I cammini della decadenza

di Giuseppe Masala

Estratto della relazione presentata da Jorge Beinstein al II incontro internazionale degli economisti su “Globalizzazione e problemi dello sviluppo” – La Habana, 24-29 gennaio 2000.

La crisi che si è aperta nel 1997 può essere vista come l’evoluzione di un processo iniziato nei primi anni Settanta quando il tasso di crescita del PIL dell’insieme dei paesi del G7 comincia a scendere (Beinstein, 1999) confermando una tendenza a lungo termine, destinata, con ogni probabilità, a continuare nei prossimi anni.
Negli ultimi tre decenni l’economia mondiale ha visto un’accelerazione dei processi di polarizzazione geografica (centro – periferia), delle imprese e dei guadagni, che ha gettato nella miseria la maggior parte degli abitanti delle regioni sottosviluppate e causato l’impoverimento di una porzione significativa della popolazione dei paesi ricchi; la domanda globale ha ridotto, di conseguenza, il suo ritmo di crescita, al contrario del potenziale produttivo internazionale che ha continuato ad aumentare, spinto dal progresso tecnologico, componente strategica della lotta per la conquista dei mercati. Questo processo non poteva che provocare ulteriori squilibri: la sovrapproduzione potenziale, con alterne vicende nazionali e settoriali, è divenuta cronica finendo per costituire la base, il fondamento ultimo della crisi.
Si è scatenato un fenomeno di saccheggio delle forze produttive che i neoliberisti hanno presentato come “distruzione creatrice” (strumento della ricomposizione economica, sulla falsariga della darwiniana sopravvivenza del più adatto): non esiste però alcun dubbio che la liquidazione di imprese, di impiego e di mercati sia stata molto più vasta della creazione di nuove aree di produzione e consumo.
La “concentrazione depredatrice globale” si è sommata alla crescita del “parassitismo”, centrato sulla speculazione finanziaria, dovuto non al caso o a una deviazione malefica nel comportamento capitalista ma alla logica di un sistema che è andato compensando le difficoltà nell’area della produzione con benefici finanziari.
Rapina, società e apparati statali alla rovina, disoccupazione diffusa e cronica, finanziarizzazione ecc. hanno reso caotico il sistema mondiale. Questo ha prodotto fenomeni irreversibili che, dopo una fase iniziale di espansione (negli anni Settanta e Ottanta), hanno generato metastasi negli anni Novanta.
La crisi del 1997 ci appare come una conseguenza necessaria del processo di globalizzazione: la sfera finanziaria non poteva crescere indefinitamente, prima o poi doveva entrare in crisi; la sua sfrenata dinamica di appropriazione di patrimoni e di mobilizzazione di capitali, rendeva sempre più netta la separazione fra apparati produttivi dominati dal parassitismo e masse crescenti di poveri e di esclusi.
A quasi tre anni dal crollo delle ex tigri asiatiche sono passati in secondo piano i pronostici sul progresso illimitato del capitalismo liberale: il succedersi di recessioni e collassi della periferia, laprolungata stanchezza del Giappone, la debole crescita dell’Europa Occidentale (che vede aumentare gli squilibri sociali ed economici) e l’imminente fine della prosperità statunitense potrebbero essere l’annuncio di una vicina crisi, molto più grave di quelle conosciute fino ad oggi.

La crisi del centro

Le economie del centro si organizzano intorno a tre poli, Stati Uniti (l’iperpotenza), Germania e Giappone, attraversati da trame transnazionali di affari, assecondate da soci minori più o meno potenti che sfruttano periferie più o meno prossime (ma che hanno anche sofferto l’impatto negativo della liberalizzazione). La “globalizzazione” ha moltiplicato gli interessi comuni dell’area sviluppata, ma non ha eliminato l’eterogeneità, la funzione specifica di ciascuna componente del triangolo egemonico; al contrario negli anni ’90 abbiamo assistito all’acuirsi dipericolosi squilibri: negli Stati Uniti con la crescita del deficit commerciale si è accentuata la tendenza al consumo e alla “finanziarizzazione”; Giappone e Germania, che hanno mercati interni limitati, sono diventati sempre più dipendenti dall’industria per l’esportazione.

a) Stati Uniti
Tutto sembra dipendere dagli Stati Uniti unico megamotore che ancora funziona a pieno ritmo, la cui futura decelerazione avrebbe forti conseguenze recessive a livello planetario.Oltre al prevedibile collasso finanziario dobbiamo considerarne altri non meno devastanti: le importazioni, per esempio, assorbivano il 14% delle esportazioni mondiali nel 1991, balzando al 16.3% nel 1997 e al 18% nel 1999 (OECD, 1999): una loro forte diminuzione provocherebbe un importante effetto negativo sull’insieme del commercio internazionale.
Il problema non sarà solo il momento e la portata dell’atteso “raffreddamento” ma anche la sua velocità, il suo carattere più o meno disordinato: il termine “atterraggio dolce” compare nei rapporti del Fondo monetario internazionale (FMI), della Banca mondiale (BM), di esperti e alti funzionari nordamericani, a volte come espressione di speranza, a volte come sintesi di una strategia di sopravvivenza all’insegna del rischio.
E’ importante tenere in considerazione che le conseguenze andranno a colpire una società già erosa da un complesso processo di degrado, molto diffuso, che si è accentuato negli ultimi anni.
Negli Stati Uniti l’euforia neoliberista degli anni Ottanta è andata in crescendo, durante gli anni Novanta fino alla fine del decennio, quando hanno cominciato a farsi notare chiari segni di deterioramento. Il “modello” continua ad apparire come guida, esempio di successo, non solo per i paesi ad alto livello di sviluppo ma anche per le periferie. Alcuni indicatori sono stati pubblicizzati come dimostrazione di un miracolo, rimasto unico dopo il crollo delle ex tigri asiatiche: i buoni tassi di crescita del PIL, il basso livello di disoccupazione, l’auge del consumo, la crescita delle borse e degli introiti di alcune grandi imprese.
La crescita media annuale del PIL nell’ordine del 2.8% nel quinquennio 1992-1997, visibilmente superiore a quella di Germania (1.5%) e Giappone (1.2%), appare modesta se comparata a quella degli anni Cinquanta e Sessanta.
La composizione del PIL, del resto, ha subito grandi trasformazioni: è aumentato il peso relativo dei servizi a discapito del settore industriale molto più rapidamente che negli altri grandi paesi sviluppati, con conseguenze negative dirette sulle esportazioni(l’industria è l’area dominante del commercio internazionale). Questa “terziarizzazione eccessiva” spiega in parte la perdita di potere di vendita negli scambi globali e l’aumento della sua importanza finanziaria (peso internazionale del debito pubblico, acquisto di ogni tipo di titoli pubblici e privati esteri con fondi pensione e di investimento ecc.). La prima potenza internazionale appariva negli anni `90 come un superpolo finanziario più che produttivo: negli ultimi trent’anni il peso relativo della sua economia è diminuito rispetto al resto delle nazioni sviluppate e ancora di più è scesa la sua importanza industriale. Già nel 1992 la produzione dell’industria manifatturiera statunitense era circa pari a quella Giappone e rappresentava il 31% del totale dei sei paesi più industrializzati di cui fa parte; il suo prodotto manifatturiero pro capite era la metà di quello del Giappone, circa il 60% di quello tedesco ed era inferiore a quello di Italia e Francia (Tood, 1998).
E’ cresciuta la disuguaglianza sociale: nel 1974 il 5% più ricco assorbiva il 16,5% delle entrate nazionali, il 21,1% nel 1994, mentre il 20% più povero scendeva dal 4,3% al 3,6%.
Probabilmente uno dei migliori indicatori della “prosperità statunitense” è il numero di poveri. Stando alle statistiche ufficiali fino al 1977 c’erano negli USA 24,7 milioni di poveri, pari al 11,6% della popolazione; venti anni dopo il paese ne contava 35,5 milioni, cioè il 13,3% della popolazione, in termini assoluti la povertà è cresciuta approssimativamente del 43% (Dalaker J. e Naifeh M., 1998).

Poveri negli USA* (in milioni)

(*) Secondo le statistiche del U.S. Bureau of the Census.
(Fonte: Dalaker J. e Naifeh M., 1998).

Le strategie neoliberiste, che alimentano l’emarginazione e “l’elitizzazione”, hanno provocato un aumento generalizzato della criminalità: dalle manovre speculative e coinvolgimento in affari poco trasparenti da parte di grossi gruppi, fino alla delinquenza tradizionale nei ghetti poveri. La disintegrazione sociale iniziata negli anni Settanta, si è intensificata negli anni Ottanta ed è accelerata nei Novanta. La risposta pubblica a questo fenomeno non è stata l’espansione ma la contrazione dello “stato sociale”, lo smantellamento dei programmi di assistenza ai gruppi più poveri e la crescita dello “stato penale”, cioè la proliferazione di forme repressive destinate a controllare quei settori della popolazione considerati “pericolosi” (criminalizzazione dei poveri e degli esclusi).
I dati forniti regolarmente dall’Ufficio delle statistiche giudiziarie degli Stati Uniti non necessitano di ulteriori commenti. Nel 1975 si contavano 380.000 reclusi, divisi fra carceri statali, federali e locali; la cifra è salita a 740.000 nel 1985, a 1,6 milioni nel 1995. Negli anni Novanta il tasso di crescita annuale della popolazione carceraria è stato dell’ordine dell’8%. Continuando con questa crescita nel 2005 le carceri ospiteranno 3,5 milioni di detenuti. Inoltre, se contiamo anche le persone sotto custodia cautelare, ossia detenuti, cittadini in libertà vigilata e condizionale, avremmo 3 milioni nel 1985, 5,4 milioni nel 1995, superando l’anno seguente i 5 milioni e mezzo, cioè il 2,8% della popolazione adulta del paese. Se estrapoliamo il tasso di crescita medio di questo gruppo durante gli anni Novanta, arriviamo per il 2005 a oltre 7 milioni di persone (Bureau of Justice Statistics). Nel corso dell’ultimo quarto di secolo abbiamo assistito all’espansione accelerata dell’universo carcerario all’interno della società più ricca del mondo.

detenuti nelle carceri statali e federali USA tra il 1928 e il 1998 (in migliaia)

(Fonte: Sourcebook of Criminal Justice Statitics, U.S., 1999)..

Dal grafico è possibile osservare che per quasi mezzo secolo il numero di detenuti è cresciuto lentamente accompagnando la crescita demografica; nel 1930 c’erano 104 detenuti ogni 100.000 abitanti, 109.000 nel 1950, 96.000 nel 1970: ciò significa che i 129.000 detenuti del 1930 sono diventati 196.000 nel 1970. A partire dal 1974 però comincia una crescita vertiginosa: 315.000 prigionieri nel 1980, 739.000 nel 1990 e quasi 1.200.000 nel 1997 (Ibid).
Questi indicatori sociali sembrerebbero in contraddizione con quelli relativi alla crescita economica e del lavoro; non così se consideriamo il contesto che ha accompagnato questi “successi”.
Mentre il PIL cresceva la bilancia commerciale registrava un aumento del deficit, risultato della perdita di competitività industriale.

Crescita del deficit commerciale statunitense

BILANCIA COMMERCIALE in miliardi di dollari *

* stima OECD

(Fonte: OECD Economic Outlook – 65, giugno 1999).

Maggior deficit esterno ma anche notevole crescita del debito pubblico, la persistenza per lungo tempo di saldi fiscali negativi hanno fatto aumentare, di quasi sette volte negli ultimi due decenni, l’indebitamento, una porzione importante del quale è coperta con fondi esteri da Giappone ed Europa Occidentale, ma anche dalla periferia. La società statunitense, lo stato, i consumatori e le imprese dipendono sempre più da merci e flussi monetari esteri e agiscono come parassiti del sistema globale in un doppio modo: il pianeta sostiene il mercato statunitense, motore della domanda mondiale, che se arrivasse al collasso trascinerebbe nel disastro la maggior parte dell’economia globale, ma questo sostegno rafforza e amplifica i lati deboli del gigante malato.
Da una prospettiva storica più ampia possiamo osservare che la prosperità raggiunta, tra gli anni Quaranta e i primi anni Settanta dai paesi ricchi, era centrata sulle dinamiche statunitensi fino alla rottura del 1973-74. Da quel momento si blocca la loro crescita economica: la perdita di velocità viene ammortizzata con l’aumento delle disuguaglianze e con la crescita del parassitismo statunitense.
La crisi di sovrapproduzione degli anni Settanta ha trovato negli anni Ottanta e Novanta un muro di contenimento importante nella spesa pubblica che ha ammorbidito il calo della domanda causato dalla riduzione dei salari. I guadagni delle imprese erano sorretti dal calo del costo del lavoro, l’aumento della spesa pubblica non aveva come contropartita l’aumento delle imposte ma la crescita del debito dello stato. A questo si sono accompagnati guasti nella struttura industriale, il degrado di buona parte della cultura tecnica e la precarizzazione del lavoro. L’integrazione sociale, una delle conquiste dell’era “keinesiana”, si è andata deteriorando mentre è cresciuta l’esclusione.
D’altro lato la “burocratizzazione”pubblica ha generato un fenomeno di finanziarizzazione generalizzato nella società statunitense, che non ha coinvolto solo imprese, banche, fondi di investimento e pensione, ma anche famiglie che avevano trovato nella borsa una miracolosa fonte di prosperità. L’attesa di guadagni speculativi ha operato come “effetto ricchezza” facendo scendere il risparmio privato fino alla quasi totale estinzione nel 1999.

Stati Uniti: verso l’annullamento del risparmio privato

risparmio privato come percentuale del prodotto disponibile pro capite
dati mensili, da gennaio 1992 a settembre 1999

(Fonte: Bureau of Economy Analysis, U.S. Departement of Commerce, 1999).

La speculazione su azioni, titoli pubblici e altri crediti ha risucchiato fondi esteri e nazionali, permettendo di sostenere l’euforia consumista e la redditività delle imprese, ma già nell’ultimo trimestre del 1998 erano evidenti i segni della fine di questo schema. La recessione asiatica e il rallentamentolatinoamericano sommati alle decelerazioni dell’economia dell’Europa occidentale e al crollo dell’Europa orientale con al centro la Russia, hanno dato a breve termine un effimero respiro agli Stati Uniti, beneficiati da un afflusso di fondi alla ricerca di “sicurezza” nella superpotenza, ma hanno influenzato negativamente le sue esportazioni e la redditività globale delle sue imprese. La contraddizione fra alti guadagni in borsa e minori profitti delle imprese non può essere eterna; dalla fine del 1998 e con sempre maggior evidenza durante il 1999, la fine della festa appare come un fatto inevitabile e si moltiplicano i pronostici sul crollo della crescita. Da metà del 1999, l’FMI dopo aver costatato un aumento reale del PIL degli Stati Uniti del 3.9% nel 1997 e 1998, prevedeva una crescita del 3.7% per il 1999 e del 2.6% per il 2000 (FMI, 1999). “The Economist” abbassava il pronostico al 2.2% (The Economist, 1999) e la OECD al 2% (OECD, 1999) mentre numerosi esperti, come Edward Yardeni (Deutsche Bank) lo azzeravano o gli davano valore negativo (Yardeni, 1999). Queste previsioni si alternano a pronostici sulla fine dell’euforia borsistica (quando? crack come nel 1929? Crisi graduale? etc.).
Lo sguardo sul futuro prossimo deve essere integrato con visioni di più ampia prospettiva sostenute da spunti di riflessione. Ne segnalo tre:

I) L’insieme di indicatori economici, sociali, culturali e istituzionali, che mettono in allarme riguardo alla decadenza della società statunitense. Dimostrata da dati economici quali il rallentamento a lungo termine del tasso di crescita del PIL e della produttività lavorativa, la diminuzione tendenziale della partecipazione degli investimenti a tasso fisso nel PIL, l’eccessiva terziarizzazione del sistema economico, la quasi totale estinzione del risparmio individuale, il deficit commerciale cronico (e in aumento), la crescita del debito pubblico, l’espandersi della speculazione finanziaria. Si assiste inoltre al proliferare di fenomeni sociali e culturali come l’aumento del numero di poveri, la concentrazione dei guadagni e l’alto livello di disoccupazione reale, accompagnato da occupazione precaria, la criminalizzazione delle classi basse.

II) Diminuzione della partecipazione dell’apparato produttivo all’economia internazionale: sommando la produzione industriale di Giappone, Germania e U.S.A., si è passati dal 54% del 1961, al 44% nel 1974 e al 40% nel 1996 (IFRI-Ramses).

III) Il fenomeno del “sovradimensionamento strategico”.

Il concetto è stato segnalato da diversi studiosi dei processi di decadenza dei grandi imperi.
Paul Kennedy nella sua opera Ascesa e caduta delle grandi potenze (P. Kennedy, 1998) ha tentato di spiegare le cause del declino di diversi imperi: dalla Spagna asburgica del Seicento, all’Inghilterra dell’inizio del secolo, alla Russia degli anni Settanta e Ottanta, fino agli Usa.
In quest’ultimo caso Kennedy considera che una delle spiegazioni del probabile declino degli Stati Uniti sia che “hanno ereditato tutta una serie di compromessi strategici, contratti nei decenni precedenti […] Di conseguenza ora corrono il rischio, tanto conosciuto dagli storici dell’apice e del declino delle grandi potenze del passato, di quello che possiamo chiamare”eccessiva estensione dell’impero”: vale a dire che coloro che prendono le decisioni a Washington devono affrontare lo spiacevole e costante fatto che la somma degli interessi e degli obblighi mondiali degli Usa è oggi molto maggiore della capacità del paese di difenderli tutti simultaneamente” e aggiungo che risulta “appropriato il paragone delle circostanze strategiche degli Stati Uniti di oggi con quelle della Spagna imperiale o dell’Inghilterra edoardiana dei loro tempi. In tutti questi casi la potenza numero uno in decadenza si è trovata ad affrontare minacce non tanto alla sicurezza della propria patria (nel caso degli Stati Uniti la prospettiva di essere conquistato da un esercito invasore è molto remota) quanto agli interessi della nazione in terra straniera, interessi così estesi che sarebbe difficile difenderli tutti nello stesso momento e quasi altrettanto difficile abbandonarne uno qualunque senza correre rischi anche maggiori” (op. cit., pp. 627 e 628).
Questo panorama, descritto dieci anni fa, nel corso degli anni Novanta si è ulteriormente aggravato. La scomparsa della Urss ha significato l’espansione repentina dell’area degli interessi strategici Usa che ora non solo “possono” ma “devono” esercitare il loro potere imperiale sopra la quasi totalità del pianeta, dalla Jugoslavia alla Colombia, passando per Iraq, Nigeria, paesi dell’ex URSS, fino all’Estremo oriente etc.
Ai tempi della guerra fredda l’Unione sovietica garantiva una sorta di equilibrio strategico, controllando una parte del mondo, e stabilendo accordi con gli USA che impedivano o frenavano numerosi conflitti regionali.
Con la scomparsa dell’URSS si è prodotto lo straripamento planetario degli Stati Uniti, all’inizio percepito in modo trionfale dall’occidente. L’allegria si è presto trasformata in un incubo: una moltitudine di rotture, turbolenze e conflitti regionali, di piccoli e grandi sfide, fuochi di ribellione etc. che formicolano intorno e sotto al gigante, lo incitano a muoversi per affermare la sua supremazia, sperperando il suo sistema, minando la sua razionalità, intorpidendo la sua lucidità operativa. Questo dilagare senza controllo verso l’esterno si è combinato con la destrutturazione interna e la crescita di molteplici componenti parassitarie.

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Traduzione di Marina Vallatta

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