zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

Mese: luglio, 2013

Europa ed europei

Europa

L’Europa fu il prodotto di un processo dialettico: l’affiorare del nuovo da un conflitto di opposti. Da un lato le emergenti nazioni e classi feudal-capitaliste dei conquistatori coloniali in Europa e, dall’altro, le società collettive e dispotiche in Africa, nelle Americhe, nei Caraibi e in Asia, che gli europei conquistarono, espropriarono, ridussero in schiavitù e sterminarono. Il conflitto tra una «civiltà» fondata sulla proprietà privata della terra e popolazioni e civiltà africane, azteche, inca, indiane, giavanesi e di altre società fondate sulla proprietà collettiva della terra e su forme collettive di lavoro, avviluppava il mondo e dai suoi vortici si sviluppò la realtà economica, politica e culturale dell’«Europa» e, con essa, il concetto di Europa.

Insieme all’Europa vennero gli europei, due concetti sconosciuti agli antichi greci e romani. A partire dalle Crociate e dalle conquiste colombiane fino all’imperialismo e anche oltre, vi furono sempre conquistatori, espropriatori e schiavisti da una parte e coloro che venivano conquistati, privati del possesso e della libertà dall’altra. I primi si diedero il nome di «europei». Il termine «europeo» fa il suo ingresso nella letteratura inglese nel 1603, subito dopo le spedizioni coloniali di Francis Drake e Raleigh e i traffici di schiavi condotti da Hawkins.

Hosea Jaffe – “La liberazione permanente e la guerra dei mondi”

 

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De profundis per l’Italia: la crisi bancaria

italia

Nel post precedente ho descritto quelli che sono – a mio modesto avviso – i mali che porteranno l’Italia all’inevitabile catastrofe: debito pubblico fuori controllo, crisi del sistema finanziario, continua erosione del PIL (come conseguenza dei primi due punti e di politiche economiche che è troppo poco definire errate).

Mii pare opportuno però aggiungere alcuni elementi offerti dalla cronache finanziarie in merito alla crisi del sistema finanziario. E’ di qualche giorno fa la notizia del downgrading dell’agenzia di rating Fitch di molte delle nostre banche. Tale declassamento riguarda soprattutto istitutii di credito di medie dimensioni (generalmente quelli più legati al tessuto produttivo del territorio). Il fatto importante è che in molti casi la nuova valutazione pone gli istituti negli inferi dove i loro bond sono valutati “junk”. Giusto a titolo di esempio in questo girone infernale sono finite la Banca Popolare dell’Emilia Romagna con una valutazione BB+ e la Cassa di Risparmio di Genova  con una valutazione BB. Cosa comporta questa valutazione? Semplicemente comporta un costo più alto di finanziamento per queste banche o in alternativa il finanziarsi attraverso le bombole di ossigeno della BCE predisposte da Mario Draghi. Per le aziende del territorio comporta o finanziamenti a tassi più alti o addirittura una diminuzione del credito concesso da questi istituti.

Ricordo sommessamente che in una simile terrificante situazione un aumento dei tassi d’interesse sui titoli di Stato italiani provocherebbe un ulteriore deterioramento dello stato patrimoniale delle banche (ad un aumento dei tassi corrisponde una diminuzione del valore sul mercato secondario). Tale deterioramento sarebbe probabilmente il colpo di grazia per le banche italiane imbottite ddi titoli di stato anche grazie ai generosi finanziamenti della BCE (vedi LTRO).

Rimanendo sulla cronaca segnalo la diagnosi dell’economista Jurgen Stark, membro della Bundesbank ed ex BCE (dimessosi in aperta polemica con le politiche monetarie, a suo dire, troppo espansive volute da Mario Draghi). Secondo l’economista tedesco l’Italia sarebbe un paese irriformabile e chiederà entro l’autunno gli aiuti al meccanismo europeo di stabilità. A proposito dei fondi europei di stabilizzazione (EFSF e MES) faccio notare al lettore che l’agenzia di rating Fitch ha downgradatoil merito creditizio del vecchio fondo EFSF e quindi anche la sorte del MES è segnata appena emetterà bond per finanziarsi. Questo renderà più caro l’eventuale salvataggio dell’Italia, anche se si trattasse di un salvataggio finto, fatto cioè per guadagnare tempo. Naturalmente il costo non crescerebbe solo dal punto di vista finanziario ma anche dal punto di vista politico. In altre parole la crisi dell’Italia potrebbe diventare la pietra tombale per tutta la costruzione europea.

Ritornando alla situazione Italiana pare molto moderata l’idea che siamo sul ciglio del burrone. Molto più realistico pensare che la nostra situazione è simile a quella descritta ne “L?Odio” di Mathieu Kossovitz: << Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.>>.

De profundis per l’Italia

tagli

Solo pochi mesi fa Mario Monti, già rettore dell’Università Bocconi e unanimente riconosciuto dai giornali borghesi come grande economista, dichiarava pomposamente che il suo governo aveva avuto il merito di mettere in sicurezza i conti dello Stato italiano. Solo a distanza di pochi mesi la realtà ha presentato il conto di tale temeraria dichiarazione. Infatti l’Eurostat ha certificato come il rapporto debito/pil sia ormai fuori controllo avendo superato, nel primo trimestre di quest’anno, la fatidica soglia dei 130% rispetto al pil.

debito2Anche l’analisi dello scostamento annuale di questo rapporto non pare dare ragione al Professore. Infatti tra il primo trimestre dell’anno scorso ed il primo trimestre di quest’anno vi è stata una variazione positiva (crescita, del debito si capisce) superiore al 6%.

debito1Se infine andiamo a guardare il valore  del debito pubblico in valore assoluto, anche qui non vi sono buone nuove: è stata ampliamente sfondata la soglia psicologica dei duemila miliardi di euro (2034 miliardi per la precisione).

Insomma, l’affermazione del Professor Monti rischia di passare alla storia come una delle peggiori idiozie dette da un governante italiano. Per ottenere simili catastrofici risultati, inoltre, il Governo Monti si è contraddistinto in ferocia: ha aumentato la pressione fiscale a livelli insostenibili sia per le imprese che per le famiglie e ha fatto precipitare larghi strati della popolazione al di sotto della soglia di povertà (basti pensare alla folle riforma delle pensioni posta in essere dalla lacrimosa Fornero che ha prodotto decine di migliaia di nuovi poveri, i cosiddetti “esodati”). Sfortuna vuole che questa ferocia abbia effetti nefasti anche sulla crescita: chi precipita in stato di povertà non consuma e se diminuiscono i consumi, fatalmente, il PIL diminuisce (se il Professore pensava che un ipotetico aumento delle esportazioni compensasse questo fenomeno dobbiamo dire che per l’ennesima volta ha fatto i conti senza l’oste). Solo per il 2013 il Pil è visto in contrazione (da tutte le istituzioni, pubbliche e private, italiane ed europeo) in un intorno che si posizionerà all’incirca al -1,9%.

S&P, l’agenzia di rating americana, mette intanto le mani avanti: anche per il 2014, secondo loro, non vi sarà alcuna significativa inversione di tendenza. Ad onor del vero va detto che questo panaroma terrificante non è imputabile al solo Governo Monti: rispetto al 2007 infatti il Pil italiano è in contrazione del 9%. Forse saranno contenti i decrescitisti seguaci del Professor Latouche: la decrescita è tra noi. Sfortunatamente ha la faccia più ferore di Mengele. Non c’è nulla di cui  essere felici.

Continuando in questa disamina che assomiglia ad una passeggiata tra le macerie bisogna aggiungere (come in più di una circostanza abbiamo umilmente sottolineato in questo umile diario di viaggio) che una simile situazione comporta l’aumento esponenziale delle sofferenze bancarie. Quindi anche il nostro sistema finanziario è in enorme sofferenza: a maggio, secondo l’Abi, le sofferenze lorde sono risultate pari a oltre 135,7 miliardi di euro,  ( in crescita del +22,4% rispetto al maggio del 2012). Le sofferenze nette hanno raggiunto quota 68,5 miliardi di euro (+31,5% l’aumento annuo). A voler fare gli avvocati del diavolo si potrebbe aggiungere che se si sommassero alle sofferenze anche gli incagli probabilmente molte banche italiane vedono il loro capitale netto ormai ridotto al lumicino (sempre che sia rimasto qualche cosa).

Fa quasi tenerezza il ministro Saccomanni (anche lui con studi in quella Bocconi che ha visto in Sara Tommasi la sua studentessa più nota) che da un lato invita le banche a porre in essere operazioni di cosmesi di bilancio per nascondere la situazione di semi dissesto (tali sono le cartolarizzazioni) e dall’altro lato crede di risolvere un problema come quello del debito statale fuori controllo con la vendita delle ultime partecipazioni statali (se si vendono le quote, faccio umilmente notare, che finiscono anche i flussi di cassa positivi provenienti dai dividendi) e con la vendita degli immobili (il mercato immobiliare è ormai congelato).

Se non annoio troppo i miei pochi e affezionati lettori faccio notare infine che in prospettiva la situazione italiana è ben più drammatica di quella spagnola: al problema della ricapitalizzazione delle banche (ben difficilmente evitabile) va aggiunto il problema del debito pubblico ben più alto di quello spagnolo: andiamo dritti verso uno scenario greco. Bisogna però aggiungere che è tutto da verificare se in Europa ci siano i danari sufficienti per rabberciare almeno un finto salvataggio per guadagnar tempo (il Meccanismo Europeo di Stabilità è capiente? E a che tassi si può indebitare dopo l’uscita della Francia dal club dei paesi a massima affidabilità creditizia?).

Insomma, la situazione è veramente drammatica e ormai bisogna solo capire chi dovrà pagare il conto.

PS Faccio notare che lo scrivente in oltre 260 pezzi su questo blog ha ben anticipato la drammatica situazione che ora tutti (basta volerlo) possono vedere. A voler essere precisi si è provato anche a indicare (umilissimamente) una possibile via d’uscita alla luce degli studi di quei due  giganti del pensiero economico che fanno di nome Josef Alois  Schumpeter e Karl Marx.

Un tristo rumore di sciabole

sciabole

Il Governo Letta ha emanato in questi giorni la “Direttiva Ministeriale in merito alla politica militare per l’anno 2013”. Si tratta di un oscuro e burocratico documento con il quale si esplica la politica militare del nostro paese. Niente di straordinario verrebbe da pensare visto che la nostra Costituzione attribuisce alle nostre forze armate una semplice difesa dei confini nazionali oltre che l’espletamento di missioni di pace (o presunte tali) in paesi terzi.

Invece no. Questo oscuro documento assume una valenza – a modo di vedere di zeroconsensus – veramente straodinaria. Infatti a pagina otto, riportiamo testualmente dichiara senza tanti giri di parole quanto segue: “Elemento irrinunciabile della politica nazionale è anche il pieno rispetto degli impegni assunti in sede europea, impegni finalizzati a garantire la stabilità di lungo periodo della moneta comune e, con essa, dell’intero sistema economico comunitario. Tale stabilità deve essere considerata come essenziale per il perseguimento del fine ultimo costituito dalla sicurezza del sistema internazionale e delle relazioni politiche ed economiche che in questo si sviluppano.”

Come si può capire la novità è di estremo interesse: viene postulato (al di fuori di qualunque legalità costituzionale, a modestissimo avviso di chi scrive) l’utilizzo delle forze armate a difesa degli impegni europei in materia economica e dunque per garantire la stabilità della moneta unica europea.

Ma chi vorrebbe/potrebbe minare la stabilità dell’Euro? Le ipotesi che si possono fare a modo di vedere dello scrivente sono due:

1) Un attacco speculativo portato avanti da chi vede nell’euro una moneta artificiale fatta in un’area valutaria non omogenea (così come in passato si sono avuti attacchi speculativi, coronati da successom contro il serpente monetario);

2) Proteste di piazza da parte di chi non accetta i sacrifici necessari per garantire la stabilità dell’Euro.

Ora, pare alquanto improbabile che si decida di usare le nostre cannoniere contro gli gnomi della city di Londra, di Wall Street o di Basilea qualora decidessero di sferrare un’attacco speculativo contro la moneta unica (magari facendo leva sui bond sovrani). Rimane dunque la seconda ipotesi, ovvero quella che il Governo si dichiara pronto anche ad usare la forza militare – ove necessario – per garantire l’ordine costituito se scoppiassero rivolte di piazza contro i futuri (credo terribili) sacrifici che saremo chiamati a pagare.

Qui il link al documento in questione

L’economia è un biosistema

cavallo

Le teorie economiche classiche prescrivono specializzazione: quando le persone, le industrie o i singoli paesi si specializzano in una certa attività aumentano la propria efficienza economica in quanto, occupando una certa nicchia produttiva, possono sviluppare delle capacità particolari che gli permettono di acquisire un vantaggio nella competizione. Negli ultimi anni diversi gruppi di studiosi provenienti da diverse discipline, e in particolare fisici ed economisti, hanno analizzato le banche dati disponibili dei prodotti esportati dai vari paesi e sono giunti alla conclusione che questo paradigma non è verificato nei dati.

Il risultato empirico dimostra, infatti, che i paesi di successo sono caratterizzati da una produzione estremamente diversificata, piuttosto che da una specializzazione particolare. La conclusione è che il mercato fortemente dinamico del mondo globalizzato rende la flessibilità e l’adattabilità gli elementi essenziali della competitività. In questo senso si può pensare a un’analogia con i biosistemi in evoluzione in un ambiente dinamico e competitivo in cui la diversificazione di capacità è la chiave per la sopravvivenza. Questa situazione ha dato impulso alla ricerca di un metodo di valutare quantitativamente il vantaggio competitivo non monetario della diversificazione, che rappresenta il potenziale nascosto per lo sviluppo e la crescita (chiamata “fitness”), da affiancare alla variabile monetaria più generalmente considerata, il prodotto interno lordo (Pil). Sono state dunque introdotte nuove metriche per misurare la “fitness” dei paesi e la complessità dei prodotti. L’informazione fornita da queste metriche può essere utilizzata in vari modi; ad esempio, il confronto diretto del fitness con il Pil di un paese fornisce una valutazione del potenziale non espresso del paese.

I paesi che producono i prodotti tecnologicamente più avanzati sono anche quei paesi che producono più prodotti in genere: hanno una maggiore diversificazione sul mercato e dunque una maggiore capacità produttiva. Invece, i paesi che producono pochi prodotti, sono produttori di beni prodotti da tanti altri paesi. Per questo motivo una risorsa fondamentale di ogni paese è determinata dalla diversificazione della sua struttura produttiva che determina la potenzialità di sviluppo. In ultima analisi questa è legata allo sviluppo infrastrutturale materiale e di conoscenze di ogni paese che è rappresentato dall’insieme delle capacità produttive, delle materie prime, del livello di istruzione medio, della qualità dell’istruzione avanzata e del sistema di ricerca, delle politiche del lavoro, della capacità di trasferimento tecnologico dall’accademia al sistema produttivo, del livello di walfare sociale, di una burocrazia e  di un sistema di leggi efficienti. In pratica di tutto ciò che concorre a creare un’ambiente adatto allo sviluppo economico. I beni si possono importare o esportare, mentre queste “capacità” sono intrinseche a ogni paese.

Un paese che ha più capacità produttive ha anche più potenzialità di produrre prodotti nuovi e competitivi sul mercato per un semplice motivo combinatorio: la produzione di un nuovo prodotto avviene dalla composizione di alcune “capacità”. In questo senso la potenzialità di sviluppo è legata alla complessità del sistema produttivo. Più numerose sono le capacità e più sono le combinazioni potenziali e dunque i nuovi possibili prodotti. Inoltre quante più “capacità” un paese ha già a disposizione, tanto più l’aggiunta di una nuova “capacità”, per esempio proveniente da una scoperta in ricerca fondamentale, può dar lungo, per lo stesso argomento combinatorio, allo sviluppo di nuovi prodotti validi sul mercato.

Mentre la conclusione di quest’analisi sembra ovvia, un paese che produce beni molto diversificati, in cui vi sia una conoscenza diffusa nella popolazione con un alto livello di sviluppo civile diffuso, ha una potenzialità di sviluppo maggiore di un paese molto specializzato in un singolo settore e con poche “capacità” diffuse, la situazione non è così semplice: da una parte si ha la possibilità di misurare delle quantità che non sono banalmente riconducibili alle solite variabili monetarie (il Pil) e dall’altra si può contrastare con solidi e quantitativi argomenti chi pensa cheL’Italia non ha un futuro nelle biotecnologie perché purtroppo le nostre università non sono al livello, però ha un futuro nel turismo”.

Francesco Sylos Labini per il fatto quotidiano

General Dynamics Class Struggle

ligabue

Un aspetto centrale della maggior parte del lavoro di Kalecki era la distribuzione del reddito e diversa ripartizione di questo tra le diverse categorie (principalmente, i lavoratori e capitalisti). Richard Goodwin (1967), sulla falsariga di questa tradizione marxista-keynesiana, ha formulato un modello non lineare del ciclo sulla base della “lotta di classe”. Questo grazie alle equazioni di Lotka-Volterra nate per spiegare gli scenari “preda-predatore” in biologia (più corretto dire in “ecologia” ndt). Il modello di Goodwin in sostanza ha tentato di dimostrare la relazione ciclica tra occupazione e quota salariale in un’economia funzionante. Tale modello in realtà non è così controverso come può sembrare a prima vista: “lotta di classe” e “predatore-preda” può invocare immagini stridenti di rivoluzione e reazione, ma a guaardar bene è la stessa cosa che il vedere all’opera una curva di Phillips standard o un meccanismo di profitto kaleckiano.

Le caratteristiche di base del modello di Goodwin (1967) affermano semplicemente che l’alta occupazione genera quella inflazione salariale che può aumentare la quota dei salari dei lavoratori, ma che questo, a sua volta, riduce i profitti dei capitalisti e, quindi – in senso kaleckiano – riduce gli investimenti futuri. Tale riduzione della produzione, a sua volta riduce la domanda di lavoro e di occupazione e di conseguenza porta ad una crescita inferiore dei salari se non addirittura ad una loro decrescita; questo di conseguenza porta alla riduzione della quota dei salari dei lavoratori (rispetto ai profitti). Al verificarsi del declino della quota spettante ai salariati si ha un aumento dei profitti e, conseguentemente, degli investimenti. Questo porterà a una maggiore occupazione e quindi ad un miglioramento del potere contrattuale dei lavoratori ed in definitiva ad un aumento della quotai salari: a questo punto il ciclo si ripete. Si consideri inoltre che, Goodwin aggiunge componenti esogene di crescita, ed in particolare, la crescita dell’offerta di lavoro e la crescita della produttività.

La configurazione essenziale del modello di Goodwin è quella di suddividere in due classi i destinatari di reddito: da una parte lavoratori salariati e dall’altra capitalisti percettori di profitto.

Di consenguenza Y è diviso tra queste due categorie in modo che wL rappresenta la massa salariale (dove w è salario e L la quantità di lavoro impiegata) e P = Y – wL sono gli utili complessivi. Così, wL / Y è la quota dei salari e P / Y è la quota di profitto in modo che wL / Y + P / Y = 1. Lasciando l = Y / L, quindi la quota dei salari può essere riscritta w / l, mentre la quota di profitto è 1-w / l.

Fatte proprie le idee di Kalecki, si assume che i capitalisti risparmiano tutti i loro redditi, mentre i lavoratori consumano i loro. Così, i risparmi totali sono S = P = (1-w / l) Y. Inoltre tutti i risparmi vengono investiti, in modo che:

dK/dt = S = (1-w/1)

/l tasso di crescita dello stock di capitale è:

gK = (dK / dt) / K = (1-w / l) (Y / K)

se poniamo che v = K / Y, il rapporto capitale-output, sarà:

gK = (1-w / l) / v

Come l = Y / L, quindi l’occupazione L = Y / l. Lasciando crescere la produttività del lavoro al tasso q quindi l = l 0eqt. Così, come Y / L = l, quindi GY – gL = (DK / t) / DK – (dL / dt) / L = q così:

 

gL = gK – q

e, sostituendo per gK:

gL = (1-w / l) / v – q


Sia N la fornitura di lavoratori, che cresce al tasso naturale n, quindi N = N0ent, così gN = n. Pertanto, il tasso di occupazione sarà m = L / N così, in termini di crescita:

gm = (dm / dt) / m = gL – GN


oppure:

GM = (1-w / l) / v – q – n


riorganizzando (e lasciando che u = w / l):

gm = (1 – u) / v – (q + n)

è il tasso di crescita dell’occupazione. Come u = w / l, quindi:

gu = gw – gl

riflette la crescita della quota del lavoro. Goodwin presuppone un rapporto con la curva di Phillips che domina la crescita dei salari dove gw = | (m) dove | m> 0, così all’aumento del tasso di occupazione abbiamo la decrescita dei salari (o la decrescita del loro aumento ndt).

Se l’andamento è lineare (o approssimare esso tramite una funzione lineare), allora possiamo scrivere come segue le relazioni con lacurva di Phillips:

gw =-a + bm (dove a, b> 0).

Ricordando che gl = q, quindi collegando questi nella nostra equazione (gu) abbiamo:

gu = [-a + b m] – q
Così siamo in grado di stabilire due equazioni differenziali da GM e gu, che riflettono la crescita dell’occupazione e la quota dei salari rispettivamente:

dm / dt = [1 / v – (q + n) – u / v] m

du / dt = [- (a + q) + bm] u

Si noti che le equazioni di Lotka-Volterra hanno una dinamica dei vortici del tipo illustrato nella seguente figura.

lotka

Nellla figura, ogni traiettoria nello spazio (u, m) è un’orbita chiusa attorno all’equilibrio E = (u *, m *). Così, come è ovvio, abbiamo una dinamica ciclica di u e m. Per capire la logica, si guardino solo le equazioni differenziali per l’occupazione e la quota dei salari. Se l’occupazione va a zero, poi, ovviamente, il du / dt = – (a + q) u, vale a dire la quota dei salari va a zero in maniera esponenziale al tasso (a + q). Se, invece, quota salariale va a zero, allora dm / dt = [1 / v – (q + n)] m, il che implica che l’occupazione è aumentata infinitamente al tasso esponenziale [1 / v – (q + n)] (come se non ci fossero costi). Questo è simile ad uno scenario “predatore-preda”, dove l’occupazione è la quota dei salari è preda: se la preda (occupazione) sparisce, allora il predatore (quota dei salari) si estingue, se il predatore sparisce allora la preda cresce illimitatamente.

 

Questo è simile ad una situazione”predatore-preda”, dove l’occupazione è la quota dei salari è preda : se la preda (occupazione) sparisce, allora il predatore (quota dei salari) si estingue, se il predatore sparisce allora la preda cresce illimitatamente.

La direzione oraria delle orbite chiuse nella figura sopra ed i valori di equilibrio (u *, m *) sono facilmente accertate dalle equazioni differenziali. Se dm / dt = 0, quindi 1 / v – (q + n) – u / v = 0 così, dm / dt = 0 dove u = 1 – v (q + n) = u * (il che è positivo perchè 1 > v (q + n)) similmente, se du / dt = 0, allora – (a + q) + bm = 0, o du / dt = 0 dove m = (a + q) / b = m *. Così, dm / dt = 0 e du / dt = 0 sono linee verticali e orizzontali che si intersecano rispettivamente ai valori di equilibrio (u *, v *). Le dinamiche sono facili da valutare. Si noti che valutata all’equilibrio m *, d (dm / dt) / du = – (a + q) / BV <0, quindi a destra di dm / dt = 0, m diminuisce mentre a fianco di esso, m sale. Allo stesso modo, valutati in condizioni di equilibrio u *, d (du / dt) / dm = b (1-v (q + n))> 0, quindi al di sopra della du / dt = 0, u si alza, mentre al di sotto di esso, u cade .

 

dm / dt = [1 / v – (q + n) – u / v] m

 

du / dt = [- (a + q) + b m] u


Per arrivare alla dinamica risultante, mettiamo le equazioni differenziali in rapporto ad eliminare dt:

 

    dm / du = [dm / dt] / [du / dt] = [1 / v – (q + n) – u / v] m / [- (a + q) + bm] u

così:

 

dm [- (a + q) + bm] u = du [1 / v – (q + n) – u / v] m


e dunque:

 

dm [- (a + q) / m + b] = mu du [1/vu – (q + n) / u – 1 / v] mu

quindi dividendo per mu:

 

dm [- (a + q) / m + b] = du [1/vu – (q + n) / u – 1 / v]

integriamo entrambe le parti:

O [- (a + q) / m + b] dm = O [1/vu – (q + n) / u – 1 / v] du

che i rendimenti:

– (A + q) ln m + bm = [1 / v – (q + n)] ln u – u / v + c

dove c è una costante di integrazione. Introducendo una variabile z, allora dall lato sinistro può essere scritta:

z = F (m) = – (a + q) ln m + bm

e per il lato destro:

z = G (u, c) = [1 / v – (q + n)] ln u – u / v + c

La curva F (m) e G (u, c) sono illustrati nella Figura sotto. Per la prima equazione dz / dm = F ¢ = – (a + q) / m + b e F (m) è convessa all’origine. Si noti che al fondo di F (z), F ‘= 0 implica m = – (a + q) / b che è all’estremo di F (z) – che è – per inciso – esattamente il valore di equilibrio m *. Analogamente, per la seconda equazione: dz / du = G ¢ = [1 / v – (q + n)] / u – 1 / v e G (u, c) è concava all’origine; al estremo, G ¢ = 0 quindi u = 1 – v (q + n), che è esattamente il valore di equilibrio u *.

lotta di classe

Si vede subito che gli estremi di F (m) e G (u, c) formano i confini dei valori u e m prenderà quindi l’orbita appropriata. Per esempio, supponiamo che abbiamo iniziato a m1 nella Figura . Ciò corrisponde, tramite F (m), ad una particolare z che, rimbalzando la linea 45 °, rese u * che è l’estrema di G (u, c). Così, m non possono scendere sotto 1 m perché allora sarà corrispondente a z e sarà superiore al massimo G (u, c). Analogamente, m non può essere superiore a 2 m. Al contrario, se prendiamo il limite inferiore dei valori ammissibili di u (cioè U1), ciò corrisponde a un particolare valore z via G (u, c), che, rimbalzando sulla linea a 45 °, è l’estrema della F (m ) funzione. Ogni u sotto u1 implicherebbe az sotto gli estremi di F (m), che non è fattibile. Così, u non può essere inferiore a U1 né, da un argomento simile, può essere al di sopra degli U2.

I confini m 1, m 2, u1 e u2 tutti definiscono un’orbita molto chiaro nel quadrante positivo – che è una delle molte possibili orbite, ma sarà quello che viene scelto. Come i confini sono determinati dalla forma e posizione F (m) e G (u, c), rispettivamente, allora l’orbita scelta dipende non solo dai parametri in quelle funzioni (a, b, v, q, n) così come il coefficiente di integrazione c. Se, per esempio, cambiamo c in modo che G (u, c) diminuisce (cioè è più vicino all’asse orizzontale), è facile rintracciare che la più piccola, orbita interna tracciata nella figura governerà le dinamiche. In breve, data l’orbita scelta dalla quota di parametri, di occupazione e di salario essa oscillerà ciclicamente in modo deterministico – ed estranea agli shock esogeni. Dunque il Ciclo di “lotta di classe” di Goodwin è “endogeno” al sistema. Molti economisti, soprattutto (ma non esclusivamente) di orientamento keynesiano o marxista, hanno fatto molto uso della struttura di Goodwin e delle sue dinamiche cicliche endogene.

Link:

 

La crisi finanziaria

Chaplin

Una crisi finanziaria avviene quando una persona giuridica (sia essa un individuo, un’impresa o un governo) si ritrova nella condizione di non poter regolare i propri impegni finanziari, come il pagamento degli interessi o la restituzione dei debiti, entro i termini stabiliti per questi pagamenti. Nei paesi in cui il credito è regolato dal diritto commerciale, la persona o l’impresa insolvente è portata in tribunale e le sue proprietà sono espropriate e vendute per ripagare il debito. Questa pratica è considerata una modalità più civile di affrontare il problema dei debiti non pagati, quantomeno rispetto ai metodi brutali che dominano altrove. Finché le crisi di questo genere rimangono economicamente marginali possono essere tollerate in quanto elemento strutturale del sistema capitalistico di mercato, all’interno del quale vi saranno anche delle vittime, dei ‘perdenti’, ma gli affari e il sistema nel suo complesso comunque procedono e addirittura prosperano. Tuttavia, se troppi individui, o troppe attività economiche, si trovano in queste condizioni, allora c’è la possibilità che si manifesti una situazione di deflazione da debito. La deflazione da debito avviene quando individui, imprese o governi riducono i loro investimenti perché i loro redditi non sono sufficienti a mantenere il regime di spesa e, contemporaneamente, rispettare gli impegni di pagamento dei debiti contratti. Con una spesa ridotta, anche la domanda sui mercati si abbassa. Imprese e famiglie, le cui entrate dipendono dalla domanda dei mercati, si trovano con un reddito falcidiato. Così, quegli agenti sono costretti a ridurre la loro spesa e non possono rispettare gli impegni di pagamento. Se la deflazione da debito si diffonde, l’economia entra in una fase di depressione che colpisce tanto il commercio quantol’industria. Le imprese licenziano i lavoratori al fine di ridurre i costi e risparmiare denaro sufficiente per pagare i debiti. Di norma le imprese non rimpiazzano i lavoratori che lasciano a casa o che si ritirano, facendo così aumentare drasticamente la disoccupazione, in modo particolarmente drammatico tra i giovani, i quali in condizioni normali prenderebbero il posto di quei lavoratori. La situazione è complicata dalla diseguaglianza nella distribuzione del reddito e dalla stratificazione sociale tipica del capitalismo moderno. Di solito i lavoratori meno pagati non contraggono molti debiti. È però molto probabile che perdano lavoro e reddito man mano che le imprese e i governi tagliano la spesa per far fronte ai propri impegni. In questo frangente, si troveranno economisti che inciteranno questi lavoratori poveri ad accettare salari più bassi, al fine di incoraggiare le imprese ad assumerli. Ma se è il debito la causa della riduzione della spesa in salari e stipendi, non saranno certo più bassi salari a indurre le imprese ad aumentare l’occupazione. Nella migliore delle ipotesi, le imprese cercheranno di ripagare una parte maggiore dei loro debiti grazie al risparmio derivante dai tagli salariali. Salari più contenuti ridurranno la domanda in tutta l’economia e ciò disincentiverà ulteriormente la produzione e le vendite. Così i lavoratori più poveri finiscono con il pagare le conseguenze della crisi più di ogni altro, nonostante non abbiano avuto alcuna responsabilità nel generare i problemi legati all’indebitamento.

Il governo si trova in una situazione del tutto differente perché dalla spesa pubblica dipendono un numero molto elevato di lavoratori collocati nel pubblico impiego. Se i loro redditi venissero ridotti, la domanda si comprimerebbe praticamente in tutti i mercati in cui essi effettuano acquisti di beni e servizi. Il governo, tuttavia, ha strumenti per gestire il debito, secondo modalità a cui non possono far ricorso le imprese e le famiglie. A differenza di ogni altro agente nell’economia, i governi possono determinare di quanto reddito dispongono semplicemente emanando delle norme in materia finanziaria che stabiliscono quante tasse debbano essere pagate da imprese e famiglie. Se ciò non dovesse bastare, possono sempre rifinanziare il proprio debito per ridurne i costi. Così, se un titolo di stato è in scadenza, il governo può sempre ripagarlo emettendone uno nuovo. Se il tasso di interesse sui prestiti a breve termine (buoni del Tesoro a tre mesi, per esempio) è più basso di quello per i prestiti a lungo termine (buoni del Tesoro ventennali), il governo può emettere dei titoli a breve scadenza per ripagare il proprio indebitamento di lungo periodo. In questo modo un governo può creare artificialmente una situazione di scarsità dei titoli a lunga scadenza, e questo gli permetterà di vendere i propri titoli a lungo termine ad un interesse più basso [una manovra del genere è quella impiegata da qualche tempo negli Stati Uniti dalla Federal Reserve e dal Tesoro, la cosidetta operation twist: il Tesoro ottiene fondi dalla vendita dei titoli a breve termine che impiega acquistando titoli a lungo termine, facendone in questo modo rialzare il prezzo, al che corrisponde una caduta del loro tasso di rendimento. L’attuale crisi finanziaria europea è causata in parte dalla deflazione da debiti delle imprese e delle famiglie. Essa è però prima di tutto il risultato dei vincoli arbitrari imposti al finanziamento dell’indebitamento pubblico dall’Unione Europea con il Trattato di Maastricht del 1992 e del divieto per le banche centrali di sostenere i governi attraverso operazioni finanziarie. La strategia più efficace per superare questa crisi consisterebbe nel riformare quel trattato e in una spinta verso l’alto dei salari, specialmente per i lavoratori meno retribuiti.

Jan Toporowski, University of London

Fonte: inserto di Nuova Secondaria, anno XXX, numero 7, marzo 2013, intitolato “Crisi permanente”, a cura di Riccardo Bellofiore e Michele Dal Lago.