zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: giugno, 2012

Lo scontro delle civiltà

“Israele è la miccia sempre accesa. Quanto è lunga la miccia e fino a dove può bruciare? La polveriera non è in Medio Oriente. Il Medio Oriente al massimo è la seconda parte della miccia. La polveriera si trova in un punto imprecisato della cosiddetta “area turanica” (Iran, Afghanistan, Tagikistan, Khirghisistan Azerbaijan, Uzsbekistan, Pakistan), che da secoli rappresenta il ventre molle della Russia ma (attenzione) anche della Cina. Dalle etnie uigure (turche) si risale verso lo Xinjiang, uno dei più grandi bacini minerari e petroliferi del mondo. Da lì si controlla tutta l’Eurasia. Si controllano “corridoi” del terzo millennio. Da quei “corridoi eurasiatici” passano gli oleodotti e i gasdotti. Da lì passano le vie della droga. Da lì passano i mercanti di “schiavi” che riforniscono le industrie e i commerci di tutto il mondo”.

Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale.

“L’Eurasia occupa la scacchiera sulla quale si svolge la lotta per il dominio sul mondo. La maniera in cui gli USA gestiscono l’Eurasia è di importanza cruciale. Il più grande continente sulla faccia del pianeta ne costituisce anche l’asse geopolitico. Qualunque potenza che la controlli, controlla anche due delle tre aree più sviluppate e maggiormente produttive. Il compito più urgente per gli USA… è sorvegliare affinché nessuno stato o gruppo di stati abbia la possibilità di cacciarli dall’Eurasia o anche solo di indebolirne il ruolo di arbitro. Nel 2010, la collaborazione franco-tedesca (polacco-ucraina) potrebbe diventare la colonna portante geostrategica dell’Europa. Ma potrebbe anche presentarsi uno scenario potenzialmente molto insidioso: la nascita di una grande coalizione tra Cina, Russia, e forse Iran, in chiave antiegemonica”.

Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana.

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Lo scudo inesistente (burlesque)

Mai titolo fu più azzeccato di quello scelto stamani dall’autore di questo umile blog per definire il fantasmagorico scudo antispread partorito al vertice europeo di ieri: lo scudo inesistente. Per la verità io mi riferivo alla sua evidente inutilità. Ma il problema, a circa dodici ore di distanza, pare abbia assunto risvolti tra il comico ed il drammatico.

1) Mario Monti dichiara che l’Italia non vuoler usufruire dello scudo;

2) Mariano Rajoy dichiara che la Spagna non vuole usufruire dello scudo.

Dunque lo scudo oltre ad essere inutile (nella mia opinione)  non verrà – per stessa dichiarazione di chi lo ha voluto – utilizzato dagli stati che ne avrebbero bisogno. Un paradosso al quale non sono in grado di trovare una spiegazione plausibile se non quella che uomini disperati (governanti e professionisti della disinformazione) hanno tirato su il più grandioso spettacolo di burlesque degli ultimi tempi. Temporeggiare in attesa degli eventi (o dei miracoli) può essere una virtù ma non quando si cade nel ridicolo. 

A questo punto nessuno tocchi la Merkel e i tedeschi. Non meritano di far parte di un simile baraccone e mi auguro che nessuno chieda a Frau Angela di vestirsi da Drag Queen per “calmare i mercati“.

PS Non mi esprimo sull’euforia del tutto irrazionale che ha colpito la borsa italiana ridotta al rango di bisca clandestina al pari della borsa di Atene, dove ogni scusa è buona per non ammettere la dura realtà:  commerciare titoli di un paese in bancarotta che fa finta di non saperlo e che si aggrappa ad uno scudo inutile e che per giunta non vuole usare.

Lo scudo inesistente

Quali sono i risultati del vertice europeo di ieri? La situazione è finalmente sotto controllo come da stamani i giornali e i mass media vogliono farci credere?  La risposta è no. Tutto è rimasto come prima e la tempresta, una volta che il rumore di fondo della macchina della manipolazione mediatica sarà sopito, ritornerà più potente di prima. 

Innanzitutto bisogna ricapitolare alcuni concetti secondo me fondamentali:

1) La crisi dell’Euro non è la crisi economica ma una conseguenza di questa. Euro o non Euro la crisi è destinata a continuare fino a quando tutto il capitale in eccesso (quello che non è in grado di produrre profitti) non sarà distrutto. Già il vecchio (anagraficamente vecchio, le sue idee sono freschissime!)  Marx aveva capito benissimo che alla base delle grandi crisi economiche  vi è l’assenza di un tasso di profitto ritenuto idoneo che porta il capitale a non essere investito ma a ristagnare in forma monetaria e dunque tesaurizzato, finanziarizzato e usato a fini speculativi;

2) Alla base della crisi dell’area euro vi è il peccato orginale di aver costruito una moneta unica in un area monetaria non omogenea, con tutte le conseguenza del caso così come descritte già negli anni 60 da Robert Mundell. Infatti, il nodo della questione è il differenziale tra i tassi di inflazione dei paesi del nord Europa e quelli del Mediterraneo. Differenziale che distrugge la competitività dei paesi con inflazione più alta e che crea uno squilibrio nella bilancia dei pagamenti tra paesi in surplus (perchè competitivi grazie a costi di produzione più bassi) e paesi in deficit (perchè meno competitivi). Per quanto riguarda questo punto rimando. per un approfondimento al bellissimo blog goofynomics del Professor Alberto Bagnai e agli altrettanto importanti scritti di Vladimiro Giacché pubblicati generalmente su “il Fatto Quotidiano“.

Andando ai provvedimenti presi nel corso del vertice europeo, questi sono i risultati ottenuti e la loro portata reale:

1) 120 miliardi per stimolare la crescita nei paesi dell’UE. Oggettivamente una bazzeccola: solo nelle borse europee questa cifra viene bruciata in un paio di sedute negative ma non di panico. In sostanza si vuole evitare di bagnarsi all’arrivo di uno tzunami semplicemente aprendo un ombrellino. Ardua impresa.

2) Viene costituito il famoso “scudo anti spread” ovvero la possibilità di acquistare bond sovrani dei paesi in difficoltà con il “fondo salva stati“. Una pia illusione. Innanzitutto abbiamo l’evidenza empirica che non funziona: già la Banca Centrale Europea fino a qualche mese fa utilizzava il  Securities Market Programme per calmierare gli spread tra titoli di stato. Il risultato ottenuto è stato nullo sebbene le risorse impiegate siano state considerevoli  (213,5 miliardi di euro ). Non si capisce perchè in questo caso dovrebbe funzionare visto che oltretutto la situazione si è enormemente aggravata. Inoltre questo strumento non sarà immediatamente operativo: già i tedeschi vogliono che l’utilizzo del fondo “salva stati” al fine di calmierare gli spread, sia vincolato alla firma di un Memorandum of Undestanding e alla vigilanza, sulla sua applicazione, della tanto temuta Trojka (UE, BCE, FMI). Sappiamo bene inoltre quali siano le linee guida della Trojka: quelle codificate nel Washington Consensus che hanno precipitato la Grecia in una crisi senza vie di uscita.

Alla luce di tutto questo non pare azzardato dire che il vertice europeo è stato un fiasco talmente enorme che probabilmente verrà ricordato dagli storici come l’inizio della fine. Credo che Mario Monti queste cose le capisca benissimo, infatti, pare si appresti a convocare il Consiglio dei Ministri per approvare le misure studiate nella cosiddetta spending review. Gli Shylock del mercato pretendono un’altra libbra di carne.

PS

Una considerazione a margine, a dimostrazione che la crisi dell’euro non è all’origine della crisi economica ma una sua consenguenza. Si rincorrono voci che le perdite sui derivati della banca americana JPMorgan siano arrivate a ben 9 miliardi di euro. A buon intenditor…

Amore e Tempo

E l’amore guardò il tempo e rise, perché sapeva di non averne bisogno. Finse di morire per un giorno, e di rifiorire alla sera, senza leggi da rispettare. Si addormentò in un angolo di cuore per un tempo che non esisteva. Fuggì senza allontanarsi, ritornò senza essere partito, il tempo moriva e lui restava.”

(Il 28 giugno 1867 ad Agrigento nasceva Luigi Pirandello)

Fermatela

 

Dal Wall Street Journal di oggi:
“We’re trying to protect individuals not their jobs,” said Ms. Fornero, 63 years old. “People’s attitudes have to change. Work isn’t a right; it has to be earned, including through sacrifice.”
Traduzione: “Stiamo cercando di proteggere le persone non i loro posti di lavoro”, ha detto la signora Fornero, 63 anni. “Gli atteggiamenti delle persone devono cambiare. Il lavoro non è un diritto; deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio.”

Art.4 della Costituzione della Repubblica Italiana:
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Nota di Zeroconsensus: Già in passato mi sono  occupato delle dichiarazioni della Fornero paragonandola a quell’Achille Loria che forse – non troppo casualmente – ha insegnato economia nella stessa Università dove dispensa perle di saggezza la nostra ministra. Sarei tentato di scrivere un bel pò sulla concezione del lavoro che ha questa signora, ma visto il momento drammatico (rischio implosione dell’Euro e possibile guerra in Siria)  non mi sento di sprecare troppe parole. Credo che sia sufficiente ricordare che nessuno ha il diritto di fare il Ministro in contrasto con la Costituzione sulla quale ha giurato fedeltà, a maggior ragione se non si è mai stati votati manco ad amministrare un condominio. Intrapresa che certamente, la Fornero, farebbe fallire in meno di un anno al grido sobrio e severo  di: “Nessuno usi l’ascensore!”. Nessuno tranne se stessa (e familiari), si capisce!

Il capitalismo è regresso

Il modo di produzione capitalistico non fu progressivo se con “progresso” intendiamo “migliorare le sorti delle grandi maggioranze” (“progresso” deriva dal latino “progressus”, sostantivo corrispondente al verbo “progredi”, ovvero “andare avanti”, da “pro” e “gradi”, ovvero “livelli” da “attraversare”). Storicamente e a tutti gli effetti il capitalismo determinò un regresso per le vaste maggioranze in America, Africa, Oceania e Asia. Inoltre tale regresso fu attuato da un modo di produzione, quello capitalistico, che Marx considerava parte della preistoria umana.
Lo studio scientifico dei modi di produzione e delle strutture sociali differisce dagli studi scientifici della fisica o della chimica perché il suo oggetto è la storia umana, che non può essere studiata soltanto con il metodo del materialismo storico. Il materialismo storico è ad ogni buon conto un caso particolare del materialismo dialettico. Un principio cardinale del materialismo dialettico “marxista” è l’emergenza della novità da un conflitto di opposti. Tale “novità” si posiziona su una curva “a spirale”, per così dire “sopra” il “vecchio” oggetto di cui è o diviene la “nuova forma”. Il “conflitto di opposti” da cui nasce la “novità” è la lotta modale, ovvero la lotta tra modi di produzione reciprocamente antagonisti, come il “dispotismo comunitario” (per esempio il “dispotismo asiatico”) e il modo di produzione capitalistico, che distrusse il modo comunitario-dispotico in America, Asia e Africa (fallendo invece miseramente nel caso della Russia zarista, che richiedeva un modo di produzione affatto diverso, quello socialista, per chiudere con il feudalesimo e il dispotismo zarista). Ogni lotta modale ha come proprio esito la vittoria del più forte tra i modi che si affrontano (per esempio il capitalismo), oppure la nascita di un modo del tutto nuovo (per esempio la nascita del modo “socialista” nel 1917 in Russia, che fu conseguenza del fallimento della lotta tra il capitalismo europeo e lo zarismo). In entrambi i casi, questa cosiddetta “novità dialettica” va sotto il nome di progresso.
Il termine “progresso” ha molti significati, alcuni dei quali sono reciprocamente contraddittori. Una di queste contraddizioni è quella per cui “progresso” può significare “un miglioramento della condizione delle maggioranze” ma anche una “negazione di una negazione”, come fu quella che il modo di produzione capitalistico produsse a danno del modo di produzione comunitario dispotico, che a sua volta aveva negato il comunitarismo preclassista. Il secondo esempio ha costituito un miglioramento concreto per quanti vivono sotto la seconda forza negante, ovvero il capitalismo, rispetto alle condizioni di vita di quanti vivevano sotto il modo di produzione originario e poi negato, ovvero il comunitarismo preclassista? Prendendo a parametro il “progresso” i marxisti eurocentrici tendono a sostenere, sul piano morale, che si trattò di una “buona” “negazione della negazione”. I marxisti veri e propri – ovvero i marxisti che hanno compiuto il passo avanti da Marx e Lenin – hanno molte difficoltà a considerare “buona” questa “negazione della negazione”. Per loro una “negazione della negazione” realmente “buona” è, sia nella teoria sia nella pratica, la negazione ad opera delle rivoluzioni socialiste del modo di produzione capitalistico, che a sua volta aveva negato modi di produzione come il feudalesimo o il “modo asiatico”. Questa transizione modale che passa con un andamento “a spirale” attraverso due tappe, da un modo di produzione “inferiore” a uno “superiore”, rappresenta una esemplificazione storica, concreta del “progresso” nel senso astratto, hegeliano del termine. È una evoluzione dialettica “progressiva” dei principali modi di produzione della storia.
Secondo Mao Tse Tung i conflitti (che possono avere come proprio esito delle “negazioni”) lungo la curva del progresso sono “riconciliabili” oppure “irriconciliabili”. Sono “riconciliabili” quando nessuno dei “poli” contendenti distrugge l’altro (così fu per le lotte di classe tra plebei e patrizi in Grecia e a Roma e per le lotte di classe tra il “proletariato borghese” e la borghesia imperialista che lo corrompe); ma diventano “irriconciliabili” quando almeno uno dei poli sociali contendenti viene distrutto dall’altro: è quanto avvenne quando il capitalismo colonialistico distrusse il comunitrismo e il dispotismo comunitario americano, africano e asiatico.
La conflittualità internazionale che contrappone le nazioni e le classi del “terzo mondo” oppresso a quelle del “primo mondo” imperialista che sfrutta, opprime e pressoché sistematicamente muove guerra alle stesse nazioni e classi è un “conflitto irriconciliabile”. Se il “primo mondo” sopravviverà a questa conflittualità, una moderna barbarie si dispiegherà nel mondo. Se il “terzo mondo” riuscirà ad abbattere l’imperialismo degli Stati Uniti d’America, dell’Unione Europea e del Giappone, allora ci sarà almeno una possibilità per il socialismo.
A proposito dell’eredità dei residui degli sconfitti da un modo vincente Marx scrisse: “[…] le strutture e le relazioni di produzione di tutte le formazioni sociali precedentemente esistenti, le rovine e gli elementi costitutivi delle quali furono utilizzati nella creazione della società borghese. Alcuni di questi residui non assimilati hanno tuttora una continuità nella società borghese, mentre altri, che precedentemente esistevano soltanto in forma embrionale, sono stati sviluppati e hanno raggiunto la propria piena significanza […]. L’anatomia umana e una chiave dell’anatomia della scimmia […]. Siccome per di più la società borghese è soltanto una forma di sviluppo contraddittoria, essa contiene le relazioni proprie delle società precedenti spesso meramente in forma compressa o anche parodistica, per esempio quella della proprietà comunitaria.”
La dichiarazione darwinista secondo cui “l’anatomia umana è una chiave dell’anatomia della scimmia” sottende la superiorità del modo di produzione capitalistico rispetto alle precedenti relazioni di produzione.
Tale superiorità sarebbe tanto forte da assicurare che i “residui” non assimilati delle formazioni sociali precapitaliste siano stati “sviluppati ulteriormente” e abbiano “raggiunto la loro piena significanza”. Tuttavia, argomentava Marx, “Stante che la società borghese è per di più soltanto una forma di sviluppo contraddittoria”, questo ulteriore sviluppo non si applicò alla “proprietà comunitaria” (che era progressiva, almeno sotto il profilo etico) e perciò, secondo il corretto principio del “materialismo storico”, nemmeno al suo spirito comunitario. Il carattere anticomunitario connaturato al modo di produzione borghese inibì e spezzò la continuità dello spirito comunitario tra i modi di produzione comunitari e il modo di produzione capitalistico. Questo processo, lungi dall’essere progressivo, è in realtà reazionario come il suo opposto, l’individualismo, e infettò la maggioranza del “proletariato occidentale” dando vita infine a un individualismo anticomunitario acquisito – solo in apparenza congenito – che a sua volta paralizzò qualsiasi spinta latente potesse derivare dalle “condizioni materiali” verso un tentativo, e figuriamoci un’emergenza, di rivoluzioni sociali anticapitaliste.
Affrontare l’argomento del progresso significa anche affrontare quello delle guerre civili tra classi, delle guerre tra nazioni e di quelle tra modi di produzione multiclassisti e multinazionali. In merito alle guerre tra forze e formazioni sociali appartenenti a un certo modo di produzione storicamente determinato, Marx scrisse nella sua “Critica dell’economia politica” quanto segue: “Una nazione conquistatrice potrebbe spartire la terra tra i conquistatori” – per esempio tra le nazioni e i colonizzatori europei cui Colombo fece strada – “e in questo modo imporre un determinato modo di produzione e una forma di proprietà della terra […]. Oppure così la manodopera schiavizzata alla base della produzione”, come accadde ad esempio con l’importazione degli schiavi africani nelle colonie portoghesi del Brasile e nelle colonie inglesi delle Indie orientali, o quella degli schiavi malesi, ceylonesi e indonesiani nella colonia olandese del Capo. […] “Le conquiste possono sfociare in uno qualsiasi dei tre risultati. La nazioni conquistatrice può imporre il proprio modo di produzione ai popoli conquistati (ciò avvenne ad esempio in Irlanda, nel corso di questo secolo, ad opera degli inglesi, e in qualche misura in India); oppure può astenersi dall’interferire con il vecchio modo di produzione e accontentarsi dei tributi (tale fu per esempio il caso dei turchi e dei romani); oppure si può instaurare un’interazione tra il vecchio e il nuovo modo di produzione, che darà vita a un sistema inedito e dunque a una sintesi (come avvenne parzialmente nell’ambito delle conquiste germaniche). In tutti i casi è il modo di produzione – quello delle nazioni conquistatrici, quello delle nazioni conquistate, oppure il nuovo sistema nato dal connubio dei due – a determinare il nuovo modo di distribuzione in via di sviluppo […]. La devastazione attuata dai Mongoli sul territorio russo, per esempio, era coerente con il loro modo di produzione, l’allevamento del bestiame, per il quale sono fondamentali vasti territori disabitati. […] I barbari germanici, che vivevano sparsi sul territorio e il cui tradizionale modo di produzione era l’agricoltura fondata sull’impiego della servitù, potevano adattare nel modo più semplice le province romane ai loro bisogni perché la concentrazione della proprietà terriera che vi si era sviluppata in precedenza aveva già sradicato le relazioni agricole più antiche […]. I mezzi di produzione possono essere accaparrati direttamente tramite la schiavizzazione. Ma in questo caso è necessario che le strutture produttive del paese la cui popolazione viene ridotta in schiavitù siano compatibili con il lavoro schiavizzato, oppure (come in Sudamerica ecc.) dev’essere costituito un modo di produzione adatto alla schiavitù.”
Il “modo di produzione adatto alla schiavitù” era il “modo di produzione borghese”. Il fatto che la forma fondamentale del lavoro fosse la schiavitù non significava però che il modo di produzione così strutturato fosse quello europeo schiavista. Si trattava invece di una forma bruttalmente perversa di “lavoro salariato”, nel contesto della quale il “lavoro necessrio” era prossimo allo zero e i conseguenti livelli di plusvalore erano enormi.
Per quanto strano possa apparire, gli schiavi erano inoltre un capitale enormemente proficuo per le nazioni colonialiste (Spagna, Portogallo, Inghlterra, ecc.) o per i proprietari terrieri razzisti che ne possedevano.
Il riferimento di Marx a un “destino” dell’umanità sottendeva forse che la storia umana – o qualsiasi altra – è predeterminata e votata a qualche scopo o qualche esito ultimo? Già nella sua tesi di dottorato Marx si era affrancato da questa visione idealistica e religiosa, esprimendo la sua predilezione per la scuola filosofica greca epicurea, secondo cui il mondo si fonda sulla possibilità e sul caso, piuttosto che per la scuola di Democrito, per il quale il moto atomico è totalmente prevedibile e la materia atomica stessa ha un limite minimo definito. Laddove Democrito (c. 460-c. 370 a.C.) e il suo maestro Leucippo (V secolo a.C.) sostenevano che il mondo è costituito da atomi il cui moto risponde a precise leggi, la filosofia di Epicuro (341-270 a.C.) contemplava invece la possibilità di deviazioni imprevedibili nel moto atomico, e sosteneva essere il mondo “una serie di fortuite combinazioni di atomi”.
Sebbene riconosciuti soltanto 35 anni dopo la loro pubblicazione, avvenuta nel 1865, i risultati degli esperimenti di ibridazione di piselli verdi condotti da un contemporaneo di Marx, il monaco austriaco Gregor Johann Mendel (1822-1884), gettarono le basi per la fondazione della scienza genetica. Il caso, attraverso la radiazione, le reazioni chimiche, le forze fisiche e la stessa sperimentazione umana, gioca un ruolo primario nel determinare la genesi – “ambientale” e/o “genetica” – nonché il probabile comportamento della materia organica (embrioni ed esseri umani compresi). Il principio della “mutazione”, già centrale nella macrobiologia grazie al grande lavoro di Charles Darwin (1809-1882), entra così nel campo della microbiologia.
I fisici tedeschi Werner Heisenberg (1901-1976) ed Erwin Schrödinger (1887-1961) svilupparono in seguito il principio d’indeterminazione, che definisce ta l’altro l’impossibilità di determinare simultaneamente la posizione e la velocità di una particella se non all’interno di un certo margine di probabilità. Per quanto riguarda gli esseri umani, ciò significa che non c’è alcuna certezza, qualora a una guerra nucleare sopravvivessero qualche uomo, qualche donna e qualche bambino, che la storia umana debba ripetersi seguendo gli stessi percorsi, e ciò vale anche per qualsiasi modo di produzione proposto o conosciuto, e per qualsiasi successione di modi di produzione – in particolare per la “successione progressiva dei modi di produzione” definita da Marx. L’aggettivo “progressivo” può essere usato e inteso qui in due sensi: (I) nel senso hegeliano, come una serie di “salti” attraverso un movimento a “spirale” di modi auto-contraddittori la cui successione si attua per conflitti intermodali che producono “nuovi” modi, ciascuno “superiore” al precedente; oppure (II) come un miglioramento delle condizioni della maggioranza, il miglioramento essendo “radicale” (“qualsiasi cosa ciò possa significare”, come diceva il mio compianto amico André Gunder Frank, e tanto spesso a ragion veduta).

— Hosea Jaffe – “Era necessario il capitalismo?”, 2010

Il macellaio ed il governante (reloaded)

 

Carracci2

Il giovane amico Pinuccio Masala – evidentemente colpito dalla mia favola “il macellaio ed il governante” – mi manda una sua versione che sono lieto di presentarvi.


In un antico villaggio europeo, molto piccolo e sperduto, non si sa bene se al centro al sud o al nord, viveva un macellaio che parlava poco; per contro era il suo fidato garzone di bottega a dire tutto ciò che il suo padrone pensava soltanto, sperticandosi in vanterie varie non smetteva mai di dire di quel perfetto tagliere e della mano ferma con cui il macellaio squarciava le carni.
Pare che la bontà dei prodotti fosse molto apprezzata dai suoi concittadini, come anche il suo modo di operare nel mercato della carne; egli sapeva bene da quali allevatori comprare le bestie da macello, sapeva anche per chi conservare i pezzi migliori ed è facile capire come questo intreccio di doti ne facesse uno dei più abili imprenditori della regione, capace di decidere a proprio piacimento i prezzi di vendita e i prezzi d’acquisto di cosce, petti e guanciali.
Ma anch’egli, seppure lavoratore integerrimo e intelligente, del quale abbiamo già detto, aveva dei piccoli difettucci che una volta lo fecero quasi soccombere di fronte alla più atroce delle avversità; e cosa, se non un malaugurato guasto delle celle frigorifere potrebbe essere più terribile per un onesto macellaio? Se i suoi coltelli, coltellini e coltellacci, se le sue scuri e gli altri attrezzi del mestiere erano sempre a puntino, grazie all’invidiabile set di pietre per affilare che possedeva e teneva sempre in ordine sotto il bancone del negozio, pare che egli usasse invece trascurare la manutenzione delle quattro enormi celle-frigo che riempiva a scadenze regolari durante l’anno.
Un fine settimana, per un incomprensibile guasto, tutto il frutto del suo lavoro andò a male: le celle smisero di funzionare in attesa del suo arrivo il lunedì seguente.
Il macellaio, con l’acqua alla gola, sul baratro, nel rischio della dissoluzione dell’impero commerciale che con tanto amore aveva creato, decise di rivolgersi al Viceré:
Viceré! Il carico è andato in malora… rotte le celle-frigo… estate, cal-do e tre giorni… mi aiuti! Come pagare gli allevatori?

Il Viceré, memore di quanto doveva al macellaio, origine di innumerevoli bei pranzetti a prezzo stracciato per i quali con tanta vanità poteva ammirare allo specchio il suo ventre penzolante fin quasi alle ginocchia, non avrebbe potuto in alcun modo negare il suo aiuto, e il giorno stesso convocò i suoi ministri per sapere cosa pensassero a proposito di una soluzione che aveva escogitato per aiutare il povero macellaio.
Signori ministri, siamo in una situazione drammatica! Il paese intero rischia di rimanere senza carne a causa del gravissimo problema che ha colpito il nostro macellaio! Anche gli allevatori rischiano il tracollo economico visto che il macellaio non può pagare i capi di bestiame ac-quistati. Ma non vi preoccupate ho escogitato una soluzione veramente interessante: il comune fonderà una società, “la “bad batcher’s shop” per acquistare la carne avariata dal macellaio che, con i soldi ricevuti, potrà ripagare i debiti con gli allevatori e riprendere la sua at-tività! Saranno tutti felici e contenti: il macellaio, i contadini e anche i cittadini che potranno mangiare ancora le migliori carni!

Tutti i consiglieri applaudirono estasiati alla geniale soluzione. Solo uno appariva poco soddisfatto e, con voce flebile, chiese la parola:
Signor Viceré, Signori Ministri, a me non pare giusto che il macellaio imprevidente, che mai ha fatto manutenzione alle sue celle-frigo, venga aiutato in questo modo. Non dobbiamo fare una “bad batcher’s shop” ma dobbiamo acquistare direttamente la macelleria, assumere un macellaio più capace e riparare le celle-frigo. Che ci fa poi il paese con la carne avariata acquistata al prezzo della carne di prima qualità? Non vi pare uno spreco di danaro? E poi, chi ci rassicura che da ora in poi il macellaio gestirà l’azienda in maniera più responsabile?.

Il Viceré, paonazzo dalla rabbia, riprese la parola e con voce tonante disse:
Le regole del libero mercato e dell’economia dicono che un ente pubblico non può acquistare una macelleria perchè non è in grado di gestirla con la medesima capacità del privato! Noi acquisteremo la carne avaria-ta, successivamente la sottoporremo ad uno speciale trattamento di risanamento e rivenderemo questa carne a metà prezzo nel paese di Vutronia, a pochi chilometri da qui. A Vutronia non sanno nulla e saranno ben felici di acquistare la nostra carne a metà prezzo… certo, la qualità non sarà la stessa, ma non rischiano la salute! Pazienza poi se tutta questa operazione ci costerà un po’ di soldi; i vantaggi sono sotto gli occhi di tutti!

A queste parole scattarono gli applausi scroscianti di tutti i ministri tranne l’unico dissidente, estasiati dalla genialità del Viceré.
Fu così che il macellaio potè salvare il proprio impero. Quando gli fu co-municata la decisione, per mezzo del suo fidato garzone di bottega, mentre sedeva al bancone sconsolato e affranto, non si trattenne, e dopo aver schioccato un bacio sulla fronte del messaggero si produsse in una gioiosa piroetta volante, fra gli scricchiolii dei pilastri del suo negozio di cemento all’atterraggio, fra le furtive avvisaglie di calcinacci che iniziavano a sgretolarsi.

Sull’inefficacia del keynesismo

Nell’ambito produttivo le imprese sono passate negli ultimi da una struttura produttiva orizzontale ad una verticale, con la conseguente segmentazione e concentrazione della produzione e del capitale. Il luogo ove si realizza la produzione viene deciso in funzione del costo del lavoro, della specializzazione dei lavoratori e delle infrastrutture. Ciò che influenza la nascita e lo sviluppo di insediamenti produttivi non è più la posizione geografica vincolata allo sfruttamento delle risorse materiali, ma i fattori economici, sociali, politici relativi alla dinamica del costo del lavoro e ed ai processi di creazione dei monopoli. Si tratta di quello che Lenin definì come: “Concentrazione della produzione e del capitale che raggiunge il livello di sviluppo della creazione di monopoli con un ruolo decisivo nella vita economica“.
Nel mercato finanziario la globalizzazione neoliberista realizzata in questi anni è stata molto più impressionante. In questo senso si è evidenziata e sviluppata una delle condizioni per la definizione dell’imperialismo espresse da Lenin e dopo di lui da molti pensatori marxisti. A differenza dell’aumento nelle esportazioni di merci, la crescita e la mobilitazione di capitali finanziari è stata sorprendente: basti pensare che dal 1964 al 1992 la produzione nei paesi del “capitalismo avanzato” è cresciuta del 9% , le esportazioni del 12%, mentre i prestiti internazionali del 23%. Ogni giorno piu di 1,5 bilioni di dollari sono mossi da un punto all’altro del pianeta dalla speculazione finanziaria. Le grandi imprese industriali che fino a pochi anni fa si situavano tra le prime dieci imprese del mondo sono state rimpiazzate oggi dalle imprese finanziarie, per esempio i grandi fondi pensionistici dell’Unione Europea e del Giappone. Ed i capitali si muovono soprattutto tra l’Europa, gli USA ed il Giappone, mentre solo il 15% dei trasferimenti si realizza nei mercati emergenti. Oggi l’oggetto delle speculazioni finanziarie sono le divise estere, e non, come accadeva negli anni ’80, le oscillazioni di prezzo delle merci. Solo nel 1999 il valore totale di tutte le attività finanziarie dei principali paesi capitalisti è stato stimato essere uguale al 360% del PIL di questa intera area. Il controllo delle divise e del capitale finanziario permette di determinare le quotazioni dei mercati di cambio e pertanto accumulare profitti ogni volta più alti. Questo provoca solo un movimento “fittizio” del plusvalore tra capitali, e non un trasferimento reale, determinato dalle merci.
In questo contesto gli strumenti della politica keynesiana e post-keynesiana sono inefficaci, visto che non esiste alcun spazio economico chiuso nel quale si abbia la possibilità di controllare i movimenti di merci e denaro attraverso le proprie frontiere. Si opera cosi una cessione crescente di parte della sovranità nazionale ad istanze ed accordi incaricati di regolare il mercato mondiale, come la OMC e l’FMI, o si trasferice un potere crescente al capitale che circola e si valorizza in alcuni spazi regionali come il Mercosur, l’ASEAN, il NAFTA e l’ALCA. Ed anche per questo nasce l’Unione Europea, che viene favorita nel suo rapido consolidarsi non tanto come area economico-commerciale quanto in qualita di vera area monetaria.

Joaquín Arriola, Luciano Vasapollo – “La dolce maschera dell’Europa: per una critica delle politiche“, 2004

Monti sventola la bandiera bianca nel bazaar del Tempo!

Al summit messicano del G20, dopo un paio di giornate tempestose, iniziano a farsi largo alcune proposte che lasciano intendere sia la reale situazione che stiamo vivendo, sia gli intendimenti dei governanti sulle politiche necessarie per uscire dal labirinto di una crisi economica che non da tregua.

Due punti sono particolarmente rilevanti:

1) L’aumento della dotazione finanziaria del Fondo Monetario Internazionale di ulteriori 456 miliardi di dollari. Da notare che ben 75 miliardi di questi verranno messi a disposizione dai paesi BRICS;

2) La proposta di Mario Monti di utilizzare il Fondo “salva stati” dell’Unione Europea per calmierare i tassi di interesse dei titoli di stato dei paesi in forte difficoltà nei mercati finanziari. Secondo la proposta di Monti, i fondi dovrebbero essere usati qualora i tassi e gli spread superassero una determinata soglia.

Partiamo dal primo punto: un simile aumento delle dotazioni del FMI sta a significare che è pacifico, per i nostri governanti, che ci saranno ulteriori fiammate della crisi che andranno ad incidere sulle finanze degli stati nazionali e che, di conseguenza, questi avranno necessità di essere salvati. Naturalmente la salvezza degli stati, da parte del FMI, non coinciderà con la salvezza dei popoli che anzi vedranno annichiliti i loro diritti sociali, così come vuole il furore ideologico del FMI santificato nei dettami del cosiddetto Washington Consensus. Il secondo punto che ho citato, ovvero la proposta di Mario Monti, è quantomai importante per noi italiani. L’idea di utilizzare il fondo “salva stati” per acquistare bonds governativi delle nazioni in difficoltà è una implicita ammissione della impossibilità di finanziare, attraverso i canali abituali, il debito pubblico italiano nel medio periodo. Una sorta di confessione che per l’Italia è necessario il salvataggio. Chiedere/proporre questa sorta di salvataggio  mascherato, equivale – a modo di vedere dello scrivente – a chiedere una sorta di “onore delle armi” all’atto della resa. Dunque, in sostanza, si chiede di evitare  il passaggio umiliante attraverso le forche caudine  dell’intervento diretto della temuta troika (FMI, UE, BCE). Pare che la Merkel abbia mostrato un certo interesse per questa ipotesi di lavoro. Mentre da Bruxelles un portavoce ha esternato ufficialmente lo scetticismo delle istituzioni comunitarie: “sarebbe un’aspirina” ha dichiarato. Tradotto in altri termini l’espediente sarebbe utile contro i sintomi ma non contro le cause della malattia. Molto probabilmente, se l’idea di Monti fosse approvata in uno dei prossimi vertici europei, verranno chiesti all’Italia nuovi feroci tagli alla spesa pubblica. La sindrome greca è già probabilmente scritta nel nostro futuro prossimo, con ulteriori tagli sarebbe una certezza matematica. 

Personalmente credo che la proposta di Monti sia molto pericolosa per alcuni motivi:

1) E’ una implicita ammissione di impotenza e questo i mercati finanziari lo capiranno presto;

2) Verranno chiesti comunque ulteriori tagli alla spesa pubblica con conseguente ulteriore diminuzione della domanda interna:

3) I bonds italiani collocati sul mercato finanziario diventerebbero immediatamente subordinati rispetto ai bonds collocati attraverso il fondo “salva stati“. I mercati finanziari appena comprenderanno la cosa chiederanno un maggior “premio” per il rischio e alla lunga questo premio sarerebbe probabilmente talmente alto da non permetterci più di collocare i nostri titoli sul mercato. Rischieremmo di diventare dipendenti totalmente dalla bombola d’ossigeno europea. Chiedere ai greci che cosa questo significhi.

Non pare azzardato dire, dal mio punto di vista, che il G20 messicano sia stato un grande mercato dove il bene in commercio era il Tempo. Tutte le ipotesi concrete di intervento sul campo non sembrano infatti orientate alla soluzione dei problemi ma solo alla necessità, da parte dei governanti, di guadagnare giorni e mesi. Dunque, se questo è l’obbiettivo, mettere a disposizione delle istituzioni sovranazionali ulteriori risorse finanziarie per fronteggiare i prossimi focolai della crisi, era di vitale importanza.  Non appare chiaro però cosa si intende fare con il tempo guadagnato dalla inesorabile (se si continua di questo passo) redde rationem.

PS

Mentre scrivo queste poche righe, lo spread BTP/Bund sembra fare rotta verso i 400 punti base. Probabilmente il mercato valuta come molto probabile l’accoglimento della proposta Monti. Tutto da copione. Nel frattempo inoltre, organi di stampa danno per probabile il taglio del rating delle banche inglesi da parte di Moody’s. La giostra continua a girare…

 

 

Valore d’uso e valore di scambio nel sistema capitalistico

È stato l’antiboom, la crisi, che ha visto il crescendo della guerra del Vietnam e la non incorrelata corsa spaziale e missilistica delle superpotenze, incluso l’accordo Gorbacev-Reagan sui missili a medio raggio, alla fine del 1987 (diciamo “incluso” perché, data la natura delle forze polarizzatrici che agiscono nell’economia politica mondiale, quel trattato è stato solo una tregua, un attimo di respiro prima di riprendere la corsa. È stata la crisi a favorire la ricerca disperata della ripresa del tasso di profitto, che prima era salito e poi era stato trascinato giù dalla logica dello stesso boom. Ed è stata questa ricerca non tecnologica, a sua volta, a promuovere i chip, i computer, le televisioni a transitor, il video, i laser, i toroidi giganti per spezzare l’atomo, i superconduttori a bassa temperatura, i satelliti commerciali, i laboratori spaziali e i Challenger, per ora sfortunati ma potenzialmente utili.
La crisi di lunga durata, o punto più basso della cosiddetta onda lunga di Kondraev, ha attivato, per via della motivazione al profitto del sistema capitalista, una serie di salti in avanti del progresso, nel senso di nuove tecnologie e nuove conoscenze. Al tempo stesso c’è stato un trasferimento dal cosiddetto Terzo Mondo di una parte della sua disoccupazione (pari alla sua popolazione realmente impiegata o in qualche modo lavoratrice) verso il cosiddetto Primo Mondo. Assieme all’inflazione e alla stagnazione economica, fame e morte devastano l’Africa e l’Asia più rapidamente che mai prima nella storia, il consumismo sta portando una parte considerevole degli europei, degli statunitensi, degli australiani e dei giapponesi nelle tombe scavate dagli attacchi di cuore, dal cancro, nei manicomi pubblici e privati, in stati cronici di nevrosi e di ansia, mentre le megalopoli urbane del mondo occidentale stanno per bloccarsi sotto le ruote delle automobili e diventano camere a gas all’aria aperta. Entrambi gli aspetti del progresso tecnologico, il sublime e l’infimo, per così dire, hanno una comune origine nelle leggi (oggi mondiali) dell’economia “pura”, riassunte dagli economisti del tardo XVIII, del XIX e, a intervalli, del XX secolo.
Queste leggi sono tutte funzioni di una singola legge, quella del valore delle merci. La produzione capitalista, a differenza di quella dei precedenti modi di produzione (come lo stato selvaggio e la barbarie in tutto il mondo, lo schiavismo e il feudalesimo in Europa, il dispotismo nell’Africa post-tribale, in America e in Asia prima che il colonialismo europeo sopraffacesse questi continenti), non ha per obiettivo né per motivazione l’uso o l’utilità dei suoi prodotti. Chiaramente, questi sono necessari, ma il valore d’uso non è sufficiente e non è neppure lo scopo, la motivazione o la forza motrice del sistema. La motivazione e la forza motrice è il valore di scambio. Questo valore è praticamente indipendente dal valore d’uso. Così, per noi umani, l’aria e l’acqua hanno un tale valore d’uso che senza di esse moriremmo. Ma il loro valore di scambio (anche in questi giorni di imbottigliamento di acqua e d’aria, di tasse calcolate sui metri cubi d’acqua e di aria venduta dalle compagnie turistiche: aria d’estate, aria invernale, aria di mare, aria di montagna e così via) è zero o quasi zero. D’altro canto l’oro e il platino hanno un alto valore di scambio ma un valore d’uso limitato, spesso bassissimo, nell’industria. Il progresso è di solito associato al valore d’uso…
Il progresso e il valore d’uso non sono la forza motrice o la motivazione del capitalismo. Lo è invece il valore di scambio in generale, e specificamente quella speciale forma di valore detta plusvalore. In un modo o nell’altro il valore e la sua forma speciale, il plusvalore, sono stati studiati fin dai tempi dei faraoni, dei babilonesi, degli indiani e dei cinesi, da contabili e scribi, prima di Gupta, di Buddha e di Confucio; poi da Aristotele, in seguito dagli arabi e finalmente da filosofi ed economisti europei fino a Ricardo e a Hegel: ciascuno alla sua maniera, hanno preparato la strada per le definizioni classiche di Marx di valore e plusvalore. Queste definizioni riducevano il valore di scambio, che noi chiamiamo semplicemente valore, a una qualità e proprietà peculiarmente umana, quella della capacità di fare lavoro socialmente necessario; in breve: tempo di lavoro. Per arrivare al concetto di plusvalore bisognava fare una fondamentale distinzione tra tempo di lavoro e forza lavoro, tra il tempo socialmente necessario per produrre una merce e il corrispondente tempo socialmente necessario per produrre la forza lavoro che produce quella merce. La differenza tra tempo di lavoro e tempo della forza lavoro, per così dire, costituisce la base di tempo del plusvalore.

 Hosea Jaffe – “Economia dell’ecosistema“, 1994