Sui capitali internazionali

di Giuseppe Masala

Uno degli obiettivi strategici per i politici imperialisti è la privatizzazione delle risorse pubbliche sia come “fine” sia come un mezzo per assicurarsi il controllo politico, sociale, economico e culturale sul paese per rafforzare la costruzione del impero. Le strategie di privatizzazione sono realizzate sia con mezzi politici sia con mezzi militari ed avvengono attraverso invasioni militari o con colpi di stato fatti da giunte militari. La privatizzazione è il primo passo verso la denazionalizzazione e la ricolonizzazione dello stato e dell’economia. La de-nazionalizzazione dell’economia di solito segue l’imposizione da parte di agenzie di prestiti imperiali di strategie macro-politiche denominate aggiustamenti strutturali che comprendono tra l’altro la privatizzazione di imprese pubbliche – specialmente settori strategici come l’energia, il petrolio, i minerali, le telecomunicazione, la finanza, le banche. Il moto verso la de-nazionalizzazione segue uno o due strade – o l’acquisto diretto da parte di multinazionali straniere di beni nazionali o un processo in due fasi, attraverso il quale i capitalisti nazionali prima comprano le imprese pubbliche e poi le rivendono al capitale straniero. Direttamente o indirettamente, la privatizzazione significa controllo estero su decisioni economiche essenziali (investimenti, marketing, trasferimento di profitti, ecc.) in settori strategici dell’economia. Il controllo straniero di industrie strategiche significa potere decisionale su industrie locali e sfruttamento delle risorse naturali. Oltre alle conseguenze economiche, la privatizzazione/de-nazionalizzazione (P/D) è uno strumento politico di costruzione imperiale:

1. Implica il reclutamento di “executives” nazionali, funzionari finanziari, pubblicisti, managers, economisti che diventano una base politica attiva nell’appoggiare e promuovere più profonda ed estesa colonizzazione e sottomissione politica al potere imperiale.

2. I più alti executives delle imprese P/D giocano un ruolo guida nell’influenzare e dirigere le organizzazioni settoriali (manifatture di automobili e parti, associazioni bancarie, consorzi minerari, ecc.), egemonizzando così i capitalisti nazionali entro le associazioni ed assicurandosi la loro acquiescenza in progetti imperiali e coloniali.

3. Le aziende P/D possono lavorare in coppia con lo stato imperiale per fare pressioni su di un regime per fargli seguire le politiche imperiali diminuendo la produzione economica o disinvestendo. Per esempio negli anni ’60 il Dipartimento di Stato ordinò alle raffinerie possedute da americani di lavorare le importazioni di petrolio cubane dalla Russia per rovesciare il regime di Castro.

4. Il governo americano frequentemente installa “agenti” (CIA ed FBI) in multinazionali americane. Queste forniscono una copertura legale per agenti dell’intelligence coinvolti in operazioni di de-stabilizzazione, di spionaggio e reclutamento di businessmen locali e capi sindacali per servire gli interessi imperialisti.

5. Le aziende P/D forniscono ai politici imperialisti forza addizionale per fare pressioni su di un regime per farlo sottomettere alle politiche dell’IMF e per appoggiare il potere coloniale per mezzo dell’ALCA.

6. Le P/D offrono un pretesto per l’intervento e conquista imperiale, usando la scusa che gli invasori stanno proteggendo la proprietà di cittadini USA.

7. Le P/D forniscono una testa di ponte per moltiplicare le privatizzazioni usando alleati locali ed influenza politica, seguendo i takeovers iniziali.

Si tratta di un effetto domino che conduce ad un potere cumulativo, da impresa a impresa, da settore a settore, dall’economia ai media, dall’economia ed i media al controllo politico. La P/D ha un effetto catalizzatore nel rafforzare i politici imperiali e forzare la mano di regimi recalcitranti.

James Petras, Impero ed imperialismo: le dinamiche globali del capitalismo neoliberale, 2005

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