Lotta di classe e colonialismo

di Giuseppe Masala

lotta di classe

La proprietà e la democrazia in Europa nacquero dall’espropriazione e dalla dittatura in Africa. Le fondamenta del sempre crescente dislivello tra le nazioni “sviluppate” e “sottosviluppate” furono poste nel tardo Ottocento e poi sistematicamente rinforzate per tutto il XX secolo con metodi più efficaci di mascherato totalitarismo economico e politico.

Questo totalitarismo, con il suo potere armato nelle colonie e la sua alleanza di tutte le classi in “patria”, spiega la determinazione e la spietatezza di schietto stampo nazista con cui furono repressi gli scioperi operai e le rivolte contadine. L’obiettivo economico di questa dittatura permanente era la diminuzione dei salari al minimo assoluto mediante il lavoro forzato, l’allungamento della giornata lavorativa, l’intensificazione del lavoro, il lavoro a cottimo (la base delle piantagioni di cacao, caffè, ecc., che arricchirono gigantesche compagnie e potenti famiglie in Europa), la totale mancanza d’istruzione, il sistema della riserva e dell’ufficcio di collocamento, la retribalizzazione, le leggi sui lasciapassare, la discriminazione razziale su tutti i piani e i bassissimi salari in danaro. Parte integrante di questa dittatura economico-politica era la cosiddetta “economia tradizionale”, o di “sussistenza”, ai bordi della piantagioni o nelle “riserve indigene”. Poiché l’espressione “economia tradizionale” era – ed è tuttora – un eufemismo, che in realtà significa “disoccupazione imposta su scala colossale”. Mentre non più del dieci per cento del “proletariato imperialista” è disoccupato, non più del dieci per cento del proletariato coloniale è occupato. La forma di questa disoccupazione di massa è l’”economia tradizionale”, gioia e delizia degli “Studi Africani”; è un cofattore della forza diretta in un regime il cui obiettivo è conservare l’elemento strutturale della manodopera a buon mercato e la dinamica della forma imperialista del sistema coloniale.
Il tributo di sangue pagato dagli operai e dai contadini africani durante gli scioperi e le ribellioni supera qualunque esperienza della più “classica” lotta del proletariato euroamericano. Ma i massacri, la decimazione e il genocidio esercitati, ad esempio, contro i Mau Mau, gli Etiopi, gli Algerini e i popoli del Madagascar, dell’Angola, del Mozambico, oltre che alla repressione servivano anche a uno scopo ideologico: cancellare per sempre la vivente “memoria” delle terre perdute. Poiché tale “memoria”, come quella dei Palestinesi per le loro case espropriate da Israele, è un fattore essenziale della resistenza e della liberazione. La sua eliminazione, l’espropriazione delle menti, era necessaria per l’espropriazione delle terre, nonché per il loro divorzio e la loro alienazione dai mezzi di produzione.
Ogni lotta di classe fu accompagnata da un tributo di vite umane, arresti in massa, esecuzioni e nuove leggi repressive. Era l’opera del capitale monopolistico, gestito in alcune delle più grandi concentrazioni accentratrici di capitale finanziario del mondo – a Londra, Parigi, Berlino, Amburgo, Roma, Milano, Lisbona, Madrid, Bruxelles, Amsterdam, Stoccolma, Zurigo. Ma gli stessi giganti del capitale monopolistico si atteggiavano a filantropoli, con “fondazioni”, “trust”, istituti per le relazioni razziali, fianco a fianco coi missionari e le loro Chiese, anch’esse centrate in Europa e in particolare a Roma, Londra-Canterbury, Berlino-Renania, e Amsterdam-L’Aia. I deputati liberali al Parlamento del Capo, che aiutarono Rhodes e poi Smuts a espropriare e a negare il diritto di voto agli Africani, guidando ogni loro organizzazione politica lungo i sentieri fioriti del collaborazionismo (i Merriman, i Rose-Innes, i Molteno e i loro successori del XX secolo, nonché i loro fratelli francesi di Dakar), avevano tutti relazioni familiari più o meno strette col capitale monopolistico. Dalla De Beers alla Anglo-American, dalla compagnia di Leopoldo alla Société Générale e all’Union Minière, dai Rothschild ai Boussac e ai francesizzati Aga Khan, dai Krupp vecchia maniera ai Krupp della CEE, dalle compagnie della Lombardia a quelle milanesi-piemontesi, era sempre la stessa storia: il più spietato capitale monopolistico era controllato dagli statisti e dai “potentati” familiari più liberali d’Europa, di ogni nazione, fede religiosa e credo politico. L’”essenza” era mascherata e capovolta nel suo opposto dal proprio “fenomeno”. Ma il contenuto economico del liberalismo sudafricano non era tanto l’”industria”, quanto la razzista Camera delle Miniere. La situazione era identica nelle colonie francesi. Quanto poi ai Belgi e ai Tedeschi, costoro, come i loro fratelli latini, non si diedero nemmeno la pena di fingere: in Africa si usava il pugno di ferro e il quanto di velluto del liberalismo era riservato alla “metropoli” europea. Le potenze arrivate troppo presto o troppo tardi in Africa non avevano spazio per le manovre liberali.

 Hosea Jaffe,  Africa. Movimenti e lotte di liberazione, Mondadori, 1978

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