Valore d’uso e valore di scambio nel sistema capitalistico

di Giuseppe Masala

È stato l’antiboom, la crisi, che ha visto il crescendo della guerra del Vietnam e la non incorrelata corsa spaziale e missilistica delle superpotenze, incluso l’accordo Gorbacev-Reagan sui missili a medio raggio, alla fine del 1987 (diciamo “incluso” perché, data la natura delle forze polarizzatrici che agiscono nell’economia politica mondiale, quel trattato è stato solo una tregua, un attimo di respiro prima di riprendere la corsa. È stata la crisi a favorire la ricerca disperata della ripresa del tasso di profitto, che prima era salito e poi era stato trascinato giù dalla logica dello stesso boom. Ed è stata questa ricerca non tecnologica, a sua volta, a promuovere i chip, i computer, le televisioni a transitor, il video, i laser, i toroidi giganti per spezzare l’atomo, i superconduttori a bassa temperatura, i satelliti commerciali, i laboratori spaziali e i Challenger, per ora sfortunati ma potenzialmente utili.
La crisi di lunga durata, o punto più basso della cosiddetta onda lunga di Kondraev, ha attivato, per via della motivazione al profitto del sistema capitalista, una serie di salti in avanti del progresso, nel senso di nuove tecnologie e nuove conoscenze. Al tempo stesso c’è stato un trasferimento dal cosiddetto Terzo Mondo di una parte della sua disoccupazione (pari alla sua popolazione realmente impiegata o in qualche modo lavoratrice) verso il cosiddetto Primo Mondo. Assieme all’inflazione e alla stagnazione economica, fame e morte devastano l’Africa e l’Asia più rapidamente che mai prima nella storia, il consumismo sta portando una parte considerevole degli europei, degli statunitensi, degli australiani e dei giapponesi nelle tombe scavate dagli attacchi di cuore, dal cancro, nei manicomi pubblici e privati, in stati cronici di nevrosi e di ansia, mentre le megalopoli urbane del mondo occidentale stanno per bloccarsi sotto le ruote delle automobili e diventano camere a gas all’aria aperta. Entrambi gli aspetti del progresso tecnologico, il sublime e l’infimo, per così dire, hanno una comune origine nelle leggi (oggi mondiali) dell’economia “pura”, riassunte dagli economisti del tardo XVIII, del XIX e, a intervalli, del XX secolo.
Queste leggi sono tutte funzioni di una singola legge, quella del valore delle merci. La produzione capitalista, a differenza di quella dei precedenti modi di produzione (come lo stato selvaggio e la barbarie in tutto il mondo, lo schiavismo e il feudalesimo in Europa, il dispotismo nell’Africa post-tribale, in America e in Asia prima che il colonialismo europeo sopraffacesse questi continenti), non ha per obiettivo né per motivazione l’uso o l’utilità dei suoi prodotti. Chiaramente, questi sono necessari, ma il valore d’uso non è sufficiente e non è neppure lo scopo, la motivazione o la forza motrice del sistema. La motivazione e la forza motrice è il valore di scambio. Questo valore è praticamente indipendente dal valore d’uso. Così, per noi umani, l’aria e l’acqua hanno un tale valore d’uso che senza di esse moriremmo. Ma il loro valore di scambio (anche in questi giorni di imbottigliamento di acqua e d’aria, di tasse calcolate sui metri cubi d’acqua e di aria venduta dalle compagnie turistiche: aria d’estate, aria invernale, aria di mare, aria di montagna e così via) è zero o quasi zero. D’altro canto l’oro e il platino hanno un alto valore di scambio ma un valore d’uso limitato, spesso bassissimo, nell’industria. Il progresso è di solito associato al valore d’uso…
Il progresso e il valore d’uso non sono la forza motrice o la motivazione del capitalismo. Lo è invece il valore di scambio in generale, e specificamente quella speciale forma di valore detta plusvalore. In un modo o nell’altro il valore e la sua forma speciale, il plusvalore, sono stati studiati fin dai tempi dei faraoni, dei babilonesi, degli indiani e dei cinesi, da contabili e scribi, prima di Gupta, di Buddha e di Confucio; poi da Aristotele, in seguito dagli arabi e finalmente da filosofi ed economisti europei fino a Ricardo e a Hegel: ciascuno alla sua maniera, hanno preparato la strada per le definizioni classiche di Marx di valore e plusvalore. Queste definizioni riducevano il valore di scambio, che noi chiamiamo semplicemente valore, a una qualità e proprietà peculiarmente umana, quella della capacità di fare lavoro socialmente necessario; in breve: tempo di lavoro. Per arrivare al concetto di plusvalore bisognava fare una fondamentale distinzione tra tempo di lavoro e forza lavoro, tra il tempo socialmente necessario per produrre una merce e il corrispondente tempo socialmente necessario per produrre la forza lavoro che produce quella merce. La differenza tra tempo di lavoro e tempo della forza lavoro, per così dire, costituisce la base di tempo del plusvalore.

 Hosea Jaffe – “Economia dell’ecosistema“, 1994

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