La logica dell’imperialismo

di Giuseppe Masala

Se mantenere la struttura imperialistica di dominio non fosse una condizione di sopravvivenza del sistema capitalistico, essa sarebbe già da tempo scomparsa. Se ammettessimo, come sembrano fare diversi autori (*), che l’esistenza dei paesi dipendenti, per quanto conveniente, non è però essenziale al buon funzionamento del sistema capitalistico nei centri imperiali, bisognerebbe convenire che la politica estera dei paesi imperialisti, e in particolare degli Stati Uniti, è manifestamente irrazionale. E infatti non sarebbe giustificato il mantenimento di questa struttura dal momento che il suo costo è moltiplicato dalla resistenza opposta dai paesi dipendenti, e dal momento che questo sforzo – com’è dimostrato dalle conseguenze della guerra del Vietnam sulla situazione interna degli Stati Uniti – minaccia di distruggere la coesione interna della società nei centri imperiali.
Ma tutta la politica estera degli Stati Uniti – e l’attuale parziale desescalation in Vietnam non contraddice, a mio parere, quanto affermiamo – è diretta a mantenere i paesi dipendenti nella orbita del mercato mondiale capitalistico. A questo scopo si attua un complesso e costoso programma di aiuto economico e militare, vengono mantenuti eserciti e flotte in tutto il mondo che non si esita ad usare qualore se ne presenti la necessità, si offrono benefici commerciali o si minaccia di ritirarli, si cerca con ogni mezzo di influenzare culturalmente e ideologicamente i dirigenti e i popoli dei paesi dipendenti. L’élite del potere negli Stati Uniti, avverte, come ha detto Mac Namara, che “…la sicurezza degli Stati Uniti è collegata alla sicurezza e alla stabilità di nazioni che si trovano all’altro capo del globo” (**).

(*) In genere gli economisti borghesi non ammettono che il fenomeno imperialista possa avere cause economiche, e fanno tutto il possibile per dimenticarsi della sua stessa esistenza. Schumpeter è uno dei pochi economisti borghesi le cui analisi trascendono l’asettico mondo delle “funzioni di produzione” e degli “equilibri di offerta e domanda”, per cercare di raggiungere il mondo reale in cui ci sono le classi sociali ed esiste la storia. Non può quindi negare l’esistenza dell’imperialismo; cerca però di spiegarlo con motivi essenzialmente non economici, dato che “In un sistema di libero commercio non ci sarebbero conflitti di interesse né fra le diverse nazioni né fra le stesse classi di nazioni diverse”, J.A. Schumpeter, “Imperialism and Social Classes”, Oxford, 1951; di Schumpeter vedi, “Sociologia dell’imperialismo”, Bari, Laterza, 1972; citato da T. Kemp, “Theories of Imperialism”, Londra, 1967, p. 188. Kemp, op. cit., cap. VI, fa una buona critica dei tentativi di Schumpeter di spiegare l’imperialismo come un fenomeno la cui causa deve essere ricercata nei residui non borghesi che esistono ancora nei paesi capitalistici avanzati; trad. it. Kemp, “Teorie dell’imperialismo”, Torino, Einaudi, 1969.

(**) Questa politica imperialista, se pure con caratteristiche diverse in diversi periodi, è d’altra parte iniziata praticamente dalla nascita degli Stati Uniti come nazione. Vedi a questo proposito l’interessante articolo di Gareth Stedman Jones, “The Specificity of US Imperialism” in New Left Review, n. 60 marzo/aprile 1970.

Oscar Braun,  “La meccanica dei rapporti imperialisti“, 1973

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