Sull’inefficacia del keynesismo

di Giuseppe Masala

Nell’ambito produttivo le imprese sono passate negli ultimi da una struttura produttiva orizzontale ad una verticale, con la conseguente segmentazione e concentrazione della produzione e del capitale. Il luogo ove si realizza la produzione viene deciso in funzione del costo del lavoro, della specializzazione dei lavoratori e delle infrastrutture. Ciò che influenza la nascita e lo sviluppo di insediamenti produttivi non è più la posizione geografica vincolata allo sfruttamento delle risorse materiali, ma i fattori economici, sociali, politici relativi alla dinamica del costo del lavoro e ed ai processi di creazione dei monopoli. Si tratta di quello che Lenin definì come: “Concentrazione della produzione e del capitale che raggiunge il livello di sviluppo della creazione di monopoli con un ruolo decisivo nella vita economica“.
Nel mercato finanziario la globalizzazione neoliberista realizzata in questi anni è stata molto più impressionante. In questo senso si è evidenziata e sviluppata una delle condizioni per la definizione dell’imperialismo espresse da Lenin e dopo di lui da molti pensatori marxisti. A differenza dell’aumento nelle esportazioni di merci, la crescita e la mobilitazione di capitali finanziari è stata sorprendente: basti pensare che dal 1964 al 1992 la produzione nei paesi del “capitalismo avanzato” è cresciuta del 9% , le esportazioni del 12%, mentre i prestiti internazionali del 23%. Ogni giorno piu di 1,5 bilioni di dollari sono mossi da un punto all’altro del pianeta dalla speculazione finanziaria. Le grandi imprese industriali che fino a pochi anni fa si situavano tra le prime dieci imprese del mondo sono state rimpiazzate oggi dalle imprese finanziarie, per esempio i grandi fondi pensionistici dell’Unione Europea e del Giappone. Ed i capitali si muovono soprattutto tra l’Europa, gli USA ed il Giappone, mentre solo il 15% dei trasferimenti si realizza nei mercati emergenti. Oggi l’oggetto delle speculazioni finanziarie sono le divise estere, e non, come accadeva negli anni ’80, le oscillazioni di prezzo delle merci. Solo nel 1999 il valore totale di tutte le attività finanziarie dei principali paesi capitalisti è stato stimato essere uguale al 360% del PIL di questa intera area. Il controllo delle divise e del capitale finanziario permette di determinare le quotazioni dei mercati di cambio e pertanto accumulare profitti ogni volta più alti. Questo provoca solo un movimento “fittizio” del plusvalore tra capitali, e non un trasferimento reale, determinato dalle merci.
In questo contesto gli strumenti della politica keynesiana e post-keynesiana sono inefficaci, visto che non esiste alcun spazio economico chiuso nel quale si abbia la possibilità di controllare i movimenti di merci e denaro attraverso le proprie frontiere. Si opera cosi una cessione crescente di parte della sovranità nazionale ad istanze ed accordi incaricati di regolare il mercato mondiale, come la OMC e l’FMI, o si trasferice un potere crescente al capitale che circola e si valorizza in alcuni spazi regionali come il Mercosur, l’ASEAN, il NAFTA e l’ALCA. Ed anche per questo nasce l’Unione Europea, che viene favorita nel suo rapido consolidarsi non tanto come area economico-commerciale quanto in qualita di vera area monetaria.

Joaquín Arriola, Luciano Vasapollo – “La dolce maschera dell’Europa: per una critica delle politiche“, 2004

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