zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: ottobre, 2012

Marcia su Roma e dintorni

«Nella confusione, uno dei dimostranti più infuriati trovò il modo di portarmi via il portafogli che conteneva qualche migliaio di lire. Me ne accorsi subito e indicai il ladro. Ma i più frenetici s’interposero e inscenarono una dimostrazione clamorosa:

– A chi l’Italia? – domandarono i corifei.

– A noi! – rispondeva la turba.

…Vanamente io mi adoperai a dimostrare che non si trattava dell’Italia ma del mio portafogli. Le mie proteste non furono prese in considerazione neppure dal capo della polizia che mi rispose con una esclamazione: – Incidenti della politica. Mentre io mi allontanavo, la voce di un oratore fascista rintronava nella piazza: “I valori morali…” »

Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni, 1933

Grazie al compagno Mauro Gemma

Il pendolo bancario (parte II)

Qualche mese fa scrissi un pezzo dal titolo “Il Pendolo della crisi sistemica”  dove segnalavo che in Spagna ad un abbassamento dei tassi di interessi sui titoli di stato – grazie a manovre di austerità – stava corrispondendo un aumento delle sofferenze bancarie sui crediti, proprio a causa del peggioramento del clima economico generale venutosi a creare.

Avevo specificato che questo fenomeno poteva essere paragonato a quello del movimento di un pendolo:

1) A politiche di austerità (tagli al welfare e maggiore pressione fiscale) corrispospondono miglioramenti delle finanze pubbliche grazie all’abbassamento dei tassi di interesse sul servizio del debito, ma contemporaneamente si verifica una recrudescenza delle sofferenze bancarie (che paradossalmente gli Stati devono coprire vanificando il miglioramento delle condizioni nelle casse pubbliche) che affossa il bilancio degli istituti di credito;

2) A politiche fiscali espansive invece corrisponde un ovvio peggioramento delle condizioni delle finanze statali, ma con un miglioramento del clima economico generale che fa abbassare il livello di sofferenze sui prestiti delle banche. Si tenga conto però che il peggioramento delle condizioni delle finanze pubbliche è dannoso per le banche perchè si ha un immediata svalutazione dei Titoli di Stato di cui il portafoglio degli istituti di credito è imbottito. Tale svalutazione è tra l’altro pericolosissima perchè obbliga le banche a non cedere Titoli  di Stato sul mercato secondario. Questo per non incorrere in perdite reali; di conseguenza l’attività bancaria (concedere prestiti) rimane ingessata (credit crunch, direbbero gli anglofoni).

Questo fenomeno come era facilmente ipotizzabile non è soltanto spagnolo. Andando a verificare i dati dell’ultimo Outlook ABI si vede che si sta riproponendo anche  in Italia: le sofferenze bancarie nette ad Agosto 2012 sono pari a 65.763 milioni di euro (contro i 54.494 milioni di euro di Agosto 2011); le sofferenze bancarie lorde ad Agosto 2012 sono pari a 115.860 milioni di euro (contro i 100.209 milioni di Agosto 2011). Molto indicativo anche il tasso di incidenza delle sofferenze nette in rapporto al capitale più le riserve: era il 14,25% nell’Agosto del 2011 ed è il 17,68% nell’Agosto 2012. Un aumento davvero preoccupante e pericoloso. Infatti se consideriamo che le banche hanno partecipazioni strategiche in aziende, valutate – a Stato Patrimoniale – a prezzi assolutamente non allineati con quello che è il valore espresso dal mercato, si può temere che il capitale netto (reale) degli istituti di credito sia fortemente intaccato. Tutto questo ovviamente va a vanificare – secondo l’umile autore – il sollievo dei corsi dei titoli di stato ottenuto grazie alle famigerate manovre lacrime e sangue del Governo Monti.

Appare sempre più evidente dunque, come – dati alla mano – il contagio tra Spagna e Italia sia completamente avvenuto. Sotto la regola del Pendolo della crisi sistemica.

Thanks to rischiocalcolato.it

 

Syriana

La crisi economica, nell’irresponsabile silenzio dei media occidentali, spinge sempre di più, le nazioni a compiere pericolosi azzardi. Sicuramente tra questi rientrano a pieno titolo quelle che in occidente sono state definite “primavere arabe” e che nella realtà non sono null’altro che colpi di stato finanziati dalle petromonarchie autoritarie e filo occidentali. Dopo la vittoriosa “campagna di Cirenaica” l’occidente ha puntato il suo sguardo verso la Siria di Bashar al Assad infiltrando decine di migliaia di integralisti salafiti al fine di rovesciare il regime non allineato con i desiderata delle nazioni appartenenti all’Alleanza Atlantica. Qui però qualcosa non è andata per il verso giusto: da un lato il regime ha dimostrato una fortissima capacità di resistenza (che non poteva esserci senza un forte appoggio popolare) e dall’altro lato la Cina e sopratutto la Russia hanno sventato un possibile intervento diretto della Nato (stile Libia) votando contro a tutte le risoluzioni presentate dai paesi occidentali, presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

E’ evidente che la Nato si trovi ormai in un vicolo cieco: o ritira l’appoggio alle bande salafite o interviene direttamente scavalcando le Nazioni Unite. La prima ipotesi rappresenterebbe una Caporetto per l’alleanza occidentale che, di fronte al mondo, ammmetterebbe di non essere più il gendarme del mondo come è stata negli ultimi venti anni. La seconda ipotesi invece è foriera di rischi enormi per l’umanità intera. A tale proposito vorrei segnalare una notizia (che non verrà probabilmente data sui giornali occidentali) apparsa sul giornale libanese Addyar. Il quotidiano pubblica un dialogo intercorso tra Putin e il primo ministro turco Erdogan, cito testualmente:

Putin: ” l’ingresso di un solo soldato turco in Siria significa il suo ingresso a Mosca.”; Erdogan: “”rifiuto questo tipo di minacce.”; Putin: “Non ho bisogno di una accettazione per potere esternare il mio avvertimento, noi siamo pronti per la guerra ed io non scherzo”.

Che Putin non scherzi vi sono buone probabilità. Infatti. secondo il quotidiano turco Hurriyet, la Russia sta completando lo schieramento di un complesso sistema antimissile ed antiaereo ai suoi confini meridionali, proprio a ridosso della Turchia.
Inoltre lo stesso Assad – sempre secondo notizie di stampa – ha dato ordine al suo esercito di rispondere al fuoco in caso di nuovi attacchi dalla Turchia.
Ordine che Assad – probabilmente – non avrebbe mai dato, senza avere le spalle coperte dai propri alleati.

Se a tutto questo, infine, si aggiunge l’attivismo della diplomazia russa nei paesi medio orientali (da ultiimo l’incontro tra il presidente iraqueno e lo stesso Putin) sembrerebbe di stare ad assistere ad una complessa partita a scacchi tra il blocco occidentale e quello appena costituito tra Russia-Cina-Siria-Iran.

Non pare azzardato dire che la prossima mossa spetti al blocco occidentale: forzare la mano rischiando lo scontro aperto con le potenze (ri)nascenti o certificare la propria impotenza ritirandosi? Qualunque delle ipotesi sceglierà l’Alleanza Atlantica, par di intuire, sarà gravida di consenguenze. Se forzano la mano il rischio è quello di ritrovarsi di fronte ad una catastrofe irrecuperabile. Se ritirano l’appoggio alla cosiddetta rivoluzione, ammettono di non essere più i padroni del mondo e accettano la nascita di un mondo multipolare. Staremo a vedere.

Thanks to italian.irib.ir

Marx, Gramsci e le destre contemporanee

Le gazzette di oggi ci informano che il candidato-rottamatore alle primarie del PD, ha incontrato l’alta borghesia milanese. Estremamente curioso il giudizio di Guido Vilate, di professione  finanziere, qualunque cosa voglia dire l’oscura e generica definizione:“Finalmente uno di sinistra che non demonizza il Capitale e che non ha letto Marx”.

Non faccio alcun ragonamento se possa essere considerato di sinistra un candidato che non ha letto Marx o se sia un personaggio che si è trovato a sinistra semplicemente perchè c’era posto. Non importa. Ciò che importa è un’altra cosa: come fa il signor Vitale a sapere che il candidato-rottamatore non ha mai letto Marx? E’ stato il suo tutore? E’ un parente che ha accesso alla fornitissima biblioteca di Renzi? Probabilmente nulla di tutto questo. Per capire se il proprio interlocutore ha letto un determinato autore bisogna conoscere l’autore in questione a menadito. Dunque – facile intuire – che il finanziere Vitale conosca benissimo il filosofo tedesco. Altrettanto facile ipotizzare che lo consideri pericolosissimo per i propri interessi.

La prima lezione che si può trarre è che la borghesia voglia una sinistra ignorante che ha letto pochi libri e per di più funzionali ai suoi interessi di bottega. La seconda lezione è che la borghesia legge e studia approfonditamente i testi che al popolino tenta, in tutti i modi, di impedire la lettura. Magari raccontando che sono superati e comunque sbagliati.
La terza lezione è che considera pericolosissimi (e dunque attualissimi) per i propri interessi questi autori. Vitale infatti spiega che Renzi “non demonizza il Capitale” forse perchè demonizza l’altra parte in causa, ossia il Lavoro, aggiungo io.

Insomma è facile intuire da questo semplice episodio che la Borghesia considera la lotta di classe un elemento assolutamente presente nelle realtà storica e sociale e che – proprio per questo – auspica che coloro che dovrebbero teoricamente difendere le ragioni del “lavoro vivo” contro le ragioni del “lavoro morto“, siano totalmente incapsulati nella gabbia del “pensiero unico” costruita dalla Borghesia attraverso i suoi mezzi di persuasione di massa. Insomma, vogliono degli avversari che abbiano letto qualche libro meno di loro e precisamente che non conoscano proprio quei libri che dovrebbero essere patrimonio di qualunque soggetto che ambisca a rappresentare le ragioni del Lavoro (vivo). Insomma s’accettano ignoranti, imbecilli ed, alla bisogna anche ruba galline (sono ricattabili, quelli). Io naturalmente spero che Renzi sia stato un buon attore e che in realtà sia un raffinato conoscitore di Marx, di Gramsci e magari – mi sbilancio – anche di Sraffa e di Goodwin. Sperare è peccato capitale per un marxista, ma non costa nulla. Perdonatemi.

Da notare poi che, proprio in questi giorni, Federico Rampini ha scritto un bellissimo articolo dove spiega che la destra americana ha letto (e applicato) le dottrine di Antonio Gramsci, cito:“La destra americana ha studiato bene Antonio Gramsci. Crede nell’ intellettuale organico. Investe generosamente nell’ istruzionee nella cultura: purché sia la sua. La rete dei pensatoi conservatori ha una vastità di mezzi e una ramificazione senza eguali al mondo. I centri più ricchi e influenti sono The Heritage Foundation, l’ American Enterprise Institute, il Cato Institute. Attorno a loro gravita una galassia di associazioni, enti non profit, che fungono da cinghia di trasmissione, copertura delle correnti di partito più radicali: Citizens against Government Waste, Mercatus Center, The Manhattan Institute, il ricchissimo FreedomWorks finanziato dai fratelli Koch che sonoi veri “padroni” del Tea Party (oltre che della seconda maggiore industria petrolchimica del paese, non quotata in Borsa e quindi sottratta a ogni dovere di trasparenza)”. Insomma, negli USA la destra non solo ha raggiunto l’egemonia culturale decelebrando la sinistra (facendole dimenticare i suoi maestri) ma ha ottenuto questo strabiliante risultato utilizzando proprio le riflessioni di Antonio Gramsci non solo sulla figura “dell’intellettuale organico” ma -aggiungo io – anche utilizzando il concetto di “rivoluzione passiva”.

E poi hanno la faccia di bronzo di dire che Marx ed i marxisti sono fuori dalla Storia. Qualcuno spieghi al gruppo dirigente (?) del PD che li stanno prendendo per i fondelli, grazie.

Il Manifesto e la distruzione (non) creativa

“Mannaggia alla bomba atomica! Senza questo piccolo particolare, la recessione mondiale sarebbe già alle nostre spalle. Infatti le altre crisi gravi sono state sanate solo quando è scoppiata una bella guerra: l’esempio più indiscutibile è la Grande Depressione degli anni ’30 superata solo grazie alla Seconda guerra mondiale. La ragione è semplice: di solito della guerra percepiamo solo la messe umana che miete, ma dal punto di vista economico i milioni di morti sono marginali; quel che conta è che la guerra distrugge un’immane quantità di edifici, prodotti, macchinari, in definitiva di capitale; e quindi crea la necessità di una nuova accumulazione, grazie alla ricostruzione materiale. Tanto che, dopo la guerra, a vivere i miracoli economici più rigogliosi di solito sono proprio i paesi più rasi al suolo, perché i nuovi impianti sono più moderni mentre gli stati più risparmiati si tengono anche le fabbriche più desuete e vengono scavalcati. Joseph Schumpeter aveva in mente proprio la guerra quando parlava della «distruzione creatrice» come caratteristica essenziale del capitalismo.”

Marco D’Eramo, il Manifesto 11  Ottobre 2012

La virulenza della crisi economica che ci attanaglia, a mio parere, sta portando molti commentatori a considerare l’ipotesi che le due teorie economiche dominanti (quella neoclassica e quella keynesiana) non solo non sono in grado di bloccare il crollo dell’economia ma sono inidonee a spiegare anche l’origine, la genesi e lo sviluppo dell’attuale fase.
Da questo si nota il tentativo di riscoprire alcuni autori ormai (quasi) dimenticati. In particolare Marx e Schumpeter. Spesso però ahimé questo tentativo non si basa su uno studio approfondito degli autori in questione, ma sulla base di vecchi luoghi comuni. A titolo di esempio ho citato un articolo di Marco D’Eramo sul Manifesto dell’11 di Ottobre, dove si cade in un clamoroso infortunio: l’autore descrive la “distruzione creativa” di Schumpeter come la teorizzazione della guerra quale strumento di soluzione del ciclo negativo nel sistema capitalistico. Nulla di più sbagliato.

Secondo Schumpeter infatti la distruzione creativa consiste in quella particolare fase economica dove le aziende non più in grado di innovare e quindi di essere competitive sul mercato chiudono battenti perchè in definitiva non più in grado di produrre utili per i proprietari e vengono sostituite da altre aziende che, grazie all’innovazione, sono in grado di competere sul mercato e quindi di creare utili per i proprietari. Questa è – appunto – la fase della distruzione delle aziende “decotte” e la nascita delle aziende “innovative”. E’ evidente come Schumpeter immaginava un sistema capitalistico dinamico e legato alla continua innovazione come l’unico capitalismo in grado di funzionare. Esattamente l’opposto – ahinoi – di quello esistente, dove in realtà una classe dirigente chiusa, classista e preoccupata di perdere il proprio status, evita in tutti i modi la nascita e lo sviluppo di nuove aziende appartenenti a soggetti esterni al proprio gruppo.

Si può dire dunque che Schumpeter vedesse nell’innovazione continua la chiave per una continua “rinascita” del ciclo economico ed è altrettanto evidente che questo fenomeno di distruzione/creazione può essere frutto solo di una società dinamica e aperta. In definitiva, si può dire che in assenza di questa specifica situazione sociale, per Schumpeter, si creino alcuni dei presupposti per le fasi di crisi economica.

La soluzione bellica (warfare) alla crisi economica invece andrebbe vista esattamente come l’antitesi alla visione schumpeteriana. Essa è posta in essere da classi dirigenti intellettualmente sclerotizzate e disposte a qualunque cosa pur di evitare il redde rationem. Anche Lenin che economista non era, a mio modesto avviso, aveva intuito la questione, ovvero che è il capitalismo degli oligopoli, il capitalismo colluso con lo stato borghese (che è anzi, intrecciato inestricabilmente con esso) a spingere verso la soluzione bellica per due ordini di motivi:

1) Motivazioni interne: fare profitti grazie al riarmo e soffocare il malcontento popolare per la crisi con l’autoritarismo del tempo di guerra;

2) Motivazioni esterne: distruggere il capitale dei paesi nemici (che sempre coincidono con i paesi che ospitano le aziende capitalistiche concorrenti) e conquistarne i mercati di sbocco.

A Schumpeter dunque, al massimo, si può contestare che il capitalismo da lui teorizzato difficilmente può vedere la luce proprio a causa della legge umana/sociale per la quale una classe imprenditoriale/dirigente ben difficilmente è disposta a cedere il passo ad altri, anche quando ha esaurito la propria spinta propulsiva. Ma di certo non gli si può attribuire l’uso della guerra per uscire dalla crisi. Lo strumento sanguinario invece, per certi versi può essere addebitato ai seguaci di Keynes (molti autori di ispirazione marxista infatti parlano di keynesismo militare): voi conoscete un più imponente stimolo alla domanda aggregata di una politica di riarmo? Voi conoscete una politica di contenimento della disoccupazione più efficace della “mobilitazione generale” per una guerra?

Il bello è che ad aver capito tutto fu proprio il geniale economista austriaco (*) che così commentò la pubblicazione della “Teoria Generale” di Keynes: “Meno si parla dell’ultimo libro, meglio è. Chi accetta il messaggio lı esposto potrebbe riscrivere la storia dell’ancien regime francese grosso modo nei termini seguenti. Luigi XV fu un monarca molto illuminato. Percependo la necessita di stimolare la spesa, egli si procurò i servizi di spenditori esperti quali M.me de Pompadour e M.me du Barry. Esse si misero all’opera con un’efficienza insuperabile. La conseguenza avrebbe dovuto essere la piena occupazione, indi il massimo di produzione e in ultimo un generale benessere. In verita si trova invece miseria, infamia e, alla fine di tutto, un fiume di sangue. Ma cio fu una coincidenza del caso” (**) Chissà cos’era il fiume di sangue di cui parlava il vecchio Joseph…

(*) Austriaco di nascita e non per aver aderito alle teorie dei suoi conterranei Hayek e Von Mises, mi raccomando!

(**) Josef Alois Schumpeter, “Antologia di scritti” . Bologna (1984).

Postfordismo e democrazia

La nuova fase cosiddetta postfordista a connotati finanziari porta al predominio di un ciclo fortemente speculativo, in cui il denaro investito si accresce senza passare attraverso alcun intermediario produttivo; in pratica non c’è trasformazione del capitale in mezzi di produzione, in produzione effettiva, prevalendo sempre più l’investimento finanziario rispetto a quello produttivo di gestione caratteristica, realizzando contesti di “bolla finanziaria” speculativa.

Localmente la finanziarizzazione si unisce ad un aggravio enorme della disuguaglianza nella distribuzione interna del reddito e della ricchezza realizzata, la quale si indirizza sempre meno al fattore lavoro (sotto forma di salario diretto, differito e indiretto), spostandosi verso il fattore capitale in forme di surplus finanziario, cioè come elemento predominante di remunerazione in forma di puro profitto finanziario. Conseguenza di questo fenomeno è il rischio di un arretramento delle democrazie in Occidente, una desocializzazione, una degenerazione della politica e un’omologazione alle logiche del profitto di tutto il sociale.

Luciano Vasapollo – “Trattato di economia applicata. Analisi critica della mondializzazione capitalista”, Jaca Book, 2006

Hobsbawm, la Sardegna e Gramsci

Hobsbawm, rivolgendosi in prima persona a Gramsci parla anche della Sardegna. Non c’è Gramsci senza Sardegna e non c’è Sardegna senza Gramsci. Eric lo aveva capito. Un saluto a pugno chiuso..