Di Grasso

di Giuseppe Masala

Isaak

Con immenso piacere vi propongo un raccconto del grandissimo scrittore sovietico Isaak Babel. La novella credo sia inedita in italiano pertanto non ci sono parole per ringraziare la compagna Tatiana Bogdanova per la preziosissima opera di traduzione.

Avevo quattordici anni. Appartenevo all’imperterrita armata dei bagarini teatrali. Il mio padrone era un mariuolo con un occhio perennemente strizzato e gli immensi baffi setosi. Il suo nome era Kolja Svarts. Ero finito tra le sue grinfie in quell’anno sfortunato in cui ad Odessa fece fiasco l’opera lirica italiana. L’impresario, fidandosi delle recensioni dei critici teatrali dei giornali, non ingaggiò per la tournée Anselmi e Titta Ruffo, ma decise di limitarsi ad invitare un buon complesso artistico. Fu punito per questo, fece bancarotta e, con lui, tutti quanti noi. Per rimediare e riprenderci, promisero di mandarci il famoso basso lirico, Šaljapin, che pretendeva, però, per una sola sortita, la grossa somma di tremila rubli. Invece di Šaljapin, arrivò allora un attore tragico siciliano, Di Grasso, con la sua compagnia. Furono portati all’albergo su carri pieni zeppi di bambini, gatti, gabbie di uccelli, all’interno delle quali saltellavano dei volatili italiani. Osservando attentamente questo accampamento da zingari, Kolja Svarts disse: «Bimbi miei! Questa non è merce…».

L’attore tragico siciliano, non appena arrivato, andò con una sporta al mercato. La sera, con un’altra sporta, arrivò al teatro. Alla prima rappresentazione il teatro riunì appena una cinquantina di spettatori. Eravamo costretti a cedere dei biglietti a metà prezzo e, ciononostante, non si trovavano acquirenti invogliati.

In quella serata, la compagnia mise in scena un dramma popolare siciliano: una storia banalmente comune, come l’alternarsi del giorno e della notte. La figlia di un ricco agricoltore si era fidanzata con un pastore. Gli era fedele, finché dalla città non arrivò un signorino con il panciotto di velluto. La figlia dell’agricoltore, parlando col giovanotto nuovo arrivato, ridacchiava a sproposito e sempre a sproposito ammutoliva. Ascoltandoli, il pastore girava la testa, come un uccellaccio allarmato. Per l’intero primo atto, non fece altro che appiattirsi contro le pareti, andare ogni tanto speditamente, chissà dove, come sulle ali delle sue larghe braghe ondeggianti e, riapparendo sul palcoscenico, guardarsi attorno insospettito. «Niente da fare» – disse nell’intervallo Kolja Svarts, – «è merce che avrebbe potuto fruttare tutt’al più in qualche sperduta provincia…»

L’intervallo servì per dare tempo alla fidanzata di maturarsi per il tradimento. L’abbiamo riconosciuta a stento nel secondo atto: era intollerante, distratta, svampita e restituì, frettolosamente, l’anello di fidanzamento al pastore. Allora lui la fece avvicinare ad una statua di Madonna, squallidamente dipinta e, parlando con la cadenza del suo dialetto siciliano, disse: «Signora!» – disse con voce greve e le volse la schiena, – «la Santa Vergine desidera che lei mi ascoltasse… A Giovanni, arrivato dalla città, la Santa Vergine darà tante donne, quante lui ne potrebbe desiderare; io, invece, non cerco, non voglio nessun’altra, all’infuori di lei, signora… La vergine Maria, la nostra protettrice immacolata, dirà a lei la stessa cosa, se lei la domandasse, signora…»

La fidanzata si era girata di schiena alla statua di legno della Madonna colorata pacchianamente. Ascoltando il pastore, batteva un piede con impazienza. Su questa Terra, – oh, disgrazia è la nostra! – non esiste una sola donna che non sia pazza, proprio negli istanti di decisione definitiva del suo destino… Rimane da sola in quegli istanti, completamente sola, senza la vergine Maria cui non ha nulla da domandare…

Nel terzo atto Giovanni, arrivato dalla città, s’imbatteva nel suo destino. Stava seduto da un barbiere di campagna, per farsi fare la barba, aprendo a dismisura le sue forti gambe maschili sulla ribalta; sotto il sole rovente di Sicilia, risplendeva ogni minima piega del suo panciotto di velluto. La scenografia rappresentava una fiera di villaggio. Nell’angolo più lontano del palcoscenico stava fermo il pastore. Stava immobile e silenzioso, in mezzo ad una folla spensierata e rumorosa. La sua testa era chinata, ma dopo un po’ la sollevò e, sotto il suo fisso sguardo acceso ed attento, Giovanni all’improvviso cominciò a muoversi agitatamente, a dimenarsi sulla poltrona e, dopo aver respinto con forza il barbiere, saltò in piedi. Con voce arrochita, pretese da un carabiniere che dalla piazza fossero allontanate subito tutte le persone tetre e sospette. Il pastore – la sua parte era recitata da Di Grasso – rimase fermo e meditabondo, poi sorrise diabolicamente, si levò nell’aria, attraversò al volo il palcoscenico del civico teatro, si posò sulle spalle di Giovanni e, incidendogli con un morso la gola, brontolando e guardando di sbieco, si mise a succhiargli il sangue dalla ferita. Giovanni stramazzò a terra e il sipario, muovendosi minacciosamente e silenziosamente, nascose a noi l’ammazzato e l’assassino. Non aspettando altro, ci siamo precipitati nel vicolo del Teatro, verso la cassa, che avrebbe dovuto aprire i battenti soltanto all’indomani. Davanti a tutti correva Kolja Svarts. All’alba il giornale «Odesskie Novosti»1 informò quei pochi spettatori, presenti al teatro, che loro avevano assistito alla recita del più strabiliante attore del secolo.

Di Grasso, durante la sua permanenza da noi, recitò nei panni di «Re Lear», «Otello», «Parassita» di Turgenev e nel dramma «Morte civile», testimoniando, con ogni sua parola, gesto, movimento e mossa, che nella frenesia d’una nobile passione, vi sono molto più moralità e speranza, di quanto ce ne siano nelle tristemente misere regole di questo mondo. I biglietti per le rappresentazioni andavano a ruba, maggiorati addirittura cinque volte sul prezzo ufficiale di cassa. Gli acquirenti dei biglietti, andando come dei disperati a caccia dei bagarini, li trovavano dentro le trattorie: vocianti, paonazzi, sbraitanti inoffensive bestemmie.

Una scia di rosea polverosa afa fece il suo ingresso nel vicolo di Teatro. I bottegai, con le pianelle di feltro, tirarono fuori sulla strada dei bottiglioni verdi di vino e le botti con le olive. Nei grossi pentoloni, davanti alle botteghe, bollivano nell’acqua schiumosa i maccheroni, il cui vapore si scioglieva nel lontano dei cieli. Vecchie, con mocassini da uomo, vendevano conchiglie e ricordi, e, gridando a squarciagola, rincorrevano gli eventuali acquirenti indecisi. Ricchi ebrei, con le lunghe barbe ben spazzolate e divise in due parti, si facevano condurre davanti all’Hôtel «Severnaja»2 e bussavano pian pianino alle stanze delle more ciccione con i baffetti – le attricette della compagnia Di Grasso. Tutti erano felici nel vicolo del Teatro, tranne una persona e questa persona ero io. In quei giorni incombeva su di me la mia rovina, la mia morte. Da un momento all’altro mio padre poteva accorgersi dell’assenza dell’orologio, che avevo preso senza il suo permesso ed impegnato da Kolja Svarts. Kolja, essendosi abituato ad avere un bell’orologio d’oro ed essendo un uomo che beveva sin dal mattino, invece del the mattutino, il vino di Bessarabia, pur avendo riscosso da tempo i suoi soldi, non poteva tuttavia decidersi a restituirmi l’orologio. Un tale carattere aveva Kolja Svarts. Ebbene, pure il carattere del mio genitore non si differenziava granché dal suo, era per nulla da meno. Stretto tra i due caratteri di questi uomini, a me non rimaneva altro che guardare, come stavano rotolando veloci, senza sfiorarmi, i cerchi d’oro di felicità e di gioia altrui. Il mio infausto destino, oramai, mi prefigurava una fuga vigliacca a Costantinopoli. Mi ero persino accordato con il secondo meccanico del piroscafo «Duke of Kent», ma, nel frattempo, prima di salpare, avevo deciso di prendere commiato da Di Grasso e dalla sua compagnia. Avrebbe dovuto, per l’ultima volta ad Odessa, varcare il palcoscenico nei panni del pastore che una misteriosa forza sollevava da terra. L’intera comunità italiana, stanziata in città, venne quella sera a teatro, guidata dal loro console snello come un figurino e calvo; vennero anche i greci, che si rannicchiavano ogni tanto come per il freddo; c’erano poi a teatro gli immancabili studenti barbuti fuori corso che fissavano da fanatici un punto invisibile a tutti gli altri, e non si fece sfuggire lo spettacolo il famoso Utočkin3 dalle lunghe braccia. Persino Kolja Svarts accompagnò a teatro la sua signora, in uno scialle viola con le frange. Una donna, che sarebbe idonea per un corpo di granatieri e lunga come la steppa, sul cui termine si trovava un sonnolento visetto sciupato e avvizzito. Quando calarono il sipario, quel suo visetto stropicciato era tutto bagnato di lacrime. «Straccione!» – lei disse a Kolja, uscendo dal teatro. «Adesso per te dev’essere chiaro, che cosa sia il vero amore…».

A passi pesanti, madame Svarts, si era incamminata lungo la via di Lanžeron, dai suoi occhi da pesce sgorgavano lacrime a rivoli incessanti, sopra le grosse e larghe spalle tremava lo scialle viola con le frange. Strisciando i grandi piedi da uomo e scuotendo la testa, lei, in modo assordante, per tutta la strada, si mise ad elencare e contare le donne che erano felicemente sposate coi loro mariti. «Ciccina, tesoruccio mio – chiamano questi bravi mariti le loro mogli, – amoruccio mio, passerotto, rosellina, bambina mia…». Kolja, diventato improvvisamente docile docile, camminava vicino alla moglie silenzioso e gonfiava, soffiando piano piano, i suoi enormi setosi baffi. Io, oramai per abitudine, camminavo dietro e singhiozzavo di pianto convulso. Zittendo per un attimo, madame Svarts aveva udito il mio pianto e si era voltata. «Straccione!» – disse al marito, strabuzzando gli occhi da pesce. «Ti giuro, potessi morire subito, se tu ora, non restituisci al ragazzino l’orologio…». Kolja Svarts rimase di stucco, aprì la bocca, ma poi si ravvide e, dandomi di nascosto un forte pizzicotto, mi ficcò lateralmente in mano il mio orologio.

«Che cosa mi dà lui di bello?!» – si lamentava sconsolatamente, proseguendo, la grossa voce piagnucolosa di madame Svarts. «Soltanto oggi i suoi approcci d’istinto bestiale, domani i suoi approcci d’istinto bestiale… Sto domandando a te, straccione che non sei altro, per quanto tempo può attendere una donna?!.».

Arrivati all’angolo, loro due girarono in via Puškinskaja. Rimasi solo, stringendo l’orologio, e all’improvviso con limpida chiarezza, che non avevo mai avvertito prima, vidi le colonne erette verso il cielo del palazzo della Duma della città di Odessa, il fogliame degli alberi illuminato dalla luce sul largo viale, la testa della statua di bronzo di Puškin nel riflesso soffuso della Luna: scorsi per la prima volta il mondo circostante così com’era veramente – rasserenato e indescrivibilmente meraviglioso.

“Di Grasso” di Isaak Babel, 1937

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