Crisi economica: Sardegna al bivio

di Giuseppe Masala

Propongo un mio articolo pubblicato sul “Manifesto Sardo” di questa settimana.

La crisi economica in atto ha annichilito le possibilità di spesa dello Stato italiano costretto a pesanti manovre di aggiustamento dei conti. Senza voler entrare, in questa sede, sulla correttezza di simili politiche economiche ci limitiamo a rilevare che l’aspettativa di un presunto intervento salvifico per la Sardegna, da parte dello Stato centrale, equivale all’attesa del Godot di Samuel Beckett. Dunque, che fare? Come la Sardegna può superare lo scoglio della più grave crisi economica dal 1929? Può la Sardegna progettare un futuro di crescita economica, stabile, sostenibile ed endogena? Può la Sardegna essere motore di sviluppo non solo per se stessa ma essere anche il perno sul quale basare lo sviluppo di altre comunità nazionali e locali a noi vicine? Il dato straordinario è che a tutte queste domande la risposta può essere positiva.
Credo che per la prima volta da secoli la Sardegna abbia l’opportunità di svilupparsi in maniera endogena (autocentrata direbbero gli economisti dello sviluppo) ovvero traendo le energie dai propri saperi e dalle proprie risorse senza attendere l’intervento (apparentemente) salvifico di uomini e risorse provenienti da oltre Tirreno.
Intervento esterno – sia detto per inciso – che sempre si è rivelato come la nostra dannazione ad una crescita basata sulla speculazione e sullo sfruttamento scriteriato delle risorse ambientali, culturali ed umane e dunque, in definitiva, è stata la condanna ad una crescita fasulla che non era altro che una stagnazione reale sebbene mascherata.

Per ottenere questo risultato è necessaria una vera rottura dal punto di vista culturale: occorre instaurare un rapporto di collaborazione fattiva con i paesi della sponda sud del Mediterraneo. Una collaborazione che deve essere culturale e politica e solo in un secondo tempo strettamente economica.
Solo con la fiducia – che nasce dai rapporti culturali, sociali, e politici – possono svilupparsi rapporti economici stabili, equi e duraturi. Insomma, è necessario che la Sardegna si adoperi prima per riportare se stessa al centro del Mediterraneo e poi per far ritornare quest’ultimo al ruolo che ha avuto per secoli: il punto d’incontro tra Balcani e Asia e tra Africa ed Europa Occidentale. Vaste Programme? Direi di no. Innanzitutto la Costituzione Italiana dopo la riforma del Titolo V, all’articolo 117, devolve alle Regioni la potestà di legiferare in materia di “rapporti internazionali” nell’ambito dei principi generali stabiliti dallo Stato centrale (legislazione cosiddetta concorrente), inoltre la Regione Sardegna è l’autorità di gestione comune del programma ENPI CBC “Bacino del Mediterraneo” (European Neighbourhood and Partnership Instrument).
Proprio dallo strumento ENPI è necessario ripartire al fine di costruire uno sviluppo sostenibile e reale magari trovando le alchimie per aumentare il grado di coinvolgimento di tutti gli attori sardi interessati (dai Sindacati a Confindustria fino alle Università e alle Accademie di Belle Arti) e si potrebbe infine anche arrivare alla costituzione di un vero e proprio Assessorato regionale per le politiche mediterranee di buon vicinato.

Solo se, in questo bivio della storia, sapremo imboccare la via delle relazioni con i paesi del Mediterraneo potremmo aspirare ad avere, finalmente, quello sviluppo armonico che la Sardegna non conosce da troppo tempo. Nel caso in cui invece aspetteremo – credo inutilmente – gli aiuti dallo Stato centrale, il nostro destino sarà fatto di cupo isolamento e di stagnazione economica, con l’aggravante di vivere in un bacino del Mediterraneo luogo principe di quella “clash of civilizations” teorizzata, non del tutto in maniera disinteressata, dal politologo neoconservatore americano Samuel Huntington.

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