Sviluppo e manovre monetarie: il fallimento dell’LTRO

di Giuseppe Masala

Ricordate la manovra monetaria di Draghi che è stata fatta all’inizio dell’anno? Si, mi riferisco al famoso LTRO che consisteva nel prestare soldi alle banche commerciali ad un tasso molto basso (l’1%) nella speranza che queste prestassero soldi all’economia reale e acquistassero titoli di stato facendo così diminuirne i tassi. Operazione fallimentare secondo il capo economista della Banca Mondiale che in un convegno ad Helsinki si dichiara preoccupatissimo perchè tra il 2014 ed il 2015 la montagna di soldi (oltre mille miliardi di euro complessivamente) dovrà essere restituita alla BCE provocando un’altra fiammata della crisi finanziaria.

Nulla di nuovo per chi, come il sottoscritto, ha sempre sostenuto che – alla lunga – l’emissione di nuova moneta è comunque ininfluente. La crisi è di profitti perchè il sistema economico capitalistico si basa sui profitti. Dunque fino a quando le aziende non riprenderanno ad avere dei risultati positivi vi sarà una svalutazione/distruzione degli assets, sia intesi come loro rappresentazione finanziaria, sia nel mondo reale e dunque intesi come chiusura di aziende/stabilimenti che strutturalmente non sono in grado di produrre l’unica cosa che interessa ai proprietari: gli utili. Questa opera di distruzione – assolutamente naturale nel sistema capitalista – a sua volta si riperquote in quegli strani organismi che sono i “depositi di lavoro morto” ovvero le banche. “Depositi di lavoro morto“, chiarisco, perchè sono il luogo adibito alla conservazione del risparmio che null’altro è che lavoro svolto in passato e dunque morto. Tali risparmi per non perdere valore reale (inflazione) hanno necessità di essere continuamente remunerati e dunque, per ottenere questo, devono essere prestati agli investitori che li utilizzeranno per produrre nuovi beni e nuovi servizi. Sfortunatamente, quando il sistema dell’economia reale non è in grado di produrre con guadagno (profitto), il capitale prestato dalle banche o non viene restituito (infatti aumentano le sofferenze), o ci sono problemi a pagare gli interessi che sono la remunerazione delle banche (e dunque in parte dei risparmiatori) ed inoltre le banche, visto quanto detto, evitano di erogare nuovi prestiti (credit crunch). Tutto questo porta le banche ad una forma di crisi che viene chiamata “finanziaria“, che null’altro è che la rappresentazione di ciò che accade nella realtà (la crisi dell’economia reale, ovvero l’incapacità di creare valore/profitto).  Un cortocircuito a cui le banche centrali tentano di rispondere inondando le banche con altra cartamoneta (come ha fatto la BCE con l’LTRO). Operazione alquanto inutile quando la crisi si è già avvitata su se stessa o quando è di portata mondiale; utile invece quando la crisi è di bassa magnitudo e quando è localizzata ad una specifica area territoriale. Sfortunatamente la crisi esplosa nel 2008 è mondiale e di enorme potenza.  Cosa farà Draghi nel 2014? Prenderà atto del fatto che le manovre monetarie non hanno influenza sull’economia reale e porrà l’accento sullo sviluppo e dunque su quelli che sono i tre fattori -unanimemente riconosciuti – come fondamentali per riprendere a crescere, ovvero: 1) Innovazione; 2) valorizzazione del capitale umano; 3) accumulazione del capitale (*). Oppure rinnoverà con qualche stratagemma i prestiti alle banche nella speranza che nel frattempo – magari grazie all’intervento divino – il cortocircuito si sani automaticamente? Facile immaginare la risposta quando chi prende le decisioni crede nelle virtù taumaturgiche del mercato autoregolante.

Sottolineo che a mio modestissimo avviso intervenire in questa fase nel meccanismo di accumulazione del capitale significa solo una cosa: dare le imprese (ovvero quegli organismi che producono ricchezza reale) in mano all’unico soggetto che può operare senza richiedere utili e dunque può destinare tutta la ricchezza prodotta agli investimenti rilanciando dunque la crescita. Credo si sia capito che il soggetto di cui parlo è lo Stato.

(*) Mi permetto di suggerire ai miei lettori la consultazione delle seguenti opere in materia di sviluppo (e di cambiamenti sociali legati allo sviluppo. Già, lo sviluppo comporta il cambiamento della struttura sociale a cui si fa riferimento e qui si aprirebbe un ulteriore problema: le classi dirigenti – consciamente o inconsciamente – vogliono veramente lo sviluppo sapendo che questo fenomeno comporta cambiamenti rilevanti nella struttura della società in cui essi hanno una posizione di vertice? E dunque sono in realtà disposti, per il bene della collettività, a rischiare di essere scalzati da altre classi sociali?):

Pasinetti, L., Economic growth and structural change, in Structural change, economic interdipendence and world development, London 1987.

Kuznets, S., . Quantitative aspects of the economic growth of nations: distribution of income by size, in “Economic development and cultural change”, 1963, XI, 2, pp. 1-80.

Volpi F. Lezioni di economia dello sviluppo, Milano 2011.

Ardeni, P.G. (a cura di), Teorie della crescita endogena, Torino 1995

Hahn, F., On growth theory, in Quaderni del dipartimento di economia politica, n. 167, Siena 1994.

Schumpeter, J., Teoria dello sviluppo economico, Firenze 1977

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