zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: dicembre, 2012

Il pensiero meticcio

cicli

È probabilmente vero in linea di massima che della storia del pensiero umano gli sviluppi più fruttuosi si verificano spesso ai punti d’interferenza tra due diverse linee di pensiero. Queste linee possono avere le loro radici in parti assolutamente diverse della cultura umana, in tempi diversi e in ambienti culturali diversi o di diverse tradizioni religiose; perciò, se esse realmente s’incontrano, cioè, se vengono a trovarsi in rapporti sufficientemente stretti da dare origine a un’effettiva interazione, si può allora sperare che possano seguirne nuovi e interessanti sviluppi.

Werner Heisenberg

Citazione tratta dal saggio “Il Tao della Fisica” di Fritjgof Capra, Adelphi 1999

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Lotta di classe a Nule

Nule

I privilegi che avevano (questi padroni), le primizie erano tutte per loro, e portate ai loro piedi, a casa loro, lì davanti bisognava fare le cose per bene, era come una specie di schiavitù: al padrone le cose buone, ma lui era forse meglio di me? Il padrone! Ma il padrone ero io, perchè lavoravo io non lui, e quando ti fai tutti i conti per bene, diventi rivoluzionario per forza […] Io sono nato socialista, e sono antifascista da sempre, non mi è mai piaciuto questo partito” (FB 14/3: 55-56)

Cosimo Zene, Dialoghi Nulesi – storia, memoria, identità di Nule (Sardegna) nell’antropologia di Andreas F.W. Bentzon, Edizioni Isre 2009

La foto si intitola “Bevendo nell’osteria di Stefano Dore. Gruppo di uomini ubriachi“, il quarto (da sinistra verso destra) è l’antropologo danese Andreas Bentzon. L’autore del libro dal quale ho estrapolato questo stralcio di dialogo è Cosimo Zene (nulese come zeroconsensus), Professore di Sociologia alla SOAS, University of London (the School of Oriental and African Studies).

L’albero del poveri

auguri

Filastrocca di Natale,
la neve è bianca come il sale,
la neve è fredda, la notte è nera
ma per i bimbi è primavera:
soltanto per loro, ai piedi del letto
è fiorito un alberetto.

Che strani fiori, che frutti buoni
oggi sull’albero dei doni:
bambole d’oro, treni di latta,
orsi dal pelo come d’ovatta,
e in cima, proprio sul ramo più alto,
un cavallo che spicca il salto.
Quasi lo tocco…

Ma no, ho sognato,
ed ecco, adesso, mi sono destato:
nella mia casa, accanto al mio letto
non è fiorito l’alberetto.
Ci sono soltanto i fiori del gelo
sui vetri che mi nascondono il cielo.
L’albero dei poveri sul vetro è fiorito:
io lo cancello con un dito.

Gianni Rodari

 

Disastro privatizzazioni

privatizzazioni

Agli inizi degli anni novanta del secolo scorso in Italia partì una delle più grandi operazioni di privatizzazione di aziende pubbliche della storia dell’ultimo secolo. Il tutto avvenne sull’onda dell’indignazione per i ladrocini perpetrati dalla classe dirigente della fase terminale della prima Repubblica. Lo Stato imprenditore andava smantellato, si diceva sulle pagine dei giornali liberali dell’epoca (la Repubblica, il Corriere, la Stampa e il Sole24Ore), per sottrarre ad una politica immorale e ladrona i suoi più importanti polmoni finanziari e i suoi maggiori strumenti di clientela. I corifei ci assicuravano che solo grazie al mercato si sarebbe avuta – finalmente – meritocrazia ed onestà. Ma a distanza di venti anni come sono andate le cose? Le promesse sono state mantenute?

E’ evidente come l’argomento sia particolarmente articolato e complesso, impossibile da affrontare in maniera esaustiva su un blog ma alcune considerazioni possono essere fatte anche sulla scorta di alcuni fatti di cronaca e di alcune dichiarazione, particolarmente significative, di questi giorni. Qualche giorno fa, per esempio, l’ex ministro Franco Bassanini ha seraficamente dichiarato come la privatizzazione di Telecom sia stata un grave errore. Effettivamente, la situazione di Telecom è particolarmente preoccupante dal punto di vista dei debiti diretti (quelli che fanno capo direttamente alla società) sia indiretti (quelli che fanno capo alla filiera societaria che ne detiene il controllo). Credo vada ricordato che la società quando fu privatizzata non aveva neanche una lira di debito ed era una delle più grandi società di telecomunicazioni d’Europa. La privatizzazione seguì un canovaccio degno di un financial thriller di terza serie (di quelli che un tempo regalavano sul Sole24Ore per intenderci): all’inizio il potere politico si indirizzò verso una struttura proprietaria ad azionariato diffuso (però con la presenza di un “nocciolino duro” ovvero regalando il controllo ad alcuni azionisti di gran nome in ossequio all’adagio cucciano secondo il quale le azioni si pesano e non si contano), successivamente il governo D’Alema indirizzò l’assetto proprietario verso alcuni grandi imprenditori emergenti che volevano – forse nelle intenzioni dei governanti – essere novelli imprenditori innovatori così come sognati da Schumpeter. L’unica vera innovazione fu però di ordine finanziario: il leverage buyout. Tale operazione non è null’altro che l’acquisto a debito della società: nello specifico i cosiddetti “capitani coraggiosi” acquistarono Telecom grazie ad una società veicolo che aveva preso a prestito i soldi da un pool di banche. In sostanza i supposti schumpeteriani non ci misero una lira di tasca. Ma non finisce qui, infatti successivamente la società veicolo fu fusa nella Telecom. Dunque la Telecom stessa pagò il prezzo della sua scalata. Questa è l’amara verità di un esempio di finanza strutturata che null’altro fu se non un operazione di pirateria perfettamente legale.  Abbiamo toccato il fondo? No. Infatti dopo qualche anno la società fu rilevata dall’erede di una delle famiglie più nobili del panorama industriale italiano: Tronchetti Provera proprietario della blasonatissima Pirelli. Qui la storia triste della Telecom tocca probabilmente il punto più basso. Infatti se l’opera di spolpaggio perfettamente legale della Telecom continuò grazie, per esempio, alla vendita del suo immenso patrimonio immobilare a società (Pirelli RE ecc.) appartenenti alla galassia tronchettiana ad essa si aggiunsero strane storie di spie ed intercettazioni ancora oggi al vaglio dell’Autorità giudiziaria. Risultato di questa ventata di efficienza prevista dalla privatizzazione? Ben 28 miliardi di euro di debito previste dalle ultime stime oltre alla svendita del patrimonio immobiliare e della maggior parte delle controllate estere. Quella che era una delle maggiori società italiane – costruita con il sudore e le fatiche di un intero popolo – è ridotta così ad un colabrodo, schiava dell’interesse sul suo immane debito. Dove sono i pensosi editoriali dei maestri liberali che dalle colonne dei giornali ci promettevano un futuro radioso grazie all’efficienza portata dal libero mercato?

Altro esempio eclatante è quello di Alitalia. La sua privatizzazione a vantaggio dei soliti capitani coraggiosi (!) a quanto pare – è notizia di oggi – non pare abbia dato profittevoli risultati: pare che la compagnia aerea bruci cassa a livelli paurosi e quando la cassa finisce, si sa, le alchimie di bilancio non servono a nulla: o si ricapitalizza o si portano i libri contabili in tribunale. Da notare che all’atto della privatizzazione fu concesso – dal governo Berlusconi – il monopolio nella tratta più redditizia, quella Roma-Milano, con tanti complimenti alla mano invisibile di Adam Smith e al suo libero mercato. Non solo, le casse del welfare statale si accollarono migliaia di esuberi e infine centinaia di milioni di debito della vecchia Alitalia furono fatti confluire in una cosiddetta bad company che è null’altro che il nuovo modo per dire “paga pantalone“.  Nonostante tutto ciò anche qui l’efficienza del mercato non è arrivata: i capitani coraggiosi (con i soldi altrui) non riescono a rimettere in carreggiata la società e si rischia un nuovo fallimento, o più probabilmente un nuovo salvataggio a spese del contribuente (il modo per metterci le mani nelle tasche verrà trovato anche nel caso in cui Alitalia fosse venduta ai francesi, abbiate fede) .

Lascio per ultimo, in questa breve carrellata, il caso più penoso: quello della “banca più antica del mondo” (in realtà non è vero, la banca più antica d’italia è il San Paolo di Torino). La privatizzazione ha seguito vie che credo sia giusto chiamare oblique. Una legge folle fatta da Amato all’epoca del collasso della Prima Repubblica ha dato la proprietà ad una fondazione nata per “gemmazione” che null’altro è stato che l’infeudamento a potentati locali. Tra lotte cittadine per il controllo della gallina dalle uova d’oro (basti ricordare l’epurazione del bravo sindaco di Siena Pierluigi Piccini, uno che poteva fare strada anche a livello nazionale) la banca ha posto in essere una serie di operazioni folli dal punto di vista gestionale e aziendale (basti ricordare il caso di Banca121 e quello pazzesco di Banca Antonveneta) con il risultato che in questa banca si è aperta una voragine paurosa che lo stato (noi cittadini, si capisce) è chiamato a tamponare. Si potrà dire che in realtà questo è proprio l’esempio di una gestione statalista. Falso. Infatti la banca fu quotata in borsa è i mercati finanziari – si capisce – pretendono alti rendimenti per i propri investimenti. Credo sia giusto dire che molte delle operazioni folli che hanno contraddistinto la gestione post riforma Amato siano frutto della necessità di garantire utili e dividendi di breve periodo ai mercati dimenticandosi delle conseguenze di medio-lungo periodo sulla stabilità strutturale dell’azienda di credito. Sul resto farà luce la magistratura. Si spera.

Qual’è la morale di questa, obbligatoriamente, breve carrellata? Semplicemente che le privatizzazioni non hanno dato alcuno dei vantaggi ipotizzati venti anni fa, ma hanno infeudato aziende floride a capitalisti senza capitali e soprattutto senza talento innovativo però  forniti di buoni uffici nelle stanze del potere e di un appetito famelico degno dei piranas amazzonici.

Altra indicazione che si dovrebbe trarre è che la fame di dividendi dei mercati finanziari va a scapito di investimenti di lungo periodo e di una oculata programmazione. Anzi, si può dire che per garantire gli utili attesi (mai inferiori alla media del settore, per Bacco!) si gravano le società di ulteriori debiti   sui quali sfortunatamente verrà pagato un interesse che graverà sulla possibilità/capacità di creare utili per il futuro. Verrebbe da dire – ma credo sia la scoperta dell’acqua calda – che proprio il sovraindebitamento è la causa principale del crollo del saggio di profitto di marxiana memoria.

Possibili soluzioni? Solo lo Stato è in grado di garantire una visione di lungo periodo fatta di investimenti per l’innovazione all’interno dell’azienda. Questo perchè è l’unico attore economico che può mantenere la proprietà di un’azienda che per lunghi anni dia un utile pari a zero.

Questo vuol dire che la soluzione di tutti i mali è una società dove l’unico proprietario dei fattori produttivi è lo stato? Probabilmente no. Nel mondo nascono uomini di genio (imprenditori innovatori direbbe Schumpeter) che hanno il diritto umano di esprimere il proprio talento e possono dare una spinta a quel fenomeno – l’innovazione – che è alla base della prosperità al di là del sistema economico (statalista-comunista o liberale-privatista) che si preferirebbe favorire. Insomma, l’esatto opposto di ciò che si è fatto con le privatizzazioni all’italiana che hanno favorito o potentati politici locali (MPS) o imprenditori parassiti.

Ecco, forse questa catastrofe ci insegna che è necessario coniugare i due più grandi economisti di sempre: Karl Marx e Josef Alois Schumpeter. 

I, Pet Goat II: un capolavoro immaginifico

 

I, Pet Goat II, a parere di zeroconsensus un capolavoro immaginifico,

(ad interpretazione aperta).

La Finanza: malattia o sintomo?

finanziarizzazione

Vista in questa prospettiva, la severità e la durata della crisi attuale non hanno niente di sorprendente. Essa rappresenta infatti il punto di caduta di oltre un trentennio di crescita asfittica, di stentata valorizzazione del capitale, a cui si è risposto con la finanziarizzazione su larga scala. Per decenni, la risposta al pericolo della stagnazione economica è stata rappresentata dalla crescita del debito e della finanza. L’esplosione della finanza e del credito ha infatti svolto, nel contesto di quella crescita stentata, una triplice funzione: 1) mitigare le conseguenze della riduzione dei redditi da lavoro sui consumi; 2) puntellare i settori industriali afflitti da un eccesso di capacità produttiva; 3) fornire alternative più redditizie rispetto agli investimenti nel settore manifatturiero. Da questo punto di vista, la finanza non è la malattia, ma il sintomo della malattia e al tempo stesso la droga che ha permesso di non avvertirla — e che quindi l’ha cronicizzata.

Vladimiro Giacché, Titanic Europa – La crisi che non ci hanno raccontato -, Roma 2012

Benignamente moderato e nazionalpopolare

Pubblico con grande piacere le considerazioni di Marcello Madau sullo spettacolo “costituzionale” di Roberto Benigni.

Sull’intervento di Benigni ieri sera su RAI1 volevo proporre alcune osservazioni. Ho seguito a fatica l’intervento: ero un po’ annoiato, ma mi sono fatto forza perché mi sembra utile capire gli attuali movimenti comunicativi su questi temi in uno scenario di massa come RAI1 in prima serata.

Dico subito che non mi convince la critica al cachet professionale di Benigni, pur altissimo. Sappiamo che un cachet commisurato all’audience pubblicitario conseguente, può avere una giustificazione economica (avendo però la coscienza che tale giustificazione è ovviamente molto forte per chi si avvantaggia politicamente da questa operazione).

Ho apprezzato il tentativo di portare in comunicazione allargata i temi della Costituzione. Non era mai successo e ben venga l’idea. Ma trovo molto significativo, e un po’ preoccupante, il quadro generale nel quale si è collocata: quello di una proposta molto moderata, e non di rado falsa, di lettura del Novecento, anche con imbarazzanti toni anticomunisti, che distorce addirittura le principali ragioni della seconda guerra mondiale e annulla la differenza fra responsabili nazi-fascisti e attori della liberazione.

L’ oggettivo sdoganamento dei repubblichini in nome di una comunanza tricolore è in sé coerente con tali letture complessive.

 E’ sparita la corrosiva critica di Benigni alla religione di Stato: l’enfatizzazione positiva dell’articolo della Costituzione sulla libertà religiosa (in ogni caso legato ai Patti Lateranensi sempre mantenuti), ha come bilanciamento ideologico l’inaccettabile assunto (non è necessario essere trinariciuti o anticlericali per trovarlo così) che “la religione storicamente è la libertà delle libertà”. Pensavo lo fosse la libertà dal bisogno, dal potere di altri sul tuo lavoro e la tua esistenza.

Anche l’accentuazione del patriottismo mi è parsa, di nuovo, a scapito delle diverse realtà che fanno il mosaico bellissimo dello Stato italiano e delle sue molteplici identità.

 Ben altra efficacia avrebbe avuto in ogni caso la proposta di comunicare i valori, straordinariamente positivi, della Costituzione se avesse anche criticato l’inserimento del pareggio di bilancio, vero e proprio sabotaggio dell’originaria, felice riferimento dei padri costituenti ad una società basata sul lavoro e sulla libertà. Tale linea è svuotata dalla sequenza Sacconi-art. 8-art. 18-Fornero-inserimento del pareggio di bilancio nella Carta Costituzionale.

 Queste presenze e queste assenze ci devono far interrogare sul contesto. A mio parere disegnano un quadro coerente non solo con il riferimento di Benigni al PD, ma probabilmente al guardiano del liberismo europeo Mario Monti, entro un quadro di alleanza, già in atto, tra le due realtà politiche. Le critiche sono a Berlusconi, ma il suo spettro mi pare oggi uno specchietto per le allodole per oscurare un padrone più grande e potente.

Ho visto questo ‘oscuramento’ anche nel campo a me lavorativamente più vicino, l’articolo 9 sui beni culturali e su paesaggio: eppure Ornaghi e Profumo stanno aggiungendo danni non meno gravi di quelli di Bondi e Gelmini.

 Dopodiché la mia impressione è che l’attenzione focale in sé positiva sulla bellezza della Costituzione, poichè elaborata assieme all’assenza di ogni reale satira e critica al montismo, si muovano sul piano di un nuovo compromesso storico. Con soggetti ben meno nobili e ragioni ben diverse di quelle di una volta… Un aggiornamento assai moderato del vecchio ‘Berlinguer ti voglio bene’, sufficientemente anticomunista come la linea prevalente del PD e il suo asse di alleanze.

 A margine, mi ha infine assai colpito l’aggressività con la quale, invece di discutere delle critiche, si attacca chi le fa. Benigni non disturba i veri manovratori di oggi. Ma a sinistra non si deve disturbare il nuovo entrismo nei collegi. Sarebbe più semplice, e più onesto, separare la realtà elettorale che ognuno autonomamente e legittimamente organizza secondo i suoi obiettivi, dall’esercizio della critica.

 Mi sembra un altro frutto avvelenato del processo di omologazione della realtà alla piccola politica elettorale.

Marcello Madau è un archeologo. Insegna all’Accademia di Belle Arti “Sironi” di Sassari.

Lotta di classe e colonialismo

lotta di classe

La proprietà e la democrazia in Europa nacquero dall’espropriazione e dalla dittatura in Africa. Le fondamenta del sempre crescente dislivello tra le nazioni “sviluppate” e “sottosviluppate” furono poste nel tardo Ottocento e poi sistematicamente rinforzate per tutto il XX secolo con metodi più efficaci di mascherato totalitarismo economico e politico.

Questo totalitarismo, con il suo potere armato nelle colonie e la sua alleanza di tutte le classi in “patria”, spiega la determinazione e la spietatezza di schietto stampo nazista con cui furono repressi gli scioperi operai e le rivolte contadine. L’obiettivo economico di questa dittatura permanente era la diminuzione dei salari al minimo assoluto mediante il lavoro forzato, l’allungamento della giornata lavorativa, l’intensificazione del lavoro, il lavoro a cottimo (la base delle piantagioni di cacao, caffè, ecc., che arricchirono gigantesche compagnie e potenti famiglie in Europa), la totale mancanza d’istruzione, il sistema della riserva e dell’ufficcio di collocamento, la retribalizzazione, le leggi sui lasciapassare, la discriminazione razziale su tutti i piani e i bassissimi salari in danaro. Parte integrante di questa dittatura economico-politica era la cosiddetta “economia tradizionale”, o di “sussistenza”, ai bordi della piantagioni o nelle “riserve indigene”. Poiché l’espressione “economia tradizionale” era – ed è tuttora – un eufemismo, che in realtà significa “disoccupazione imposta su scala colossale”. Mentre non più del dieci per cento del “proletariato imperialista” è disoccupato, non più del dieci per cento del proletariato coloniale è occupato. La forma di questa disoccupazione di massa è l’”economia tradizionale”, gioia e delizia degli “Studi Africani”; è un cofattore della forza diretta in un regime il cui obiettivo è conservare l’elemento strutturale della manodopera a buon mercato e la dinamica della forma imperialista del sistema coloniale.
Il tributo di sangue pagato dagli operai e dai contadini africani durante gli scioperi e le ribellioni supera qualunque esperienza della più “classica” lotta del proletariato euroamericano. Ma i massacri, la decimazione e il genocidio esercitati, ad esempio, contro i Mau Mau, gli Etiopi, gli Algerini e i popoli del Madagascar, dell’Angola, del Mozambico, oltre che alla repressione servivano anche a uno scopo ideologico: cancellare per sempre la vivente “memoria” delle terre perdute. Poiché tale “memoria”, come quella dei Palestinesi per le loro case espropriate da Israele, è un fattore essenziale della resistenza e della liberazione. La sua eliminazione, l’espropriazione delle menti, era necessaria per l’espropriazione delle terre, nonché per il loro divorzio e la loro alienazione dai mezzi di produzione.
Ogni lotta di classe fu accompagnata da un tributo di vite umane, arresti in massa, esecuzioni e nuove leggi repressive. Era l’opera del capitale monopolistico, gestito in alcune delle più grandi concentrazioni accentratrici di capitale finanziario del mondo – a Londra, Parigi, Berlino, Amburgo, Roma, Milano, Lisbona, Madrid, Bruxelles, Amsterdam, Stoccolma, Zurigo. Ma gli stessi giganti del capitale monopolistico si atteggiavano a filantropoli, con “fondazioni”, “trust”, istituti per le relazioni razziali, fianco a fianco coi missionari e le loro Chiese, anch’esse centrate in Europa e in particolare a Roma, Londra-Canterbury, Berlino-Renania, e Amsterdam-L’Aia. I deputati liberali al Parlamento del Capo, che aiutarono Rhodes e poi Smuts a espropriare e a negare il diritto di voto agli Africani, guidando ogni loro organizzazione politica lungo i sentieri fioriti del collaborazionismo (i Merriman, i Rose-Innes, i Molteno e i loro successori del XX secolo, nonché i loro fratelli francesi di Dakar), avevano tutti relazioni familiari più o meno strette col capitale monopolistico. Dalla De Beers alla Anglo-American, dalla compagnia di Leopoldo alla Société Générale e all’Union Minière, dai Rothschild ai Boussac e ai francesizzati Aga Khan, dai Krupp vecchia maniera ai Krupp della CEE, dalle compagnie della Lombardia a quelle milanesi-piemontesi, era sempre la stessa storia: il più spietato capitale monopolistico era controllato dagli statisti e dai “potentati” familiari più liberali d’Europa, di ogni nazione, fede religiosa e credo politico. L’”essenza” era mascherata e capovolta nel suo opposto dal proprio “fenomeno”. Ma il contenuto economico del liberalismo sudafricano non era tanto l’”industria”, quanto la razzista Camera delle Miniere. La situazione era identica nelle colonie francesi. Quanto poi ai Belgi e ai Tedeschi, costoro, come i loro fratelli latini, non si diedero nemmeno la pena di fingere: in Africa si usava il pugno di ferro e il quanto di velluto del liberalismo era riservato alla “metropoli” europea. Le potenze arrivate troppo presto o troppo tardi in Africa non avevano spazio per le manovre liberali.

 Hosea Jaffe,  Africa. Movimenti e lotte di liberazione, Mondadori, 1978

Privatizzazioni e guerre

capitalismo
 

Le guerre sono motivate da, e risultano in, privatizzazione e de-nazionalizzazione di proprietà pubbliche. Allo stesso modo, le privatizzazioni portano alla guerra per proteggere e prevenire la ri-nazionalizzazione di industrie strategiche. Le privatizzazioni sono di frequente accompagnate o seguite dalla concessione di basi militari, rafforzando così la presenza coloniale e indebolendo la sovranità di stati del terzo mondo. Come minimo le privatizzazioni sono quasi sempre accompagnate da “accordi cooperativi” militari ed “accordi di difesa reciproca” che in effetti permettono la presenza di consiglieri militari americani nei ministeri della difesa, l’indottrinamento e training di ufficiali militari ed una “formula legale” che permette l’intervento militare USA se e quando un regime cliente è minacciato. In altre parole la privatizzazione e de-nazionalizzazione indebolisce gli stati del terzo mondo – priva lo stato di risorse economiche, redditi e leve di potere, mentre restringe severamente la sua sovranità. Clienti indeboliti spesso forniscono soldati mercenari per future guerre coloniali ed imperiali di occupazione come in Iraq, Afghanistan ed Haiti.

 

James Petras su Proteo, N. 2/2005

Goodwin e la crisi

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“Il suo nuovo lavoro è un poema epico che si ricollega a dei grandi temi:la lotta di classe à la Marx; il dramma del predatore e della preda del modello di Lotka e Volterra; il magistrale modello di crescita autonoma di Von Neuman; il sistema keynesiano – nell’accezione di Harrod e Sraffa –  visto negli aspetti di input-output (ovvero negli aspetti dell’accelleratore-moltiplicatore)”

Paul Samuelson