zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: febbraio, 2013

Zona Franca: l’eterno ritorno di Giuseppe Todde

araba

Ha destato un certo scalpore la proposta della Giunta Regionale Sarda di istituire una zona franca nell’isola. Al di là della assoluta impalpabilità della proposta che non chiarisce minimamente i confini geografici (quali aree dell’isola sarebbero coinvolte?) e produttivi (quali prodotti e servizi accederebbero ai benefici?) quello che lascia  perplessi è la tempistica della proposta che – si nota facilmente – è stata fatta a ridosso delle elezioni politiche.

Volendo prendere sul serio questa iniziativa la prima cosa che viene da dire è che essa non brilla certo per innovazione. Ciclicamente l’araba fenice della zona franca risorge dalle sue ceneri per incenerirsi nuovamente dopo un periodo di tempo, generalmente, abbastanza breve. Il primo a teorizzarne l’istituzione in Sardegna fu uno dei padri degli studi economici in questa isola: il Professor Giuseppe Todde prima docente di economia e diritto commerciale all’Università di Sassari e successivamente Rettore dell’Università di Cagliari. La sua visione dell’economia fu di stampo liberale e liberista e forse, addirittura, non è azzardato definirlo come un anarcocapitalista ante litteram.  La sua idea di zona franca, è curioso notare, come sia caratterizzata per convinzione che sia economicamente sostenibile, per lo Stato, dal fatto che i costi per gli sgravi fiscali siano compensati dall’aumento dell’attività economica grazie all’apertura di nuove imprese. Insomma, Todde teorizzava una sorta di “Curva di Laffer” (cavallo di battaglia degli economisti della Reaganomics) un secolo prima di Laffer e della scuola di Chicago.

Questa premessa di tipo storico credo sia importante perché le idee hanno radici profonde e solo l’esplorazione dell’origine di esse ci può aiutare a comprenderle fino in fondo. Detto questo credo si possa asserire che la proposta di zona franca in Sardegna rientri chiaramente nei canoni delle idee della destra liberista. Questo cento anni fa come ora.

Entrando nel merito e sempre ipotizzando che la proposta della Giunta Regionale presieduta da Cappellacci non sia una facile promessa elettorale, credo sia giusto aggiungere alcune considerazioni sul fatto che non è stato chiarito l’aspetto più importante: i settori per i quali si richiede la fiscalità di vantaggio.

Se i settori coinvolti dalla zona franca fossero quello edilizio e quello industriale saremo di fronte ad un imponente attacco ai beni comuni ed in particolare al paesaggio e alla salute. Barattare il paesaggio concedendo una nuova colata di cemento dovuta ad incentivi all’edilizia sarebbe un errore gravissimo; infatti sarebbero attirate in Sardegna torme di speculatori a caccia di facili profitti che una volta ottenuto l’obbiettivo non lascerebbero nulla in grado di creare uno sviluppo reale e dunque autocentrato. Una zona franca che coinvolgesse il settore industriale sarebbe probabilmente ancora più devastante: oltre al danno al paesaggio ci sarebbe un danno all’ambiente  con delle ricadute sulla salute pubblica delle popolazioni dei territori coinvolti.  Troppo catastrofista? Direi di no, l’evidenza storica del passato tentativo di industrializzazione ci ha insegnato – a caro prezzo – come bisogna rifuggire dalle facili promesse fatte da capitalisti a caccia di profitti grazie ad incentivi o altre provvidenze statali.

Dunque della zona franca non si può salvare nulla? Secondo me no. Qualcosa si può salvare.  Sarebbe un esperimento interessante concedere delle agevolazioni fiscali forti (non importa se l’operazione verrà chiamata zona franca o altro) al settore agroalimentare. Innanzitutto perché si valorizzerebbe un settore d’eccellenza dell’isola che in tutto il mondo sta diventando sempre più strategico. Da notare che a beneficiarne sarebbero aziende locali già operative ed inoltre si favorirebbe l’insediamento di nuove attività anche provenienti da oltre Tirreno purché interessate a investimenti di lungo periodo e non al facile profitto.

Purtroppo va detto che il settore agroalimentare è presidiato (anche a livello di attività di lobbing nella UE) delle grandi multinazionali del settore quindi è veramente difficile sperare che l’UE conceda simili agevolazioni in questo settore. L’unico nel quale la proposta avrebbe un reale effetto di sviluppo riuscendo anche a salvaguardare i beni comuni.

Pubblicato originariamente, con titolo diverso da quello da me proposto, sul Manifesto Sardo numero 140.

Annunci

Colonialismo e classe operaia

africa

Essendo stata dipendente dal colonialismo per un secolo, la stessa classe operaia dei paesi imperialisti “sente” questo e ciò spiega molto della loro continua resistenza al socialismo e la loro ostilità nei confronti dell’Unione Sovietica e della Cina. Non sono tanto gli eccessi stalinisti in questi paesi che li disturbano, quanto la paura di perdere privilegi che essi hanno avuto e di cui godono ancora, derivanti dal supersfruttamento del mondo coloniale. Così non è soltanto il loro interesse economico presente e passato nell’imperialismo, ma anche le loro paure per il futuro, che contribuiscono al conservatorismo politico e alla arretratezza dei lavoratori nei paesi imperialisti. Questi ultimi sono industrialmente “avanzati” a causa del colonialismo, ma politicamente sono “arretrati”’. E il compito di vincere e curare questa arretratezza, ivi compreso il socialsciovinismo, è uno dei principali compiti “educativi” che riguardano la pianificazione socialista in questi paesi: vale a dire lo sradicamento della “mentalità da schiavo” inculcata dai missionari, dai liberali, dagli “educatori” e dai regimi imperialisti e dai loro agenti locali.

Hosea Jaffe – “Il colonialismo oggi: economia e ideologia”, Jaca Book, 1970

Vi presento John. Il capitalista John.

keynes

Dopo un suo viaggio in URSS nel 1925: “come posso adottare un credo che pone il rozzo proletariato al di sopra della borghesia e dell’intellighenzia, che, malgrado i propri difetti, rappresentano l’essenza della vita e senz’altro il seme di ogni progresso umano?”.

John Maynard Keynes, “Un breve sguardo alla Russia”, 1925

“perché non mi iscrivo al Partito Laburista?In primo luogo, è un partito di classe, e di una classe che non è la mia. Se devo difendere interessi particolari, difenderò i miei. Quando arriverà la lotta di classe vera e propria, il mio patriottismo locale e il mio patriottismo personale si schiereranno con i miei simili. Posso essere mosso da quello che reputo che sia giusto e di buon senso, ma la lotta di classe mi troverà dalla parte della borghesia colta.”

John Maynard Keynes, dalla sua conferenza “Sono un liberale?”, raccolta in “Essays in Persuasion”, 1925

Brancaccio: “Monte dei Paschi è un preludio”

 

“Dalla grande stampa a Mario Monti, l’interpretazione prevalente del caso Montepaschi è quella “liberista”: la crisi sarebbe stata causata da un’ingerenza della politica negli affari privati della banca. E se invece fosse vero l’esatto opposto? Se cioè la crisi di MPS e di tutto il sistema bancario derivasse dal fatto che le istituzioni politiche e di vigilanza hanno lasciato le banche completamente libere di partecipare al baccanale finanziario della speculazione?”

Emiliano Brancaccio.

Keynesismo e imperialismo

imperialismo

Per coloro che rimpiangono lo Stato Keynesiano e che, giustamente, si oppongono al neo-liberismo e al dominio sfrenato del capitale privato, è opportuno segnalare che lo Stato Keynesiano è possibile solo quando sono presenti certe condizioni sociali e economiche (grandi e crescenti masse di plusvalore). Esso non fu il risultato di un compromesso tra capitale e lavoro nel loro insieme attraverso l’intervento statale. Esso fu il risultato di un compromesso tra il capitale e quelle sezioni della classe operaia e delle classi subalterne dei paesi imperialisti che si lasciarono cooptare e che furono cooptate nel sistema. Esse, nel perseguire i loro interessi immediati e miopi, non si resero conto che i vantaggi derivanti da tale cooptazione (vantaggi in termini di reddito, ecc.) sarebbero stati ben minori degli svantaggi che sarebbero sopraggiunti quando le condizioni per il mantenimento di tale compromesso sarebbero venute a mancare (la crisi). Esse non si resero neanche conto che la dimensione nazionale dello Stato Keynesiano nascondeva (per chi non voleva vederla) la dimensione internazionale del suo finanziamento, cioè la stretta relazione tra lo Stato Keynesiano nei paesi imperialisti e il flusso di valore dai paesi dominati che era un elemento molto importante per mantenerlo. La cooptazione di frazioni delle classi subalterne nei paesi imperialisti richiedeva quindi la loro negazione della solidarietà internazionale.

Guglielmo Carchedi, Proteo N. 2003-2-3