Mediterraneo come “economia-mondo”

di Giuseppe Masala

Nel quindicesimo secolo prese avvio il processo di europeizzazione del Mediterraneo, fenomeno che coincise anche con l’inizio di una economia mondiale nel senso non-braudeliano del termine. Partendo dalle opere di Johann Hesinrsich von Thunen (1780-1851), Braudel usa il termine «economia mondo» per rappresentare «un frammento del mondo, una sezione economicamente autosufficiente del pianeta», differente dall’«economia mondiale», ovvero «un’espressione afferente il mondo intero» che corrisponde, per usare le parole di Sismondi, ‘al mercato dell’universo’, ‘alla razza umana’. Come esempi di «economie mondo» egli cita quelle «centrate» su Venezia, Genova, Anversa, Londra eccetera nonché sulle Americhe, l’«Africa Nera», la Russia, l’impero turco e l’«Estremo Oriente» (4).

Immanuel Wallerstein definisce i paesi appartenenti al primo gruppo «imperi mondo» (5). Appare tuttavia scorretto e astorico parlare di economie mondiali a meno che queste non siano veramente globali. All’epoca precolombiana il mondo era diviso da una parte in economie diverse e disarticolate e dall’altra in paesi cosiddetti «civili», così come citati da Braudel, il quale considera il Mediterraneo «un’economia mondo».

Molto tempo prima che il capitalismo imperialista si rafforzasse nel Mediterraneo alla fine del diciannovesimo secolo, città come Milano, Torino, Genova e Venezia dominavano l’economia di quest’area addirittura prima di Carlo Quinto di Spagna (1509-1555). Queste città dominanti erano tutte città colonialiste e possedevano marcati requisiti capitalisti.

Nel quindicesimo secolo le città dominanti del Mediterraneo erano Siviglia e Venezia e nel diciassettesimo secolo Genova, che aveva ceduto il primato a Venezia. Dal 1294 Venezia possedeva un impero coloniale che si estendeva all’Adriatico e oltre e, dopo una serie di lotte con Genova per la supremazia, culminate con la guerra di Chioggia nel 1378/1381, divenne una potenza non solo nel Mediterraneo ma praticamente a livello mondiale.

Molti dipinti di Carpaccio, Canaletto, Tintoretto e Veronese raffigurano l’impero coloniale di Venezia nel quindicesimo e sedicesimo secolo. La vittoria della Santa Lega contro i turchi a Lepanto nel 1571, virtualmente guidata da Venezia, celebra il colonialismo dei capitalisti veneziani al tempo dei Dogi. L’influenza di queste città mediterranee funzionò da catalizzatore per l’ascesa a potenze mondiali prima di Anversa e poi di Amsterdam. Dopo che gli interessi coloniali si erano spostati dal Mediterraneo all’Atlantico, per due secoli, ovvero dal diciassettesimo al ventesimo secolo, il centro del capitalismo divenne Londra. Questo spostamento di «centri» portò alla creazione di un centro mondiale polarizzato.

La divisione del mondo diede impulso alla suddivisione delle metropoli in proletariato, borghesia e ciò che restava dell’aristocrazia feudale terriera, che invece, in Inghilterra, venne cooptata nelle compagnie coloniali finanziarie. La borghesia di Anversa si era talmente arricchita grazie ai suoi traffici coloniali da poter pagare a Carlo Quinto trecento tonnellate d’oro, in gran parte proveniente dal Sudan e dalle Americhe.

Anche quando il mondo, dopo l’era glaciale, era stato caratterizzato da un unico modo di produzione, ovvero quello delle società comunali, non esisteva comunque un unico «centro» né il mondo era economicamente o culturalmente unito. In seguito, le società caratterizzate dalla redistribuzione del surplus, le cosiddette società «tributarie» o di tipo «dispotico orientale», non si diffusero in tutto il mondo e spesso rimasero prive di contatto tra loro (ad esempio quelle americane con quelle asiatiche). Nemmeno le conquiste più imponenti, come quelle guidate da Ramsete, Gengis Khan, i mongoli o Tamerlano, riuscirono mai a varcare i propri confini geografici, economici e culturali, né ad inaugurare un’economia globale o mondiale. Il primo e solo modo di produzione che unificò il mondo intero fu il modo coloniale e capitalista inaugurato da Cristoforo Colombo.

Questo modo di produzione mondiale viene distinto da Frank, Amin, Wallerstein e altri in «centro» e «periferia». Tuttavia l’Africa, l’America Centrale, il Sudamerica e l’Asia, ad eccezione del Giappone, non occupano un posto periferico ma centrale rispetto all’«occidente» o al «Primo mondo», rappresentando la principale fonte di plusvalore. Poiché il plusvalore è la forza motrice «materiale» e «spirituale» del capitalismo, il termine «periferia» offusca la natura colonialistica della polarizzazione globale.

L’immagine realistica è quella di un unico mondo suddiviso nei submondi imperialista e coloniale in contrapposizione tra loro. Il polo imperialista comprende gli Stati Uniti, la Germania e il Giappone ovvero Stati Uniti con Unione Europea e Giappone, nonché altre potenti transnazionali e monopoli che, di fatto, controllano il 70% del commercio mondiale e quasi l’intero mercato finanziario. Negli anni Novanta al processo di polarizzazione si è contrapposto quello della incorporazione multinazionale di società transnazionali un tempo nazionali. Alla fine del Millennio tutto l’«occidente» sarà e agirà come un unico polo. La NATO è l’espressione militare di questo processo, come hanno dimostrato i suoi interventi nella guerra del Golfo e, di recente, in Jugoslavia. Il «Sud» o «Terzo Mondo» non è polarizzato, e l’antagonismo tra «Primo Mondo» e «Terzo Mondo» sarà il punto cruciale della moderna liberazione.

Hosea Jaffe – La liberazione permanente e la guerra dei mondi (2000)

Note

(4). F. Braudel, “Civilization and Capitalism“, cit., vol. 3, «La prospettiva del mondo», p.p. 8-9 e 22-23. Braudel sopravvaluta enormemente l’opera di von Thunen quando scrive che questo mediocre agronomo tedesco «è, insieme a Marx, il più grande economista tedesco del diciannovesimo secolo».

(5). I. Wallerstein, “The Modern World System“, New York 1974, (trad. it. “Il sistema mondiale dell’economia moderna”, Il Mulino, Bologna 1995).

 

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