Il capitalismo è regresso

di Giuseppe Masala

Il modo di produzione capitalistico non fu progressivo se con “progresso” intendiamo “migliorare le sorti delle grandi maggioranze” (“progresso” deriva dal latino “progressus”, sostantivo corrispondente al verbo “progredi”, ovvero “andare avanti”, da “pro” e “gradi”, ovvero “livelli” da “attraversare”). Storicamente e a tutti gli effetti il capitalismo determinò un regresso per le vaste maggioranze in America, Africa, Oceania e Asia. Inoltre tale regresso fu attuato da un modo di produzione, quello capitalistico, che Marx considerava parte della preistoria umana.
Lo studio scientifico dei modi di produzione e delle strutture sociali differisce dagli studi scientifici della fisica o della chimica perché il suo oggetto è la storia umana, che non può essere studiata soltanto con il metodo del materialismo storico. Il materialismo storico è ad ogni buon conto un caso particolare del materialismo dialettico. Un principio cardinale del materialismo dialettico “marxista” è l’emergenza della novità da un conflitto di opposti. Tale “novità” si posiziona su una curva “a spirale”, per così dire “sopra” il “vecchio” oggetto di cui è o diviene la “nuova forma”. Il “conflitto di opposti” da cui nasce la “novità” è la lotta modale, ovvero la lotta tra modi di produzione reciprocamente antagonisti, come il “dispotismo comunitario” (per esempio il “dispotismo asiatico”) e il modo di produzione capitalistico, che distrusse il modo comunitario-dispotico in America, Asia e Africa (fallendo invece miseramente nel caso della Russia zarista, che richiedeva un modo di produzione affatto diverso, quello socialista, per chiudere con il feudalesimo e il dispotismo zarista). Ogni lotta modale ha come proprio esito la vittoria del più forte tra i modi che si affrontano (per esempio il capitalismo), oppure la nascita di un modo del tutto nuovo (per esempio la nascita del modo “socialista” nel 1917 in Russia, che fu conseguenza del fallimento della lotta tra il capitalismo europeo e lo zarismo). In entrambi i casi, questa cosiddetta “novità dialettica” va sotto il nome di progresso.
Il termine “progresso” ha molti significati, alcuni dei quali sono reciprocamente contraddittori. Una di queste contraddizioni è quella per cui “progresso” può significare “un miglioramento della condizione delle maggioranze” ma anche una “negazione di una negazione”, come fu quella che il modo di produzione capitalistico produsse a danno del modo di produzione comunitario dispotico, che a sua volta aveva negato il comunitarismo preclassista. Il secondo esempio ha costituito un miglioramento concreto per quanti vivono sotto la seconda forza negante, ovvero il capitalismo, rispetto alle condizioni di vita di quanti vivevano sotto il modo di produzione originario e poi negato, ovvero il comunitarismo preclassista? Prendendo a parametro il “progresso” i marxisti eurocentrici tendono a sostenere, sul piano morale, che si trattò di una “buona” “negazione della negazione”. I marxisti veri e propri – ovvero i marxisti che hanno compiuto il passo avanti da Marx e Lenin – hanno molte difficoltà a considerare “buona” questa “negazione della negazione”. Per loro una “negazione della negazione” realmente “buona” è, sia nella teoria sia nella pratica, la negazione ad opera delle rivoluzioni socialiste del modo di produzione capitalistico, che a sua volta aveva negato modi di produzione come il feudalesimo o il “modo asiatico”. Questa transizione modale che passa con un andamento “a spirale” attraverso due tappe, da un modo di produzione “inferiore” a uno “superiore”, rappresenta una esemplificazione storica, concreta del “progresso” nel senso astratto, hegeliano del termine. È una evoluzione dialettica “progressiva” dei principali modi di produzione della storia.
Secondo Mao Tse Tung i conflitti (che possono avere come proprio esito delle “negazioni”) lungo la curva del progresso sono “riconciliabili” oppure “irriconciliabili”. Sono “riconciliabili” quando nessuno dei “poli” contendenti distrugge l’altro (così fu per le lotte di classe tra plebei e patrizi in Grecia e a Roma e per le lotte di classe tra il “proletariato borghese” e la borghesia imperialista che lo corrompe); ma diventano “irriconciliabili” quando almeno uno dei poli sociali contendenti viene distrutto dall’altro: è quanto avvenne quando il capitalismo colonialistico distrusse il comunitrismo e il dispotismo comunitario americano, africano e asiatico.
La conflittualità internazionale che contrappone le nazioni e le classi del “terzo mondo” oppresso a quelle del “primo mondo” imperialista che sfrutta, opprime e pressoché sistematicamente muove guerra alle stesse nazioni e classi è un “conflitto irriconciliabile”. Se il “primo mondo” sopravviverà a questa conflittualità, una moderna barbarie si dispiegherà nel mondo. Se il “terzo mondo” riuscirà ad abbattere l’imperialismo degli Stati Uniti d’America, dell’Unione Europea e del Giappone, allora ci sarà almeno una possibilità per il socialismo.
A proposito dell’eredità dei residui degli sconfitti da un modo vincente Marx scrisse: “[…] le strutture e le relazioni di produzione di tutte le formazioni sociali precedentemente esistenti, le rovine e gli elementi costitutivi delle quali furono utilizzati nella creazione della società borghese. Alcuni di questi residui non assimilati hanno tuttora una continuità nella società borghese, mentre altri, che precedentemente esistevano soltanto in forma embrionale, sono stati sviluppati e hanno raggiunto la propria piena significanza […]. L’anatomia umana e una chiave dell’anatomia della scimmia […]. Siccome per di più la società borghese è soltanto una forma di sviluppo contraddittoria, essa contiene le relazioni proprie delle società precedenti spesso meramente in forma compressa o anche parodistica, per esempio quella della proprietà comunitaria.”
La dichiarazione darwinista secondo cui “l’anatomia umana è una chiave dell’anatomia della scimmia” sottende la superiorità del modo di produzione capitalistico rispetto alle precedenti relazioni di produzione.
Tale superiorità sarebbe tanto forte da assicurare che i “residui” non assimilati delle formazioni sociali precapitaliste siano stati “sviluppati ulteriormente” e abbiano “raggiunto la loro piena significanza”. Tuttavia, argomentava Marx, “Stante che la società borghese è per di più soltanto una forma di sviluppo contraddittoria”, questo ulteriore sviluppo non si applicò alla “proprietà comunitaria” (che era progressiva, almeno sotto il profilo etico) e perciò, secondo il corretto principio del “materialismo storico”, nemmeno al suo spirito comunitario. Il carattere anticomunitario connaturato al modo di produzione borghese inibì e spezzò la continuità dello spirito comunitario tra i modi di produzione comunitari e il modo di produzione capitalistico. Questo processo, lungi dall’essere progressivo, è in realtà reazionario come il suo opposto, l’individualismo, e infettò la maggioranza del “proletariato occidentale” dando vita infine a un individualismo anticomunitario acquisito – solo in apparenza congenito – che a sua volta paralizzò qualsiasi spinta latente potesse derivare dalle “condizioni materiali” verso un tentativo, e figuriamoci un’emergenza, di rivoluzioni sociali anticapitaliste.
Affrontare l’argomento del progresso significa anche affrontare quello delle guerre civili tra classi, delle guerre tra nazioni e di quelle tra modi di produzione multiclassisti e multinazionali. In merito alle guerre tra forze e formazioni sociali appartenenti a un certo modo di produzione storicamente determinato, Marx scrisse nella sua “Critica dell’economia politica” quanto segue: “Una nazione conquistatrice potrebbe spartire la terra tra i conquistatori” – per esempio tra le nazioni e i colonizzatori europei cui Colombo fece strada – “e in questo modo imporre un determinato modo di produzione e una forma di proprietà della terra […]. Oppure così la manodopera schiavizzata alla base della produzione”, come accadde ad esempio con l’importazione degli schiavi africani nelle colonie portoghesi del Brasile e nelle colonie inglesi delle Indie orientali, o quella degli schiavi malesi, ceylonesi e indonesiani nella colonia olandese del Capo. […] “Le conquiste possono sfociare in uno qualsiasi dei tre risultati. La nazioni conquistatrice può imporre il proprio modo di produzione ai popoli conquistati (ciò avvenne ad esempio in Irlanda, nel corso di questo secolo, ad opera degli inglesi, e in qualche misura in India); oppure può astenersi dall’interferire con il vecchio modo di produzione e accontentarsi dei tributi (tale fu per esempio il caso dei turchi e dei romani); oppure si può instaurare un’interazione tra il vecchio e il nuovo modo di produzione, che darà vita a un sistema inedito e dunque a una sintesi (come avvenne parzialmente nell’ambito delle conquiste germaniche). In tutti i casi è il modo di produzione – quello delle nazioni conquistatrici, quello delle nazioni conquistate, oppure il nuovo sistema nato dal connubio dei due – a determinare il nuovo modo di distribuzione in via di sviluppo […]. La devastazione attuata dai Mongoli sul territorio russo, per esempio, era coerente con il loro modo di produzione, l’allevamento del bestiame, per il quale sono fondamentali vasti territori disabitati. […] I barbari germanici, che vivevano sparsi sul territorio e il cui tradizionale modo di produzione era l’agricoltura fondata sull’impiego della servitù, potevano adattare nel modo più semplice le province romane ai loro bisogni perché la concentrazione della proprietà terriera che vi si era sviluppata in precedenza aveva già sradicato le relazioni agricole più antiche […]. I mezzi di produzione possono essere accaparrati direttamente tramite la schiavizzazione. Ma in questo caso è necessario che le strutture produttive del paese la cui popolazione viene ridotta in schiavitù siano compatibili con il lavoro schiavizzato, oppure (come in Sudamerica ecc.) dev’essere costituito un modo di produzione adatto alla schiavitù.”
Il “modo di produzione adatto alla schiavitù” era il “modo di produzione borghese”. Il fatto che la forma fondamentale del lavoro fosse la schiavitù non significava però che il modo di produzione così strutturato fosse quello europeo schiavista. Si trattava invece di una forma bruttalmente perversa di “lavoro salariato”, nel contesto della quale il “lavoro necessrio” era prossimo allo zero e i conseguenti livelli di plusvalore erano enormi.
Per quanto strano possa apparire, gli schiavi erano inoltre un capitale enormemente proficuo per le nazioni colonialiste (Spagna, Portogallo, Inghlterra, ecc.) o per i proprietari terrieri razzisti che ne possedevano.
Il riferimento di Marx a un “destino” dell’umanità sottendeva forse che la storia umana – o qualsiasi altra – è predeterminata e votata a qualche scopo o qualche esito ultimo? Già nella sua tesi di dottorato Marx si era affrancato da questa visione idealistica e religiosa, esprimendo la sua predilezione per la scuola filosofica greca epicurea, secondo cui il mondo si fonda sulla possibilità e sul caso, piuttosto che per la scuola di Democrito, per il quale il moto atomico è totalmente prevedibile e la materia atomica stessa ha un limite minimo definito. Laddove Democrito (c. 460-c. 370 a.C.) e il suo maestro Leucippo (V secolo a.C.) sostenevano che il mondo è costituito da atomi il cui moto risponde a precise leggi, la filosofia di Epicuro (341-270 a.C.) contemplava invece la possibilità di deviazioni imprevedibili nel moto atomico, e sosteneva essere il mondo “una serie di fortuite combinazioni di atomi”.
Sebbene riconosciuti soltanto 35 anni dopo la loro pubblicazione, avvenuta nel 1865, i risultati degli esperimenti di ibridazione di piselli verdi condotti da un contemporaneo di Marx, il monaco austriaco Gregor Johann Mendel (1822-1884), gettarono le basi per la fondazione della scienza genetica. Il caso, attraverso la radiazione, le reazioni chimiche, le forze fisiche e la stessa sperimentazione umana, gioca un ruolo primario nel determinare la genesi – “ambientale” e/o “genetica” – nonché il probabile comportamento della materia organica (embrioni ed esseri umani compresi). Il principio della “mutazione”, già centrale nella macrobiologia grazie al grande lavoro di Charles Darwin (1809-1882), entra così nel campo della microbiologia.
I fisici tedeschi Werner Heisenberg (1901-1976) ed Erwin Schrödinger (1887-1961) svilupparono in seguito il principio d’indeterminazione, che definisce ta l’altro l’impossibilità di determinare simultaneamente la posizione e la velocità di una particella se non all’interno di un certo margine di probabilità. Per quanto riguarda gli esseri umani, ciò significa che non c’è alcuna certezza, qualora a una guerra nucleare sopravvivessero qualche uomo, qualche donna e qualche bambino, che la storia umana debba ripetersi seguendo gli stessi percorsi, e ciò vale anche per qualsiasi modo di produzione proposto o conosciuto, e per qualsiasi successione di modi di produzione – in particolare per la “successione progressiva dei modi di produzione” definita da Marx. L’aggettivo “progressivo” può essere usato e inteso qui in due sensi: (I) nel senso hegeliano, come una serie di “salti” attraverso un movimento a “spirale” di modi auto-contraddittori la cui successione si attua per conflitti intermodali che producono “nuovi” modi, ciascuno “superiore” al precedente; oppure (II) come un miglioramento delle condizioni della maggioranza, il miglioramento essendo “radicale” (“qualsiasi cosa ciò possa significare”, come diceva il mio compianto amico André Gunder Frank, e tanto spesso a ragion veduta).

— Hosea Jaffe – “Era necessario il capitalismo?”, 2010

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