Uscita dall’euro e condizione di Marshall-Lerner

di Giuseppe Masala

Il dibattito sulla convenienza di una rottura dell’area dell’Euro è ormai entrato a pieno titolo sulle pagine dei giornali. Secondo alcuni l’uscita dall’area valutaria è l’unica scelta razionalmente possibile per l’Italia, secondo altri invece tale eventualità, qualora si verificasse, provocherebbe indicibili sconquassi al sistema produttivo e alla società italiana nel suo complesso.

Per i primi l’uscita dall’area Euro è motivata dalla scelta folle posta in essere dai leader politici europei di creare una moneta unica in assenza di un area valutaria omogenea. In buona sostanza, per area valutaria omogenea si intende uno spazio ove si ha una perfetta – o quaisi – circolazione dei fattori produttivi (forza lavoro, capitali finanziari e tecnici), al fine di ottenere questo è ovviamente necessario che vi sia una imposizione fiscale molto simile tra nazioni, una regolamentazione del mercato del lavoro omogenea e possibilmente un tasso di interesse uguale. E’ chiaro che per ottenere simili risultati è necessario avere una guida politica unica, in sostanza uno stato federale. L’aver fatto nascere una moneta comune tra nazioni prive di questi requisiti – secondo i fautori dell’uscita dall’Euro – è stato un azzardo oltre i limiti della follia.

Per i secondi bisogna sostenere qualsiasi sacrificio pur di salvaguardare l’Euro, per evitare danni dai costi incalcolabili in tutto il mondo.

A guardare bene le due posizioni non sono contrapposte: gli “antieuro” guardano principalmente al passato mentre i “proeuro” guardano principalmente al futuro. Si può dire che i primi abbiano tutte le ragioni a dire che la costituzione di una moneta unica in assenza di area valutaria omogenea sia stata un salto nel buio. Gli altri hanno ragione però a dire che è troppo semplicistico dire che un’uscita dalla moneta unica si risolverà in un riequilibrio (post svalutazione delle nuove monete adottate dei paesi deboli) delle bilancie commerciali e tutti vissero “felici e contenti”.

A tale proposito ci viene in soccorso un vecchio, ma secondo me attualissimo, modello dell’inizio del secolo scorso: “la condizione di Marshall – Lerner – Robinson”. Secondo questi economisti per verificare se la svalutazione di una moneta sia positiva per la bilancia commerciale non occorre guardare solo all’aumento delle esportazioni (dovuto alla diminuzione reale del costo dei beni esportati all’estero) ma anche il rincaro dovuto alla necessità di dover importare beni dall’estero a prezzi più alti. In sostanza il modello ci indica che la svalutazione raggiungerà l’obbiettivo di riequilibrare la bilancia commerciale se l’effetto dell’aumento delle esportazioni sarà superiore all’effetto del rincaro delle importazioni. La cosa – come si può facilmente intuire – non è di poco conto, soprattutto in una nazione, come l’Italia, che importa energia (petrolio e gas, per capirci) dall’estero. Da notare comunque che l’evidenza empirica, nel corso della storia, ha sempre dimostrato l’esistenza di quello che gli economisti chiamano “effetto J”. In sostanza, in casi simili, si è verificato un fenomeno per il quale nei primi mesi – dopo l’avvenuta svalutazione – vi è un peggioramento della bilancia commerciale dovuto a rigidità contrattuale e alle abitudini dei consumatori. Nel medio periodo si verifica  però, quel miglioramento sperato grazie allo sgretolamento di quelle abitudini dei consumatori non più vantaggiose e grazie alla modifica di quei contratti non più aderenti alla realtà. Quindi tutto bene? Uscire dall’Euro nel medio periodo è comunque conveniente?

Qui sta il punto, la rottura dell’area euro non è una semplice svalutazione di una moneta rispetto ad un altra, ma il naufragio di una costruzione politica (l’UE) nella quale gli stati hanno investito capitale politico, sociale ed economico per oltre cinquanta anni. Dunque tale sconquasso è un evento di natura geopolitica di portata storica, che avrebbe strascichi enormi sia nei rapporti tra stati che all’interno di ogni singolo stato. Per fare un esempio banale, chi impedirebbe ad alcuni stati di elevare barriere (dazi doganali per esempio) verso le esportazioni dei paesi che beneficerebbero della svalutazione? Insomma, i rischi di una rottura dell’Euro sono enormi e non quantificabili preventivamente. Sarebbe come navigare oltre le Colonne d’Ercole.

Altra cosa, la crisi dell’Euro è frutto di una crisi economica e finanziaria di enormi proporzioni che ne ha messo a nudo i limiti strutturali. Come reagirebbe il sistema bancario – già in estrema difficoltà a causa di questa crisi economica e finanziaria – di fronte a uno shock di simili proporzioni? Difficile dare una risposta ma è ovvio che una simile eventualità sia enormemente pericolosa.

Quali soluzioni? La soluzione sarebbe una immediata nascita dello Stato Federale Europeo, l’immediata messa in comune del debito pubblico degli stati e la promulgazione di norme che creino quell’area valutaria omogenea che è necessaria per l’esistenza di una moneta comune. Il guaio è che una simile ipotesi è difficilmente percorribile: dal punto di vista sociale e politico i popoli europei non sono per nulla pronti a condividere il destino. Dunque vista l’impossibilità di procedere (a mio avviso) verso l’integrazione gli stati deboli possono essere costretti a scegliere – obtorto collo – la fuoriuscita dall’area euro. Con tutti i costi – prevedibili e imprevedibili – che si possono verificare.

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