Marx, Schumpeter e la distruzione creatrice

di Giuseppe Masala

Karl Marx e Joseph Scumpeter analizzarono esaurientemente la tendenza alla “distruzione crearice” propria del capitaismo. Pur ammirando la capacità creativa del capitalismo Marx (seguito da Lenin e dall’intera tradizione marxista) mise l’accento sulla tendenza all’autodistruzione. I seguaci di Schumpeter, invece, hanno sempre glorificato l’infinita capacità creativa del capitalismo, trattando le tendenze distruttive come uno dei tanti costi dell’attività economica, (pur ammettendo che, in qualche caso, la spinta distruttiva sfugge deprecabilmente al controllo). I costi della distruzione (specialmente se misurati nei termini delle vite umane distrutte durante le due guerre mondiali che, dopo tutto, furono guerre intercapitaliste) sono di norma superiore a quanto gli Schumpeteriani non amino ammettere; tuttavia, è possibile che, almeno fino a qualche tempo fa, avessero ragione in un ottica di longue durée. Dopotutto, a partire dal 1750 il mondo è stato fatto e rifatto più volte, e la produzione globale, così come il tenore di vita misurato dalla quantità di beni e servizi materiali per un numero crescente di persone privilegiate, è aumentato notevolmente. nonostante la popolazione del pianeta sia cresciuta vertiginosamente da meno di 2 a 6,8 miliardi di individui. La performance del capitalismo negli ultimi duecento anni è stata nientemeno che straordinariamente creativa. Ma oggi la situazione potrebbe essere più che mai simile a quella che aveva descritto Marx, non solo perchè le diseguaglianze sociali e di classe, in un’economia globale decisamente più volatile, si sono aggravate(è già successo prima, in maniera particolarmente infausta negli anni venti del Novecento, prima dell’ultima grande depressione).

Nonostante le molte previsioni riguardo ad un suo imminente declino, il capitalismo fino ad oggi è riuscito a sopravvivere; ciò suggerisce che possiede una fluidità e una flessibilità tali da consentirgli di superare tutti gli ostacoli, anche se, come dimostra la storia delle crisi ricorrenti, non senza qualche violenta correzione. Marx propone un utile maniera di considerare questo fenomeno nei suoi quaderni, che nel 1941 confluirono nei Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica. Egli contrappone il carattere potenzialmente illimitato dell’accumulazione monetaria, da un lato, agli aspetti potenzialmente limitanti dell’attività materiale (produzione, scambio e consumo di merci), dall’altro.  Il capitale, suggerisce Marx,  non può tollerare questi limiti; “ogni limite”, nota il filosofo tedesco, “si presenta come un ostacolo da superare”. Quindim, nella geografia storica del capitalismo si osserva uno sforzo costante teso a convertire limiti apparentemente assoluti in ostacoli che possono essere aggirati. Come si verifica questo e quali sono i principali limiti?

Esaminando il flusso del capitale attraverso la produzione si scoprono sei potenziali ostacoli all’accumulazione, che il capitale deve superare per potersi riprodurre: 1) l’insufficienza del capitale monetario iniziale; 2) la penuria o le difficoltà politiche dell’offerta di lavoro; 3) l’inadeguatezza dei mezzi di produzione, anche a causa dei cosiddetti “limiti naturali”; 4) l’assenza di tecnologie e forme organizzative appropriate; 5) le risistenze e le inefficienze nel processo lavorativo; 6) l’assenza, nel mercato, di una domanda sostenuta da una capacità di spesa. Un impedimento in uno qualsiasi di questi punti avrà l’effetto di interrompere la continuità del flusso del capitale e, se persistente, di produrre infine una crisi di svalutazione.

David Harvey, “L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza”, 2010

Annunci