L’innesco

di Giuseppe Masala

E’ sempre più evidente che il sistema finanziario internazionale stia rischiando una implosione di proporzioni mai viste. La notizia di oggi è che all’istituto di credito Bankia non siano più sufficienti i 4,5 miliardi concessi (solo pochi giorni fa) dal governo spagnolo per stabilizzarsi. Sono necessari ulteriori 19 miliardi, Una somma evidentemente mostruosa. Si potrebbe fare dell’ironia sulle cifre ballerine che le banche in difficoltà rendono pubbliche e che crescono geometricamente nel volgere di pochi giorni, sfortunatamente le circostanze lasciano poco spazio a questo genere di attività. Credo che abbia poco senso anche scrivere delle possibili ripercussioni sul bilancio pubblico statale e sulle conseguenze nei mercati finanziari sia a livello di tassi di interesse sui titoli di stato dei paesi in difficoltà, sia sui titoli bancari in generale, ormai credo che chiunque abbia abbastanza dimestichezza per fare le sue considerazioni. Invece forse ha senso ripetere che le politiche economiche (finanziarie e monetarie) così come teorizzate e attuate dai governanti europei mostrano sempre più la corda: il mix tra politiche monetarie (indirettamente) keynesiane e politiche fiscali neoliberiste è schizofrenico, distrofico e inutile. Dunque anche dannoso. Presto o tardi le nostre classi dirigenti dovranno fare delle scelte. O smettere (forse obtorto collo per carestia di munizioni) di tamponare le continue situazioni critiche e lasciar lavorare la distruzione creativa così come teorizzata da Schumpeter oppure decidersi una buona volta a far entrare lo Stato nel mercato, nazionalizzando le aziende strategiche (banche ma non solo). Ricordo che questa seconda ipotesi non è keynesiana: Keynes sosteneva il rilancio della domanda aggregata con la spesa pubblica. Nazionalizzare le aziende strategiche significa entrare nel mercato per rimanerci e programmare una corretta e sana allocazione delle risorse. 

Vi sarebbe anche una terza ipotesi secondo lo scrivente: passare al keynesimo militare (warfare) – oggettivamente il vero keynesimo che ci ha fatto uscire dalla crisi del ’29 – ovvero orientare la spesa pubblica in acquisto di armi da usare contro qualcuno. La distruzione, in questo caso, non è quella creativa dell’imprenditore innovatore che sostituisce le aziende e i prodotti obsoleti, ma quella brutale del più forte che conquista nuovi mercati (e distrugge l’apparato industriale del nemico). Inutile girarci attorno.

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