L’alchimia dell’apprendimento nel sistema capitalista

di Giuseppe Masala

Non voglio dire che la scuola non svolga alcuna funzione utile, o che sia solo una fucina di forza lavoro per il sistema delle imprese. Ma il suo principale ruolo istituzionale, che è poi il motivo per cui viene finanziata, è di fornire un servizio ideologico, promuovendo l’obbedienza e il conformismo. E credo che questo processo cominci all’asilo.
Permettetemi di raccontare un’esperienza personal…e. Il mio più caro e vecchio amico giunse negli Stati Uniti dalla Lituania quando aveva quindici anni, per sfuggire alle persecuzioni hitleriane. Venne a New York con i suoi genitori e si iscrisse alla George Washington High School, che era l’istituto in cui andavano all’epoca i ragazzi ebrei più dotati. Una volta mi disse che la cosa che lo aveva più colpito della scuola americana era che se uno prendeva un brutto voto nessuno diceva nulla, ma se arrivava con tre minuti di ritardo veniva mandato in presidenza. Ne dedusse che ciò che importava era la capacità di lavorare in una catena di montaggio, anche se di tipo intellettuale: fare ciò che viene ordinato e stare al posto assegnato. Il messaggio era: dovrai diventare un operaio di fabbrica, anche se la fabbrica sarà un’università; obbedire agli ordini di qualcuno e lavorare come ti viene detto. Ciò che conta è la disciplina, non scoprire le cose per conto tuo o capire che cosa ti interessa. Devi solo avere i requisiti del bravo operaio.
La scuola per me è questo: premiare la disciplina e l’obbedienza e punire il pensiero indipendente. Se qualcuno prova a essere un po’ innovativo, o un giorno si dimentica di andare a scuola perché sta leggendo un libro che lo interessa, allora commette un crimine perché invece di obbedire pensa.
In effetti, la maggior parte di coloro che dopo questo tipo di percorso scolastico sono approdati a far parte dell’élite universitaria sono persone che per anni hanno obbedito volontariamente a ordini stupidi impartiti da insegnanti altrettanto stupidi. E se uno un giorno obbedisce a un ordine che gli sembra insensato, e il giorno dopo ancora e poi ancora, alla fine è talmente ben plasmato da meritarsi i pivilegi più ambiti. Alcuni seguono consapevolmente questo percorso dicendosi: “D’accordo, faccio quello che mi chiede questo cretino perché voglio andare avanti”; altri lo fanno perché hanno interiorizzato questi valori, ma alla fine i due atteggiamenti finiscono per coincidere. In ogni caso bisogna soggiacere a questa regola se non si vuole essere estromessi dal gioco.
Ma c’è anche chi non va avanti e viene definito un individuo “demotivato” o con “problemi di comportamento”. Non voglio essere superficiale, ci sono davvero bambini che hanno problemi di comportamento, ma per la maggior parte si tratta di bambini che pensano con la loro testa, che non sono conformisti e che vogliono andare per la loro strada. Per questo hanno molti problemi e vengono emarginati. Ho insegnato anche ai bambini e c’è sempre qualcuno che proprio non ti dà retta. In genere si cerca di piegarli, perché li si considera dei rompiscatole, e invece bisognerebbe incoraggiarli. Bisogna chiedersi: perché dovrebbero ascoltarmi? Chi diavolo sono io? E provare a mettersi al loro posto. Questo dovrebbe essere il metodo di insegnamento da applicare.
Da quando avevo un anno e mezzo ai dodici anni ho avuto la fortuna di frequentare una scuola sperimentale deweyana [ispirata agli insegnamenti di John Dewey, filosofo e pedagogo americano], dove questo metodo veniva applicato regolarmente: i bambini erano incoraggiati a discutere di tutto, a lavorare per conto proprio e ad avere autonomia di pensiero. È stata un’esperienza fantastica. Ma tutto è cambiato radicalmente quando sono passato alla scuola superiore, che era l’orgoglio del sistema scolastico di Filadelfia. Era frequentata dai ragazzi orientati a proseguire gli studi all’università, ma era il posto più insulso e ridicolo che avessi mai visto; è stato come precipitare in un buco nero. Per prima cosa, vigeva una competizione estrema tra gli studenti, che è il modo migliore per controllarli. C’era una graduatoria e tutti sapevano sempre esattamente a che livello erano: eri il terzo della classe e dovevi cercare di non diventare il quarto. Queste cose venivano inculcate in vari modi nella testa degli studenti, che dovevano sempre battere gli altri e guardarsi le spalle da chiunque.
Tutto ciò però non era affatto necessario ai fini dell’apprendimento e io lo sapevo perché venivo da un’esperienza completamente opposta. Ma il ruolo istituzionale della scuola nella società, data la struttura del potere esterno in cui svolge la sua attività, è soprattutto quello di educare all’obbedienza e al conformismo, in modo che gli individui siano più facilmente controllabili e indottrinati. E fino a che sosterrà questo ruolo, la scuola verrà finanziata.
Ovviamente, non è così al 100 percento e ci sono persone che non seguono fino in fondo questo percorso. Come ho già detto, in campo scientifico c’è una sorta di addestramento alla creatività e alla disobbedienza, perché altrimenti non si può fare scienza. Ma nelle scienze umane e sociali, o in campi come il giornalismo e l’economia, la gente viene addestrata a dirigere e controllare, ad accettare tutto senza fare troppe domande. E chi esce dal seminato viene eliminato o ricacciato indietro.
Non è una possibilià tanto astratta. Se prendiamo un giovane in un college, o un giornalista o uno studente di liceo che pensi troppo con la sua testa, ci sono molti meccanismi che si possono usare per convincerlo ad allinearsi, prima di arrivare a emarginarlo. Al liceo si parlerà di “problemi di comportamento”, al college di “irresponsabilità”, di “incostanza” o del fatto che è “un cattivo studente”, e in seguito può essere uno che “non va d’accordo con gli altri”, che “non sa collaborare”. Un giovane giornalista che indaga su questioni che chi sta sopra di lui non ritiene vadano indagate viene spedito alla cronaca nera con la giustificazione che non ha un “corretto livello di obiettività”. Esiste una gamma infinita di tecniche di dissuasione.
Poiché viviamo in una società libera, non si rischia di finire in una camera a gas o inseguiti da uno squadrone della morte, come invece succede non lontano da qui, per esempio in Messico. Ma ci sono comunque altri sottili meccanismi che garantiscono che le norme della dottrina dominante non possano essere violate.

Noam Chomsky – “Capire il potere“, 2002

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