Novecento che non passa

di Giuseppe Masala

stalin

Stalinismo è il termine spesso usato per lanciare periodici j’accuse contro ogni tipo di regolazione statale dell’economia. Finito il tempo dell’esorcismo è però giunto il momento di analizzare le basi materiali in cui operò Stalin e che portarono allo sviluppo dell’esperienza del welfare state.

Racconta Leonardo Sciascia che, una notte, il sarto Calogero Schirò sognò Stalin. Era in una bara di vetro, le mani secche e dure. Accostò il viso per scorgerlo meglio, quando sulla bara vide posarsi una grande mano: era la mano di Stalin, era vivo e diceva: «Meglio di così non potevano ammazzarmi; due volte». Si svegliò male. Gli era già capitato di sognarlo. La prima volta all’indomani del patto Ribbentrop-Molotov: Stalin gli era apparso per tranquillizzarlo, dicendogli che si trattava di un trucco per poter riuscire, in futuro, a schiacciare il serpe tedesco. La seconda volta era successo nel bel mezzo dell’operazione Barbarossa: c’era molta neve, betulle che fischiavano per il vento, gran formicolare di soldati, e Stalin gli si era materializzato come in dissolvenza, il faccione arguto e sorridente. «Lasciateli correre – diceva – questa la corsa del puledro è», e tirava sbuffi soddisfatti con la pipa. Poi era successo ancora all’alba del 18 aprile 1948, quando Stalin gli aveva anticipato la sconfitta del «Blocco del popolo» nello scontro elettorale con la Dc: «Calì, in queste elezioni abbiamo da perdere, non c’è niente da fare, i preti hanno la prima mano. Oggi perderemo, la gente non è ancora matura, ma vedrai se non ci arriveremo». Ma quell’ultimo sogno non dava più speranza: l’Espresso aveva appena pubblicato il rapporto Chruscëv, i maggiorenti del partito a Regalpetra gli avevano confermato che al novantanove per cento era tutto vero, che il movimento comunista non si era accorto che portava in grembo un tumore quanto la testa di un bambino, che insomma, sì, c’erano state molte grandi cose ma anche molti grandi errori.

Astuzie della storia

A chi scrive non è stato dato di sognare: non di Stalin, e nemmeno di Calogero Schirò. In quanto compaesano di Sciascia, lo posso soltanto immaginare seduto a cucire nella sua bottega, in una traversa del corso principale, la foto di Stalin ritagliata e incorniciata sulla parete: novello Joseph Dietzgen e come lui filosofo proletario autodidatta. Ma se non Stalin, certo lo «stalinismo» torna continuamente a turbare i nostri sonni: perché non abbiamo ancora che un nome al posto di un concetto che possa finalmente render comprensibile a noi comunisti la nostra stessa storia. Nessun comunista ragionevole, in effetti, può negare che il movimento operaio ha fatto la storia del secolo breve all’insegna di una linea politica e di pratiche staliniste. E tutti dobbiamo ammettere che la denuncia del «culto della personalità» fu un escamotage per occultare che di tutto quanto era successo dall’indomani dell’Ottobre nessuno sapeva darsi una spiegazione. Si trattava – notò a ragione Althusser già nei primi anni Sessanta del secolo scorso – di uno pseudoconcetto, che spostava nel campo delle sovrastrutture gli «abusi», gli «errori» e naturalmente i crimini, senza però darsi pena d’indagare le loro condizioni. È certo frutto di un’astuzia della storia se, a sessant’anni esatti dalla morte di Stalin, una simile spiegazione è diventata luogo comune della storiografia borghese, che ha bollato di «stalinismo» tutto ciò che è venuto dall’esperienza dell’Unione Sovietica – inclusi il governo pubblico dell’economia, il partito di massa, i diritti sociali di cittadinanza e la stessa piena occupazione. Una situazione del genere, infatti, costringe inevitabilmente i comunisti a volgersi indietro e a riprendere i fili del problema lì dove essi hanno cominciato ad aggrovigliarsi: più precisamente, in quel «punto zero» della storia interna dei rapporti di produzione socialisti in cui si è avuto l’incontro tra masse organizzate in un partito, da un lato, e mezzi di produzione e forza-lavoro lasciati «liberi» dalla crisi della riproduzione capitalistica, dall’altro.

Un limitato sistema vitale

Un «incontro» affatto casuale: se si vuole, altrettanto «casuale» di quello tra i proprietari di denaro e di mezzi di produzione e i proletari «liberi», venditori della propria forza-lavoro, che Marx ci ha spiegato essere all’origine della storia interna del modo di produzione capitalistico. Ma al pari di quello destinato a «far presa» e a durare: a «fare epoca», si potrebbe dire con espressione gramsciana. Non certo per una qualche «teleologia» immanente allo sviluppo storico, che dissimulerebbe l’ennesima teologia, ma semplicemente perché i rapporti di produzione che ne sono scaturiti hanno dato luogo ad un sistema «vitale», nel limitato eppure preciso senso che gli dava l’economista (e comunista) Piero Sraffa: cioè capace di generare un prodotto idoneo a reintegrare i mezzi di produzione consumati nel corso del processo produttivo ed eventualmente a generare un sovrappiù, da destinare all’allargamento della produzione o all’incremento del consumo. Preso nel suo punto zero, lo «stalinismo» è nient’altro che questo. Lo confermò lo stesso Stalin ad una delegazione operaia americana che lo intervistò nel 1927: «da noi il partito dirige il governo», disse, non senza precisare che si trattava di una situazione antitetica rispetto a quella dei paesi capitalistici, dove – ad onta dell’esistenza di grandi parlamenti democratici – i governi rimanevano sotto il ferreo controllo delle istituzioni finanziarie. Ma soprattutto, preso in questa forma «pura», lo stalinismo ha avuto ampiamente corso in quell’Occidente che per insufficiente approssimazione abbiamo continuato a chiamare «capitalistico», nonostante la direzione politica dei processi produttivi, la repressione delle pretese allocative del capitale finanziario e soprattutto la strenua resistenza delle classi proprietarie alla progressiva e inesorabile eutanasia dei rentiers (una resistenza che sfociò nella «guerra civile mondiale» che si combatté ovunque negli anni Settanta) rappresentassero potenti indizi in senso contrario.

Il filo interrotto dell’esperienza

L’unico esito possibile dell’Ottobre? Lo ripetiamo ancora una volta: non è proprio il caso di reintrodurre teologie mascherate di teleologie. Ci basta retrospettivamente prendere atto che quell’«incontro» ha conferito forma e realtà effettuale a elementi – partiti, mezzi di produzione, lavoratori – che dopo la dissoluzione della razionalità ordinatrice del modo di produzione capitalistico erano rimasti per lunghissimi e terribili anni nel limbo di un’esistenza fantasmatica, segnata da crisi economiche, disoccupazione di massa e guerre mondiali. Per il resto, ricordiamo che stiamo parlando anche in questo caso di rapporti di produzione: per dirla con Marx, «determinati, necessari, indipendenti dalla volontà» degli individui che vi prendono parte e, al pari di quelli capitalistici, «imposti» dalla struttura dei processi di produzione e circolazione e dall’organizzazione del lavoro che le è consustanziale. Si spiega così, per fare solo un esempio, che il potere sovietico, dopo aver instaurato il «controllo operaio» delle fabbriche, dovette quasi subito sovrapporre a quell’embrione di «proprietà sociale» dei mezzi di produzione la direzione pianificata dei processi produttivi: una volta che si fosse permesso a ciascuna fabbrica di relazionarsi con le altre e con i consumatori finali per via esclusivamente monetaria, l’impiego dei mezzi di produzione sarebbe risultato nuovamente asservito alle esigenze di valorizzazione del capitale. Marx lo aveva previsto con largo anticipo in un passo della Guerra civile in Francia (1871), che gli odierni e rumorosi apostoli del «comune» farebbero bene a rileggere: «se la produzione cooperativa non deve restare una finzione e un inganno, se essa deve subentrare al sistema capitalista», allora le «cooperative unite devono regolare la produzione nazionale secondo un piano comune, prendendola così sotto il loro controllo e ponendo fine all’anarchia costante e alle convulsioni periodiche che sono la sorte inevitabile della produzione capitalistica».

Le due economie

È solo a partire dalla «forma pura» dello stalinismo che si può dunque riprendere il filo di un racconto capace di ridare ai comunisti il senso del loro passato, senza il quale non c’è nemmeno futuro. Ma soprattutto è nell’ambito dei conflitti generatisi per l’apparire e il successivo consolidarsi di questa «forma pura» che si deve collocare la figura stessa di Stalin. Il quale è stato in ultima analisi un prodotto, non certo l’«autore», dei processi storici del tempo in cui ha vissuto. Certo, con un ruolo decisionale considerevole, ma che esercitò rimanendo nell’ambito di opinioni assai diffuse tra gli stati dirigenti del partito nonché in buona parte della popolazione sovietica. (facilmente, chi non era d’accordo spariva). Opinioni che, a loro volta, trovavano alimento nello stato dei «rapporti di forza» esistenti sia all’interno della formazione sociale sovietica che in quelle che rimasero più o meno direttamente coinvolte dalla sua evoluzione: perfino quando si trattava di processi sommari, deportazioni ed esecuzioni di massa, cioè degli aspetti più truci della guerra civile innescata da quella che, con una lungimirante quanto terribile espressione, Evgenij A. Preobrazenskij aveva prefigurato come «l’accumulazione originaria socialista». Semmai, Stalin fu tra i pochi a comprendere che l’«accerchiamento capitalista» non era tanto l’effetto di vicini ingombranti, ma piuttosto un problema che quei nuovi rapporti di produzione avrebbero incontrato ovunque gli fosse accaduto di far presa sulla realtà in modo altrettanto durevole. Lo mise nero su bianco nel suo ultimo scritto, Problemi economici del socialismo in Urss (1952): una volta che il potere politico si fosse impadronito non di tutti i mezzi di produzione, ma solo di una parte di essi, non si sarebbe potuto semplicemente distruggere la residua produzione capitalistica: essa sarebbe rimasta ad operare accanto a quella socialista. E anche se ciò avrebbe implicato una qualche sopravvivenza della «legge del valore», si sarebbe potuto e dovuto circoscriverne il funzionamento in modo da scansare il rischio che essa tornasse a regolare l’allocazione del lavoro sociale tra le varie branche della produzione e scatenasse le inevitabili e rovinose crisi da sovrapproduzione. In una parola, i rapporti di produzione capitalistici dovevano retrocedere al rango di «elementi» del più vasto sistema economico socialista: al rango di mera «produzione mercantile» subordinata. La famosa «alleanza tra operai e contadini» e l’altrettanto famoso ruolo «dirigente» del proletariato di fabbrica ne sarebbero stati la figurazione ideologica. Proprio nell’annuncio di questa coesistenza di rapporti di produzione differenti entro una medesima formazione sociale (e, ben s’intende, delle contraddizioni che un fatto del genere avrebbe inevitabilmente generato) si colloca, a nostro avviso, il «testamento di Stalin», che poi è ciò che fa dello «stalinismo» una questione attuale e non puramente storica o teorica. Non si potrebbe dirlo meglio che con le sue stesse parole: «Il fatto è che lo sviluppo economico non si attua mediante rivoluzioni, ma attraverso modificazioni graduali; il vecchio non viene semplicemente liquidato, ma modifica la sua natura in relazione al nuovo, conservando soltanto la sua forma, mentre il nuovo non distrugge semplicemente il vecchio ma penetra in esso, modifica la sua natura, le sue funzioni, senza distruggerne la forma, ma impiegandola per lo sviluppo del nuovo». Come dire: denaro, banche, debito pubblico, e poi naturalmente partiti, sindacati, imprese erano istituzioni che, sebbene nate all’ombra del modo di produzione capitalistico, erano suscettibili di mutare la loro natura ovunque avesse fatto presa un «incontro» analogo a quello che stava all’origine dell’esperimento dell’Ottobre. Sfortunatamente, a capirlo – specie in Occidente – sono state soprattutto le classi borghesi, che coerentemente si sono adoperate per far sì che i tentativi di pianificazione e programmazione condotti sotto il nome ben più rispettabile di lord Keynes naufragassero prima che le spinte sovvertitrici che essi alimentavano potessero rimettere in questione i rapporti di proprietà. Si spiega così che, da vent’anni in qua, Stalin e Keynes siano finiti accomunati dalla medesima damnatio memoriae.

Il ritorno del rimosso

Salvo che – come ci ha spiegato Freud – la rimozione e il ritorno del rimosso fanno sempre tutt’uno. Se ne dovette accorgere anche Sciascia, che sul finire degli anni ’70 si trovò a infilare nel suo Candido un dialogo che sembrava riprendere quello di vent’anni prima tra l’arciprete e Calogero Schirò: «Torniamo allo stalinismo: è un argomento che mi interessa» disse Candido. «Torniamoci» disse don Antonio. E ambiguamente aggiunse: «Ci torneremo sempre».

Luigi Cavallaro per il Manifesto (5 Marzo 2013)

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