zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: agosto, 2012

Diario del Saccheggio

La bellissima opera prima del regista Fernando Solanas sulla terrificante situazione economica e sociale in  Argenina nell’epoca relativa alle presidenze Menem e De La Rua (fine anni 90 e inizio del nuovo secolo).

Quando da Settembre con le loro facce da jene vi parleranno di “necessità  di ridurre il debito”, “privatizzazioni” e “investimenti esteri” spero vi ritorni in mente le immagini di questo film. Naturalmente si tenga conto che l’Argentina (almeno dal punto di vista potenziale) è una nazione infinitamente più ricca dell’Italia.

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Vietato disturbare! Vietato sporcare!

Orrori del capitalismo reale. L’immagine sopra rappresenta un manifesto – studiato dalla agenzia pubblicitaria Elvis Communications – dove la municipalità di Londra invita la cittadinanza a suicidarsi tra le mura domestiche e che dovrebbero (ma lo saranno veramente?) essere appesi nelle stazioni della Metro. Per la precisione il manifesto che ho postato invita ad un asettico suicidio attraverso l’uso di barbiturici. Ma si suggeriscono metodi adatti per ogni palato: un altro manifesto rappresenta – al posto dei barbiturici – una sedia rovesciata, chiaro invito all’impiccagione. Un altro ancora un tostapane, presumo da buttare nella vasca da bagno al fine di avere un trapasso elettrizzante.

Tutto questo per contrastare il fenomeno, molto diffuso, dei suicidi in metropolitana che, si sa, disturbano e fanno arrivare tardi a lavoro, i bravi cittadini produttori di ricchezza netta.

Lascio a voi ogni valutazione di ordine etico e morale su questa campagna per fortuna ancora potenziale. Io non ho né la cultura né le parole per affrontare l’argomento.

Colonialismo e rivoluzioni borghesi

Il colonialismo influenzò le strutture, i meccanismi e i rapporti capitalisti nell’Europa feudale e favorì l’ascesa al potere della borghesia. La relazione che lega il colonialismo alle cosiddette “rivoluzioni borghesi” non è mai stata tenuta nella dovuta considerazione nemmeno dai marxisti. Occorre osservare, anche se si tratta di un fatto abbastanza ovvio, che la prima “rivoluzione borghese” fu il processo di “accumulazione originaria”, iniziato gradualmente con le Crociate, per poi estendersi rapidamente durante l’epoca delle scoperte fino a dilagare, divenendo un fenomeno globale, al tempo del traffico degli schiavi. Queste vere rivoluzioni sociali si verificarono in paesi lontani dall’Europa, sotto forma di una lotta colonialista inter-continentale tra due modi di produzione contrapposti. Il risultato di questa lotta inter-modale fu che ciascuna classe capitalista finì con l’acquisire sufficiente potere economico per impadronirsi del potere politico detenuto dalle classi feudali.

Molto prima che la borghesia portoghese e spagnola tenesse le redini del potere politico, essa era padrona di vaste colonie in America, Africa e Asia. Fu il potere derivato dai possedimenti coloniali, che permise alla Spagna di controllare politicamente l’Olanda e gran parte dell’Italia nel XV e XVI secolo. Tuttavia, la borghesia spagnola era troppo legata ai propri feudatari per poter industrializzare il surplus proveniente dal Messico, dal Perù, dalle Filippine e dal traffico di schiavi. Il surplus veniva in gran parte trasferito in Germania, ai “colonialisti occulti” sul Reno e sul Mare del Nord. Questa emorragia, oltre alle sconfitte subite nelle battaglie navali contro i pirati inglesi e la flotta di Francis Drake, costarono la supremazia come potenza coloniale alla Spagna, che trascinò con sé il Portogallo. Quando, soltanto alla fine del XX secolo, il Portogallo ebbe finalmente la propria “rivoluzione democratica”, essa fu un derivato della lotta per l’indipendenza della Guinea-Bissau, del Mozambico e dell’Angola.

Il declino della Spagna consentì l’ascesa dell’Olanda a prima potenza navale del mondo. La Compagnia delle Indie Orientali olandese, amministrata dai tedeschi, nel 1652 costrinse i San e i Khoi-Khoi a cedere il Capo di Buona Speranza, quindi nel 1641 acquistò la Malacca e nel 1656 Ceylon, avviando commerci con la Cina e il Giappone. Con il trattato di Westfalia del 1648 la sovranità dell’Olanda venne riconosciuta dalla Spagna. La rivoluzione borghese olandese e fiamminga ebbe come epicentro le città colonialiste di Amsterdam, Rotterdam, Anversa, Bruges e Grand.

Alimentata dal colonialismo elisabettiano, la borghesia inglese si alleò con l’aristocrazia terriera per conquistare il potere politico in un Commonwealth cromwelliano, fondato sullo schiavismo; la “gloriosa rivoluzione” di Guglielmo d’Orange del 1688 fece sventolare l’”Union Jack”, sulle colonie delle Indie occidentali, del Nordamerica e dell’India.   La Rivoluzione francese del 1789-1793 fu guidata da una borghesia che era giaà divenuta una potenza mondiale in Louisiana, nel Canada, nelle Antille, nell’India orientale, nel Senegal e in un quadrilatero atlantico del commercio di schiavi in cui Bordeaux, Calais e Dieppe rivestivano un’importanza cruciale28. La Rivoluzione francese mantenne le colonie e lo schiavismo, come del resto la rivoluzione del 1848. Nemmeno la Comune di Parigi del 1871 osò sfidare l’imperialismo francese in Indocina e in Africa. L’impatto culturale della rivoluzione francese colonialista aveva connotati profondamente colonialisti, al punto che i comunardi, che più tardi furono massacrati dalle truppe tedesche a Parigi, non alzarono un dito per fermare le atrocità dell’armata coloniale di Napoleone III, e si guardarono bene dal proclamare la libertà per i popoli sotto il giogo francese in Algeria, in Indocina e nell’Africa occidentale.

La rivoluzione borghese tedesca, che attraversò il pericolo della Riforma iniziato da Lutero, la rivoluzione del 1848 e il processo di unificazione nazionale di Bismarck, furono tutte alimentate da un vecchio, occulto colonialismo. All’interno del Sacro Romano Impero, battezzato nel 962 da Ottone di Sassonia, detto il Grande, ghilde, mercanti, usurai e banchieri della costa settentrionale, fondarono la Lega Anseatica, costituendo dei monopoli mercantili che intrattenevano traffici marittimi, nonché il commercio di schiavi, dapprima con i veneziani, quindi con i portoghesi, gli spagnoli e persino gli olandesi. Tra questi capitalisti si annoverano i Ravensburg, le casate di Augusta e Norimberga, le ghilde di Francoforte, la famiglia Meuling di Anversa dal 1479, gli Hochstatter dal 1486 e i potenti Fugger e Welser che finanziarono e armarono l’invasione del Venezuela nel 1527 e attirarono l’attenzione di Marx.   Nel 1660 la Lega Anseatica, di cui ormai facevano parte solo Amburgo, Lubecca e Brema, si stava avviando al declino; tuttavia, con essa non crollò il principio dei monopoli capitalisti. Nel XIX secolo sorsero nuovi monopoli, tutti occupati in attività coloniali, tra cui i Krupp, i Siemens, i Thyssen e i Benz. La stessa Deutsche Bank, costituita nel XIX secolo, finanziò la conquista tedesca della Namibia, dell’Urundi, del Ruanda, del Tanganika e del Camerun. Capitalisti tedeschi, come gli Oppenheimer, i veri capi del “Nuovo Sudafrica”, si impadronirono delle miniere d’oro e diamanti del Witwatersrand e Rhodes usò i mitragliatori fabbricati dai Krupp per conquistare Pondoland e Matabeleland. Un secolo dopo la caduta del primo Impero durante la Rivoluzione francese, la federazione tedesca fu riformata a Guglielmo, sostenuto dai socialisti di Lasalle, riassunse il titolo di imperatore in quanto capo del secondo Impero tedesco. In seguito, la democrazia tedesca fu insaguinata dai massacri in Namibia, Camerun e Tanganica.

La trionfante borghesia tedesca ospitò il Congresso di Berlino del 1884-85, dove le potenze europee si spartirono i territori dell’Africa. La Germania perdette le proprie colonie nella prima guerra mondiale, ma la sua politica coloniale le si ritorse contro nel 1933, quando il Reichstag democratico, eletto dalla maggior parte dei tedeschi provenienti da qualsiasi ceto sociale, votò a favore del partito nazista, decretandone l’ascesa al potere. Dopo un’altra sconfitta nel 1945, la borghesia tedesca, grazie agli aiuti del Piano Marshall, alle riserve occulte di metalli preziosi, alla Comunità europea e alla riunificazione tedesca del 1989, ha potuto ristabilire il ruolo della Germania a terza potenza economica mondiale dopo gli Stati Uniti e il Giappone.    La rivoluzione borghese in Italia giunse all’apice a seguito di un lungo processo coloniale. Città stato e stati regionali italiani trassero vantaggi dal crollo del feudalesimo a seguito delle Crociate, nel senso che mercanti genovesi, pisani e napoletani rifornivano sia i cistiani che i saraceni. Venezia fu uno dei primi esempi di città capitaliste, con il suo impero coloniale che si estendeva fino a Dubrovnik e i suoi mercanti, come la famiglia Polo, che intrattenevano commerci la la Persia, l’Arabia e la Cina. I mercanti italiani avevano raggiunto le Canarie nel 1341, le Isole di Capo Verde nel 1456, Timbuctù nel 1470 e dal 1464 iniziarono ad importare oro dai regni del Sudan occidentale.    Dopo che le scoperte e la conquista ottomana del 1454 avevano chiuso il Mediterraneo, i capitalisti italiani di Firenze e Venezia dipendevano dai metalli e dai generi di consumo provenienti dalle colonie spagnole e portoghesi in America, Asia e Africa. Il Risorgimento di Mazzini e il processo di unificazione dell’Italia, guidato da Garibaldi e Cavour, furono finanziati dalla classe capitalista italiana, da tempo legata alla politica coloniale. I soldati algerini caduti per l’unità d’Italia vengono ricordati nel monumento alla vittoria di Napoleone III sugli austriaci (la Francia aveva conquistato l’Algeria nel 1830), collocato nel Parco Sempione a Milano. Mazzini incoraggiò la colonizzazione italiana della Tunisia e Garibaldi rivendico Trieste all’Austria. Il cardinale Massaia (1809-1889), missionario cappuccino e diplomatico, manovrò le ambizioni coloniali di Cavour in Etiopia, come aveva fatto Livingstone per la Gran Bretagna nell’Africa centrale e occidentale29. Garibaldi era in stretti rapporti con la compagnia coloniale che operava sulle coste etiopi e somale del Mar Rosso.    Quanto al Belgio, basti solo ricordare grido del giovane duca di Brabante, il futuro Leopoldo II, nel 1867, non molto prima che egli, in combutta con Stanley e l’industria tessile di Manchester, si macchiasse delle infami atrocità commesse durante la conquista e lo sfruttamento del Congo in nome dell’imperialismo belga: “Ciò di cui il Belgio ha bisogno è una colonia”30.

La rivoluzione borghese del Belgio fu guidata dalla dinastia colonialista fondata da Leopoldo, una dinastia che penetrò in molte famiglie aristocratiche e reali dei Borboni e degli Absburgi nell’Europa del XIX e XX secolo.    La rivoluzione borghese del Giappone, avvenuta nel XIX secolo, consistette nella trasformazione della casta dei “despoti orientali” shogun in famiglie monopolistiche capitaliste, guidate dallo stesso imperatore. Questa trasformazione ebbe inizio durante una lotta per il potere coloniale, combattuta nel Mare del Giappone a metà del XIX secolo, tra il Giappone e i suoi rivali europei e americani e che si concluse con la conquista da parte dei giapponesi della Corea e la vittoria sulla Russia zarista imperialista nel 1905. Tra le due guerre mondiali, il Giappone condusse una guerra tipicamente coloniale contro la Cina, in cui vennero sterminate circa venti milioni di persone. Durante la seconda guerra mondiale, il Giappone portò a termine la conquista coloniale di Singapore, dell’Indonesia, di Hong-Kong, Burma e dell’Indoncina francese. Nel dopoguerra, l’ascesa del Giappone a potenza imperialista del mondo (seconda solo agli Stati Uniti), era dovuta essenzialmente a precisi investimenti neocoloniali in lavoro a basso costo nelle proprie ex colonie, da parte di dinastie monopolistiche dispotiche giapponesi.    Il risultato finale del colonialismo europeo e, più tardi, nordamericano e giapponese, fu la globalizzazione del capitalismo in un sistema mondiale, che vede contrapposti da un lato un blocco di nazioni imperialiste (a loro volta in competizione, spesso violenta, una sorta di guerra mondiale, per assicurarsi il potere e l’influenza globle) che va sotto il nome di “Primo mondo”, e dall’altro un complesso di ex colonie semicoloniali e colonie, il cosiddetto “Terzo mondo”, che a sua volta sovrasta la terra desolata di un “Quarto mondo”, totalmente povero e vittima di genocidi. Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, fanno parte del “Terzo mondo” l’Europa dell’Est, i Balcani e l’ex Unione sovietica, un blocco che comprende circa quattrocento milioni di persone.

Questa divisione del mondo rappresenta e, a sua volta, è rappresentata da una partizione colonialistica del valore della produzione globale. Solo la forza lavoro umana è in grado di creare valore. Marx ha spiegato che il lavoro effettivo dell’operaio può essere astratto in lavoro “universale”, che, in sostanza, è lavoro generalizzato socialmente necessario. Potremmo prendere il lavoro specializzato medio del “Primo mondo” come norma internazionale. Ne segue che nel “Primo mondo” (ovvero nei paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, o OCSE, ad eccezione della Turchia) vi sono circa trecento milioni di lavoratori, i quali rappresentano il 30% della popolazione totale dei paesi imperialisti, che ammonta a un miliardo di persone. Nel “Terzo mondo”, su una popolazione di tre miliardi, si ha un tasso di disoccupazione pari al 50% e solo circa cinquecento milioni di lavoratori assunti. Di questi, circa cento milioni (compresi quelli nelle città della Cina economicamente dipendenti dal capitale estero) lavorano nelle miniere ad alto rendimento, nelle industrie, nelle comunicazioni e nelle piantagioni i cui prodotto sono destinati al mercato estero; i restanti quattrocento milioni corrispondono, in pratica, appena a cento milioni di lavoratori “universali”, poiché il rapporto di produttitivita e di quattro a uno a favore del “Primo mondo” rispetto al “Terzo mondo”.

Riassumendo, abbiamo quindi trecento milioni di “lavoratori universali” nel Primo mondo e duecento milioni nel Terzo mondo, che corrisponde al 60% nel Primo e al 40% nel Terzo mondo. Dal momento che solo la forza lavoro umana crea valore, si può affermare che il 60% del valore globale viene “prodotto” nel Primo mondo e il 40% nel Terzo mondo. Tuttavia, l’ONU, l’Europa e tutte le altri autorevoli fonti statistiche mostrano che il Primo mondo “riceve”, ovvero “consuma” personalmente o economicamente, più dell’80% del reddito globale, mentre il Terzo mondo, compresa l’intera Cina, riceve meno del 20%. Ne segue che si è assistito ad un trasferimento di valore, dalle semicolonie al “mondo” imperialistico, pari al 20% del valore globale, che ammonta oggi a quattro trilioni di dollari/euro e rappresenta il trasferimento globale di plusvalore dal Terzo al Primo “mondo”, ovvero il supersfruttamento colonialista moderno. Il tasso internazionale di plusvalore, ovvero il plusvalore esportato diviso il reddito nazionale, rappresenta il 20% (trasferimento) diviso il 40% (quota del Terzo mondo di reddito globale) cioè il 50%31. Alla fine del millennio il trasferimento globale dal Terzo al Primo mondo è superiore al PIL degli Stati Uniti. Questo trasferimento rappresenta un metro del sistema colonialista moderno di “apartheid su scala mondiale”32 che fronteggia qualunque teoria di liberazione coloniale.

28  Alexis de Tocqueville, The Old Regime and the French Revolution, New York 1955 (I edizione nel 1856).

29  G. Massaia, I miei trentacinque anni di missione nell’Alta Etiopia, 12 voll., Milano, Roma 1885-1995; G. Massaia, Le lettere del Cardinale Massaia dal 1846 al 1886, Ed. G. Farina, Torino 1937. La British Library possiede diversi panegirici “fascisti” ante litteram del Cardinal Massaia.

30  L. Bauer, Leopold the Unloved, 1934.

31  Per un calcolo simile, anche se un po’ diverso, vedi S. Amin, Classes and Nations, 1988. Il metodo summenzionato è stato usato in H. Jaffe, Colonialism Today, London 1962, Daresalaam 1988.

32  Descrizione data da H. Jaffe in S. Amin, A.G. Frank e H. Jaffe, Quale 1984, Jaca Book, Milano e Madrid 1974.

Hosea Jaffe – “La liberazione permanente e la guerra dei mondi”, Jaca Book, 2000

Il vero volto del capitalismo

La mia America

“Mentre fanno la coda per il sussidio

piangendo alla porta degli eserciti della salvezza

sprecando tempo negli uffici di collocamento

aspettando una promozione

la povera gente si ribellerà

e si prenderà  la sua parte

la povera gente si ribellerà

e si prenderà ciò che le appartiene”

– Tracy Chapman – Talkin’bout a revolution

Mediterraneo mare di guerra (Parte II)

Mediterraneo mare di guerra (Parte I)

Il pendolo della crisi sistemica

La Banca di Spagna ha reso pubblico il dato sulle sofferenze delle banche commerciali iberiche relative al mese di Giugno: il 9,42% deila somma complessiva dei prestiti concessi è in sofferenza, dunque i debitori non pagano la rata dovuta. In valore assoluto la somma è pari a 164,4 miliardi di euro. Una cifra evidentemente colossale, ma quello che ancora di più preoccupa è che continua ad aumentare infatti i prestiti in sofferenza – riferisce sempre la Banca di Spagna – nel mese di Maggio equivalevano all’8,95%.

Ma a cosa è dovuta la recrudescenza del fenomeno? Sicuramente l’aumento è dovuto sia allo scoppio della bolla immobiliare che nella nazione iberica aveva raggiunto livelli assolutamente insostenibili, altrettanto sicuramente ha influito il rallentamento della crescita mondiale che, per quanto riguarda la Spagna, senz’altro si sostanzia in minori esportazioni e magari anche minori flussi turistici dall’estero (tutto fa brodo in tempo di guerra!). Ma non pare azzardato dire che le politiche di austerità poste in essere dal Governo nazionale hanno sicuramente acuito il crollo della domanda aggregata, peggiorando la situazione delle famiglie (che magari non pagano il mutuo perchè hanno perso il reddito a causa del licenziamento di qualche componente familiare) e delle imprese (che non pagano i soldi presi  a prestito perchè si sono viste diminuire il giro d’affari magari di un 30%).

Dunque, credo sia molto difficile negare l’influenza delle politiche economiche di austerità nell’aumento delle sofferenze delle banche. Proprio  il caso spagnolo consente di vedere con chiarezza la triste situazione nella quale ci ritroviamo:

  1. Se il Governo implementa politiche di austerità di bilancio, in ossequio alla più rigida ortodossia neoclassica, si aggiusta si il bilancio statale ma si riduce la domanda aggregata e dunque il PIL ed in definitiva – sù sù per li rami – si aumentano le sofferenze delle banche, dunque con il pendolo del rischio sistemico che si sposta sul debito privato;
  2. Se invece il Governo implementa politiche espansive, in ossequio all’ortodossia keynesiana, si da un pò di respiro alle famiglie e alle imprese (che presumibilmente pagherebbero più facilmente i debiti) ma si sfascia il bilancio pubblico (relativo aumento dei tassi di interesse). Dunque in questo caso il pendolo del rischio sistemico si sposta verso il lato del debito pubblico.

La crisi spagnola chiarisce meglio di qualunque altra – almeno dal mio umile punto di vista – l’assoluta impossibilità per le due grandi teorie economiche mainstream di risolvere questo genere di crisi che Schumpeter definiva “autunno di Kondratiev” ovvero la fase discendente del grande ciclo individuato dall’economista sovietico. Che fare? Secondo Schumpeter in queste sfavorevoli circostanze l’unica cosa da fare è procedere a dare  credito selettivamente lasciando affondare le aziende non più in grado di produrre profitto (del resto nel sistema capitalistico le imprese servono a questo), e aspettare insomma che si raggiunga quel punto di minimo che esiste naturalmente anche nel grande ciclo di Kondratiev.

L’altra soluzione è ovviamente quella di uscire da un sistema pieno di contraddizioni come quello capitalista per passare a qualcosa di più evoluto come un sistema di natura socialista. Ma questa è tutta un altra storia…che l’Umanità comunque dovrà affrontare.

PS
In questa mia umile e brevissima – visto l’argomento traattato – disamina non ho voluto dire che il keynesismo e la sintesi neoclassica sono sbagliate in toto. Semplicemente, per  il sottoscritto, la visione keynesiana funziona solo in casi di crisi localizzate a una specifica area geografica. In tal caso, come dimostrato anche dalla crisi giapponese e da quella dei paesi scandinavi verificatesi alla fine del secolo scorso, tali politiche aiutano ad una più rapida risalita (anche grazie al volano delle esportazioni verso le aree non in crisi). Mentre le politiche neoclassiche sono tecnicamente giuste  comunque, basta che le persone prendano atto che il sistema economico capitalista è improntato al vecchio adagio latino “homo hominis lupu” e si regolino di consenguenza.

Pubblicato anche su: http://tribunodelpopolo.com/2012/08/18/il-pendolo-della-crisi-sistemica/

Uscita dall’euro e condizione di Marshall-Lerner

Il dibattito sulla convenienza di una rottura dell’area dell’Euro è ormai entrato a pieno titolo sulle pagine dei giornali. Secondo alcuni l’uscita dall’area valutaria è l’unica scelta razionalmente possibile per l’Italia, secondo altri invece tale eventualità, qualora si verificasse, provocherebbe indicibili sconquassi al sistema produttivo e alla società italiana nel suo complesso.

Per i primi l’uscita dall’area Euro è motivata dalla scelta folle posta in essere dai leader politici europei di creare una moneta unica in assenza di un area valutaria omogenea. In buona sostanza, per area valutaria omogenea si intende uno spazio ove si ha una perfetta – o quaisi – circolazione dei fattori produttivi (forza lavoro, capitali finanziari e tecnici), al fine di ottenere questo è ovviamente necessario che vi sia una imposizione fiscale molto simile tra nazioni, una regolamentazione del mercato del lavoro omogenea e possibilmente un tasso di interesse uguale. E’ chiaro che per ottenere simili risultati è necessario avere una guida politica unica, in sostanza uno stato federale. L’aver fatto nascere una moneta comune tra nazioni prive di questi requisiti – secondo i fautori dell’uscita dall’Euro – è stato un azzardo oltre i limiti della follia.

Per i secondi bisogna sostenere qualsiasi sacrificio pur di salvaguardare l’Euro, per evitare danni dai costi incalcolabili in tutto il mondo.

A guardare bene le due posizioni non sono contrapposte: gli “antieuro” guardano principalmente al passato mentre i “proeuro” guardano principalmente al futuro. Si può dire che i primi abbiano tutte le ragioni a dire che la costituzione di una moneta unica in assenza di area valutaria omogenea sia stata un salto nel buio. Gli altri hanno ragione però a dire che è troppo semplicistico dire che un’uscita dalla moneta unica si risolverà in un riequilibrio (post svalutazione delle nuove monete adottate dei paesi deboli) delle bilancie commerciali e tutti vissero “felici e contenti”.

A tale proposito ci viene in soccorso un vecchio, ma secondo me attualissimo, modello dell’inizio del secolo scorso: “la condizione di Marshall – Lerner – Robinson”. Secondo questi economisti per verificare se la svalutazione di una moneta sia positiva per la bilancia commerciale non occorre guardare solo all’aumento delle esportazioni (dovuto alla diminuzione reale del costo dei beni esportati all’estero) ma anche il rincaro dovuto alla necessità di dover importare beni dall’estero a prezzi più alti. In sostanza il modello ci indica che la svalutazione raggiungerà l’obbiettivo di riequilibrare la bilancia commerciale se l’effetto dell’aumento delle esportazioni sarà superiore all’effetto del rincaro delle importazioni. La cosa – come si può facilmente intuire – non è di poco conto, soprattutto in una nazione, come l’Italia, che importa energia (petrolio e gas, per capirci) dall’estero. Da notare comunque che l’evidenza empirica, nel corso della storia, ha sempre dimostrato l’esistenza di quello che gli economisti chiamano “effetto J”. In sostanza, in casi simili, si è verificato un fenomeno per il quale nei primi mesi – dopo l’avvenuta svalutazione – vi è un peggioramento della bilancia commerciale dovuto a rigidità contrattuale e alle abitudini dei consumatori. Nel medio periodo si verifica  però, quel miglioramento sperato grazie allo sgretolamento di quelle abitudini dei consumatori non più vantaggiose e grazie alla modifica di quei contratti non più aderenti alla realtà. Quindi tutto bene? Uscire dall’Euro nel medio periodo è comunque conveniente?

Qui sta il punto, la rottura dell’area euro non è una semplice svalutazione di una moneta rispetto ad un altra, ma il naufragio di una costruzione politica (l’UE) nella quale gli stati hanno investito capitale politico, sociale ed economico per oltre cinquanta anni. Dunque tale sconquasso è un evento di natura geopolitica di portata storica, che avrebbe strascichi enormi sia nei rapporti tra stati che all’interno di ogni singolo stato. Per fare un esempio banale, chi impedirebbe ad alcuni stati di elevare barriere (dazi doganali per esempio) verso le esportazioni dei paesi che beneficerebbero della svalutazione? Insomma, i rischi di una rottura dell’Euro sono enormi e non quantificabili preventivamente. Sarebbe come navigare oltre le Colonne d’Ercole.

Altra cosa, la crisi dell’Euro è frutto di una crisi economica e finanziaria di enormi proporzioni che ne ha messo a nudo i limiti strutturali. Come reagirebbe il sistema bancario – già in estrema difficoltà a causa di questa crisi economica e finanziaria – di fronte a uno shock di simili proporzioni? Difficile dare una risposta ma è ovvio che una simile eventualità sia enormemente pericolosa.

Quali soluzioni? La soluzione sarebbe una immediata nascita dello Stato Federale Europeo, l’immediata messa in comune del debito pubblico degli stati e la promulgazione di norme che creino quell’area valutaria omogenea che è necessaria per l’esistenza di una moneta comune. Il guaio è che una simile ipotesi è difficilmente percorribile: dal punto di vista sociale e politico i popoli europei non sono per nulla pronti a condividere il destino. Dunque vista l’impossibilità di procedere (a mio avviso) verso l’integrazione gli stati deboli possono essere costretti a scegliere – obtorto collo – la fuoriuscita dall’area euro. Con tutti i costi – prevedibili e imprevedibili – che si possono verificare.

La crisi secondo Antonio Gramsci

“L’aspetto della crisi moderna che viene lamentato come  <<ondata di materialismo>> è collegato con ciò che si chiama <<crisi di autorità>>. Se la classe dominante ha perduto il consenso, cioé non è più <<dirigente>>, ma unicamente <<dominante>>, detentrice della pura forza coercitiva, ciò appunto significa che le grandi masse si sono straccate dalle ideologie tradizionali, non credono più a ciò in cui prima credevano ecc. La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati (…)”

Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere (Q3, p.311)

“La fase della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario per il passaggio a nuovi modi di produzione e di distribuzione che permettano una ripresa della produttività; o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per soggiogare il proletariato indstriale e agricolo ad un lavoro servile (…)”

Antonio Gramsci, Per il rinnovamento del Partito Socialista in “L’Ordine Nuovo”, (Relazione presentata nel 1920 al Consiglio Nazionale di Milano, non firmata, ma attribuita a Gramsci da Togliatti).