L’uomo, l’equivoco e lo zero assoluto

di Giuseppe Masala

Ricevo e volentieri pubblico questo scritto del compagno (socialista) Turi Comito.

Il presidente di tutti gli italiani oggi è in prima pagina su repubblica con rivelazioni sconvolgenti.

C’è una intervista che gli fa Adam Michnik, ex dissidente polacco e attualmente direttore di una importante testata del suo paese. Il presidente di tutti ripercorre la sua storia personale del dopoguerra dentro il PCI e un pezzo di storia di Europa che coincide con la sua militanza e attività.

Riporto alcune passaggi interessanti.

  • Lui diventò comunista più per sensibilità sociale che ideologica. Quindi non era un comunista ideologico, ma uno “sui generis”, stava dentro la dirigenza del partito tanto per darsi un tono
  • Il Pci dal secondo dopoguerra fino ad oltre Berlinguer era dentro la prigione del mito dell’Urss. Cosa che lui aveva, evidentemente e in quanto comunista sui generis, fatto notare chissà da quanto tempo. Non traendone le conseguenze però e passando, per esempio, al Psdi di Saragat.
  • il Pci di Berlinguer viveva una contraddizione lacerante tra la consapevolezza che l’Urss fosse una dittatura e l’idea (l’utopia) che doveva costruirsi una società radicalmente diversa rispetto al capitalismo.Questa contraddione per lui era, dobbiamo presumere, elemento di massima tensione verso l’uscita del Pci. Ma ci rimase fino alla fine.
  • lui fu convinto che il modello sovietico fosse sbagliatissimo a partire dalla primavera di Praga (1968) “”A partire da Dubcek: la Primavera di Praga fu per me assolutamente rivelatrice”. Fu tanto rivelatrice (non si sa di cosa) questa situazione che lui rimase comodamente dentro il Pci continuando a occupare posizioni di primissimo piano fino a ieri mattina praticamente.
  • lui divenne “via via un uomo delle istituzioni”. Cioè da comunista sui generis diventò un’altra cosa: un comunista di apparato (statale o di partito non non ha importanza). Ma lo era già prima, in verità.

Quello che ci sta dicendo il presidente di tutti è molto semplice quindi. Non essendo mai stato un comunista (non era ideologico e, a parte qualche errore di gioventù tipo la difesa dell’invasione di Budapest) è del tutto naturale che lui sia oggi un alfiere del liberismo montiano, della nato che bombarda la Libia e di altre amenità del genere.

Nulla di stupefacente. Nel suo cervello, e nel cervello dell’esercito di ex comunisti (sui generis o ideologici, non ha importanza) oggi in prima linea nella difesa ad oltranza di un sitema economico squallido e criminogeno almeno tanto quanto il loro vituperato “sistema sovietico” tutto è lineare, semplice, automatico si potrebbe dire. Proclamarsi comunisti per 45 anni (o trenta o venti, non ha importanza) e improvvisamente ritrovarsi tra le file di Forza Italia o dentro un Piddì che vota il pareggio di bilancio in costituzione è qualcosa di naturale.

Come è per me naturale considerare queste persone, fino all’ultimo giorno del Pci consideratesi comuniste (e anche oltre in alcuni casi) degli equivoci viventi. Dotate di una caratteristica speciale: la loro assoluta, totale impossibilità di essere credibili. Il loro valore politico prossimo allo zero. Anzi, zero assoluto.

Chi, per così tanto tempo ha militato convintamente fino ad essere dirigente di spicco di un Partito che si definiva comunista, non ha alcun diritto, alcuna possibilità di indicarmi, politicamente, altre strade. Nessuna. Se si è sbagliato una volta così pervicacemente e così a lungo mi aspetto che si sbaglierà due volte, tre, quattro. Sempre.

Hanno il vantaggio di essere vicini, molti di loro, ai cento anni. Si risparmieranno (e ci risparmieranno) le autocritiche, fra dieci anni, nel dire che loro erano liberisti “sui generis”.

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