Una borghesia tra Trimalcione e Pasolini

di Giuseppe Masala

Viviamo tempi interessanti. La crisi della nostra società, nel suo complesso, pare avere un’utilità: quella di far cadere le maschere.

Si susseguono infatti gli scandali che coinvolgono la nostra classe politica. Limitandoci ai principali possiamo elencare prima la scoperta che la Lega Nord acquistava, con i soldi dei finanziamenti pubblici per l’attività politica, lingotti d’oro e diamanti. Poi si è passati alle ruberie del tesoriere della vecchia Margherita, tale Lusi. Infine si è arrivati, in questi giorni, alle feste e alle ruberie, pagate con i soldi pubblici sempre del Consiglio Regionale del Lazio. In questa ultima vicenda ha spiccato la figura di un consigliere del gruppo PDL – tale Fiorito – che aveva il vezzo di farsi chiamare “er federale de Anagni”.

Non mi voglio addentrare in tirate di tipo moralistico né, tantomeno, in questioni di natura giuridica che non mi competono. Mi limiterò a descrivere quella che è stata la mia sensazione personale. Io non ho provato rabbia, né invidia, né ammirazione, né disgusto. Io ho provato una sensazione di Morte. Ho sentito il puzzo della Morte.

Quale sensazione può dare l’acquisto di lingotti d’oro e di diamanti da parte di alcuni notabili della Lega? L’oro e i diamanti sono i beni che vengono acquistati da chi ha paura della vita. I beni che vengono acquistati da chi non ha speranze nel futuro e si deve tener pronto a scappare, da un momento all’altro, perchè un mondo – il suo mondo – sta per finire.

Quale sensazione possono dare le feste mascherate (forse le maschere servivano per nascondere il viso? Anche questo è un indizio) a base di ostriche, fatte dal “federale de Anagni”? Solo quella di chi s’ingozza, a più non posso, perchè domani non si sa. Feste alla Trimalcione le hanno chiamate coloro che capiscono di lettere. Io però non ho pensato al Satyricon. Io ho pensato alla “120 giornate di Sodoma” di Pasolini. Io ho immaginato un clima da basso impero. O se preferite, ho immaginato le sbronze e i balli dei nazisti, a Berlino, nel maggio del 1945 quando l’Armata Rossa di Zhukov era alle porte. La finta  allegria prima dell’ignoto.

Non avevo smesso di metabolizzare questi cattivi pensieri quando ho scovato la notizia dell’ennesima festa della borghesia romana, in un palazzo di fronte alla sede del Governo. Una festa – pare – frequentata dal bel mondo: la tal marchesa (?) Dani D’Aragona del Sacco, la tale contessa (?) De Blanck, l’immancabile consigliera regionale del Lazio, tale Cappellaro. Pdellina, ma questo è ininfluente.
La cosa importante è che l’invitata principale della festa era la merda. Si, la merda. Narrano sempre le cronache che all’entrata del palazzo facevano da guardia – ai lati – due cessi dove il bel mondo della borghesia romana doveva far finta di defecare. Alle volte, certe idee vengono dal profondo e la dicono lunga sullo stato d’animo dei protagonisti Questo al di là delle loro intenzioni.

Non si sono fatti mancare niente lor signori:  hanno anche ingaggiato dei figuranti, in tuta blu e caschetto, per raffigurare gli operai, che perdono il lavoro, nel momento della defecazione. L’ultimo sberleffo. Ma forse lor signori non sanno che se muore il lavoratore loro avranno nulla su cui profittare. O forse lo sanno troppo bene (razza padrona) e proprio per questo hanno inscenato questa lugubre e inconsapevole rappresentazione di morte: “Il girone della merda” del film di Pasolini.

Mi viene in mente Bossi. Si, il bifolco Bossi. L’uomo che comprava la laurea al figlio, non si sa mai che un giorno fosse stata utile. Magari per un posto da impiegato al Catasto di Reggio Calabria, aggiungo io. Lui almeno pensava al futuro. Lui evidentemente è ancora vivo.

PS

Le foto e le notize le trovate nel sito http://www.ilportaborse.com

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