L’Abbandono dell’imperialismo

di Giuseppe Masala

colonialismo

La politica dell’Abbandono dell’imperialismo si trova ad affrontare il problema specifico di come i lavoratori delle classi degli Stati anti-imperialisti dei lavoratori (Cuba, Cina e Corea del Nord), degli Stati semicoloniali non più in mano ai lavoratori (Vietnam, Cambogia, l’ex Unione Sovietica e la Serbia), delle semicolonie in Asia, Africa, nelle Americhe e in Oceania, dei non europei razzisticamente sfruttati negli Stati dominati dall’imperialismo, degli “indios” e degli africani in “America Latina” e degli Stati neocoloniali corrotti dall’UE (Polonia, Lettonia, Lituania, Estonia e i Balcani) possano rapportarsi alle costanti intrusioni della sinistra socialista del “primo mondo”. Prendiamo ad esempio il sostegno che quest’ultima dette alla “rivoluzione ungherese” del 1956. A fine giugno 2006 Bush, il presidente degli Stati Uniti d’America, visitò l’Ungheria allo scopo dichiarato di solidarizzare con la posizione antisovietica che questa aveva assunto in precedenza, e con la sua attuale posizione anticomunista, favorevole agli Stati Uniti, all’Unione Europea e alla NATO. La “sinistra” socialista non stalinista appoggiò quasi unanimamente la “rivoluzione ungherese”, al seguito dei socialdemocratici europei e del cardinal Mindszenty (l’uomo del Vaticano che via radio aveva chiamato alle armi contro gli “invasori” sovietici). In Sudafrica vidi con i miei occhi i “rivoluzionari” ungheresi salire a bordo dei treni dell’apartheid che da Città del Capo li portarono in Malawi per aiutare l’imperialismo britannico e i suoi coloni “bianchi” a soffocare nel sangue una rivolta di contadini africani contro il razzismo e lo sfruttamento fascista delle loro terre. Il Non-European Unity Movement (Movimento di Unità Non-Europea) e il settimanale sudafricano “The Torch”, insieme ai seguaci dell’African National Congress (Congresso Nazionale Africano) di Mandela, condannarono la “rivoluzione” ungherese. Io e Ben Kies, uno dei leader del NEUM, prendemmo le parti dell’Unione Sovietica contro quella che considerammo una insurrezione armata filoimperialista. Nella lotta di classe ungherese eravamo sul lato opposto a quello spalleggiato dalla “sinistra” e ora anche da Bush. Lo stesso antagonismo di fondo tra i socialisti e imperialisti da un lato e l’anti-imperialismo marxista-leninista-trockijsta dall’altro si confermò in Cecoslovacchia nel corso degli anni ’80, poi per un decennio in Jugoslavia, e infine nel 1991, quando l’imperialismo e i socialisti (inclusi i “trockijsti”) abbatterono l’Unione Sovietica precipitandola nell’attuale condizione di paese semicoloniale del “terzo mondo”. Nel corso di quella lunga e tragica serie di eventi la politica dell’Abbandono significò non-collaborazione e resistenza armata contro i poteri occidentali e tutti i loro collaboratori, dalla destra fascista alla sinistra “trockijsta”, ecc.
Per quanto riguarda l”autodeterminazione”, grido di battaglia della sinistra contro le repubbliche della Jugoslavia socialista costruita dai comunisti di Tito che abbatterono l’occupazione nazista tra il 1940 e il 1945, anche in questo caso la sinistra socialista fiancheggiò la guerra fredda e calda guidata dall’imperialismo di matrice statunitense e tedesca contro uno Stato del socialismo reale e i suoi popoli. Il defunto Papa polacco, in un discorso tenuto a Zagabria, fece dell’”autodeterminazione” una chiamata alle armi. Nello stesso periodo, i “trockijsti” boicottarono a Torino una mia conferenza in sostegno alla Jugoslavia, nella quale avvertivo che l’”autodeterminazione” avrebbe innescato sanguinose guerre “etniche”, autodistruttive per tutte le parti in causa, che avrebbero devastato l’unità transnazionle della Jugoslavia – ciò che effettivamente accadde, come tutti ora sappiamo. La stessa sinistra appoggiò l’imperialismo capitanato dalla NATO nei Balcani duranti gli anni ’90, “difese” gli albanesi razzisti nel Kosovo (che in precedenza era il cuore della Serbia) e appoggiò attivamente il rovesciamento del socialismo reale jugoslavo e lo smembramento imperialista della repubblica federale. Quando tutto ciò ebbe inizio, con la caduta del muro di Berlino nel 1990, Ernest Mandel, leader della sezione europea della “Quarta Internazionale”, agitava la sua bandierina rossa di sopra il muro.
Durante tutto questo terribile periodo la sinistra collaborò con l’imperialismo invece di abbandonare tutte le fazioni che stavano dilaniando la Jugoslavia: gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la NATO, le Nazioni Unite, e anche quegli esponenti e quegli organi della Chiesa che obbedirono alla chiamata all’”autodeterminazione” venuta da Zagabria, e tutte le organizzazioni e la stampa di sinistra che in qualsivoglia modo avevano accondisceso allo smembramento della Jugoslavia.
Se tale Abbandono fosse stato messo in atto nel decennio conclusivo del XX secolo, avrebbe avuto un effetto distruttivo sul settarismo etnico, il razzismo e la teologia dottrinaria della non-liberazione che pervadono il “primo mondo”, e avrebbe costituito un solido passo avanti per gli anti-imperialisti di tutto il mondo. Allo stesso tempo, ribadiamo che la politica dell’Abbandono significa creare e far crescere organizzazioni e strutture sociali anti-imperialiste, perché l’Abbandono è costruttivo nella sua apparente distruttività, ed è perciò positivo nel suo negarsi alla collaborazione. Se l’Abbandono fosse stato praticato a un qualche livello di massa nel corso dei recenti avvenimenti in Afghanistan, Iraq, Europa dell’Est, Cecoslovacchia, Jugoslavia e nella controrivoluzione finale, quella contro l’Unione Sovietica, il mondo sarebbe ora molto più sostenibile e vivibile rispetto a ciò che è diventato per mezzo di un terribile e tragico inganno. Purtroppo, soltanto nella non-collaborazione e nella resistenza irachene e nel concreto sprezzo che Cuba ha opposto all’embargo statunitense (ed europeo) si sono visti all’opera elementi importanti di una politica dell’Abbandono. Laddove, sotto altri nomi, si è tentato di metterla in atto, questa politica ha salvato almeno una nazione, Cuba, e le sue classi lavoratrici e professionali, ha scongiurato la loro distruzione totale in un’altra, l’Iraq, e ha dato vita a speranze concrete in un’altra ancora, il Venezuela. In tutti e tre questi casi si stanno sperimentano concretamente gli effetti positivi della pratica di una politica che noi chiamiamo Abbandono dell’imperialismo.

— Hosea Jaffe – Abbandonare l’imperialismo, Jaca Book, 2008

Nota di Zeroconsensus: preciso – per chi non lo conoscesse – che Hosea Jaffa, economista sudafricano di fama mondiale, ha aderito alla IV Internazionale e dunque è a pieno titolo un trozkista. Ciò non gli ha impedito di esprimere critiche nei confronti di chi “da sinistra” ha appoggiato rivoluzioni filo imperialiste che hanno riportato i paesi europei fuoriusciti dall’esperienza del socialismo reale e i paesi ex coloniali africani e sudamericani, verso nuove forme di colonialismo e dunque di sfruttamento da parte delle nazioni occidentali.

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