Neocolonialismo e capitalismo

di Giuseppe Masala

Il modo in cui paesi imperialisti e paesi dipendenti entrano in rapporto l’un con l’altro è andato rapidamente mutando. Senza aver la pretesa di fissare definizioni impossibili, riteniamo di potere distinguere quattro fasi principali nei rapporti imperialistici. 1) La fase del “saccheggio coloniale”, durante la quale i paesi dipendenti vengono saccheggiati dalle potenze coloniali. Il prodotto del saccheggio coloniale ha un ruolo determinante nella “accumulazione primitiva” del capitale che permette l’inizio della rivoluzione industriale. Questa fase durerà all’incirca dal XVI agli inizi del XIX secolo. 2) La fase dell’espansione commerciale, durante la quale i paesi dipendenti diventano fonte di approvvigionamento di materie prime e mercati per la collocazione delle eccedenze della produzione industriale dei paesi imperialisti. Questa fase durerà per la maggior parte del XIX secolo. 3) La fase dell’esportazione di capitali, durante la quale i paesi dipendenti assorbono una parte essenziale dell’eccesso di capitale – risparmi eccedenti che determinano lo sviluppo dei mercati interni come conseguenza del ridotto livello del salario reale – venutosi a determinare nei paesi imperialisti. Questa fase va dagli ultimi decenni del XIX secolo alla crisi mondiale degli anni attorno al 1930. 4) la fase dello “scambio ineguale”, che è quella che viviamo attualmente, e durante la quale i paesi dipendenti hanno principalmente la funzione di rifornire i paesi imperialisti di materie prime e di alcuni prodotti industrali a basso prezzo. I prezzi di produzione dei paesi dipendenti sono bassi nella misura in cui, in questa fase, il salario reale relativo nei paesi dipendenti diminuisce notevolmente – nella misura in cui aumenta il salario reale nei paesi imperialisti -, il che permette la produzione a costi relativamente ridotti. Le enormi differenze di salari reali che caratterizzano questa fase permettono di distinguerla nettamente da quella dell’espansione commerciale.
[…] È del resto evidente che le fasi si sovrappongono, che in ogni momento i rapporti imperialistici partecipano a caratteristiche che corrispondono a fasi diverse dello sviluppo dell’imperialismo. Ma a parte il fatto che si può dimostrare come in ogni fase una caratteristica dell’imperialismo è la principale, agli effetti dell’analisi della fase imperialistica attuale è secondo noi molto conveniente la distinzione fra diversi “modelli” di imperialismo.

 

Oscar Braun – “La meccanica dei rapporti imperialisti“, 1973

 

 

Non si tratta soltanto di esaminare la concorrenza fra Stati e valutare i risultati in termini di vincitori e perdenti; in gioco ci sono anche la capacità di alcuni Stati di esercitare potere su altri e la disposizione mentale con cui i leader politici e militari che controllano l’apparato statale interpretano la propria posizione nel sistema interstatale. Il senso di sicurezza e di minaccia, il timore di essere assorbiti, la necessità di gestire le lotte intestine di un territorio invocando minacce reali o presunte provenienti dall’esterno, assumono tutti un peso. Le concezioni mentali diventano importanti.
È in questo mondo che il lato oscuro del crudo pensiero geopolitico può attecchire molto facilmente, con effetti potenzialmente letali. Per esempio, una volta che gli Stati sono visti come organismi distinti che hanno bisogno di sostentamento (invece che come forme aperte di organizzazione politica in un quadro di collaborazione internazionale), allora, come affermava il geografo tedesco Karl Haushofer, il cui istituto di geopolitica allestì i piani per l’espansionismo nazista, si deve riconoscere loro il diritto legittimo di perseguire il dominio territoriale necessario per proteggere il loro futuro. Gli Stati, secondo questa linea di ragionamento, sono organismi che vivono in un mondo darwiniano in cui sopravvive solo il più forte; dunque, non c’è altra scelta che prender parte alla lotta per l’esistenza sulla scena mondiale. Il ritorno di attualità di questi modi di pensare è e dovrebbe essere preoccupante.

 

David Harvey – “L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza“,  2010

 

La staticità non è mai stata una caratteristica delle forme statali. Per esempio, a partire dal diciannovesimo secolo il mondo è stato territorializzato su ordine e secondo una logica imposta in prevalenza dalle maggiori potenze imperiali. I confini territoriali di gran parte del mondo furono tracciati tra il 1870 e il 1925, e il più delle volte furono decisi unicamente dalle potenze imperiali di Francia e Gran Bretagna. Il processo di decolonizzazione iniziato dopo il 1945 confermò la maggior parte dei confini esistenti (con l’eccezione di alcune scissioni eclatanti, come quella che determinò la partizione dell’India) e produsse un gran numero di Stati politici formalmente indipendenti e formalmente autonomi. Dico “formalmente” perché nella maggior parte dei casi i vincoli sotteranei di istituzioni coloniali imposte dal potere imperiale rimangono intatti. Per esempio, in Africa, il neocolonialismo sussiste ancora oggi, con enormi implicazioni per lo sviluppo geografico disomogeneo dell’intero continente.

David Harvey – “L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza“, 2010

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