. Le importazioni dal Giappone spiazzavano intere industrie del settore manifatturiero. La disoccupazione cresceva e il reddito pro-capite americano veniva superato da alcuni paesi europei. Una grave crisi finanziaria colpiva il sistema della casse di risparmio. Molti parlavano di fine dell’impero americano.

In realtà proprio in quegli anni si ponevano le basi scientifiche e tecnologiche del nuovo grande grappolo di innovazioni che avrebbe portato alla formazione del nuovo sistema tecnologico. La ricerca spasmodica di tecnologie inedite trovava il sostegno di una politica militare particolarmente aggressiva e lungimirante, orientata verso tecnologie avanzate, capace di sottrarsi alle pretese del sistema militare-industriale tradizionale e quindi di abbandonare la produzione di carri armati e cannoni, navi e jeep, e di formulare una nuova visione del modello di difesa basato sull’uso militare dello spazio. La domanda militare cresceva in termini quantitativi e soprattutto qualitativi: l’esperienza McNamara ha lasciato il segno. Il rinnovamento del sistema militare-industriale significò anche, e in grande misura, lo spostamento del baricentro del potere economico verso la California, l’abbandono delle città dell’acciaio e della meccanica (Pittsburgh e Chicago). Emergeva così progressivamente la centralità dell’elettronica e in generale delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Quello sforzo, frutto di azioni coordinate e mirate che seppero mobilitare, con un dispiego di straordinarie capacità di governo, uno straordinario potenziale scientifico basato su pochi centri di eccellenza mondiale, e una diffusissima capacità di applicazione creativa, pose le basi del grande grappolo tecnologico chiamato ICTs (Information and Communication Technologies). Il processo di diffusione e innovazione incrementale che ne seguì ha causato e segnato la straordinaria crescita dell’economia americana per oltre 15 anni dalla seconda metà degli anni Ottanta fino alla fine del secolo. La seconda Belle Epoque del XX secolo toccò il suo culmine con le presidenze Clinton. L’economia americana aveva finalmente lo strumento tecnologico che le consentiva di industrializzare il terziario: non è un ossimoro!

Le ICTs hanno permesso di aumentare la produttività del lavoro nelle attività di produzione di servizi. Il cambiamento strutturale è gigantesco. Il declino dell’industria manifatturiera accelera e con essa l’espulsione della forza lavoro operaia: i salari operai diminuiscono e la delocalizzazione verso l’estremo oriente e gli stati del sud è massiccia. Già alla fine degli anni novanta si producevano più automobili in Alabama, Georgia etc., che non in Illinois: i lavoratori non sono sindacalizzati e il compenso orario è circa il 50% dei livelli praticati sulle sponde del lago Michigan. Al tempo stesso la crescita dei settori terziari offre continue opportunità di impiego ai white-collars del college-boom. La forte delocalizzazione produttiva delle attività manifatturiere delle imprese americane si compie anche grazie a radicali innovazioni organizzative. I sistemi informatici consentono forme completamente nuove di organizzazione e controllo di attività produttive remote. I flussi di investimenti all’estero diretti verso l’oriente si intrecciano con le crescenti importazioni di beni manifatturieri. La globalizzazione è figlia delle ICTs più di quanto non ci si renda conto.

Proprio negli ultimi anni dell’amministrazione Clinton si accumulavano i primi segnali di crisi imminente. Il q di Tobin (ovvero, come già detto, il rapporto tra il valore di libro di un’impresa e il valore attribuito dai mercati finanziari attraverso la capitalizzazione del prezzo delle singole azioni) schizzò verso l’alto, anche a causa degli importanti cambiamenti istituzionali che si erano prodotti sui mercati finanziari. Le pressioni per favorire l’IPO (Initial Public Offerings) di imprese senza record adeguati portarono addirittura alla creazione di un mercato finanziario ad hoc: il Nasdaq (National Association of Securities Dealers Automated Quotation: Quotazione automatizzata dell’Associazione nazionale degli operatori in titoli). Il Nasdaq fu il primo mercato borsistico elettronico, cioè un mercato costituito da una rete di computer che anticipò il cambiamento radicale della trattazione dei titoli in Borsa fino ad allora basata sulle famose ‘grida’consentendo la trattazione continua con notevoli effetti in termini di trasparenza, ma anche con l’introduzione di fenomeni perversi di carattere automatico. Il Nasdaq nacque dalla combinazione tra un’opportunità tecnologica, ovvero digitale, e la necessità di un mercato in cui trattare le azioni di imprese lontane dagli standard di solidità finanziaria necessari per essere ammessi al NYSE (New York Stock Exchange, la Borsa tradizionale di New York). Per la prima volta assunse così rilevanza finanziaria pubblica la dotazione di capitale intangibile, distinto dal più tradizionale capitale tangibile fisso e le imprese innovative, povere di capitali fissi, ma ricche di idee, trovarono un mercato finanziario ad hoc.

Gli enormi tassi di profitto delle imprese elettroniche, informatiche, e della comunicazione, la liberalizzazione e privatizzazione dell’industria delle telecomunicazioni, furono la causa e la conseguenza di straordinari flussi di investimenti nelle attività legate alle nuove tecnologie in gran parte finanziati attraverso la quotazione in Borsa di titoli trattati a livelli stratosferici e il sistematico ricorso al credito. Si produsse così una capacità produttiva inutilizzata che salì inesorabilmente a livelli insostenibili. La diffusione dal lato della domanda iniziava del resto a rallentare e con essa la crescita della domanda aggregata. I tassi di profitto scendevano. Si annunciava la crisi del 2001 detta delle dot.com.

Chiunque abbia letto Business Cycles ritrova tutti gli elementi premonitori delle grandi crisi. I paralleli con la crisi del 1907 sono impressionanti: la crisi finanziaria colpisce proprio il cuore dell’industria tecnologicamente più avanzata che aveva trainato fino ad allora l’intero sistema.

Nel corso degli anni Novanta il mercato del lavoro si segmenta e polarizza e con esso la distribuzione del reddito. La contrazione dell’occupazione manifatturiera produce significativi effetti di sottoccupazione di forza lavoro con bassi livelli di capitale umano. Gli skills premiums (ovvero i differenziali salariali che scaturiscono dalla dotazione di talento e specifiche competenze professionali, in ultima analisi di capitale umano incorporato nel lavoro sia in ragione delle intrinseche capacità individuali che attraverso processi di formazione formale e di apprendimento) crescono esponenzialmente.

Anche a causa delle asimmetrie nella distribuzione dello stock della ricchezza si rileva la progressiva frantumazione del ceto medio con la formazione di un forte strato sociale che assume i caratteri del ceto medio superiore in quanto è capace di accumulare i benefici di salari elevati con quelli della partecipazione ai guadagni in conto capitale e un ceto medio inferiore che si impoverisce progressivamente. A differenza di quanto accadeva nel corso del XIX secolo tuttavia il nuovo ceto medio superiore include una proporzione significativa della popolazione complessiva: secondo molti addirittura raggiunge oltre il 60%. Si produce così un’inedita frattura tra poveri e ricchi che la sinistra ha un’enorme difficoltà a metabolizzare sul piano dell’azione politica. L’impoverimento di importanti segmenti sociali deprime la crescita della domanda aggregata.

La grande crisi finanziaria è ormai imminente, scoppia la bolla delle dot.com, Wall Street crolla, ma la sua caduta si intreccia con September 11. La crisi trova però al timone della Fed, Alan Greenspan, un protagonista straordinario. Il vecchio musicista usa in modo indiscriminato e creativo la leva monetaria e finanziaria. Inonda il sistema americano di liquidità e porta i tassi di sconto reali a livelli negativi. Le imprese marginali possono sopravvivere. La crisi finanziaria incombente viene diluita, forse annichilita, certo rinviata. Mai lo Stato fu più attivo e interventista. La quantità di moneta veniva manipolata dall’intervento pubblico con una disinvoltura che non ha pari nel XX secolo.

Con tassi di interesse reali negativi l’effetto leva si moltiplica facilmente e profitti esigui consentono capitalizzazioni smisurate. L’indebitamento delle imprese aumenta vertiginosamente. Non sopravvissero solo le imprese marginali; si creò anche una significativa bolla immobiliare e un eccesso di indebitamento privato. Grenspan ha cercato di contrastare la crisi schumpeteriana in un modo originale e certo non keynesiano. Si trattava infatti di una politica economica espansiva monetaria e non fiscale, ma è anche vero che, essendo stata applicata preventivamente, ha evitato che scattasse la trappola della liquidità.

Un effetto significativo e al tempo stesso un indicatore rivelatore dell’incisività e della pervasività dell’intervento della Federal Reserve nei primi anni del nuovo secolo si ritrova nella progressiva divaricazione di due classici indicatori di profittabilità delle imprese. In condizioni ‘normali’ il ROI (Return on Investment, cioè il rapporto tra cash flow e il valore complessivo del capitale investito) e il ROE (Return on Equity, cioè il rapporto tra profitti e mezzi propri) non hanno valori significativamente differenti. Quando tuttavia i tassi di interesse sui mercati finanziari scendono in misura eccessiva si apre una forbice. Le imprese che vedono scendere i loro tassi di ROI sono sollecitate ad aumentare i livelli di indebitamento restringendo quindi la quota di mezzi propri. Se il costo del debito è molto basso si assiste allora al declino (incontrastabile) del ROI e alla contemporanea stabilità se non addirittura crescita del ROE. L’effetto leva consente alle imprese di ridurre al minimo i mezzi propri e di concentrare su di essi i profitti. I bassissimi tassi di interesse infatti incidono assai poco sul cash-flow e consentono all’impresa di avere alti tassi di profitto che si rapportano ad un valore complessivo dei mezzi propri a sua volta limitato grazie al ricorso all’indebitamento. Il tasso di profitto così aumenta in modo significativo proprio grazie agli elevati livelli di indebitamento.

L’argomento è importante e ha dato adito a molte incomprensioni e fantasiose interpretazioni. In realtà basta un semplice esempio numerico per capire che cosa sia l’effetto leva. Assumiamo che un’impresa, pagate tutte le altre spese e gli ammortamenti, abbia un margine lordo di 1 milione di euro, prodotto con uno stock di capitale pari a 20 milioni di euro. Il tasso di profitto, nel caso che il capitale coincida con i mezzi propri e sia quindi pari a 20 milioni, è dunque pari al 5% (un livello storicamente plausibile). Se tuttavia sui mercati finanziari il tasso di interesse è (troppo) basso, per esempio pari all’1% (così come è stato a lungo negli USA all’inizio di questo secolo, mentre in questi mesi è addirittura inferiore) è evidente la convenienza ad attivare l’effetto leva, ovvero a indebitarsi, per esempio per 10 milioni di euro. Sul debito si pagherà un interesse pari a 100.000 euro. Il profitto netto ora sarà pari a 900.000 euro (ovvero il margine lordo meno gli interessi passivi) che rapportati a mezzi propri pari a 10 milioni di euro porta il tasso di profitto ad un magnifico 9%. L’effetto leva ha consentito di raddoppiare, quasi, il tasso di profitto!

Le grandi banche d’affari ebbero buon gioco nel prospettare alle imprese industriali le nuove opportunità offerte dal declino patologico dei tassi di interesse sui mercati finanziari. Si aprì così una fase di grande e fruttuosa triangolazione: le banche d’affari ‘spiegavano’ alle imprese industriali i benefici dell’effetto leva e ottenevano lauti margini di intermediazione sia dal lato delle banche commerciali, affogate nella crescente liquidità, che dal lato delle imprese industriali, infine convinte ad aumentare la componente di debito del capitale investito. La deregolamentazione introdotta durante la seconda Presidenza Clinton che pose fine alla divisione del lavoro tra banche commerciali e banche d’affari e spalancò a quest’ultime i ricchi mercati del credito a lungo termine, fu il secondo grande cambiamento strutturale, dopo la creazione del Nasdaq, che modificò il panorama della finanza americana e internazionale e favorì l’ulteriore potenziamento dell’effetto leva.

 La ri-scoperta dell’effetto leva mise in moto un processo di crescita non solo dei tassi di profitto, ma del sistema nel suo complesso, con aspetti di carattere reale assai incisivi. Nella misura in cui i mezzi propri, resi superflui grazie all’indebitamento, anziché essere restituiti agli azionisti, venivano utilizzati per finanziare la crescita dimensionale delle imprese, gli effetti finanziari e reali divennero ancor più cospicui. I tassi di profitto aumentano infatti in ragione della diminuzione del rapporto tra mezzi propri e valore del capitale effettivamente in uso. A questo si deve aggiungere l’effetto indiretto dell’aumento del tasso di profitto sul valore delle azioni quotate in Borsa: a fronte dell’aumento dei tassi di profitto infatti, grazie alla logica della capitalizzazione, il valore delle azioni aumenta con ulteriori effetti positivi per gli azionisti ed evidenti ricadute espansive per il sistema, in termini di accresciuta domanda finale, a causa dell’effetto ricchezza (ovvero l’effetto sulla propensione al consumo della variazione dello stock di ricchezza patrimoniale, a prescindere da variazioni del reddito). Grazie all’effetto leva gli azionisti ebbero il doppio beneficio dell’incremento del flusso dei profitti che aumenta il reddito e dell’aumento dello stock di ricchezza che aumenta la loro ricchezza e con essa la propensione al consumo. Si sarebbe dovuto capire l’importanza della politica monetaria e le conseguenze di interventi che cercavano di diminuire eccessivamente il costo del denaro per perseguire politiche economiche espansive attraverso interventi di carattere finanziario anziché attraverso il sostegno alla domanda aggregata.

 L’inondazione di liquidità a buon mercato non poteva durare. Un’esplosiva spirale inflazionistica era alle porte. Le importazioni dall’estremo oriente, anche grazie all’aggressiva politica valutaria cinese che impediva la rivalutazione dello yuan, certo contenevano tensioni inflazionistiche, ma al tempo stesso minavano le basi del sistema industriale americano. Il cambio di direzione della Fed ebbe conseguenze drammatiche. La gestione Bernanke non aveva capito la profondità delle conseguenze della politica monetaria seguita da Greenspan. Ci sono elementi per ritenere che Bernanke valutasse le condizioni del paziente con troppo ottimismo. Si ritenne così di dover ridurre rapidamente la terapia finanziaria che era stata praticata con larghezza. Il convincimento era che il paziente avrebbe rapidamente ripreso forza in un ambiente non più manipolato da tassi di interesse reali negativi. Fu così tolta la tenda ad ossigeno. Il forsennato incremento dei tassi di interesse riportati in territorio positivo nel giro di pochi mesi fece deflagrare la costruzione di Greenspan.

 La crisi inizia quando i tassi di interesse riportati a livelli normali non consentono la sopravvivenza di attività marginali. Inizia già nell’autunno del 2007 quando il Dow Jones abbandona il massimo storico. La crisi non è finanziaria: è una crisi di sovrapproduzione finanziata a leva e ingigantita da una politica economica molto aggressiva. E’ una classica, tipica, crisi Schumpeteriana che scaturisce dall’eccesso di investimento nelle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, dall’esaurimento delle opportunità di profitto offerte dalle nuove tecnologie. È la crisi delle dot.com che, rinviata e contenuta dalla politica economica, è infine esplosa.

Non se ne esce senza accelerare la messa a punto di un nuovo grappolo tecnologico. Certo è necessario porre argine ai suoi effetti. E’ necessario impedire che le banche falliscano e i ceti marginali vengano ridotti in miseria. Ma questi provvedimenti non sono sufficienti a consentire la ripresa, ma solo a frenare la recessione. Soprattutto non è sufficiente “scavare buche” per uscire dalla crisi.

L’azione concertata e programmata che le élites militari e californiane seppero mettere in atto nel corso degli anni Settanta e Ottanta può e deve essere riprodotta. Non c’è bisogno dell’impero del male. Basta essere capaci di combinare Schumpeter con Keynes e orientare una domanda pubblica competente verso pochi e ben definiti segmenti tecnologici, selezionare e premiare le competenze scientifiche, favorire il trasferimento tecnologico.

Fonte internet al saggio.

(*) Cristiano Antonelli insegna Economia dell’innovazione all’Università di Torino

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