Globalizzazione, Multipolarismo e Imperialismo

di Giuseppe Masala

 

Negli anni Novanta del secolo scorso, dopo la fine dell’Unione Sovietica, c’è stato un passaggio che segnerà i prossimi decenni della vita dell’umanità intera. La mondializzazione del sistema capitalista è divenuto un fattore concreto; quella parte del mondo che aveva ipotizzato un altro tipo di sviluppo è tornata sui suoi passi e l’attuale sistema è penetrato in tutti gli ambiti economici, social…i, politici e geografici sottoponendoli alle proprie leggi.
Anche quei paesi che si definiscono ancora socialisti hanno dovuto fare i conti con questa nuova condizione ed hanno introiettato in parte le relazioni capitaliste. Il mondo passa dal confronto bipolare ad una situazione dove i soggetti principali si moltiplicano e sono segnati da profonde ed anche inedite modificazioni istituzionali e statuali. Si tratta di vere trasformazioni che tengono conto delle condizioni materiali in cui agiscono i diversi soggetti internazionali e nelle quali ha un ruolo determinante il reciproco e mutevole rapporto di forze.
Lo scenario che si presenta oggi sul piano internazionale è quello di una pluralità di soggetti con potenzialità economiche, politiche, militari e nucleari che non sono certo eguali ma che rimettono in discussione, dentro una prospettiva di medio periodo, i rapporti di forza ereditati dal precedente sistema bipolare. È in questo senso che parliamo da metà degli anni ’90 di competizione globale.
Nello scenario attuale gli Stati Uniti sono ancora indubbiamente il protagonista principale, ma appare evidente che stanno perdendo terreno, soprattutto sul piano strettamente economico, nei confronti di altri concorrenti ed in particolare nei confronti dell’Unione Europea. Il nuovo polo europeo, pur tra molte difficoltà e contraddizioni, sta procedendo verso la costruzione di una grande potenza mondiale equiparabile a quella degli Stati Uniti.
Non c’è solo l’Europa. La Cina si candida ad essere uno dei soggetti della competizione globale e, sebbene allo stato attuale non sia in grado di sostenere il confronto con le potenze occidentali, non è un mistero per nessuno che le potenzialità oggettive e soggettive per svolgere questo ruolo ci siano tutte. Si pensi alle scelte operate da questo paese, che sta giocando una partita strategica complessa e non scontata sul piano della natura socialista delle istituzioni, un percorso sul quale c’è un ampio dibattito non certo omogeneo. Rimane dunque da vedere se la Cina, come condizione per la propria partecipazione all’economia globale, sarà costretta a proseguire sul cammino capitalista, o se sarà in grado di vincere le sfide della globalizzazione neoliberista. Infine anche la Russia, che non può certo competere sul piano economico, detiene un potenziale nucleare, ereditato dalla vecchia Unione Sovietica. Questo ha un peso nelle relazioni internazionali, che rispondono al criterio dei rapporti di forza complessivi e dunque anche militari. Contribuisce al mantenimento del ruolo della Russia anche il possesso di ampie risorse naturali, a cominciare da quelle energetiche.
È questo il nuovo scenario sorto dalla fine del sistema bipolare; un mondo dove gli USA sono forza egemone ma dove nascono nuove potenze che agiscono in base alle relazioni internazionali determinate dallo sviluppo capitalista di questo XXI secolo. Dunque, alla competizione tra sistemi sociali alternativi si sostituisce una competizione tra potenze per ora squilibrata a favore degli USA, ma che prelude ad un’instabilità internazionale nella quale vengono logorate tutte le attuali rendite di posizione economiche, politiche e militari. Per gli USA, infatti, si prospetta già da oggi uno scenario nel quale, accanto alla riconfermata potenza militare, emergono un’avvenuta perdita della supremazia economica ed una crisi della centralità finanziaria.
Questo passaggio storico della situazione internazionale è interpretato in vari modi, che mostrano, comunque, un comune carattere apologetico.
C’è una lettura “liberal-democratica” che vede nella multipolarità l’occasione per costruire un mondo in armonia. Un mondo in cui, appunto, siano democratizzate le relazioni internazionali e i rapporti tra Sud e Nord del mondo, e le contraddizioni economiche e di classe siano contenute da uno sviluppo complessivo che ormai il capitalismo ha dimostrato essere l’unico a poter garantire dopo la vittoria sul modello socialista. Questo punto di vista è sostenuto soprattutto dagli “europeisti” i quali vedono nel mondo multipolare l’occasione per ridare all’Europa quel ruolo storico che era stato perduto con la seconda guerra mondiale. I vertici politici istituzionali francesi e tedeschi, il già presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, sono un esempio di questa visione: si può apporofondire il suo punto di vista in scritti anche recenti, dove egli espone con estrema chiarezza il suo programma politico, al cui centro è la necessità di far divenire l’Europa una grande potenza del nuovo secolo.
C’ è una lettura “geopolitica” di tipo “realista” che vede il futuro del mondo come una “grande scacchiera” dove le potenze giocano la loro politica avendo come posta della partita l’egemonia internazionale, convinti che questo confronto sia comunque gestibile con la crescita economica e dell’accumulazione di capitale che l’attuale sistema potrebbe continuare a produrre. L’intepretazione “geopolitica” dell’imperialismo ha molto in comune con il punto di vista “liberal-democratico”. In ogni caso questo sembra essere il punto di vista di chi pensa che con il potere militare si possa essere determinanti per il potere mondiale, a costi accettabili. Tale visione trova nelle classi dirigenti degli Stati Uniti e nell’attuale governo Bush i suoi maggiori sostenitori. Questo punto di vista è rinforzato da argomenti in favore della necessità della forza militare per creare un ombrello di sicurezza per tutto il sistema. Tale rappresentazione delle relazioni internazionali è una convincente giustificazione per sostenere il keynesismo militare quando la crescita economica “naturale” viene bloccata dalle sue contraddizioni interne.
C’è però una terza lettura della realtà che, pur definendosi “antagonista”, accetta l’idea che il capitalismo non ha contraddizioni interne, se non una mitica “moltitudine” che sarà l’unica a poter trasformare l’attuale sistema. Ci riferiamo chiaramente alla teoria dell’”Impero” enunciata da T. Negri e da M. Hardt, che pone la costituzione dell’Impero mondiale al vertice dello sviluppo capitalista con il superamento dello Stato nazionale, che anzi a giudizio di questi autori sarebbe ormai estinto. Non vogliamo fare un’analisi dettagliata delle nostre divergenze con il punto di vista di Negri e Hardt, da noi già svolta in: Casadio M., Petras J., Vasapollo L., “Crash! Scontro tra potenze”, Jaca Book, 2004. Qui ci limitiamo solo ad evidenziare la contraddizione che emerge già nei primi capitoli del libro, in cui si tratta l’evoluzione giuridica del sistema capitalista e del pensiero borghese. Infatti ci sembra che sia evidente a tutti la crisi degli organismi internazionali che avrebbero dovuto condurre invece ad un sistema unitario a livello globale in cui il capitale avrebbe dovuto esercitare il suo “Impero” sugli Stati nazionali, inclusi gli Stati Uniti d’America considerati come una parte, seppure più importante, del tutto. L’ONU per primo, il WTO, la NATO, il FMI, la Banca Mondiale oggi non sono più i luoghi della contemperazione ed integrazione dei diversi interessi e necessità delle varie frazioni del capitale mondiale, le quali sono sempre più reciprocamente organiche, ma sono divenuti piuttosi delle coperte corte che vengono tirate da una parte o dall’altra con il rischio di strappi irrecuperabili, come ha dimostrato l’intera vicenda dall’aggressione all’Iraq da parte di Bush. Nei corridoi dei circoli dove si fa la politica americana questo problema è visto come una questione di eccessiva estensione imperiale e la necessità di adottare un approccio un poco più multilaterale agli affari mondiali.
Le diverse interpretazioni che abbiamo molto sinteticamente descritto ovviamente non ci soddisfano, ed anzi le riteniamo fuorvianti. Da una parte esse sono, infatti, strettamente strumentali agli interessi in campo a livello internazionale e dunque vengono proposte come ideologia predominante, intesa classicamente come falsa coscienza da fornire alle masse oggetto di manipolazione sistematica e pianificata. Dall’altra, e qui ci riferiamo alla teoria dell’Impero, ci sembra che si prendano alcune caratteristiche esteriori di una determinata fase storica del capitalismo e le si generalizzi in modo improprio, dando solidità ad alcuni aspetti che in realtà sono transitori e nascondono i processi più profondi del modo di produzione capitalistico. Gli effetti politici di una tale concezione producono un “pensiero debole” incapace di costruire alternative effettive; addirittura un pensiero subordinato non all’Impero ma ad una sua parte, cioè a quella democratica e “multipolare” europea, come già sta avvenendo con le prese di posizione ufficiali di Negri, contraddicendo così nei fatti la pretesa unitarietà dell’ipotizzato Impero.
Bisogna perciò predisporsi ad un’analisi che si soffermi di più sugli aspetti strutturali e su quelli storici per intepretare quello che è a nostro avviso l’imperialismo di questo XXI secolo. Come già ravvisato a partire dagli anni ’60 da Jaffe ed altri, si tratta di un imperialismo che si manifesta in forme materiali diverse da quelle analizzate da Lenin ma con la stessa natura. E ciò dopo un cinquantennio nel quale l’Impero (qui inteso come capacità unitaria del capitalismo, mai manifestatasi prima, di orientare su tutti i piani la propria azione in base a criteri di razionalità politico-economica), a causa del confronto bipolare con l’URSS, ha agito effettivamente con tutta la sua forza dirompente.
Ciò che abbiamo di fronte è perciò una regressione della capacità di pianificazione capitalista che ripropone in modo nuovo vecchi scenari. È su questo regredire e sulle sue cause di fondo che dobbiamo lavorare. È quindi fondamentale capire i motivi per cui il capitalismo sta tornando verso una condizione precedente che è in contrasto con gli interessi generali dell’umanità.
Su tutto ciò dobbiamo anche verificare e rinvigorire le categorie di una lettura iniziata da Marx della realtà lasciata in balia dell’ortodossia e dell’economicismo, ridando a tali categorie ed a noi stessi nuovo vigore ed attualità.

Luciano Vasapollo – “Competizione globale: imperialismi e movimenti di resistenza” – 2004

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