La tendenza all’eurocentrismo

di Giuseppe Masala

Marx aveva capito molto prima dell’imperialismo che il sistema coloniale rappresentava il modus vivendi (121) ed anche la “medicina” del capitale. Mandel, i cui interessantissimi scritti sul pensiero economico di Marx (122) sono viziati da una tendenza all’”eurocentrismo” (123), sottovaluta il fattore imperialista nel nostro tempo, ed invece di attribuire l’apparente mancanza di crisi nell’Europa occidentale e negli USA allo “sfruttamento più intenso” dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina dopo la seconda guerra mondiale, le attribuisce alle “riforme strutturali” ed all’”americanizzazione” (124). Fa così uso del tipo di argomentazione non marxista di Bettelheim, malgrado l’ovvia e profonda differenza fra di loro sull’interpretazione della situazione mondiale; questa argomentazione va nel senso opposto alla tesi di Marx, espressa nel Manifesto, sul metodo capitalista di superamento delle crisi: e cioè i metodi colonialisti.

121 Christian Palloix, nell’articolo “Critica dell’economia politica e teoria dell’imperialismo”, in Problemi del socialismo, rivista diretta da Lelio Basso, nn. 5-6, 1971, definisce l’imperialismo come il “modo di funzionamento del modo di produzione capitalistico”. Questa giusta posizione non era presente nel suo precedente libro Problèmes de la croissance en économie ouverte, Parigi 1970 (trad. it. I problemi dello sviluppo nell’economia aperta, traduzione di Massimo Guidetti, Jaca Book, Milano 1970), che era vicino a Bettelheim per quanto riguarda il problema dello “scambio ineguale”.

122 Ernest Mandel, La formation de la pensée économique de Karl Marx (trad. it. La formazione del pensiero economico di Karl Marx, traduzione di Alfredo Salsano, Laterza, Bari 1969 ; Trattato marxista di economia, op. cit.)

123 H. Jaffe, Processo capitalista e teoria dell’accumulazione, op. cit., cfr. le note a pié pagina di critica a Mandel, elencate nella “Bibliografia”.

124 E. Mandel, Die EWG und die Konkurrenz Europa-Amerika, Francoforte 1968 (trad. it. MEC e concorrenza americana, traduzione di Alice Ronco, Samona a Savelli, Roma 1968). Alcune indicazioni specifiche sulla sottovalutazione dell’imperialismo da part di Mandel, in quest’ultimo libro, si trovano in H. Jaffe, Processo capitalista…, op. cit. E Mandel, Late Capitalism, Londra 1975, edizione in tedesco, Suhrkamp Verlag, 1972.

Sono d’accordo con E. Mandel che “l’era del capitalismo maturo non è una nuova epoca di sviluppo capitalistico. È semplicemente uno sviluppo ulteriore dell’epoca del capitale monopolistico imperialista. Per implicazione le caratteristiche dell’epoca imperialistica enumerate da Lenin restano quindi pienamente valide per il capitalismo maturo” (p. 10). Ma Mandel va contro il suo stesso punto di vista in quanto:

1. parla del capitalismo maturo come di un “nuovo stadio nella storia del capitalismo” (p. 23) e “terza fase di questo modo di produzione” (p. 42), distinta dalla prima fase della “libera concorrenza” e dalla seconda, quella dell’imperialismo.

2. Egli sottostima le esportazioni di capitale e i sovraprofitti imperialistici e sovrastima l’industria semicoloniale (pp. 64-65) ed accentua le rendite tecnologiche (e non lo sfruttamento coloniale) come la maggior forma di superprofitti nel “capitalismo maturo” (p. 223) datandola dalla seconda guerra mondiale. Ma se si eccettua l’aumento del plusvalore relativo, il che non è comunque il caso nell’Europa Occidentale, negli USA, ecc., nonostante l’evidenza marginale di Mandel, le differenze di produttività non creano superplusvalore, ma semplicemente lo redistribuiscono fino a che non venga raggiunto un nuovo equilibrio nel settore. Invece il supersfruttamento coloniale crea un superplusvalore, come mostra lo stesso Mandel, nel suo Capitolo XI sullo scambio ineguale come forma imperialistica del “capitalismo maturo”.

Il lavoro di Mandel sul “capitalismo maturo” è un’opera di importanza maggiore dei lavori di Baran e Sweezy, di Emmanuel, di Bettelheim, di Naville e di S. Amin, fra gli altri, sul capitalismo postbellico. È indubbiamente corretto vedere un mutamento nel modo di operare del capitalismo dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma il vedere questo mutamento in modo “eurocentrico” porta a minare la sua istanza antimperialista.

Alcuni esempi di questo conflitto fra il leninismo di Mandel e il suo eurocentrismo sono i seguenti:

1. Nel Capitolo XII sulla società dei consumi egli non giunge alle conclusioni di Engels e di Lenin sul generalizzarsi dell’imborghesimento del proletariato imperialista. In realtà tale imborghesimento è la caratteristica più spiccata del “capitalismo maturo” (come Mandel lo chiama) e questo è della massima importanza politica. Mandel parla del “consumismo” senza indicarne la base imperialista-coloniale.

2. L’interessante Capitolo IV sul “ciclo lungo” con la prognosi, fino ad ora confermata, dell’inizio di una lunga recessione, omette tuttavia una seconda spiccata caratteristica del “capitalismo maturo”, se si vuole usare il termine (che anch’io utilizzo in mancanza di uno migliore), e cioè il generalizzarsi del semicolonialismo attraverso la “trappola dell’indipendenza” (questa caratteristica ad esempio è mancante nelle sue tabelle alle pagine 132 e 133). Quella dell’indipendenza politica è stata la maggiore contro-reazione attuata contro gli effetti dirompenti delle rivoluzioni sociali cinese, coreana, cubana, ecc., che Mandel menziona.

3. Sotto questo semicolonialismo generalizzato (con eccezioni riguardanti la Martinica, la Somalia, la Rhodesia, ecc.) abbiamo assistito ad un aumento dei “sovraprofitti nascosti” relativamente ai sovraprofitti diretti: ed entrambi sono rapidamente cresciuti in termini assoluti. Mandel giudica tale fenomeno come un colpo di frusta nei confronti dello “scambio ineguale” a proposito del quale egli giustamente critica sia Emmanuel che Bettelheim. Tuttavia, per quanto riguarda lo “scambio ineguale”, esistono ben pochi o nulli scambi fra l’Africa e l’Asia, da un lato, e l’Europa e gli altri paesi imperialistici dall’altro. I principali “scambi” sono interimperialistici, fra aziende imperialistiche aventi interessi semicoloniali. In questo caso lo “scambio ineguale” è una forma mascherata dei sovraprofitti diretti e/o dei sovrapprofitti “nascosti” nell’immenso divario (di cui Mandel porta alcuni esempi) fra i prezzi di importazione imperialistici dall’Africa, da Hong Kong, ecc., e i prezzi di vendita. C’è un trasferimento di Pv dall’Africa, ecc., al “Reddito Nazionale” della Germania o degli altri paesi importatori. Il Pv con cui Mandel lavora negli Stati Imperialisti è quantomeno minore di un tale ammontare. Io penso che l’ammontare di tale plusvalore trasferito sia molto alto; esso include non solo il Pv nascosto nelle materie prime (caffè, tè, cacao, in particolare, ecc.) ma anche nei prodotti finiti importati (ad esempio radio, tessili, plastiche, lampadine che spesso vengono vendute a prezzi da tre a dieci volte superiori del loro prezzo di importazione, inclusi i noli e l’assicurazione). La sottovalutazione del lavoro coloniale, commentata da Marx a proposito del lavoro qualificato e del lavoro non qualificato (skilled and unskilled labour) è basata su illusioni, convenzioni, tradizioni (cfr. Il Capitale, Libro I, cap. V, nota) e in ogni caso su di un’ottica razzistica (la fondamentale “ideologia” imperialistica) che vede il lavoro coloniale come “meno valido” del lavoro europeo. È questa ottica distorta che viene applicata alla “valutazione” delle importazioni provenienti dalle fabbriche, dalle miniere o dalle piantagioni indiane, africane, di Hong-Long. L’importatore sottovaluta tali importazioni (Marx stesso ne parla nel Primo Libro trattando dei diamanti e dell’oro proveniente dalle Americhe nel periodo dell’accumulazione originaria). Egli dimentica però subito tale pregiudizio quando si tratta di vendere quei prodotti in Inghilterra, ad esempio. Essi vengono allora trattati come prodotti “nazionali”. Si cambiano le etichette, le si abelliscono “all’Europa” e questo provvede a soddisfare il pregiudizio razziale dell’acquirente europeo, pregiudizio che egli ha consolidato in ormai cinque secoli di storia. Il Pv coloniale viene in tal modo realizzato principalmente in Europa (l’esatto opposto della tesi della Luxemburg). Questo trasferimento nascosto di Pv e quindi lo scambio ineguale (di prodotti finiti, poiché per quanto riguarda le materie prime questo trasferimento nascosto è sempre aggiunto ai prezzi di importazione sottovalutati) se da un lato è basato sulle pratiche razziste dell’imperialismo (lavoro a basso prezzo e pregiudizi quanto e un “buon affare”), dall’altro ha ben poco a che fare con le differenze di produttività, poiché essi avvengono notoriamente nel settore dei tessili, degli apparecchi elettrici ed elettronici domestici, dei giocattoli, dei libri e anche delle automobili esportate (cioè l’industria secondaria leggera) e nel settore minerario (oro, rame, stagno, petrolio, ecc.) dove non esiste differenza di produttività fra i paesi imperialisti e le semicolonie. La radice di “Pv nascosto” o dello “scambio ineguale” sta sempre nell’alto rapporto Pv/V, nel supersfruttamento del lavoro coloniale “a buon mercato”, semi-libero, salariato direttamente o indirettamente.

4. Le statistiche di E. Mandel sul saggio di sfruttamento nei paesi imperialistici prendono in considerazione queste forme addizionali di sovrapprofitti coloniali, importati e trasferiti nelle statistiche del “Prodotto Nazionale”. Parallelamente a queste forme di superplusvalore coloniale esiste un’altra caratteristica di questo “capitalismo maturo” come forse lo si può chiamare: vale a dire il catastrofico declinare del saggio del plusvalore, fino a scomparire e persino oltre, nei paesi imperialistici. Il lavoro di Mandel dovrebbe prendere in considerazione il Pv nascosto:

a) sia quando considera il rapporto Pv/V nell’industria manufatturiera (pp. 174-175) perché è esattamente nella manifattura che avviene la gran parte del trasferimento dei sovrapprofitti coloniali dal lato dei costi (materie prime, semilavorati, ecc.) a quello dei profitti.

b) quando somma tutti i salari dei lavoratori produttivi per ottenere la grandezza V su scala nazionale per il computo di Pv/V. Qui c’è una differenza fra Mandel e il Marx sia del Libro II del Capitale che delle Teorie del Plusvalore, a proposito del trasporto di persone che Marx dice essere lavoro produttivo (Il Capitale, op. cit., Libro II, p. 56) al pari del trasporto di cose (su questo anche Mandel è d’accordo) piì l’immagazzinamento e il lavoro ad esso relativo (ibid., pp. 140-156). Mentre Mandel considera i “servizi” – a parte il gas, l’acqua, l’elettricità – come non produttivi, Marx assume che l’insieme dei trasporti e delle comunicazioni, compresa la scrittura delle lettere, ad esempio, come lavoro produttivo; alla stessa stregua delle feste e degli spettacoli capitalistici “commercializzati” (Teorie sul plusvalore, op. cit., vol. II). Una delle caratteristiche del “capitalismo maturo” è la crescita assoluta e relativa del “settore dei servizi” come parte dell’amorfo “settore terziario”. Esso include le nuove “industrie” del turismo che come lavoro capitalizzato che produce un’utilità nella forma di alloggio, sports, piscine, gite turistiche, località sciistiche, yachting, tennis, ecc., sono storicamente – in quanto parte del capitalismo nel suo stadio attuale – produttive di valore (Marx parla degli spettacoli e dei divertimenti capitalistici come produttivi di valore, seppure di importanza marginale; ma da allora essi sono immensamente cresciuti). Si assiste allora ad una fortissima espansione della rete stradale, degli aeroporti, delle costruzioni associate all’automobile, all’aeronautica come grande industria. Per tutte queste e per altre analoghe forme di lavoro produttivo (di merci materiali o di “utilità” come le chiama Marx prodotte dal lavoro o consistenti in lavoro stesso; o produttivo di forza-lavoro, la principale merce sotto il capitalismo, il che conduce a mettere gli insegnanti e i dottori nella “classe produttiva”, punto questo che Mandel non sembra condividere), il rapporto Pv/V generale per l’imperialismo è una frazione (in taluni casi è zero o negativo) dei valori riportati da Mandel, che si sostengono grazie a Pv coloniale. Di converso, la riesportazione di questa Pv coloniale renderebbe molto più alti i rapporti Pv/V del Sud America, dell’Asia, dell’Africa, ecc.

Parlando dello “scambio ineguale” (Cap. XI), Mandel spiega che esso aumenta perché il lavoro imperialista vale in media più del lavoro coloniale. Egli tuttavia mantiene la corretta ottica marxista e leninista nel Capitolo XIII sull’Inflazione, laddove calcola il fattore d’inflazione in riferimento al lavoro nelle miniere d’oro fricane in Sudafrica che egli assume come una misura universale del tempo di lavoro. Egli trova approssimativamente le stesse risposte che io stesso ho rilevato (ad esempio un grammo d’oro per ora come “misura universale” del tempo di lavoro) (pp. 422-425) ed usa lo stesso metodo di base per il calcolo dell’inflazione (per il periodo 1907-1967 Mandel ottiene un fattore di 9: oggi tale fattore è cresciuto). Ci sono molte interessanti conferme dell’esattezza del nostro metodo. La “Double Eagle” statunitense, che ha un valore nominale di 1 lira sterlina, si vende a più di 20 sterline; infine, naturalmente, la tendenza del “prezzo dell’oro” (questa contraddizione in termini) a situarsi a livelli superiori più di nove volte i livelli del 1907 (circa 20 dollari l’oncia allora, contro il tetto di quasi duecento raggiunto nel 1975). Nel fare questo calcolo l’implicito e inconfessato assunto di Mandel è quello di valutare il lavoro “non qualificato” dei minatori d’oro africani come lavoro umano pienamente universale, astratto, uguale, in media, al (tempo di) lavoro statunitense o europeo. E ciò nonostante che questa “variabile indipendente” universalmente rappresentativa consista di (forza-)lavoro non qualificata, senza professionalità, emigrata, rinchiusa nei ghetti, non sindacalizzata, semi-contadina e semi-proletaria, senza diritti civili, che vive in campi di concentramento, non libera, oppressa dal razzismo, ecc. Se questo lavoro vale come quello USA o europeo e se, inoltre, la cosiddetta “economia di sussistenza” viene vista per ciò che è in realtà, vale a dire l’esercito di riserva dei disoccupati nelle colonie (che forma non l’8%, ma l’80% delle popolazioni latinoamericane, africane, asiatiche) allora non rimane molto spazio nella realtà delle cose per le argomentazioni riguardanti il valore come basato sulle differenze di produttività. Mandel ha reso un servizio alla lotta di liberazione coloniale prendendo in considerazione la produttività del lavoratore di miniera africano. Tale produttività è più alta di quanto non sembri, perché viene abbassata dalla “non produttività” del lavoro bianco, dalle miniere a basso tenore, dal non accesso a molte operazioni di raffinazione in superficie e, infine, dal fatto che egli produce simultaneamente sia l’oro che minerali d’uranio e altri metalli, ma la produzione d’uranio non viene calcolata come parte della sua produttività, mentre dovrebbe esservi inclusa (almeno dal 1940). Si troverebbe allora che essa si è moltiplicata per 3 nel periodo 1907-1975, mentre Mandel indica un coefficiente di 2 per il periodo 1907-1967.

Hosea Jaffe – “Capital” and Colonialism (1976)

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