zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: novembre, 2012

Voglio uccidere!

Uma

La Repubblica di oggi racconta come quattro soldatesse americane abbiano intentato causa al Governo degli Stati Uniti per veder riconosciuto alle donne il diritto di “combattere in prima linea” e dunque il diritto ad uccidere altri esseri umani. Ingenuamente zeroconsensus pensava che fosse giusto estendere agli essere umani di genere maschile, il diritto a non combattere in prima linea e dunque il diritto umano a non uccidere i propri simili.

Da notare che il giornale fondato da Eugenio Scalfari – già redattore de “la difesa della razza” – inquadra la notizia nel modo sbagliato: appoggia la battaglia di emancipazione femminile. Emancipazione che assomiglia, per noi,  ad una mascolinizzazione e ad una fascistizzazione della donna. Ma la Repubblica ormai non ci stupisce più. Ci stupisce semmai che qualcuno continui a classificarlo come un giornale di sinistra.  

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Karl Marx spiega l’LTRO (e la natura della crisi) a Mario Draghi

<< Il fatto che nel periodo della crisi vi sia mancanza di mezzi di pagamento, si spiega da sé. La convertibilità delle cambiali (1) s è sostit alla metamorfosi delle merci stesse, e tanto più, appunto in tale periodo, quanto più una parte delle ditte commerciali lavora puramente a credito. Una legislazione bancaria miope ed insensata come quella del 1844/45 può aggravare questa crisi monetaria. Ma nessun genere di legislazione sulle banche può eliminare le crisi (2). In un sistema di produzione in cui l’intero meccanismo del processo riproduttivo poggia sul credito, è chiaro che, quando il credito improvvisamente cessa e non si paga più che in contanti, deve per forza subentrare una crisi, una corsa affannosa ai mezzi di pagamento. A prima vista, l’intera crisi si rappresenta perciò soltanto come crisi creditizia e monetaria. E in realtà non si tratta che della convertibilità delle cambiali in denaro. Ma queste cambiali rappresentano in maggioranza acquisti e vendite reali, la cui estensione ben al di là dei limiti del fabbisogno sociale è in definitiva all’origine dell’intera crisi. Una massa enorme di queste cambiali rappresenta però anche affari puramente truffaldini che vengono ora alla luce del sole ed esplodono (3) ; di più, speculazioni fatte con capitale altrui e andate a male; infine, capitali merce deprezzati o del tutto invendibili, o riflussi non più in grado di realizzarsi.  Naturalmente, è impossibile curare l’intero sistema artificiale di poderosa espansione del processo di riproduzione con l’espediente che una banca come, per esempio, la Banca d’Inghilterra fornisca a tutti gli speculatori, nei suoi biglietti, il capitale mancante e acquisti l’insieme delle merci deprezzate ai loro antichi valori nominali (4) . Del resto, qui tutto appare stravolto, perché in questo mondo cartaceo non figurano mai il prezzo vero e i suoi reali elementi, ma soltanto lingotti, denaro sonante, banconote, cambiali, titoli. Questo stravolgimento si manifesta soprattutto nei centri in cui confluiscono tutte le operazioni monetarie del paese, come a Londra; l’intero processo qui diventa incomprensibile. Meno, invece, nei centri della produzione. Per quanto riguarda la sovrabbondanza di capitale industriale che viene in luce nelle crisi, si deve inoltre osservare: Il capitale merce è in sé, nello stesso tempo, capitale denaro, cioè una data somma di valore espressa nel prezzo della merce. Come valore d’uso, è una determinata quantità di determinati oggetti d’uso, e nel momento della crisi questa quantità è presente in eccesso. Ma come capitale – denaro in sé, come capitale – denaro potenziale, esso va soggetto a costante espansione e contrazione. Alla vigilia della crisi e nel suo ambito, il capitale merce è contratto nella sua qualità di capitale – denaro potenziale: rappresenta per chi lo possiede e per i suoi creditori (come pure in quanto garanzia per cambiali e prestiti) meno capitale denaro che al tempo in cui era stato comprato e in cui erano state concluse le operazioni di sconto e di pegno basate su di esso. Se tale dev’essere il senso dell’affermazione che in tempi di crisi il capitale – denaro di un paese è ridotto, ciò equivale a dire che i prezzi delle merci sono caduti. D’altronde, un tale crollo dei prezzi non fa che compensare la loro precedente lievitazione.>>

Marx, Il Capitale, Libro III, Parte II, Sezione V, Capitolo XXX, Capitale denaro e capitale reale, UTET, Torino, 1987, pag. 617 e 618

(1) Gentile Professor Draghi,  credo sia inutile sottolineare che oggi la cambiale è stata sostituita tecnicamente da altri strumenti ma – credo converrà- la sostanza non cambia.

(2) Come vede, caro Professore, pare che Karl Marx conosca il suo pensiero e bocci senza appello la sua idea di vigilanza bancaria europea, per intenderci quella che i giornalisti hanno pomposamente definito “Unione Bancaria“. E’ quantomeno curioso, spero sia d’accordo, come la sua idea “innovativa” di risolvere la crisi tramite aggiustamenti legislativi sia in realtà, già stata  proposta in passato. Questo dovrebbe farla riflettere.

 (3) Illustre Professore, qui Karl Marx le spiega come è perchè la crisi nasce nel reale e solo ad una analisi superficiale appaia come di natura finanziaria/monetaria. Credo che sul punto sia necessaria una profonda riflessione. Non foss’altro per il fatto che il filosofo di Treviri potrebbe dar l’impressione di aver scritto questo passo ai nostri giorni. Considerato che ciò è impossibile, dobbiamo dedurre che le sue capacità di analisi/teorizzazione/comprensione siano, e di molto, più raffinate delle nostre. Forse dovremmo trarre qualche insegnamento. Non vorrei sembrare impudente, ma Karl Marx sottolinea anche, che in queste spiacevoli circostanze, non è difficile scoprire operazioni non esattamente improntate alla correttezza, infatti viene subito da pensare ai titoli legati all’immobiliare americano (CDO, ABS). Parrebbe urgente, alla luce di quanto detto, anche una regolamentazione/abolizione del mare magnum definito “sistema bancario ombra“. Nella speranza che ciò sia utile a limitare i danni. Forse.

(4) Chiarissimo Professore, può apparire maleducato da parte mia e me ne scuso, ma sono costretto a segnalare che Karl Marx aveva previsto anche il suo programma denominato LTRO e ne aveva anche anticipato i risultati non lusinghieri. Se può esserle di conforto – faccio notare che – probabilmente Marx, considererebbe peggiori le operazioni poste in essere dai suoi omologhi della FED e della BofJ.

 

Sviluppo e manovre monetarie: il fallimento dell’LTRO

Ricordate la manovra monetaria di Draghi che è stata fatta all’inizio dell’anno? Si, mi riferisco al famoso LTRO che consisteva nel prestare soldi alle banche commerciali ad un tasso molto basso (l’1%) nella speranza che queste prestassero soldi all’economia reale e acquistassero titoli di stato facendo così diminuirne i tassi. Operazione fallimentare secondo il capo economista della Banca Mondiale che in un convegno ad Helsinki si dichiara preoccupatissimo perchè tra il 2014 ed il 2015 la montagna di soldi (oltre mille miliardi di euro complessivamente) dovrà essere restituita alla BCE provocando un’altra fiammata della crisi finanziaria.

Nulla di nuovo per chi, come il sottoscritto, ha sempre sostenuto che – alla lunga – l’emissione di nuova moneta è comunque ininfluente. La crisi è di profitti perchè il sistema economico capitalistico si basa sui profitti. Dunque fino a quando le aziende non riprenderanno ad avere dei risultati positivi vi sarà una svalutazione/distruzione degli assets, sia intesi come loro rappresentazione finanziaria, sia nel mondo reale e dunque intesi come chiusura di aziende/stabilimenti che strutturalmente non sono in grado di produrre l’unica cosa che interessa ai proprietari: gli utili. Questa opera di distruzione – assolutamente naturale nel sistema capitalista – a sua volta si riperquote in quegli strani organismi che sono i “depositi di lavoro morto” ovvero le banche. “Depositi di lavoro morto“, chiarisco, perchè sono il luogo adibito alla conservazione del risparmio che null’altro è che lavoro svolto in passato e dunque morto. Tali risparmi per non perdere valore reale (inflazione) hanno necessità di essere continuamente remunerati e dunque, per ottenere questo, devono essere prestati agli investitori che li utilizzeranno per produrre nuovi beni e nuovi servizi. Sfortunatamente, quando il sistema dell’economia reale non è in grado di produrre con guadagno (profitto), il capitale prestato dalle banche o non viene restituito (infatti aumentano le sofferenze), o ci sono problemi a pagare gli interessi che sono la remunerazione delle banche (e dunque in parte dei risparmiatori) ed inoltre le banche, visto quanto detto, evitano di erogare nuovi prestiti (credit crunch). Tutto questo porta le banche ad una forma di crisi che viene chiamata “finanziaria“, che null’altro è che la rappresentazione di ciò che accade nella realtà (la crisi dell’economia reale, ovvero l’incapacità di creare valore/profitto).  Un cortocircuito a cui le banche centrali tentano di rispondere inondando le banche con altra cartamoneta (come ha fatto la BCE con l’LTRO). Operazione alquanto inutile quando la crisi si è già avvitata su se stessa o quando è di portata mondiale; utile invece quando la crisi è di bassa magnitudo e quando è localizzata ad una specifica area territoriale. Sfortunatamente la crisi esplosa nel 2008 è mondiale e di enorme potenza.  Cosa farà Draghi nel 2014? Prenderà atto del fatto che le manovre monetarie non hanno influenza sull’economia reale e porrà l’accento sullo sviluppo e dunque su quelli che sono i tre fattori -unanimemente riconosciuti – come fondamentali per riprendere a crescere, ovvero: 1) Innovazione; 2) valorizzazione del capitale umano; 3) accumulazione del capitale (*). Oppure rinnoverà con qualche stratagemma i prestiti alle banche nella speranza che nel frattempo – magari grazie all’intervento divino – il cortocircuito si sani automaticamente? Facile immaginare la risposta quando chi prende le decisioni crede nelle virtù taumaturgiche del mercato autoregolante.

Sottolineo che a mio modestissimo avviso intervenire in questa fase nel meccanismo di accumulazione del capitale significa solo una cosa: dare le imprese (ovvero quegli organismi che producono ricchezza reale) in mano all’unico soggetto che può operare senza richiedere utili e dunque può destinare tutta la ricchezza prodotta agli investimenti rilanciando dunque la crescita. Credo si sia capito che il soggetto di cui parlo è lo Stato.

(*) Mi permetto di suggerire ai miei lettori la consultazione delle seguenti opere in materia di sviluppo (e di cambiamenti sociali legati allo sviluppo. Già, lo sviluppo comporta il cambiamento della struttura sociale a cui si fa riferimento e qui si aprirebbe un ulteriore problema: le classi dirigenti – consciamente o inconsciamente – vogliono veramente lo sviluppo sapendo che questo fenomeno comporta cambiamenti rilevanti nella struttura della società in cui essi hanno una posizione di vertice? E dunque sono in realtà disposti, per il bene della collettività, a rischiare di essere scalzati da altre classi sociali?):

Pasinetti, L., Economic growth and structural change, in Structural change, economic interdipendence and world development, London 1987.

Kuznets, S., . Quantitative aspects of the economic growth of nations: distribution of income by size, in “Economic development and cultural change”, 1963, XI, 2, pp. 1-80.

Volpi F. Lezioni di economia dello sviluppo, Milano 2011.

Ardeni, P.G. (a cura di), Teorie della crescita endogena, Torino 1995

Hahn, F., On growth theory, in Quaderni del dipartimento di economia politica, n. 167, Siena 1994.

Schumpeter, J., Teoria dello sviluppo economico, Firenze 1977

L’imperatore e l’insegnante

«In alcune sfere del personale della scuola c’è grande conservatorismo ed indisponibilità a fare anche due ore in più alla settimana che avrebbero permesso di aumentare la produttività»

Mario Monti, 25 Novembre 2012, Rai Tv.

Educare dei giovani non è la stessa cosa che produrre finestre o scarpe. Come si misura la produttività di un insegnante, signor Professore? Non per voler essere maligni, ma viene da pensare che dietro la pretesa dell’aumento delle ore agli insegnanti di ruolo si nasconda la volontà di licenziare un numero – credo elevato – di insegnanti “precari”. Tutto qui. Tra l’altro faccio umilmente notare che l’eliminazione dalla scuola di decine di migliaia di insegnanti precari (tutti giovani o quasi giovani) interrompa quel circuito di trasmissione di competenze tra giovani docenti e colleghi anziani. Se così fosse la produttività (intesa come qualità dell’insegnamento) verrebbe minata alla sua base.

La strategia del Dragone

Volentieri vi propongo un’analisi di Vladimiro Giacché sulla situazione economica e politica in Cina. L’analisi è di pregevole fattura (corredata da molti dati) e sfata tutta la serie di luoghi comuni sulla CIna contemporanea che viene pubblicata nei media occidentali. La relazione completa è stata pubblicata sulla rivista “essere comunisti” (Anno VI, numero 29-30, novembre 2012) e può essere letta integralmente cliccando sul seguente link.

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Intendere quali siano le principali tendenze economiche in Cina è cosa tutt’altro che facile, a causa della mancanza di informazioni o – più spesso – della disinformazione consapevole che contraddistingue i grandi media quando si parla della Cina. In questo contributo esaminerò quattro luoghi comuni piuttosto diffusi sulla Cina, tentando di dimostrare che essi possono essere letteralmente rovesciati.

Eccoli:

1. Lo sviluppo cinese è basato sull’export

2. I consumi individuali sono estremamente ridotti

3. Le produzioni cinesi sono produzioni labor intensive a basso valore aggiunto

4. La Cina è un turbocapitalismo

Proverò a dimostrare che questi enunciati posso essere rovesciati. Cominciamo dal primo. (continua, vedi link sopra)

Caduta del saggio di profitto o sottoconsumo?

Ne il capitale monopolstico la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto viene definitivamente accantonata con la motivazione che essa, valevole in regime di concorrenza, risulta invece invalidata dallo sviluppo monopolistico del capitalismo. Di qui la necessità di sostituirla, appunto, con l’ipotesi del sottoconsumo che peraltro Sweezy integra ammettendo l’intervento di fattori “antagonistici” capaci, almeno in parte, di compensare lo squilibrio tra offerta e domanda dei beni attraverso l’assorbimento del surplus prodotto, riuscendo così ad assicurare una ripresa dell’espansione economica, o quantomeno il contenimento del rischio di una depressione cronica e del ristagno irreversibile. Tra questi fattori Sweezy indica, tra i più importanti, le spese militari, la pubblicità, gli sprechi, gli investimenti pubblici, la spesa sociale.

 Quanto all’interpretazione generale che Sweezy e Baran propongono del sistema capitalistico, è da dire che essa è fortemente influenzata dal fatto che essi guardano alla versione più avanzata, quale quella statunitense, caratterizzata ormai dal dominio pressoché incontrastato delle grandi corporazioni monopolistiche. Di qui la loro insistenza, da un lato nel mettere in rilievo la razionalizzazione che un siffatto sistema induce nnella produzione, sottraendola al libero mercato e sottoponendola a una gestione scientificamente organizzata, dall’altro nel sottolineare, però, che sotto questa razionalità si nasconde una fondamentale irrazionalità complessiva, messa in evidenza dalla dissipazione di una parte non irrilevante della ricchezza prodotta e dell’incombere del ristagno. Ciononostante, gli autori del Capitale Monopolitistico si dicono convinti del fatto che, limitando lo sguardo alla società statunitense, <<la prospettiva di un’efficace azione rivoluzionaria per il sistema sia esigua>>. Il proletariato industriale, titolare secondo il marxismo dell’iniziativa rivoluzionaria, appare sostanzialmente integrato nel sistema: “Gli operai dell’industria sono una minoranza sempre più esigua della classe lavoratrice americana e i loro nuclei organizzati dell’industria e i loro nuclei organizzati nell’industria di base si sono in larga misura integrati nel sistema come consumatori e sono diventati ideologicamente condizionati dalla società”(1).

Innegabile che il sistema produca una massa di nuovi oppressi: “i disoccupati e gli intoccabili, i lavoratori agricoli emigrati, gli abitanti dei ghetti delle grandi città, gli studenti che hanno finito le scuole, gli anziani che vivono con la misera pensione di vecchiaia, in una parola gli esclusi, quelli che per il loro limitato potere di acquisto sono incapaci di fruire delle soddisfazioni del consumo, quali che esse siano.”(2). Si tratta però di soggetti sociali che: “malgrado il loro numero impressionante, sono troppo eterogenei, troppo sparpagliati e frazionati per costituire una forza coerente nella società. E l’oligarchia, mediante sussidi, ed elargizioni, sa come tenerli divisi ed impedire che diventino un sottoproletariato di miserabili affamati”(3).

Ma sarebbe un errore concludere che, dunque, le strade della rivoluzione sono ormai chiuse: il capitalismo produce nuovi possibili suoi affossatori fuori dalle mura delle opulente centrali metropolitane, nella periferia sfruttata del mondo. E’ nella natura del capitalismo di essere un sistema globale che tende ad estendere il proprio dominio su tutto il mondo dividendosi in centro – i paesi sviluppati del “Nord” del mondo – nei quali si concentra l’accumulazione dei capitali e il più alto tasso di consumi, e in una periferia – il “Sud” del mondo – , terra di dominio e di sfruttamento da parte delle “metropoli” capitalistiche costituita com’è di “decine di colonie, neocolonie e semicolonie condannate a rimanere nella loro degradante condizione di sottosviluppo e di miseria. Per esse, l’unica strada per andare avanti porta direttamente fuori dal sistema capitalistico”(4). In questa dicotomia del sistema capitalistico mondiale, vanno, dunque, maturando le condizioni di una rivoluzione socialista destinata, questa volta, ad assumere proporzioni mondiali.

(1) P.M Sweezy, La teoria dello sviluppo capitalistico, Torino 1972

(2) P.A Baran e P.M. Sweezy, Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana, Torino 1968

(3) P.A Baran e P.M. Sweezy, Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana, Torino 1968

(4) P.A Baran e P.M. Sweezy, Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana, Torino 1968

Tratto da Giovanni Fornero e Salvatore Tassinari, Le filosofie del Novecento, Volume 1 Bruno Mondadori Editore, Milano 2002

Marx, Schumpeter e la distruzione creatrice

Karl Marx e Joseph Scumpeter analizzarono esaurientemente la tendenza alla “distruzione crearice” propria del capitaismo. Pur ammirando la capacità creativa del capitalismo Marx (seguito da Lenin e dall’intera tradizione marxista) mise l’accento sulla tendenza all’autodistruzione. I seguaci di Schumpeter, invece, hanno sempre glorificato l’infinita capacità creativa del capitalismo, trattando le tendenze distruttive come uno dei tanti costi dell’attività economica, (pur ammettendo che, in qualche caso, la spinta distruttiva sfugge deprecabilmente al controllo). I costi della distruzione (specialmente se misurati nei termini delle vite umane distrutte durante le due guerre mondiali che, dopo tutto, furono guerre intercapitaliste) sono di norma superiore a quanto gli Schumpeteriani non amino ammettere; tuttavia, è possibile che, almeno fino a qualche tempo fa, avessero ragione in un ottica di longue durée. Dopotutto, a partire dal 1750 il mondo è stato fatto e rifatto più volte, e la produzione globale, così come il tenore di vita misurato dalla quantità di beni e servizi materiali per un numero crescente di persone privilegiate, è aumentato notevolmente. nonostante la popolazione del pianeta sia cresciuta vertiginosamente da meno di 2 a 6,8 miliardi di individui. La performance del capitalismo negli ultimi duecento anni è stata nientemeno che straordinariamente creativa. Ma oggi la situazione potrebbe essere più che mai simile a quella che aveva descritto Marx, non solo perchè le diseguaglianze sociali e di classe, in un’economia globale decisamente più volatile, si sono aggravate(è già successo prima, in maniera particolarmente infausta negli anni venti del Novecento, prima dell’ultima grande depressione).

Nonostante le molte previsioni riguardo ad un suo imminente declino, il capitalismo fino ad oggi è riuscito a sopravvivere; ciò suggerisce che possiede una fluidità e una flessibilità tali da consentirgli di superare tutti gli ostacoli, anche se, come dimostra la storia delle crisi ricorrenti, non senza qualche violenta correzione. Marx propone un utile maniera di considerare questo fenomeno nei suoi quaderni, che nel 1941 confluirono nei Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica. Egli contrappone il carattere potenzialmente illimitato dell’accumulazione monetaria, da un lato, agli aspetti potenzialmente limitanti dell’attività materiale (produzione, scambio e consumo di merci), dall’altro.  Il capitale, suggerisce Marx,  non può tollerare questi limiti; “ogni limite”, nota il filosofo tedesco, “si presenta come un ostacolo da superare”. Quindim, nella geografia storica del capitalismo si osserva uno sforzo costante teso a convertire limiti apparentemente assoluti in ostacoli che possono essere aggirati. Come si verifica questo e quali sono i principali limiti?

Esaminando il flusso del capitale attraverso la produzione si scoprono sei potenziali ostacoli all’accumulazione, che il capitale deve superare per potersi riprodurre: 1) l’insufficienza del capitale monetario iniziale; 2) la penuria o le difficoltà politiche dell’offerta di lavoro; 3) l’inadeguatezza dei mezzi di produzione, anche a causa dei cosiddetti “limiti naturali”; 4) l’assenza di tecnologie e forme organizzative appropriate; 5) le risistenze e le inefficienze nel processo lavorativo; 6) l’assenza, nel mercato, di una domanda sostenuta da una capacità di spesa. Un impedimento in uno qualsiasi di questi punti avrà l’effetto di interrompere la continuità del flusso del capitale e, se persistente, di produrre infine una crisi di svalutazione.

David Harvey, “L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza”, 2010

Neocolonialismo e capitalismo

Il modo in cui paesi imperialisti e paesi dipendenti entrano in rapporto l’un con l’altro è andato rapidamente mutando. Senza aver la pretesa di fissare definizioni impossibili, riteniamo di potere distinguere quattro fasi principali nei rapporti imperialistici. 1) La fase del “saccheggio coloniale”, durante la quale i paesi dipendenti vengono saccheggiati dalle potenze coloniali. Il prodotto del saccheggio coloniale ha un ruolo determinante nella “accumulazione primitiva” del capitale che permette l’inizio della rivoluzione industriale. Questa fase durerà all’incirca dal XVI agli inizi del XIX secolo. 2) La fase dell’espansione commerciale, durante la quale i paesi dipendenti diventano fonte di approvvigionamento di materie prime e mercati per la collocazione delle eccedenze della produzione industriale dei paesi imperialisti. Questa fase durerà per la maggior parte del XIX secolo. 3) La fase dell’esportazione di capitali, durante la quale i paesi dipendenti assorbono una parte essenziale dell’eccesso di capitale – risparmi eccedenti che determinano lo sviluppo dei mercati interni come conseguenza del ridotto livello del salario reale – venutosi a determinare nei paesi imperialisti. Questa fase va dagli ultimi decenni del XIX secolo alla crisi mondiale degli anni attorno al 1930. 4) la fase dello “scambio ineguale”, che è quella che viviamo attualmente, e durante la quale i paesi dipendenti hanno principalmente la funzione di rifornire i paesi imperialisti di materie prime e di alcuni prodotti industrali a basso prezzo. I prezzi di produzione dei paesi dipendenti sono bassi nella misura in cui, in questa fase, il salario reale relativo nei paesi dipendenti diminuisce notevolmente – nella misura in cui aumenta il salario reale nei paesi imperialisti -, il che permette la produzione a costi relativamente ridotti. Le enormi differenze di salari reali che caratterizzano questa fase permettono di distinguerla nettamente da quella dell’espansione commerciale.
[…] È del resto evidente che le fasi si sovrappongono, che in ogni momento i rapporti imperialistici partecipano a caratteristiche che corrispondono a fasi diverse dello sviluppo dell’imperialismo. Ma a parte il fatto che si può dimostrare come in ogni fase una caratteristica dell’imperialismo è la principale, agli effetti dell’analisi della fase imperialistica attuale è secondo noi molto conveniente la distinzione fra diversi “modelli” di imperialismo.

 

Oscar Braun – “La meccanica dei rapporti imperialisti“, 1973

 

 

Non si tratta soltanto di esaminare la concorrenza fra Stati e valutare i risultati in termini di vincitori e perdenti; in gioco ci sono anche la capacità di alcuni Stati di esercitare potere su altri e la disposizione mentale con cui i leader politici e militari che controllano l’apparato statale interpretano la propria posizione nel sistema interstatale. Il senso di sicurezza e di minaccia, il timore di essere assorbiti, la necessità di gestire le lotte intestine di un territorio invocando minacce reali o presunte provenienti dall’esterno, assumono tutti un peso. Le concezioni mentali diventano importanti.
È in questo mondo che il lato oscuro del crudo pensiero geopolitico può attecchire molto facilmente, con effetti potenzialmente letali. Per esempio, una volta che gli Stati sono visti come organismi distinti che hanno bisogno di sostentamento (invece che come forme aperte di organizzazione politica in un quadro di collaborazione internazionale), allora, come affermava il geografo tedesco Karl Haushofer, il cui istituto di geopolitica allestì i piani per l’espansionismo nazista, si deve riconoscere loro il diritto legittimo di perseguire il dominio territoriale necessario per proteggere il loro futuro. Gli Stati, secondo questa linea di ragionamento, sono organismi che vivono in un mondo darwiniano in cui sopravvive solo il più forte; dunque, non c’è altra scelta che prender parte alla lotta per l’esistenza sulla scena mondiale. Il ritorno di attualità di questi modi di pensare è e dovrebbe essere preoccupante.

 

David Harvey – “L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza“,  2010

 

La staticità non è mai stata una caratteristica delle forme statali. Per esempio, a partire dal diciannovesimo secolo il mondo è stato territorializzato su ordine e secondo una logica imposta in prevalenza dalle maggiori potenze imperiali. I confini territoriali di gran parte del mondo furono tracciati tra il 1870 e il 1925, e il più delle volte furono decisi unicamente dalle potenze imperiali di Francia e Gran Bretagna. Il processo di decolonizzazione iniziato dopo il 1945 confermò la maggior parte dei confini esistenti (con l’eccezione di alcune scissioni eclatanti, come quella che determinò la partizione dell’India) e produsse un gran numero di Stati politici formalmente indipendenti e formalmente autonomi. Dico “formalmente” perché nella maggior parte dei casi i vincoli sotteranei di istituzioni coloniali imposte dal potere imperiale rimangono intatti. Per esempio, in Africa, il neocolonialismo sussiste ancora oggi, con enormi implicazioni per lo sviluppo geografico disomogeneo dell’intero continente.

David Harvey – “L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza“, 2010

La logica dell’imperialismo

Se mantenere la struttura imperialistica di dominio non fosse una condizione di sopravvivenza del sistema capitalistico, essa sarebbe già da tempo scomparsa. Se ammettessimo, come sembrano fare diversi autori (*), che l’esistenza dei paesi dipendenti, per quanto conveniente, non è però essenziale al buon funzionamento del sistema capitalistico nei centri imperiali, bisognerebbe convenire che la politica estera dei paesi imperialisti, e in particolare degli Stati Uniti, è manifestamente irrazionale. E infatti non sarebbe giustificato il mantenimento di questa struttura dal momento che il suo costo è moltiplicato dalla resistenza opposta dai paesi dipendenti, e dal momento che questo sforzo – com’è dimostrato dalle conseguenze della guerra del Vietnam sulla situazione interna degli Stati Uniti – minaccia di distruggere la coesione interna della società nei centri imperiali.
Ma tutta la politica estera degli Stati Uniti – e l’attuale parziale desescalation in Vietnam non contraddice, a mio parere, quanto affermiamo – è diretta a mantenere i paesi dipendenti nella orbita del mercato mondiale capitalistico. A questo scopo si attua un complesso e costoso programma di aiuto economico e militare, vengono mantenuti eserciti e flotte in tutto il mondo che non si esita ad usare qualore se ne presenti la necessità, si offrono benefici commerciali o si minaccia di ritirarli, si cerca con ogni mezzo di influenzare culturalmente e ideologicamente i dirigenti e i popoli dei paesi dipendenti. L’élite del potere negli Stati Uniti, avverte, come ha detto Mac Namara, che “…la sicurezza degli Stati Uniti è collegata alla sicurezza e alla stabilità di nazioni che si trovano all’altro capo del globo” (**).

(*) In genere gli economisti borghesi non ammettono che il fenomeno imperialista possa avere cause economiche, e fanno tutto il possibile per dimenticarsi della sua stessa esistenza. Schumpeter è uno dei pochi economisti borghesi le cui analisi trascendono l’asettico mondo delle “funzioni di produzione” e degli “equilibri di offerta e domanda”, per cercare di raggiungere il mondo reale in cui ci sono le classi sociali ed esiste la storia. Non può quindi negare l’esistenza dell’imperialismo; cerca però di spiegarlo con motivi essenzialmente non economici, dato che “In un sistema di libero commercio non ci sarebbero conflitti di interesse né fra le diverse nazioni né fra le stesse classi di nazioni diverse”, J.A. Schumpeter, “Imperialism and Social Classes”, Oxford, 1951; di Schumpeter vedi, “Sociologia dell’imperialismo”, Bari, Laterza, 1972; citato da T. Kemp, “Theories of Imperialism”, Londra, 1967, p. 188. Kemp, op. cit., cap. VI, fa una buona critica dei tentativi di Schumpeter di spiegare l’imperialismo come un fenomeno la cui causa deve essere ricercata nei residui non borghesi che esistono ancora nei paesi capitalistici avanzati; trad. it. Kemp, “Teorie dell’imperialismo”, Torino, Einaudi, 1969.

(**) Questa politica imperialista, se pure con caratteristiche diverse in diversi periodi, è d’altra parte iniziata praticamente dalla nascita degli Stati Uniti come nazione. Vedi a questo proposito l’interessante articolo di Gareth Stedman Jones, “The Specificity of US Imperialism” in New Left Review, n. 60 marzo/aprile 1970.

Oscar Braun,  “La meccanica dei rapporti imperialisti“, 1973

Economia fa rima con ideologia

Sovente chi professa visioni economiche alternative, rispetto alle due visioni dominanti, viene accusato di essere “ideologicizzato“. Zeroconsensus ritiene necessario dire una parola a tale proposito: qualunque visione economica è influenzata dalla visione ideologica di chi la professa ed anzi quest’ultima ne è il fondamento. Coloro che non si accorgono di questo fatto, nella migliore delle ipotesi, sono – a modesto avviso di zeroconsensus – imbevuti dalla visione postmoderna di “fine della storia” intesa anche come fine delle ideologie. O meglio, intesa come vittoria dell’unica ideologia possibile e praticabile: l’idea capitalista. Questa visione totalizzante vorrebbe imporre l’idea secondo la quale il capitalismo sia l’unico sistema di produzione e scambio accettabile nel mondo e che il mercato (libero?) sia un fatto naturale al pari della legge di gravità. Molti economisti sfortunatamente cascano in questo tranello logico che vede la loro dottrina economica favorita come l’unica  possibile e qundi come non  ideologica essendo da considerare come fatto naturale. Le cose non stanno così. A tale proposito spiega bene le cose – in in un illuminate scambio di battute con un componente di una commissione d’indagine istituita del Congresso degli Stati Uniti – proprio un gran sacerdote della dottrina capitalistica neoclassica: l’ex Governatore della Federal Reserve americana Alan Greenspan. Cito testualmente:

Waxman: <<La domanda che vorrei farle è la seguente. Lei sposava un’ideologia, aveva una fede incrollabile nel libero mercato concorrenziale. Cito la sua dichiarazione: “E’ vero, io credo in un’ideologia. Ritengo che i mercati liberi, concorrenziali, siano di gran lunga la maniera migliore di organizzazione, ma non ha mai funzionato davvero”. Queste sono le sue parole testuali. Lei aveva l’autorità di porre un freno alle prassi creditizie irresponsabili che hanno portato alla crisi dei mutui subprime. Molti le avevano consigliato di agire in tal senso. E adesso tutta la nostra economia ne paga le conseguenze. Ritiene che la sua ideologia l’abbia spinto a prendere decisioni che vorrebbe non aver mai preso?>>

Greenspan:<<Be’, bisogna ricordare, però cos’è un ideologia. E’ un quadro concettuale con cui le persone affrontano la realtà. Tutti ne hanno una. E’ inevitabile. Per esistere, bisogna avere un’ideologia. La domanda da porsi è se sia accurata o meno. Quello che sto dicendo è che, si, ho trovato una pecca, non so quanto grave o permanente, e sono rimasto molto turbato da questa scoperta>>.

Waxman: <<Lei ha trovato una crepa?>>

Greenspan:<<Si, ho trovato una pecca nel modello che consideravo la struttura  di funzionamento cruciale che definisce come va il mondo, per così dire>>

Waxman:<<In altre parole, lei ha scoperto che la sua visione del mondo, la sua ideologia, non era corretta, non funzionava>>

Greenspan:<<Precisamente. Proprio per questo sono rimasto sconvolto, perché per oltre quarant’anni ho creduto che vi fossero prove inconfutabili che funzionasse eccezionalmente bene>>

La testimonianza è del 23 Ottobre 2008 presso il Committee of Government Oversight and Reform del Congresso degli Stati Uniti. Tratto da “Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo” di Raj Patel, Saggi Universali Economica Feltrinelli.