La rivoluzione come sogno reale

di Giuseppe Masala

 

Colpite i bianchi col cuneo rosso

CANTO UNDICESIMO

E quando alle barricate si giunse,

scegliendo un giorno nella serie dei giorni,

Lenin stesso apparve a Pietrogrado:

“Basta, compagni.

Troppo a lungo soffrimmo.

Il giogo del capitale, il mostro della fame,

i banditi delle guerre, i ladri interventisti

ci sembreranno più bianchi dei néi

sul corpo rugoso di nonna storia antica.

Basta”.

E guardando di laggiù queste giornate,

vedrai dapprima la testa di Lenin:

il suo pensiero apre una strada di luce

dall’éra degli schiavi

ai secoli della Comune.

Passeranno gli anni dei nostri tormenti

e ancora all’estate della Comune,

scalderemo la nostra vita

e la felicità, con dolcezza di frutti giganti,

maturerà sui fiori dell’ottobre.

E chi leggerà le parole di Lenin,

sfogliando le carte gialle dei decreti,

sentirà il sangue battere alle tempie

e salire le lacrime dal cuore.

Quando rivedo ciò che ho vissuto

e scavo in quei giorni,

chiaro il ricordo mi balena.

Fu il 25, il primo giorno.

Con le baionette s’infigge il lampo,

i marinai giuocano a palla con le bombe,

nel fragore sussulta Palazzo Smol’ny

e fra nastri di cartucce

crepitano dall’atrio i mitraglieri.

“Compagni, vi chiama il compagno Stalin.

A destra, la terza stanza”.

Egli è là:

“Compagni, presto, sulle autoblinde!

Occupate la Posta Centrale!”

“Sì”, risponde un marinaio

e scompare, e sotto la lampada, sul suo berretto,

è brillato un nome, Aurora.

Chi si lancia con un ordine

nella mischia,

chi scatta col caricatore sul ginocchio…

E qui, venendo senza rumore,

dal corridoio passò inosservato Lenin.

I soldati che Il’ic aveva guidati alla lotta,

non conoscendolo ancora dai ritratti,

accanto a lui si urtavano con grida,

con bestemmie più taglienti dei rasoi.

E in questa bufera di ferro agognata,

Lenin, assorto, camminava,

si fermava, aggrottava le ciglia,

interveniva, con le mani dietro la schiena.

Su qualche ragazzo arruffato,

con fasce alle gambe,

fissava l’occhio che batte senza sbagliare

ed era come se il cuore

si estenuasse di sotto alle parole,

come se l’anima svelasse

di sotto l’intrico delle frasi.

Ed io sapevo che tutto era chiarito,

era capito, sapevo che l’occhio di Lenin

coglieva il grido del contadino

e gli urli del fronte,

la volontà delle officine Nobel,

la volontà delle officine Pulitov.

Egli girava nella memoria centinaia di province,

abbracciava un miliardo e mezzo di uomini.

Egli soppesava il mondo nel corso della notte.

E la mattina:

“A tutti, a tutti, a tutti.

A tutti i fronti rossi di sangue,

a tutti gli schiavi sotto il pugno dei ricchi.

Il potere ai Soviet.

La terra ai contadini.

La pace ai popoli.

Il pane agli affamati”.

Questi messaggi lessero i borghesi

E gridarono:

“Aspettate,

vi metteremo a posto.

Vi faremo sparire la pancia

con argomenti persuasivi.

E chiamano Duchonin e Kornilov,

chiamano Gučkov e Kerenskij”.

Ma i messaggi di Lenin

conquistarono il fronte senza combattere.

Campagne e città inondarono i decreti:

anche gli analfabeti ne ebbero il cuore bruciato.

Sappiamo che loro, non noi,

provarono ciò che poi è accaduto.

Dagli uni agli altri passarono quelle parole,

dai vicini ai lontani, a tutti infiammarono i cuori:

“Pace alle capanne, guerra ai palazzi”.

Si batterono in ogni officina,

sollevando la polvere nelle città

e dietro il passo di ottobre

arse il falò delle ville nobiliari.

La terra, lettiera sotto la frusta dei padroni,

il contadino la prese, come pagnotta dal sacco,

con tutti i suoi ruscelli e le colline,

la seminò cantando e lavorò.

Gli aristocratici, inamidati e occhialuti,

sputando rabbia,

si trascinavano in fuga

là dove ancora hanno qualche valore

i titoli di conte o di barone.

Buon viaggio!

Noi,

anche ad ogni cuoca

insegneremo a dirigere lo stato

VLADIMIR MAJAKOVSKIJ

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