zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: gennaio, 2013

Affaire Mps: l’inganno di Bersani

maschera

In più di una circostanza abbiamo parlato, su questo blog, della situazione tragica in cui versa il Monte dei Paschi di Siena. L’autore infatti ha pensato che parlarne in questo momento sia abbastanza noioso e comunque ridontante visto l’uragano di pezzi che si possono leggere sulle pagine della stampa mainstream. Però una frase del candidato premier Bersani ha destato l’attenzione :”Adesso bisogna dare agli attuali manager dei poteri commissariali”. Secondo noi questa frase lapidaria nasconde la natura profondamente menzognera e manipolatoria della classe politica che ci ha governato in questi tragici venti anni; proviamo ad approfondire.

Facile immaginare che per il lettore medio la proposta sia assolutamente di buon senso ed evidenzia la buona fede di Bersani e del suo partito, ma sarà veramente così? Oppure vi è una lettura alternativa della proposta? Proviamo ad analizzare il contesto politico locale nel quale è avvenuto lo scandalo. Attualmente il maggior azionista della banca – il Comune di Siena attraverso la Fondazione – è privo di una guida politica e entro pochi mesi vi saranno nuove elezioni. Sia detto per inciso, non pare difficile immaginare che queste elezioni sconvolgeranno il panorama politico che da venti anni almeno è cristallizzato in una maggioranza bulgara che fa capo proprio al partito di Bersani. Difficilmente i responsabili politici di una catastrofe che non ha pari nella storia della Repubblica Italiana verranno riconfermati alla guida del Comune. Quali conseguenze se una maggioranza ed un sindaco veramente alternativi si insediassero nel comune (zeroconsensus pensa a Rivoluzione Civile di Ingroia e a Beppe Grillo o magari  ad una coalizione cittadina tra questi due movimenti)? Sicuramente vi sarebbe il repulisti nella Fondazione e di consegunza nella banca con il rischio concreto (per chi ha male amministrato) dell’apertura di nuove cassaforti. Ecco allora che vista sotto questa luce la proposta dii Bersani di concedere poteri commissariali all’attuale dirigenza che credo possa essere definita d’area PD (Profumo è un elettore notorio nelle primarie pidine) assume il significato di un tentativo di cristallizzare il controllo sulla banca, grazie ad uomini fidati, Qualcosa da nascondere lui (e il suo partito) o troppo malfidato zeroconsensus?

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La logica di Draghi

lorenzetti

Interessante intervento di Mario Draghi al Forum di Davos sull’economia mondiale. Tra le altre cose ha colpito la mia attenzione la seguente dichiarazione: “ C’è stato quello che io chiamo un ‘contagio positivo’ sui mercati finanziari, anche se ancora questo non si trasmette all’economia reale”. Questa dichiarazione a modo di vedere di zeroconsensus illumina totalmente quella che è la logica profonda che muove coloro che sono deputati a gestire l’economia dei paesi occidentali (anche se la frase è di Draghi parrebbe abbastanza evidente come questa impostazione sia condivisa da tutta la classe dirigente occidentale). Dunque, secondo Draghi i miglioramenti (frutto delle operazioni monetarie straordinarie delle banche centrali e delle manovre fiscali dei governi) che si sono verificati nel mercato finanziario dovrebbero trasmettersi, grazie ad un fenomeno (credo poco indagato), chiamato “contagio positivo” all’economia reale ma ancora questo non si è verificato.

Mi domando ma è possibile che i miglioramenti nei mercati finanziari possano trasmettersi all’economia reale? E dunque mi domando: cosa sono i mercati finanziari? E infine, se Draghi ha ragione come mai ancora non c’è stato questo fantomatico “contagio positivo”?

Partiamo dal rispondere alla seconda domanda (che è quella che è alla base del ragionamento del Governatore della BCE): cosa sono i mercati finanziari? I mercati finanziari sono – credo senza ombra di dubbio – dei luoghi (ormai telematici) dove vengono scambiati titoli rappresentativi di quote di capitale di aziende o di beni reali (commodieties) in cambio di una quantità monetaria che ne rappresenta il valore. In sostanza il mercato finanziario è il palcoscenico dove viene rappresenta la realtà. Ma quale sarebbe la realtà? La realtà è data dall’economia reale naturalmente. Dunque il capitale di un azienda quotata (rappresentata) in borsa è data innazitutto dal capitale umano (e dunque dalle donne e dagli uomini che in quella azienda vi lavorano), dalla sua cassa, dal suo buon nome (marchio) sul mercato reale (dove tutti noi scambiamo beni e servizi), dai suoi brevetti, dal suo capitale circolante e dalle sue immobilizzazioni. Naturalmente tutto questo deve essere valutato al netto delle passività (debiti per semplificare), ovvero delle risorse (capitale di terzi) preso a prestito per investire. Ecco, a volte capita che nel mercato finanziario il valore del capitale reale si discosti dalla sua rappresentazione che lì ne viene data. Questo può avvenire per una serie varia di ragioni: a causa di aspettative esagerate sugli utili futuri dell’azienda che viene rappresentata in questo particolare teatro chiamato mercato finanziario, oppure a volte dalla possibilità concessa dalle banche centrale di prendere a prestito soldi in maniera troppo facile (grazie a dei tassi di interesse tenuti artificialmente bassi). Esempio  eclatante di questa situazione è sicuamente quella della cosiddetta “bolla internet” degli anni novanta, dove l’eccessiva aspettativa della platea seduta a guardare la rappresentazione teatrale del capitale nel teatro chiamato mercato finanziario, aveva comportato una ipervalutazione dei titoli delle aziende rappresentete: in sostanza prezzi delle azioni troppo alti rispetto agli utili reali. Naturalmente quando nel mercato reale non si è verificato ciò che era stato supposto dalla rappresentazione teatrale semplicemente la rappresentazione si è adeguata: i prezzi delle azioni si sono adeguati alla realtà, crollando. Insomma, il caso della cosiddetta bolla internet sembrerebbe indicare come in realtà sia il reale ad avere la prevalenza sul virtuale (al di là di tutti i trucchi che il regista del teatro – la banca centrale – possa porre in scena per rallentare il momento della verità o se preferite della realtà) e dunque si potrebbe dire che non esiste nessun “contagio positivo” dal virtuale al reale come vorrebbe lasciar intendere il Governatore della BCE. Se fosse la sede adatta (non lo è) potremmo baloccarci a ritornare indietro nella storia dalla crisi del ’29 fino a quella dei bulbi di tulipano per dimostrare come alla fine sia sempre il reale a portar via la scena al virtuale. Da notare che questa strana idea del “contagio positivo” dal virtuale al reale sia già stata tentata da un altro governatore centrale: Alain Greenspan che dopo lo scoppio della bolla internet (e forse anche a causa dell’attentato alle Torri Genelle) tentò la strada di truccare la rappresentazione dei mercati finanziari con tassi bassissimi. Pochi anni dopo, quando finirono gli “effetti speciali”, scoppiò la crisi che ancora oggi stiamo vivendo e che originò proprio dal crollo dei titoli legati ai mutui immobiliari. Insomma il reale anche lì prevalse sul virtuale.

Lascia veramente basiti che ancora oggi possano avere libera cittadinanza visioni che si sono rivelate oniriche. Fa gelare il sangue che queste visioni siano condivise da chi dovrebbe tirarci fuori da questa crisi epocale. Con rispetto parlando, naturalmente.

Di Grasso

Isaak

Con immenso piacere vi propongo un raccconto del grandissimo scrittore sovietico Isaak Babel. La novella credo sia inedita in italiano pertanto non ci sono parole per ringraziare la compagna Tatiana Bogdanova per la preziosissima opera di traduzione.

Avevo quattordici anni. Appartenevo all’imperterrita armata dei bagarini teatrali. Il mio padrone era un mariuolo con un occhio perennemente strizzato e gli immensi baffi setosi. Il suo nome era Kolja Svarts. Ero finito tra le sue grinfie in quell’anno sfortunato in cui ad Odessa fece fiasco l’opera lirica italiana. L’impresario, fidandosi delle recensioni dei critici teatrali dei giornali, non ingaggiò per la tournée Anselmi e Titta Ruffo, ma decise di limitarsi ad invitare un buon complesso artistico. Fu punito per questo, fece bancarotta e, con lui, tutti quanti noi. Per rimediare e riprenderci, promisero di mandarci il famoso basso lirico, Šaljapin, che pretendeva, però, per una sola sortita, la grossa somma di tremila rubli. Invece di Šaljapin, arrivò allora un attore tragico siciliano, Di Grasso, con la sua compagnia. Furono portati all’albergo su carri pieni zeppi di bambini, gatti, gabbie di uccelli, all’interno delle quali saltellavano dei volatili italiani. Osservando attentamente questo accampamento da zingari, Kolja Svarts disse: «Bimbi miei! Questa non è merce…».

L’attore tragico siciliano, non appena arrivato, andò con una sporta al mercato. La sera, con un’altra sporta, arrivò al teatro. Alla prima rappresentazione il teatro riunì appena una cinquantina di spettatori. Eravamo costretti a cedere dei biglietti a metà prezzo e, ciononostante, non si trovavano acquirenti invogliati.

In quella serata, la compagnia mise in scena un dramma popolare siciliano: una storia banalmente comune, come l’alternarsi del giorno e della notte. La figlia di un ricco agricoltore si era fidanzata con un pastore. Gli era fedele, finché dalla città non arrivò un signorino con il panciotto di velluto. La figlia dell’agricoltore, parlando col giovanotto nuovo arrivato, ridacchiava a sproposito e sempre a sproposito ammutoliva. Ascoltandoli, il pastore girava la testa, come un uccellaccio allarmato. Per l’intero primo atto, non fece altro che appiattirsi contro le pareti, andare ogni tanto speditamente, chissà dove, come sulle ali delle sue larghe braghe ondeggianti e, riapparendo sul palcoscenico, guardarsi attorno insospettito. «Niente da fare» – disse nell’intervallo Kolja Svarts, – «è merce che avrebbe potuto fruttare tutt’al più in qualche sperduta provincia…»

L’intervallo servì per dare tempo alla fidanzata di maturarsi per il tradimento. L’abbiamo riconosciuta a stento nel secondo atto: era intollerante, distratta, svampita e restituì, frettolosamente, l’anello di fidanzamento al pastore. Allora lui la fece avvicinare ad una statua di Madonna, squallidamente dipinta e, parlando con la cadenza del suo dialetto siciliano, disse: «Signora!» – disse con voce greve e le volse la schiena, – «la Santa Vergine desidera che lei mi ascoltasse… A Giovanni, arrivato dalla città, la Santa Vergine darà tante donne, quante lui ne potrebbe desiderare; io, invece, non cerco, non voglio nessun’altra, all’infuori di lei, signora… La vergine Maria, la nostra protettrice immacolata, dirà a lei la stessa cosa, se lei la domandasse, signora…»

La fidanzata si era girata di schiena alla statua di legno della Madonna colorata pacchianamente. Ascoltando il pastore, batteva un piede con impazienza. Su questa Terra, – oh, disgrazia è la nostra! – non esiste una sola donna che non sia pazza, proprio negli istanti di decisione definitiva del suo destino… Rimane da sola in quegli istanti, completamente sola, senza la vergine Maria cui non ha nulla da domandare…

Nel terzo atto Giovanni, arrivato dalla città, s’imbatteva nel suo destino. Stava seduto da un barbiere di campagna, per farsi fare la barba, aprendo a dismisura le sue forti gambe maschili sulla ribalta; sotto il sole rovente di Sicilia, risplendeva ogni minima piega del suo panciotto di velluto. La scenografia rappresentava una fiera di villaggio. Nell’angolo più lontano del palcoscenico stava fermo il pastore. Stava immobile e silenzioso, in mezzo ad una folla spensierata e rumorosa. La sua testa era chinata, ma dopo un po’ la sollevò e, sotto il suo fisso sguardo acceso ed attento, Giovanni all’improvviso cominciò a muoversi agitatamente, a dimenarsi sulla poltrona e, dopo aver respinto con forza il barbiere, saltò in piedi. Con voce arrochita, pretese da un carabiniere che dalla piazza fossero allontanate subito tutte le persone tetre e sospette. Il pastore – la sua parte era recitata da Di Grasso – rimase fermo e meditabondo, poi sorrise diabolicamente, si levò nell’aria, attraversò al volo il palcoscenico del civico teatro, si posò sulle spalle di Giovanni e, incidendogli con un morso la gola, brontolando e guardando di sbieco, si mise a succhiargli il sangue dalla ferita. Giovanni stramazzò a terra e il sipario, muovendosi minacciosamente e silenziosamente, nascose a noi l’ammazzato e l’assassino. Non aspettando altro, ci siamo precipitati nel vicolo del Teatro, verso la cassa, che avrebbe dovuto aprire i battenti soltanto all’indomani. Davanti a tutti correva Kolja Svarts. All’alba il giornale «Odesskie Novosti»1 informò quei pochi spettatori, presenti al teatro, che loro avevano assistito alla recita del più strabiliante attore del secolo.

Di Grasso, durante la sua permanenza da noi, recitò nei panni di «Re Lear», «Otello», «Parassita» di Turgenev e nel dramma «Morte civile», testimoniando, con ogni sua parola, gesto, movimento e mossa, che nella frenesia d’una nobile passione, vi sono molto più moralità e speranza, di quanto ce ne siano nelle tristemente misere regole di questo mondo. I biglietti per le rappresentazioni andavano a ruba, maggiorati addirittura cinque volte sul prezzo ufficiale di cassa. Gli acquirenti dei biglietti, andando come dei disperati a caccia dei bagarini, li trovavano dentro le trattorie: vocianti, paonazzi, sbraitanti inoffensive bestemmie.

Una scia di rosea polverosa afa fece il suo ingresso nel vicolo di Teatro. I bottegai, con le pianelle di feltro, tirarono fuori sulla strada dei bottiglioni verdi di vino e le botti con le olive. Nei grossi pentoloni, davanti alle botteghe, bollivano nell’acqua schiumosa i maccheroni, il cui vapore si scioglieva nel lontano dei cieli. Vecchie, con mocassini da uomo, vendevano conchiglie e ricordi, e, gridando a squarciagola, rincorrevano gli eventuali acquirenti indecisi. Ricchi ebrei, con le lunghe barbe ben spazzolate e divise in due parti, si facevano condurre davanti all’Hôtel «Severnaja»2 e bussavano pian pianino alle stanze delle more ciccione con i baffetti – le attricette della compagnia Di Grasso. Tutti erano felici nel vicolo del Teatro, tranne una persona e questa persona ero io. In quei giorni incombeva su di me la mia rovina, la mia morte. Da un momento all’altro mio padre poteva accorgersi dell’assenza dell’orologio, che avevo preso senza il suo permesso ed impegnato da Kolja Svarts. Kolja, essendosi abituato ad avere un bell’orologio d’oro ed essendo un uomo che beveva sin dal mattino, invece del the mattutino, il vino di Bessarabia, pur avendo riscosso da tempo i suoi soldi, non poteva tuttavia decidersi a restituirmi l’orologio. Un tale carattere aveva Kolja Svarts. Ebbene, pure il carattere del mio genitore non si differenziava granché dal suo, era per nulla da meno. Stretto tra i due caratteri di questi uomini, a me non rimaneva altro che guardare, come stavano rotolando veloci, senza sfiorarmi, i cerchi d’oro di felicità e di gioia altrui. Il mio infausto destino, oramai, mi prefigurava una fuga vigliacca a Costantinopoli. Mi ero persino accordato con il secondo meccanico del piroscafo «Duke of Kent», ma, nel frattempo, prima di salpare, avevo deciso di prendere commiato da Di Grasso e dalla sua compagnia. Avrebbe dovuto, per l’ultima volta ad Odessa, varcare il palcoscenico nei panni del pastore che una misteriosa forza sollevava da terra. L’intera comunità italiana, stanziata in città, venne quella sera a teatro, guidata dal loro console snello come un figurino e calvo; vennero anche i greci, che si rannicchiavano ogni tanto come per il freddo; c’erano poi a teatro gli immancabili studenti barbuti fuori corso che fissavano da fanatici un punto invisibile a tutti gli altri, e non si fece sfuggire lo spettacolo il famoso Utočkin3 dalle lunghe braccia. Persino Kolja Svarts accompagnò a teatro la sua signora, in uno scialle viola con le frange. Una donna, che sarebbe idonea per un corpo di granatieri e lunga come la steppa, sul cui termine si trovava un sonnolento visetto sciupato e avvizzito. Quando calarono il sipario, quel suo visetto stropicciato era tutto bagnato di lacrime. «Straccione!» – lei disse a Kolja, uscendo dal teatro. «Adesso per te dev’essere chiaro, che cosa sia il vero amore…».

A passi pesanti, madame Svarts, si era incamminata lungo la via di Lanžeron, dai suoi occhi da pesce sgorgavano lacrime a rivoli incessanti, sopra le grosse e larghe spalle tremava lo scialle viola con le frange. Strisciando i grandi piedi da uomo e scuotendo la testa, lei, in modo assordante, per tutta la strada, si mise ad elencare e contare le donne che erano felicemente sposate coi loro mariti. «Ciccina, tesoruccio mio – chiamano questi bravi mariti le loro mogli, – amoruccio mio, passerotto, rosellina, bambina mia…». Kolja, diventato improvvisamente docile docile, camminava vicino alla moglie silenzioso e gonfiava, soffiando piano piano, i suoi enormi setosi baffi. Io, oramai per abitudine, camminavo dietro e singhiozzavo di pianto convulso. Zittendo per un attimo, madame Svarts aveva udito il mio pianto e si era voltata. «Straccione!» – disse al marito, strabuzzando gli occhi da pesce. «Ti giuro, potessi morire subito, se tu ora, non restituisci al ragazzino l’orologio…». Kolja Svarts rimase di stucco, aprì la bocca, ma poi si ravvide e, dandomi di nascosto un forte pizzicotto, mi ficcò lateralmente in mano il mio orologio.

«Che cosa mi dà lui di bello?!» – si lamentava sconsolatamente, proseguendo, la grossa voce piagnucolosa di madame Svarts. «Soltanto oggi i suoi approcci d’istinto bestiale, domani i suoi approcci d’istinto bestiale… Sto domandando a te, straccione che non sei altro, per quanto tempo può attendere una donna?!.».

Arrivati all’angolo, loro due girarono in via Puškinskaja. Rimasi solo, stringendo l’orologio, e all’improvviso con limpida chiarezza, che non avevo mai avvertito prima, vidi le colonne erette verso il cielo del palazzo della Duma della città di Odessa, il fogliame degli alberi illuminato dalla luce sul largo viale, la testa della statua di bronzo di Puškin nel riflesso soffuso della Luna: scorsi per la prima volta il mondo circostante così com’era veramente – rasserenato e indescrivibilmente meraviglioso.

“Di Grasso” di Isaak Babel, 1937

Globalizzazione nuovo imperialismo

glob

Il colonialismo al tempo di Adam Smith fu chiamato “la ricchezza delle nazioni”: l’imperialismo di oggi – il moderno colonialismo – si chiama “globalizzazione”. Non è difficile dimostrare che la globalizzazione maschera in realtà l’imperialismo, una volta mostrato il modo imperialistico, sfruttatore e distruttivo, di operare nel Terzo Mondo della Banca Mondiale, dell’Unione Europea e delle transnazionali dell’OCSE. Eppure, sotto questa copertura, milioni e milioni di persone muoiono per ragioni a loro ignote e incomprensibili.

Hosea Jaffe – “L’imperialismo dell’auto. Auto + Petrolio = Guerra”, Jaca Book, 2004

Le forze produttive si svilupparono come risultato dei rapporti di produzione, colonialistici, internazionali e interclassisti. La stretta convergenza tra forze produttive e rapporti di produzione/distruzione si manifestò nel conflitto tra il modo di produzione feudale/capitalistico “europeo” e i modi di produzione “non europei” (americano, africano, asiatico). Questo conflitto costituì la genesi e il fondamento del sistema capitalistico come sistema-mondo.Tale conflitto si svolse fuori dal continente europeo. Si svolse quasi esclusivamente nelle coste insanguinate degli altri continenti.

Hosea Jaffe, in “Progresso e nazione: economia ed ecologia”, Jaca Book, 1990

Il dominio del linguaggio è dominio economico

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http://podcast.radiopopolare.it/sabatolibri_12_01_2013.mp3

Vladimiro Giacché, autore de “Titanic Europa, la crisi che non ci hanno raccontato” in una intervista a Radio Popolare spiega il potere che assumono le parole quando vengono stravolte dal loro signficato originale.

Fonte

La maestra elementare e lo sviluppo economico

scuola

Gli economisti che si sono interrogati sulle dinamiche dello sviluppo economico nel corso di questi due secoli hanno individuato nella valorizzazione del “capitale umano” uno dei fattori chiave che lo innescano. E’ evidente come questo fondamentale fenomeno sia intrinsecamente legato al concetto di innovazione di prodotto/processo/mercati che continuamente deve essere ricercato ed inseguito all’interno delle aziende (sia a capitale pubblico che a capitale privato senza alcuna distinzione) per soddisfare i mutevoli bisogni che si riscontrano nella società. Dunque come si innescano questi processi di innovazione? Secondo Schumpeter l’attore fondamentale è il cosiddetto “imprenditore innovatore” ovvero un particolare tipo di uomo, amante del rischio e con una fortissima curiosità che lo spinge a ricercare continuamente strade inesplorate da percorrere. Quasi una figura mitica. Al di là del fatto che l’innovatore debba essere per forza un imprenditore così come teorizzato dal grande economista asburgico, sicuramente viene da domandarsi come possa nascere una persona con queste caratteristiche sia che poi decida di lavorare come imprenditore, o come scienziato in un centro di ricerca o come artista.

E’ evidente che nella genesi di questo tipo di individuo gioca un ruolo fondamentale la sua istruzione (e qui torna la valorizzazione del capitale umano di cui dicevamo all’inizio) e dunque il tipo di stimoli e il tipo di insegnamenti che gli vengono impartiti. Secondo l’umile opinione di zeroconsensus il fattore fondamentale nella formazione dell’innovatore è l’insegnamento di un pensiero critico, ossia di un pensiero che non si limiti ad accettare la “verità rivelata” proposta dell’insegnante ma che tenti di individuare in essa i punti deboli e di proporre anche soluzioni nuove. Questo tipo di forma mentis una volta acquisita accompagnerà per il resto della vita l’alunno e ciò – con il tempo – potrebbe portare anche nell’ambito lavorativo alla realizzazione di processi/prodotti/mercati innovativi e dunque in definitiva ad uno sviluppo economico generalizzato.

A questo punto però c’è da porsi un altra domanda: quale tipo di scuola (dalle primarie fino all’Università) è necessaria per educare questo genere di alunno? Senza dubbio, non una scuola che educhi al conformismo. Questo ci fa comprendere che la scuola – a mio modo di vedere – debba essere non dogmatica e dunque laica: la verità rivelata da accettare come fede non è compatibile con l’educazione di un innovatore. Ovvio, sempre a modesto avviso di chi scrive, che solo una scuola laica, aperta, plurale e che insegni a dubitare di tutto e di tutti può conseguire questo obbiettivo. In altre parole – non me ne vogliano i credenti – l’insegnamento della religione (cattolica o qualunque altra) è fortemente inibitoria per un alunno che vuole/deve essere educato allo spirito critico.

Altro aspetto fondamentale è se sia idonea un tipo di scuola incentrata sul sapere tecnico così come teorizzata da economisti di “eletta scuola bocconiana” e loro scimmiottatori. Per come la vede chi scrive il sapere tecnico da insegnare al fine di avere futuri cittadini-produttori immediatamente spendibili nel processo produttivo porta alla non educazione al pensiero critico e dunque porta a futuri cittadini con scarsa propensione all’innovazione (l’assenza di pensiero critico rende difficile l’individuazione di nuove strade). Al fine di creare innovatori le scuole di ogni ordine e grado devono stimolare la fantisia, la creatività, l’amore per il bello e possibilmente anche la ricerca del giusto, In altre parole, materie che al giorno d’oggi sono viste come “una perdita di tempo” quali la letteratura, il disegno, la storia, la filosofia, il teatro debbono essere rivalutate e tutto questo proprio per motivi di ordine economico: la creazione di cittadini con spirito crtico che possano, nell’ambito della loro attività lavorativa, essere anche innovatori. Insomma l’esatto opposto delle orrende fabbriche  di conformismo che vorrebbero imporci in ossequio al mercato e alla necessità di produrre. In altre parole, le scuole che vorrebbero imporci per aumentare la nostra competitività e produttività si tradurrebbero in fabbriche di conformisti non in grado di innovare il nostro tessuto economico e condannando in definitiva la nostra economia ad un inesorabile declino.

Ecco perchè la  battaglia per una scuola plurale, non dogmatica, laica e non incentrata sulla produttivià è una battaglia chiave non solo per continuare ad avere cittadini consapevoli ma anche lavoratori veramente produttivi.

Piccolo oroscopo economico per il 2013

Se mai fosse stato necessario il 2012 finisce con due notizie che chiariscono una volta di più come sia necessaio uscire dalla gabbia delle dottrine economiche capitaliste (neoclassicismo&keynesismo):

1) E’ di questi giorni la notizia che le banche greche hanno bisogno di essere ricapitalizzate per la cifra mostruosa di 40 miliardi di euro. E’ evidente come l’austerità imposta dall’ortodossia neoclassica, tanto amata a Francoforte e a Bruxelles, sia del tutto inutile: se da un lato si “mettono in sicurezza” i conti pubblici (sic), dall’altro, con queste manovre, si distrugge l’economia reale con successivo aumento delle sofferenze delle banche nazionali che hanno necessità di essere ricapitalizzate dallo Stato. Punto e a capo;

2) L’istituto di credito spagnolo Bankia e la società finanziaria che la controlla hanno complessivamente una voragine di 14 miliardi di euro nonostante i 18 miliardi di euro di aiuti emergenziali ottenuti dal famoso fondo europeo ESM. Naturalmente, manco a dirlo, gli aiuti europei sono stati vincolati a tagli draconiani allo Stato Sociale spagnolo prontamente eseguiti dal governo Rajoy. Risultato? L’economia spagnola continua a sprofondare con conseguente aumento delle sofferenze delle banche che vedono così aprirsi ulteriori squarci nei bilanci. Gli ufficiali della nave dei folli darebbero ordini meno schizofrenici di quelli richiesti dalle istutuzioni europee e prontamente attuati dai governi dei paesi in difficoltà.

La soluzione sarebbe allora l’implementazione di politiche di stampo keynesiano? No, zeroconsensus è personalmente convinto che sarebbe assolutamente inutile: la spesa pubblica per far ripartire l’economia farebbe esplodere i deficit di bilancio degli stati con un repentino aumento dei tassi d’interesse sui titoli statali del debito pubblico e forse anche con una fuga di capitali dall’area euro. Questo porterebbe al quasi automatico default degli stati sovrani maggiormente in difficoltà. In sostanza la finta alternativa tra le due dottrine capitaliste (quella neoclassica e quella keynesiana) si sostanzia nello scegliere cosa deve saltare in aria per primo: con la dottrina neoclassica si salvano i bilanci statali ma si disintegra l’economia reale (e di conseguenza il sistema bancaio privato) con le dottrine keynesiane invece si distruggono i bilanci degli stati per provare a salvare l’economia reale ma senza sostanziali possibilità di riuscità vista l’istantanea risposta dei mercati.

Quali soluzioni allora? Per il poco che vale l’opinione dell’autore di questo blog sono necessarie risposte incisive che trasformino sostanzialmente il sistema economico (e quindi il sistema di potere, qui sta il guaio) che attualmente ci domina e ci schiaccia come un tallone di ferro. Nell’ambito della collocazione dei titoli di stato le banche centrali nazionali devono poter intervenire per abbassare i tassi (la mia è un idea poco rivoluzionaria, in Italia è funzionato così fino al 1981, dunque nulla di nuovo); devono essere ricostituite delle nuove IRI e di conseguenza nazionalizzate le banche e le aziende strategiche nazionali: solo gli stati possono tenere aperte aziende che non sono in grado di dare utili e dunque ristrutturare con razionalità e non con licenziamenti di massa che devastano paradossalmente i conti del Welfere delle vazie nazioni e deprimono la domanda interna rendendo tutto inutile. Solo azioni come queste possono avere qualche probabilità di ridare un minimo di slancio ad un tessuto economico europeo in avanzato stato di necrosi.

E’ del tutto ovvio che i burocrati che ci governano non sono in grando manco di pensare a simili strategie di rilancio tanto sono accecati da credenze fideistiche verso dottrine completamente fallimentari. Pertanto anche nel 2013 l’economia europea continuerà a bruciare. Con le speranze di milioni di persone innocenti.