I deficit gemelli del Sol Calante

di Giuseppe Masala

Nel caos della crisi economica in corso – secondo alcuni – il Giappone può essere considerata la nazione che ha scoperto la pietra filosofale. Infatti ci viene spesso raccontato che il continuo ricorso ad operazioni monetarie non convenzionali, da parte della BoJ, sia ampliamente compensato dal risparmio interno e da una bilancia dei pagamenti in attivo. Sfortunatamente gli ultimi dati attestano che qualcosa inizia a non andare per il verso giusto:

1) Il Pil del Giappone si è contratto, a livello annuo del -3,5% e a livello mensile del -0,9%;

2) Nel primo semestre dell’anno il Giappone ha accumulato un deficit della bilancia commerciale pari a 40,6 miliardi di dollari (3,219 miliardi di yen);

3) Il debito pubblico, in rapporto al Pil, ha raggiunto il livello del 230% circa;

4) Si ha un progressivo invecchiamento della popolazione con annesso aumento dei costi sociali ed evidente perdita di competitività.

Il combinato di questi fattori potrebbe essere pericolosissimo per la nazione del Sol Levante. Infatti se potrebbe essere facile gestire il debito pubblico in presenza di una bilancia commerciale in attivo (che significa un tessuto economico forte, competitivo ed in grado di esportare e dunque di produrre ricchezza per il paese) non si può dire altrettanto in presenza di un deficit cronico della bilancia commerciale e quindi di un sistema economico poco competitivo e di un sistema paese costretto a importare beni e servizi dall’estero con relativa perdita di capitali. Naturalmente – ripeto -questo deficit commerciale non deve essere saltuario ma cronico e per il momento non si può parlare di questo in relazione al Giappone.

Ad aggravare la situazione vi è però il fattore demografico: il Giappone è una nazione molto vecchia e si sa bene che questo comporta una perdita della capacità di innovare. Ciò dunque,  potrebbe rendere cronico il deficit commerciale.

Non è difficile immaginare quale sarà lo strumento che la classe dirigente giapponese utilizzerà per risolvere la situazione, o meglio, per guadagnar tempo: una politica monetaria ancora più aggressiva per finanziare il proprio debito pubblico e probabilmente anche con la speranza di svalutare lo yen e dunque di rendere artificialmente competitivo il proprio sistema paese nei confronti dell’estero. Sfortunatamente, anche le altre nazioni-sistemi (USA ed EU in primis) hanno l’evidente necessità di essere venditori di ultima istanza piuttosto che compratori di ultima istanza.  Dunque non è da escludere che, a loro volta utilizzino, lo strumento monetario per migliorare la propria competitività. Siamo di fronte ad un rischio – sia nel breve che nel medio termine – di una guerra valutaria vera e propria. Guerra valutaria che generalmente è premessa di una fase protezionista.

Non pare azzardato dire che la soluzione monetaria sia una soluzione miope. Credo si possa dire che ciò che vale in situazioni di crisi localizzate ad una specifica area geografica non sia valido quando lo spettro della crisi attanaglia tutte le economie mondiali.

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